lunedì 29 settembre 2008

Un modello esemplare di santità sacerdotale



L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 29-30 settembre 2008.

Michele Sopocko, sacerdote polacco, fondatore delle Suore di Gesù Misericordioso e dell'istituto secolare della Divina Misericordia, è stato elevato agli onori degli altari ieri, domenica 28 settembre. La celebrazione, nella quale è stato inserito il rito della beatificazione, è stata presieduta, presso la chiesa della Divina Misericordia a Bialystok (Polonia), dall'arcivescovo diocesano monsignor Edward Ozorowski. L'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha pronunciato la formula solenne della beatificazione e ha tenuto l'omelia.
Monsignor Amato, nel riproporre l'esemplare santità sacerdotale del nuovo beato, ha voluto innanzitutto ricordarlo come confessore di santa Faustina Kowalska, della quale ha citato una frase contenuta nel suo personale Diario a proposito di una esortazione di Gesù: "Scrivi che giorno e notte il mio sguardo riposa su di lui".
"Su chi riposava lo sguardo di Gesù? - si è domandato l'arcivescovo - Sul beato Michele Sopocko, questa esemplare figura di sacerdote polacco, educatore, formatore di giovani, confessore, padre spirituale, che si aggiunge alle recenti grandi figure della santità polacca, come san Massimiliano Kolbe e suor Faustina Kowalska". Tra gli elementi di attualità nella testimonianza del nuovo Beato monsignor Amato ha sottolineato l'esemplarità "convincente dell'eterna bellezza della sequela Christi. Essere cristiani significa essere nella verità, nella libertà, nella gioia; significa essere sale della terra e luce del mondo.
"In qualsiasi condizione ci troviamo e qualunque cosa noi facciamo la nostra vita è una imitatio Christi, che riecheggia la bontà e la misericordia del Signore Gesù. Così ha fatto Michele Sopocko.
"Ci possiamo chiedere: come imitare il Beato nell'esercizio della virtù della misericordia? La risposta è semplice. Nelle famiglie ogni giorno c'è bisogno di misericordia. Ogni giorno la sposa deve avere comprensione verso lo sposo e viceversa, riconfermando continuamente la loro reciproca fedeltà. Ogni giorno i genitori devono essere magnanimi nel perdonare i propri figli, nel sopportare le loro disobbedienze e le loro continue mancanze. Ma anche i figli devono essere pazienti coi loro genitori e ne devono seguire i buoni esempi e le giuste esortazioni".
Il discorso si è poi spostato sulla società. "La nostra società - ha detto in particolare - ha bisogno di cittadini onesti, buoni, generosi, compassionevoli". Sta alle famiglie forgiarli nel modo più giusto.
Il beato Sopocko consegna però un suo messaggio particolare anche ai sacerdoti: "Siano instancabili nello zelo pastorale. Egli invita - ha ricordato l'arcivescovo Amato - i sacerdoti ad avere un cuore buono e misericordioso; a essere pazienti, miti, accoglienti; a essere perseveranti nella catechesi ai bambini, ai giovani, agli adulti; a essere disponibili nell'indispensabile ministero del perdono nel sacramento della riconciliazione. Oggi, più che mai, i fedeli hanno bisogno di aprire il loro cuore al confessore per riceverne conforto, perdono e benedizione. La gioia più profonda dei cuori deriva dal perdono sacramentale. Il confessionale sia la cattedra più importante del magistero sacerdotale. Cari sacerdoti, siate generosi nel perdono. Così agiva il beato Michele Sopocko. In tal modo ha potuto restituire a tanti cuori la serenità della vita".
Riferendosi poi a quanta parte egli ha avuto nel guidare alla santità una giovane suora, Faustina Kowalska, monsignor Amato ha aggiunto: "Se compito indispensabile di ogni sacerdote è quello di dispensare la misericordia divina sulle miserie umane, è anche suo compito dirigere e guidare le anime dei laici e dei consacrati sulla via della perfezione cristiana. Nell'oceano delle opinioni oggi il sacerdote è chiamato a nutrirsi della parola di Gesù per offrire ai fedeli la verità su Dio e sul destino dell'umanità. In un mondo dalle mille opinioni è difficile discernere la verità, perché nessuno ce la indica con chiarezza e autorità. Spetta ai sacerdoti mostrare la verità del Vangelo alla nostra umanità spaesata. Spetta a loro guidare i giovani alla luce e alla gioia della verità che è Gesù Cristo per diventare buoni cristiani e onesti cittadini".
E a proposito del Vangelo ha ricordato che esso "non è un impedimento alla felicità umana, anzi è il libro della gioia, della vita che vince la morte, della luce che disperde le tenebre. Nella complessità della cultura contemporanea la Chiesa ha bisogno di sacerdoti che sappiano essere maestri di vita spirituale, guide esperte nel discernimento di ciò che è buono e di ciò che è giusto. Giovani e adulti oggi hanno bisogno di uomini saggi, che orientino la loro libertà a scelte coerenti col Vangelo. In un mondo di falsi profeti, che pubblicizzano le loro fatue soluzioni di vita, il sacerdote deve esercitare con umiltà e perseveranza il ministero di pastore delle anime, praticando una vera e propria paternità spirituale".
A proposito dell'importanza dei direttori spirituali nell'evangelizzazione l'arcivescovo ha detto che "Se i genitori danno la vita fisica, i direttori spirituali danno, curano e promuovono la vita spirituale. Non si nasce cristiani, lo si diventa: "Guai a chi è solo, perché, se cade, non ha nessuno che lo rialzi" (Qo 4, 10). I direttori spirituali sono guide sperimentate per far evitare i vizi e per guidare alla virtù. In un mondo secolarizzato, come il nostro, oggi c'è più che mai bisogno di padri spirituali".
Sottolineando i compiti fondamentali della confessione e della direzione spirituale dei sacerdoti, ha proposto il beato Michele Sopocko come modello di una interpretazione eroica di questa missione. Egli, in virtù della sua instancabile attività, "nell'omelia del suo funerale - ha ricordato - fu chiamato: "Il mostro di lavoro, l'eroe, il matto di Dio" (i, 535). Lo zelo per la salvezza delle anime lo spingeva a farsi tutto a tutti. Il fervore per la promozione della devozione e del culto alla Divina Misericordia incendiò il suo cuore e la sua mente. Fu il suo capolavoro. Non fu uno zelo scomposto, sconsiderato, ma prudente, attento, capace di riflettere".
A questo zelo sapiente si deve quel tesoro spirituale che è il Diario di santa Faustina Kowalska. È utile richiamare l'origine concreta del Diario. Sopocko fu, dal 1932 al 1941, confessore delle Suore della Madre della Divina Misericordia. Qui, nel 1933, incontrò suor Faustina come penitente. La suora però durante le confessioni si soffermava a lungo a parlare delle rivelazioni private sul culto alla Misericordia divina. Poiché queste sue confessioni duravano più del dovuto, mettendo a dura prova la pazienza delle altre consorelle che attendevano il loro turno per confessarsi, il beato ordinò a suor Faustina di essere più discreta in confessione, di mettere per iscritto le sue esperienze e di consegnargliele. In tal modo nacque il Diario.
"Il beato - ha detto in proposito il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi - non credette subito al carattere soprannaturale di queste manifestazioni. Dopo un lungo discernimento prudenziale e dopo accurata analisi teologica, giunse alla convinzione della loro autenticità. Non solo, ma anch'egli si dedicò alla diffusione del culto alla Divina Misericordia, fondando la Congregazione delle Suore di Gesù Misericordioso.
"In tal modo - ha concluso la sua omelia monsignor Amato - il Cuore misericordioso di Gesù ha forgiato due apostoli della carità divina: santa Faustina Kowalska e il beato Michele Sopocko. E invita anche noi a essere testimoni di perdono, donato e ricevuto, grati a questi due santi apostoli, che hanno diffuso il messaggio evangelico non solo nella loro nobile patria polacca, ma in tutta la Chiesa e in tutto il mondo".
(©L'Osservatore Romano - 29-30 settembre 2008)

domenica 28 settembre 2008

20/09/1870 La "favola" di Porta Pia!


Per cercare di dare voce a quella che è la storia proibita che ha coinvolto la Chiesa quel 20 settembre di 138 anni fà, ecco come le cose dovrebbero essere raccontate e spiegate alle generazioni che si affacciano sui libri di scuola e a chi dalla storia cerca solo la verità.
buona ri-lettura!

sabato 20 settembre 2008

La storia proibita

"A volte ritornano..." e sono sempre loro, i falsi miti, le storie mistificate, gli eroi finti del nostro Risorgimento. Noi Piemontesi, in fondo, ci siamo pure affezionati, perché ne siamo stati i grandi protagonisti. Furono i nostri Re, i nostri generali, le nostre armate a "fare l'Italia" ed infine coronarono il grande sogno (ma di chi poi?) di Roma capitale, il 20 settembre 1870.
Nei piani misteriosi della Provvidenza i nostri trisnonni framassoni fecero, senza volerlo, un gran favore a Santa Madre Chiesa, liberandola da quel tipo di potere temporale ma, a vedere come andarono i fatti, non c'è proprio nulla di cui essere orgogliosi nella mitica "breccia di Porta Pia", a cui augusti pensieri ancor oggi si levano al suono dell'inno di Mameli.
11 settembre 1870
Era l'11 settembre (da sempre gran brutta data) del 1870, alle cinque del pomeriggio, quando 65.000 soldati piemontesi passano la frontiera tra il Regno d'Italia e quello che resta dello Stato Pontificio.
Dieci anni prima, sempre l'11 settembre, era iniziata l'aggressione alle province pontificie delle Marche e dell'Umbria con l'offensiva di Cialdini su Pesaro. Coincidono volutamente le date e coincidono anche le modalità: aggressione ad uno stato sovrano senza dichiarazione di guerra.
Nessuna guerra è "legale" senza l'atto formale della sua dichiarazione, un documento che denuncia gravi trasgressioni e accuse, che chiede riparazioni e che prevede la soluzione armata qualora non vengano accettate.
L'invasione quindi va dalla storia annoverata tra gli atti di brigantaggio e Vittorio Emanuele II (me ne dispiace assai!) finisce sottobraccio a Saddam Hussein che centovent'anni dopo avanza tra le sabbie del Kuwait. A posteriori si giustificò l'aggressione, motivandola col fatto che gravi disordini erano scoppiati a Roma e nel suo contado per il malcontento della popolazione oppressa dai mercenari papalini.
Peccato però che a Roma fosse tutto tranquillo e che, a parte qualche attentato terroristico ad opera di infiltrati stranieri, in quegli anni la gente continuasse a volere un gran bene e Pio IX e a manifestarglielo in ogni occasione.
Parola di Garibaldi, nel suo "Il governo del monaco" del 1867: tutto il popolo romano, salvo una sparuta minoranza, era clericale! Ci penserà Nino Bixio a fargliela purgare il 20 settembre.
I mercenari papalini
Dai vecchi sussidiari delle elementari in su, l'esercito pontificio è così descritto: mercenari papalini, soldataglia prezzolata arruolata tra la feccia del pianeta, gente che per amor di soldo e saccheggio difendeva il traballante trono di Pio IX e opprimeva il popolo romano, ultimo residuo delle tristi compagnie di ventura del peggior medioevo. Se si guarda con attenzione, si scopre le cose erano all'opposto. Di questi "mercenari", 13.624 per l'esattezza agli ordini del generale Kanzler, 8.300 erano romani e 5.324 volontari stranieri (tra cui una buona parte italiani). Quindi più di un terzo dell'esercito era costituito da sudditi pontifici, volontari pure loro giacché nelle terre del Papa non vi era la coscrizione obbligatoria.
Gli stranieri erano ancor più strani "mercenari", appartenevano per la maggior parte alla nobiltà e alle classi possidenti e si vantavano di militare sotto le insegne pontificie, non solo senza ricevere "soldo alcuno", ma pagando di tasca propria vitto, divisa e armamento.
Eloquente è la vicenda di Giuseppe Sacchetti, fondatore nel 1868 del secondo circolo italiano di Azione Cattolica, quello di Padova, e in seguito grande figura del giornalismo italiano. Dopo aver fatto testamento, parte per Roma nell'agosto del 1870 per arruolarsi nel corpo dei volontari pontifici della riserva; ha venticinque anni. Dalla Città Eterna scrive alla madre tre lettere, rispettivamente il 31 agosto, il 4 e il 24 settembre, dalle quali appare la sua straordinaria fede di giovane disposto al sacrificio supremo per amore di Dio e del Pontefice e, contemporaneamente, ancora sottomesso alla madre, tanto da chiederle il permesso per passare dalla riserva a un corpo attivo e stabile.
La risposta della madre la dice lunga sui sogni della gente italiana su Roma capitale; la donna del Veneto cattolico non ha dubbi e sprona il figlio "a difendere una causa tanto giusta che nobilita l'uomo e lo fa maggiore di sé".
Gli squadriglieri di Viterbo
La provincia di Viterbo da sola fornì all'esercito di Pio IX 2.000 volontari, che organizzati e guidati dal colonnello Azzanesi, un veterano di Castelfidardo, formarono il corpo degli squadriglieri pontifici.
Erano compagnie di contadini, vestiti col loro costume tradizionale, ben addestrati alla guerriglia, perfetti conoscitori del territorio, armati di tutto punto e ben inquadrati; avevano ripulito le province meridionali del Patrimonio di San Pietro dal brigantaggio e soprattutto avevano dato filo da torcere ai diversi tentativi di infiltrazioni garibaldine del decennio 1860-1870.
Azzanesi avrebbe voluto impegnare con i suoi uomini, in un'estenuante guerriglia, l'esercito che, superato il Garigliano, avanzava verso Roma da sud al comando del generale Angioletti, ma Pio IX era stato tassativo: non voleva spargimenti di sangue, ma solo la chiara dimostrazione per il mondo che il Papa cedeva solo davanti alla violenza dell'invasione di un esercito nazionale.
Tra il 12 e il 16 settembre, gli squadriglieri si ritirarono così senza combattere, accolti e aiutati ovunque dalle popolazioni fedeli al Papa-Re, mentre l'esercito piemontese entrava in Viterbo "liberata" acclamato da una folla di dodici "patrioti".
Le mura di Roma
A parte la battaglia di Civita Castellana, dove 3.400 piemontesi, ebbero la meglio sulla disperata resistenza dei 110 zuavi del capitano De Rèsimont, dopo aver cannoneggiato per una mattina il vecchio castello con una pioggia di duecentoquaranta proiettili da 18 bocche da fuoco (i difensori avevano solo i fucili), Cadorna giunse sotto le mura di Roma senza colpo ferire e il 15 settembre pose la città sotto assedio. A parte Trastevere, col suo terreno dominante, Castel Sant'Angelo e le mura bastionate della Città Leonina, nessun'altra zona di Roma poteva pensare ad una difesa prolungata.
La Città era infatti cinta, più che difesa, da Porta del Popolo al Testaccio, da un lungo muro, che per lunghi tratti era ancora quello edificato dall'imperatore Aureliano 1.500 anni prima, senza alcuna piattaforma per posizionare l'artiglieria. Le mura, pensate per difendere Roma in epoche ormai lontane e con altri criteri d'assedio, erano troppo alte per piazzarvi i fucilieri e in alcuni punti così poco spesse per opporre resistenza all'artiglieria.
La breccia di Porta Pia venne aperta in un tratto dove le fortificazioni avevano meno di un metro di spessore.
Il 16 settembre Pio IX, alle cinque del pomeriggio, uscì per l'ultima volta dal palazzo apostolico per recarsi a pregare nella chiesa dell'Aracoeli: una folla immensa lo acclamò ovunque, mentre volontari romani accorrevano sulle mura della Città Leonina per unirsi agli Svizzeri nella difesa della persona del Papa.
La giornata del 19 vide alcune scaramucce attorno alle mura e niente più.
Dopo avere inviato a Kanzler alcuni inviti alla resa, puntualmente respinti, il generale Cadorna aveva deciso di sferrare l'attacco all'alba del giorno successivo per porre fine a quella che diceva essere "la dominazione di truppe straniere che imponevano la loro volontà al Papa e ai Romani".
Nino Bixio "uomo d'onore"
La notte tra il 19 e il 20 settembre passò insonne entro le mura di Roma.
I soldati del Papa si confessarono tutti e ricevettero il viatico e l'unzione.
Erano convinti di morire uno ad uno nella difesa, casa per casa, della Città Santa. La croce rossa fu appuntata sul petto di quegli ultimi crociati e risuonò per le mura il grido di "W Pio IX, W il Papa-Re".
Cadorna aveva pianificato di attaccare Roma lungo tutto il perimetro delle mura, ad eccezione di quelle della Città Leonina, aprire diverse brecce e penetrare in città da più parti per spezzare la difesa degli zuavi. Alle cinque del mattino i cento cannoni italiani aprirono il fuoco martellando le difese.
Sull'altra sponda del Tevere il generale Nino Bixio, eroe dell'impresa dei Mille, aveva posto il suo quartier generale a Villa Pamphili e aveva l'ordine di attaccare Porta San Pancrazio e le mura fortificate di Trastevere. Sicuro che il popoloso quartiere sarebbe insorto e gli avrebbe aperto le porte e informato che il settore era difeso solo da truppe indigene, Bixio aveva inviato emissari per invitare alla diserzione i difensori di Trastevere; pensava che sarebbe toccata a lui la gloria di entrare per primo in Roma "liberata".
Per questo tardò l'ordine di aprire il fuoco di circa un'ora. Non sapeva però che solo tre giorni prima una delegazione di Trastevere era salita dal Pontefice per offrire l'intera popolazione del quartiere come guardia personale di quello che consideravano "il loro Papa".
Iniziato l'attacco, si avvide presto che la resistenza a Trastevere era più decisa che negli altri settori: le mura solide non cedevano, gli abitanti del quartiere erano saliti a difenderle e le sue truppe si trovavano ora tra il tiro incrociato delle mura leonine e di quelle trasteverine. Irritato, tra le otto e le nove, fece dirigere il fuoco di alcuni cannoni sugli edifici all'interno delle mura, devastando case, conventi e ospedali e facendo vittime tra i civili.
Poco prima delle dieci, quando le artiglierie italiane avevano aperto una larga breccia nelle mura di Porta Pia e si stava preparando l'assalto, giunse alla porta un dragone a cavallo con l'ordine di resa da parte di Pio IX: il Papa non voleva uno spargimento di sangue.
Alle dieci e dieci minuti la battaglia per Roma era finita.
Anche sulle mura di Trastevere venne issata la bandiera bianca, ma le batterie di Nino Bixio continuarono a bombardare il quartiere ancora per mezz'ora.
Anche dieci anni prima, ad Ancona, i cannoni di Cialdini e Fanti avevano continuato a sparare per molte ore sulla città, rea di essersi arresa all'ammiraglio Persano.
La gioia dei Romani liberati
I Romani si chiusero in casa e sbarrarono porte e finestre, appendendo drappi neri alle finestre in segno di lutto. Alcuni portoni di case nobiliari non riaprirono i loro battenti che nel 1929, all'indomani della "Conciliazione".
Cinquemila facinorosi, autoproclamatisi "esuli romani", erano al seguito dell'esercito ed entrarono subito in città, inneggiando a Vittorio Emanuele e all'unità d'Italia, mentre nel pomeriggio treni speciali portarono a Roma nuova gente a far gazzarra, al punto che "La Nazione", giornale liberale di Firenze, poté scrivere: "Roma è stata consegnata come res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane. Si potrebbe pensare che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia". I disordini continuarono per giorni in Roma finalmente "liberata".

(Don Maurizio CERIANI )

tratto da: Il Popolo, (settimanale della diocesi di Tortona), 6.10.2005

Pio IX - il "Parroco di Campagna".













Pio IX, nonostante fosse Pontefice, amava definirsi un "Parroco di Campagna". La sua vita privata infatti si svolgeva come quella di un semplice sacerdote e non come quella di un monarca. Si alzava alle cinque e trenta del mattino, per un'ora rimaneva nella sua camera in preghiera su un inginocchiatoio di fronte ad un crocifisso. Celebrava la Messa molto profondamente e poi assisteva ad un'altra di ringraziamento, durante la quale recitava le ore canoniche e le preghiere di pietà con un libretto appartenuto alla madre. Dai tempi del Collegio degli Scolopi amava pregare la "corona delle Dodici Stelle" una preghiera composta da san Giuseppe Calasanzio in cui si ritiene Maria preservata dal peccato originale.

Dopo le preghiere si dedica alle udienze concesse sia agli uomini importanti sia ai semplici fedeli. Due aneddoti sulle udienze sono veramente particolari: una ricca vedova francese inginocchiata di fronte al papa gli chiese Santità, non mi alzerò da quì fino a quando non mi abbiate detto che cosa posso offrirvi. Volete il mio palazzo a Parigi o quello nel Delfinato? Papa Mastai rispose: Alzatevi, perché rischiate di rimanere inginocchiata fino al giorno del Giudizio; quello che vorrei non me lo potete dare: io avrei bisogno di un paio di gambe nuove!. Durante un'altra udienza, lo andò a trovare un vecchio pescatore di Senigallia, l'amico Fagiulin, e gli portò in dono un cesto di pesce. Papa Mastai ridendo, rispose in dialetto Sei sminchiunat com sempr! Cioè sei sempre scherzoso. Ogni giovedì riceveva, inoltre, petizioni da chiunque e ogni 14 del mese riceveva, in pubblica udienza, tutti. Alle due termina le udienze e si reca a pranzo. Per suo desiderio non vuole che si consumino più di cinquemila lire al giorno per i pasti. Secondo un'abitudine imparata dalla madre si serve di frutta sempre dopo gli altri.

Dopo pranzo amava fare passeggiate o andare in carrozza per la città. Sono innumerevoli gli anedotti sulla bontà con cui Pio IX trattava il suo popolo durante le passeggiate. Una volta incontrò una processione eucaristica per un moribondo; scese dalla carrozza, si unisce al corteo portando un cero preso ad un chirichetto e amministra lui stesso al moribondo il Santo Viatico. Tornato in Quirinale scrive e poi recita il Vespro: Un altro fatto particolare si ricorda legato alla recita della Breviario. Incontrando un sacerdote che si lamentava di non poter recitare l'Ufficio a causa della sua parrocchia di duemila anime, Pio IX rispose scherzosamente che lui aveva una "parrocchia" più numerosa, ma gli veniva in tempo di recitare le sue preghiere. Dopo la cena riceveva il suo confessore e si ritirava nella cappella privata a pregare dinanzi al tabernacolo. Ricordava spesso l'importanza di pregare Gesù Eucaristico, al quale si poteva confidare tutto.


Papa Paolo VI, ripercorrendo il magistero del suo predecessore, evidenziò alcuni punti ritenuti da lui importanti su Pio IX:
Fu anzitutto uomo di Dio e di preghiera. Egli stesso fra i suoi propositi di sacerdote appena consacrato mise: «Pregare Iddio moltissimo onde insegni la scienza delle sue strade per adempiere alla sua volontà». Amava stare tra la gente ed elargì numerose elemosine, promosse iniziative benefiche, come la fondazione di asili, di ricoveri per anziani, poveri e indigenti. Uomo di pietà, che elesse patrono della Chiesa universale, l'8 dicembre 1867, san Giuseppe, visto come il capo della rinnovata Sacra Famiglia formata da tutti i figli e tutte le figlie della Chiesa.
Fu anche un Papa che si prodigò moltissimo per la riforma del clero con una capillare azione pastorale. Con l'aiuto dei vescovi diocesani, fece molto e con successo per ristabilire la gerarchia cattolica e seppe suscitare una nascita senza precedenti di società e associazioni sacerdotali per aiutare e sostenere la vita spirituale e lo zelo pastorale.
Sentì anche l'urgenza di rinnovare la vita religiosa, con la ripresa degli Ordini e delle Congregazioni religiose, che con lui conoscono uno sviluppo senza precedenti. Fondò numerosi istituti maschili e femminili dedicati soprattutto all'apostolato presso i poveri, all'insegnamento e le missioni. Dai Salesiani di don Bosco ai Missionari di Scheut del padre Verbist, dai padri Bianchi alle suore Bianche del cardinale Lavigerie, dai padri di Mill Hill del cardinale Vaughan ai comboniani di Verona. Pio IX affermò: «Nelle Corporazioni Religiose la Chiesa trova aiuto, appoggio e sostegno in ogni maniera. In esse la Chiesa trova missionari da spingere nei più lontani e selvaggi punti del globo, predicatori per annunziare la divina parola, amministratori dei sacramenti».
Incoraggiò una fecondissima stagione missionaria con un'azione evangelizzatrice della Chiesa veramente senza precedenti. Missionari si recarono in ogni parte del mondo dall'America all'Asia, dall'Africa all'Australia. Dal 1846 al 1878 furono erette 206 nuove diocesi e vicariati apostolici.
Incoraggiò l'unità dei cristiani, erigendo nel 1862 una Congregazione per i cattolici orientali e lanciando i suoi appelli alle Chiese di oriente e di occidente separate da Roma. Fu un movimento ecumenico ante litteram, che preparò la Chiesa al moderno dialogo ecumenico.
Svolse un ruolo fondamentale nella storia della Chiesa e della teologia: l'Immacolata Concezione ed il Concilio Vaticano I sono eventi di enorme portata per la storia della Chiesa. Paolo VI afferma sui pronunciamenti del Concilio Vaticano I: «...sono come fari luminosi nel secolare sviluppo della teologia, e come altrettanti punti fermi nel turbine dei movimenti ideologici che caratterizzarono la storia del pensiero moderno, e posero i presupposti di un dinamismo di studi e opere, di pensiero e di azione, che doveva culminare, nella nostra epoca, nel Vaticano Il che espressamente si è richiamato al Vaticano I».
La Costituzione Pastor Aeternus e il dogma della infallibilità pontificia sono considerati, da papa Paolo VI e da molti teologi novecenteschi, l'architrave della moderna costruzione ecclesiologica e i precursori della costituzione apostolica Lumen Gentium, la «magna charta» del Concilio Vaticano II.


Encicliche:

I Qui pluribus - 9 novembre 1846
II Praedecessores nostros - 25 marzo 1847
III Ubi primum - 17 giugno 1847
IV In Suprema Petri sede - 6 gennaio 1848
V Ubi primum - 2 febbraio 1849
VI Noscitis et nobiscum - 8 dicembre 1849
VII Exultavit Cor Nostrum - 21 novembre 1851
VIII Ex Aliis Nostris - 21 novembre 1851
IX Nemo certe ignorat - 25 marzo 1852
X Probe Noscitis - 17 maggio 1852
XI Inter multiplices - 21 marzo 1853
XII Neminem Vestrum - 2 febbraio 1854
XIII Optime noscitis - 20 marzo 1854
XIV Apostolicae Nostrae - 1 agosto 1854
XV Optime noscitis - 5 novembre 1855
XVI Singulari quidem - 17 marzo 1856
XVII Cum Nuper - 20 gennaio 1858
XVIII Amantissimi Redemptoris - 3 maggio 1858
XIX Cum Sancta Mater - 27 aprile 1859
XX Qui Nuper - 18 giugno 1859
XXI Nullis Certe Verbis - 19 gennaio 1860
XXII Amantissimus humani generis - 8 aprile 1862
XXIII Quanto conficiamur - 10 agosto 1863
XXIV Incredibili afflictamur - 17 settembre 1863
XXV Ubi urbaniano - 30 luglio 1864
XXVI Maximae quidem - 18 agosto 1864
XXVII Quanta cura - 8 dicembre 1864
XXVIII Levate - 27 ottobre 1867
XXIX Respicientes ea - 1 novembre 1870
XXX Dei Filius - 24 aprile 1870
XXL Exortae in ista - 20 aprile 1876
XXLI Quae in patriarchatu - 1 settembre 1876

Beato Michele Sopocko - Apostolo della Divina Misericordia

sabato 27 settembre 2008

Beatificazione di Don Michele Sopocko



Domani 28 settembre 2008, sarà proclamato Beato padre Michał Sopoćko, confessore di Santa Faustina Kowalska e promotore del culto Divina Misericordia


Sarà proclamato Beato, domani, il sacerdote polacco Michał Sopoćko, confessore di Santa Faustina Kowalska e promotore del culto Divina Misericordia. La celebrazione eucaristica, che si terrà nella piazza antistante la chiesa della Divina Misericordia a Białystok sarà presieduta dall’arcivescovo della città polacca, mons. Edward Ozorowski. La formula di beatificazione è affidata all’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, rappresentante del Santo Padre. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Nella storia dell’umanità e della fede è stata lunga la via che ha portato a presentare Dio come Padre di Misericordia. E’ stato un percorso illuminato soprattutto da Santa Faustina Kowalska e da tanti altri che hanno seguito i suoi insegnamenti. Tra questi, c’è il confessore di suor Faustina, padre Michał Sopoćko, sulla cui figura si sofferma mons. Krysztof Nitkiewicz, sottosegretario alla Congregazione per le Chiese orientali e postulatore del processo di beatificazione del sacerdote polacco:

E’ stato un sacerdote pio e zelante, esperto formatore dei seminaristi; è stato padre spirituale, docente sia nel seminario, sia nell’università. E’ conosciuto, soprattutto, come confessore spirituale di Santa Faustina Kowalska. Per primo, ha creduto nelle sue visioni riguardanti il culto della Divina Misericordia e poi ha dato un importantissimo contributo alla diffusione di tale culto”.

Durante il periodo in cui Santa Faustina Kowalska soggiornava a Vilnius, tra il 1933 ed il 1936, padre Michał Sopoćko fu infatti per lei un aiuto insostituibile nel discernimento delle esperienze e delle visioni interiori. Fu proprio lui a suggerirle di scrivere il diario nel quale suor Faustina sottolinea con queste parole lo straordinario contributo del sacerdote nella realizzazione delle richieste del Signore Gesù:

Vedendo la sua dedizione per questa causa, ammiravo la sua pazienza ed umiltà. Vedo che la Divina Provvidenza lo aveva preparato a compiere quest’opera della Misericordia, ancora prima che io pregassi Dio per questo”.

La vita di Santa Faustina Kowalska – ha scritto padre Michał Sopoćko tracciando la biografia della suora - è stata scandita da una profonda e straordinaria unione con Dio: tramite lei - aggiunge il sacerdote - “il Signore manda al mondo il grande messaggio della Misericordia Divina e mostra un esempio di perfezione cristiana fondata sulla fiducia in Dio e sull’atteggiamento misericordioso verso il prossimo”. Un messaggio che oggi si riverbera nel mondo seguendo vie tracciate anche da padre Michał Sopoćko. E’ quanto sottolinea mons. Krysztof Nitkiewicz:

“Ha poi fondato sempre sulla scia della Divina Misericordia la Congregazione delle suore di Gesù misericordioso e l’istituto secolare della Divina Misericordia. Il cardinale Karol Wojtyła, arcivescovo di Cracovia, futuro Papa Giovanni Paolo II, conosceva di persona don Sopoćko, conosceva ed apprezzava il suo operato”.

Una visibile sintesi degli elementi essenziali della devozione della Divina Misericordia è riprodotta nell’immagine di Gesù misericordioso. Il quadro è opera di un artista polacco, Eugeniusz Kazimirowski, al quale padre Michał Sopoćko ha affidato il compito di ritrarre l’immagine così descritta nel suo diario da suor Faustina:

“Vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste. Dopo un istante, Gesù mi disse: Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te”.

L’immagine ricorda l’essenziale dovere cristiano, cioè l’attiva carità verso il prossimo, rinsaldando l’unione tra l’orazione fiduciosa e la pratica di atti di misericordia. L’istituzione della festa della Divina Misericordia, la prima domenica dopo Pasqua, è stato poi un altro degli obiettivi prioritari della vita di padre Michał Sopoćko. L’incrollabile fiducia nel Signore, preziosa eredità lasciata dal sacerdote, risplende anche oggi nelle sue parole:

La Misericordia Divina è infinita, non la esaurirà né il numero, né la pesantezza dei peccati; non la può limitare la vigliaccheria, la perfidia, la debolezza umana. E’ come un oceano di cui non si riesce a vedere l’altra sponda. Chi ha fiducia nella Divina Misericordia non perirà mai”.

Padre Michał Sopoćko è morto il 15 febbraio del 1975, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica di San Faustino, quasi a ricordare che la sua vita, tracciata sulle orme di Santa Faustina Kowalska, è indissolubilmente legata alla Divina Misericordia.
(radio Vaticana)

venerdì 26 settembre 2008

Dies Irae - G.Verdi




"Dies irae, dies illa,

solvet saeculum in favilla,

teste David cum Sibylla.

Quantus tremor est futurus,

quando judex est venturus,

cuncta stricte discussurus.."

mercoledì 24 settembre 2008

Legge 194 “peggio del terrorismo”






A distanza di trent’anni dalla sua approvazione — avvenuta il 18 maggio del 1978 — qual è il giudizio del mondo cattolico sulla legge 194? È una buona legge, che e stata semplicemente applicata male? I 5 milioni di innocenti eliminati fino ad oggi sono frutto di un tragico equivoco interpretativo? O sono piuttosto la conseguenza logica e inevitabile di quelle norme?

La Chiesa ha già risposto con assoluta chiarezza a questi interrogativi. E lo ha fatto senza esitazione, nelle stesse ore in cui quel testo sciagurato veniva messo ai voti e approvato al Parlamento italiano. Gioverà in questi giorni ricordare — magari a beneficio di certi accomodanti interpreti della legge 194 — quello che scriveva La Civiltà cattolica in quel maggio del 1978. Sul numero 3070 della storica rivista del Gesuiti — le cui bozze sono tradizionalmente visionate prima della stampa dalla Santa Sede — si può ancora leggere un illuminante editoriale di dieci pagine dal titolo “I cristiani di fronte alla legalizzazione dell’aborto”. Parole pesanti come pietre, pronunciate senza peli sulla lingua, che meritano di essere riassunte a beneficio dei lettori del Timone. La 194 liberalizza l’abortoLa legge 194 «legalizza l’aborto, anzi lo liberalizza, perché di vera e propria liberalizzazione si tratta, potendo ogni donna praticamente abortire a richiesta nei primi tre mesi di gravidanza». Quanto avviene al Senato in questi giorni — prosegue La Civiltà cattolica — «è più grave della terribile e sconvolgente vicenda dell’onorevole Aldo Moro» e di «quanto avvenne il 16 marzo in via Fani», luogo dove fu sterminata la scorta dello statista democristiano. «Qui fu commesso un delitto orrendo, ma non fu intaccato il principio del diritto alla vita e alla libertà in base al quale quel delitto è stato unanimemente condannato». Nel Parlamento, invece, «per la prima volta nella storia del Paese viene intaccato il principio del diritto alla vita, cioè il principio fondamentale sul quale si regge non solo Ia vita sociale, ma anche l’ordinamento giuridico italiano». Vittime innocenti dell’egoismo. Con la 194, lo Stato «riconosce ad alcuni il diritto di disporre della vita di altri secondo i propri interessi egoistici», mettendo addirittura a disposizione le sue strutture e il suo personale. Si tratta di una discriminazione iniqua perché le vittime «non hanno compiuto nulla che possa aver loro meritato una simile privazione» del diritto alla vita, e non costituiscono un pericolo o una minaccia grave per la vita di altre persone; essi sono privati del diritto alla vita «perché più deboli» e perché «non possono farsi sentire».Il sovvertimento dell’ordinamento giuridico. La 194 — prosegue La Civiltà cattolica — contiene due scelte inaccettabili. Da un lato, con questa discriminazione nei confronti dei nascituri lo Stato «abdica alla sua funzione, che è quella di far prevalere gli interessi di tutti sugli interessi particolari ed egoistici». In secondo luogo, «rinunciando a difendere la vita dei più deboli di fronte all’arbitrio dei più forti» lo Stato «consacra il diritto del più forte», sovvertendo e capovolgendo cosi l’ordinamento giuridico. Secondo la rivista dei Gesuiti, la legge sull’aborto è incostituzionale, come avrà modo si spiegare il grande giurista Padre Salvatore Lener in un lungo studio apparso sul numero di novembre del 1978. La confutazione delle tesi degli abortisti. Gli abortisti hanno dichiarato che con questa legge si proponevano tre obiettivi: la lotta all’aborto; l’eliminazione della piaga degli aborti clandestini; la socializzazione del problema. «Ora — risponde La Civiltà cattolica — tenendo presente quanto è avvenuto in questi anni nei Paesi in cui l’aborto è stato legalizzato, si può prevedere che nessuno di questi obiettivi sarà raggiunto». Ecco le ragioni addotte testualmente dalla rivista dei gesuiti:

a. l’aborto si combatte non permettendolo o facilitandolo, ma prevenendolo, dissuadendolo e reprimendolo; se manca la sanzione penale «saranno indotte ad abortire anche quelle donne che per timore della sanzione vi avrebbero rinunciato»;

b. una legge che legalizza l’aborto crea e diffonde una mentalità abortista, e crea l’opinione che l’uccisione del feto sia un atto moralmente lecito in quanto legale;

c. in molti casi non e la donna che vuole l’aborto, ma persone attorno a lei: «la legge approvata al Parlamento non rende più libera la donna, ma anzi la rende più facilmente soggetta al ricatto di coloro che vogliono imporle qualcosa che le ripugna»; «Tutti questi motivi spiegano perché in tutti gli Stati in cui l’aborto è stato legalizzato il numero delle gravidanze interrotte è globalmente cresciuto». I cattolici di fronte a una legge iniquaLa Civiltà cattolica certifica che la 194 «è una legge iniqua»:

a. sia sotto il profilo religioso ed etico, perché contraddice un preciso comandamento di Dio, padrone della vita e difensore degli innocenti;

b. sia sotto il profilo umano e civile, perché il diritto alla vita è assoluto e intangibile, né lo Stato né altre persone possono disporne a piacimento, specialmente se si tratta di esseri umani innocenti. Di qui l’obbligo per i cristiani di opporre «obiezione di coscienza», rifiutando di collaborare all’attuazione e all’applicazione di questa legge, con queste precise conseguenze:c. gli ospedali cattolici dovranno notificare pubblicamente che in essi non si praticano gli aborti, neppure nelle condizioni previste dalla legge;

d. i medici e gli ausiliari cattolici non dovranno partecipare alle procedure di autorizzazione dell’aborto né all’atto chirurgico abortivo. Un giudizio senza sconti: “no al diritto di aborto”Il lungo editoriale, firmato “La Civiltà cattolica”, si conclude auspicando che l’aborto venga combattuto anche sul piano educativo — nella famiglia e nella scuola — per contrastare l’ideologia veicolata dai mass media; e si plaude all’azione del Movimento per la Vita e dei Centri di aiuto alla vita.

Come si vede, le parole della rivista dei Gesuiti sono senza sconti: sottolineano l’importanza dell’azione educativa e culturale, ma solo dopo aver denunciato con assoluta durezza la legge 194. In quello stesso anno La Civiltà cattolica tornerà sull’argomento numerose volte, e sempre per ribadire — sono parole di Sabvatore Lener sul numero 3082 — che «con una tortuosa normativa la 194 instaura un sistema di totale liberalizzazione dell’aborto», al punto che «quella italiana è la peggiore delle leggi sinora emanate sull’aborto».Davvero difficile pensare che la 194, a distanza di trent’anni, si sia trasformata — come certi vini da invecchiamento — in una “buona legge, fra le migliori al mondo nel suo genere”.




La Civiltà Cattolica“La Civiltà Cattolica” fu fondata nel 1820 per volontà di Pio IX. È prodotta da un “collegio di scrittori”, tutti gesuiti, che vivono a Roma in comunità. Ogni suo fascicolo, prima di essere stampato, passa per il controllo della Santa Sede. Quando le bozze di un nuovo fascicolo sono pronte, esse vengono recapitate in Vaticano in dodici copie: una per il Papa, una per il Segretario di Stati e le altre per gli uffici di curia competenti. Il lunedì che precede il primo e il terzo sabato del mese il direttore della “Civiltà Cattolica” si reca in segreteria di stato. E lì gli vengono dati tre gradi di indicazioni, relativi alle bozze prese in esame. Le indicazioni di grado A non si discutono. Sono ordini tassativi. Le indicazioni di grado B sono discusse nel corso della stessa udienza. Le indicazioni di grado C sono lasciate al giudizio del direttore della rivista. “La Civiltà Cattolica” non è quindi un organo ufficiale della Santa Sede. Ma è noto che ciò che essa pubblica non è in contrasto con gli indirizzi della Chiesa sui vari problemi.

Contro il Trattato di Lisbona




Ennesimo attacco alla Famiglia da parte di esponenti del Governo


Roma, 8 Settembre 2008
Natività della Beata Vergine Maria

Oggi dalle ore 13 alle ore 15 alcuni esponenti di ITALIA CRISTIANA insieme agli amici del “Movimento con Cristo per la Vita” hanno manifestato davanti a Montecitorio contro la ratifica del Trattato di Lisbona da parte del Parlamento italiano.
Il 31 Luglio la Camera ha approvato all’unanimità in via definitiva il disegno di legge, già approvato dal Senato (23 Luglio u.s.), di ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona, hanno atteso l’estate, quando molti italiani sono in vacanza.
Centro-destra e centro-sinistra si scontrano ideologicamente per ogni cosa, ma stranamente quando si tratta di sostenere il Trattato di Lisbona, voluto dalla massoneria per scardinare il Cristianesimo dall’Europa, votano uniti e compatti.
Il Trattato di Lisbona dà forza giuridica obbligatoria alla Carta dei Diritti fondamentali di Nizza, varata il 7 dicembre 2000. Nella Carta di Nizza, che S.S. Giovanni Paolo II condannò pochi giorni dopo la sua promulgazione, non c'è solo l’ abiura formale delle radici cristiane della nostra Europa, ma nell'articolo 21, per la prima volta in un atto giuridico internazionale, “la tendenza sessuale" è riconosciuta come principio di non-discriminazione, mentre due altri articoli del Trattato di Lisbona, il 10 e il 19 (ex16e), ribadiscono lo stesso principio. Questi articoli sostanzialmente sostengono giuridicamente la cosiddetta teoria del gender, che distingue il sesso fisico-biologico dalla tendenza sessuale o "identità di genere". La sessualità, in questo modo, diventa non un dato di natura, ma una scelta "culturale", puramente soggettiva. L'art. 9 della Carta dei diritti di Nizza scinde inoltre il concetto di famiglia da quello di matrimonio tra un uomo e una donna, aprendo la porta alle unioni omosessuali e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali.
Sostanzialmente il Trattato di Lisbona è uguale al precedente Trattato sull’Unione europea, già bocciato da due referendum in Francia e Paesi Bassi. L’attuale Trattato è stato bocciato da un referendum in Irlanda, questo arresterebbe la sua corsa, ma c’è già chi sostiene, pur di promulgare questo trattato liberticida, che sarebbe solamente la cattolica Irlanda a rimanere fuori dall’Unione Europea.
In Italia dove non decide mai il popolo, ma dove governano poteri forti e occulti, non è stato fatto nessun referendum popolare per ratificare il Trattato.
Lo abbiamo sostenuto più volte che né il centro-destra né il centro-sinistra difendono i nostri principi di vita cristiani, al contrario di quello che affermano alcuni, questa è l’ennesima conferma che nessuno dei signori seduti in questo Parlamento ci rappresenti. Non c’è grande differenza tra destra e sinistra, nei valori e nelle persone che passano da uno schieramento all’altro senza grandi problemi, l’importante è avere una “poltrona” comoda e ricca di privilegi.
Leggiamo oggi sui quotidiani che esponenti di questo Governo, i ministri Rotondi e Brunetta, che governano anche grazie ai voti di alcuni cattolici (illusi e ingannati), stanno per presentare una proposta di legge in difesa delle coppie di fatto e omosessuali, crediamo che questo sia un atto gravissimo e l’ennesimo attacco alla famiglia. Ribadiamo il nostro rifiuto a questo governo liberale e annunciamo di scendere in piazza a manifestare in difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna se questa scellerata proposta di legge andrà avanti.

Presidente di ITALIA CRISTIANA
Fabrizio Verduchi
http://www.italiacristiana.it/index1.htm

martedì 23 settembre 2008

23 Settembre San Pio da Pietrelcina




(dalla Messa della Canonizzazione)

Dio onnipotente ed eterno, con grazia singolare hai concesso al sacerdote san Pio di partecipare alla croce del tuo Figlio, e per mezzo del suo ministero hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia, concedi a noi, per sua intercessione, che uniti costantemente alla passione di Cristo possiamo giungere felicemente alla gloria della risurrezione.Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

venerdì 19 settembre 2008

Motu Proprio - faticoso cammino

Il Vaticano accusa i vescovi: boicottano il rito antico

di Andrea Tornielli
Roma

«In Italia la maggioranza dei vescovi» hanno posto ostacoli all’applicazione del motu proprio di Benedetto XVI che nel 2007 ha liberalizzato l’uso dell’antico messale preconciliare. È un’affermazione forte e destinata a far discutere quella pronunciata ieri da monsignor Camille Perl, segretario della Pontificia commissione «Ecclesia Dei», il «ministero» vaticano per i tradizionalisti.Perl è intervenuto a Roma ad un convegno intitolato «Il motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI. Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa un anno dopo», organizzato dall’associazione «Giovani e tradizione». «In Italia – ha detto il prelato – la maggioranza dei vescovi, con poche ammirevoli eccezioni, ha posto ostacoli all’applicazione del motu proprio sulla messa in latino. Lo stesso bisogna dire di molti superiori generali che vietano ai loro sacerdoti di celebrare la messa secondo il rito antico». Monsignor Perl ha fornito un quadro non proprio roseo della situazione anche in altri Paesi, ricordando che «in Germania, ad esempio, la Conferenza episcopale ha pubblicato delle direttive molto burocratiche che rendono di difficile applicazione il motu proprio», mentre in Francia «vi sono luci e ombre». Ma considerare l’Italia, il Paese del quale il Papa è primate, come una nazione nella quale i vescovi hanno ostacolato la decisione papale rappresenta un giudizio pesante sulle labbra del numero due della commissione vaticana. Come si ricorderà, Benedetto XVI, rendendo possibile l’uso dell’antico messale a gruppi di fedeli stabili che ne avessero fatto richiesta al parroco, aveva inteso compiere un atto di riconciliazione, aprendo le braccia ai fedeli tradizionalisti e indicando la possibilità di un arricchimento reciproco tra il rito antico e quello rinnovato dopo il Concilio. Sull’aereo che lo portava in Francia, Papa Ratzinger aveva spiegato che il suo era stato un atto «di tolleranza e di amore» verso le persone attaccate all’antica liturgia, senza che questo significasse in alcun modo tornare indietro. Aveva ribadito che i tradizionalisti sono un piccolo gruppo e che quella post-conciliare rimaneva la liturgia ordinaria. Ma al convegno sul motu proprio, che ha visto anche la partecipazione di don Nicola Bux, teologo ed esperto di liturgia, è intervenuto anche il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia commissione «Ecclesia Dei». Il quale ha criticato l’«insaziabilità» di certi tradizionalisti, raccontando che alcuni di loro avevano chiesto di dedicare Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali, esclusivamente al rito antico. Castrillón ha anche spiegato che coloro che parlano di «vittoria» quando il Papa dà la comunione ai fedeli in ginocchio, tornando cioè a una modalità più tradizionale, sbagliano e non aiutano il progetto di Benedetto XVI. Il cardinale ha anche osservato che alcuni tradizionalisti nelle loro richieste e nella loro battaglia sono spinti più dalla ricerca «del potere che dall’amore».

© Copyright Il Giornale, 17 settembre 2008

Pio XII - “Ha salvato più ebrei di ogni altro”.



La Comunità giudaica americana difende Pio XII: “Ha salvato più ebrei di ogni altro”.


Pubblichiamo la traduzione italiana del discorso rivolto da Benedetto XVI ai partecipanti al simposio su Pio XII organizzato dalla Pave the Way Foundation. Il Papa li ha ricevuti nella mattina di giovedì 18 settembre, nella sala degli Svizzeri a Castel Gandolfo.

Stimato Signor Krupp, Gentili Signore e Signori, è per me un vero piacere incontrarvi al termine dell'importante simposio promosso dalla Pave the Way Foundation, che ha visto la partecipazione di eminenti studiosi per riflettere insieme sull'opera generosa compiuta dal mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, durante il difficile periodo del secolo scorso, che ruota attorno al secondo conflitto mondiale. A ciascuno di voi rivolgo il mio più cordiale benvenuto. Saluto in modo particolare il Sig. Gary Krupp, Presidente della Fondazione, e gli sono grato per i sentimenti espressi a nome di tutti i presenti. Gli sono inoltre riconoscente per le informazioni che mi ha dato su come si sono svolti i vostri lavori in questo vostro simposio, in cui avete analizzato senza preconcetti gli eventi della storia, unicamente preoccupati di ricercare la verità. Il mio saluto si estende a quanti si sono a voi uniti in questa vostra visita, e colgo volentieri l'occasione per inviare il mio cordiale pensiero ai vostri familiari e alle persone a voi care. Durante questi giorni la vostra attenzione si è rivolta alla figura e all'infaticabile azione pastorale e umanitaria di Pio XII, Pastor Angelicus. È passato mezzo secolo dal suo pio transito, avvenuto qui, a Castel Gandolfo nelle prime ore del 9 ottobre 1958, dopo una malattia che ne ridusse gradualmente il vigore fisico. Questo anniversario costituisce una importante opportunità per approfondirne la conoscenza, per meditarne il ricco insegnamento e per analizzare compiutamente il suo operato.
Tanto si è scritto e detto di lui in questi cinque decenni e non sempre sono stati posti nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale. Scopo del vostro simposio è proprio quello di colmare alcune di tali lacune, conducendo una attenta e documentata analisi su molti suoi interventi, soprattutto su quelli a favore degli ebrei che in quegli anni venivano colpiti ovunque in Europa, in ossequio al disegno criminoso di chi voleva eliminarli dalla faccia della terra.
Quando ci si accosta senza pregiudizi ideologici alla nobile figura di questo Papa, oltre ad essere colpiti dal suo alto profilo umano e spirituale, si rimane conquistati dall'esemplarità della sua vita e dalla straordinaria ricchezza del suo insegnamento.
Si apprezza la saggezza umana e la tensione pastorale che lo hanno guidato nel suo lungo ministero e in modo particolare nell'organizzazione degli aiuti al popolo ebraico. Grazie a un vasto materiale documentario da voi raccolto, arricchito da molteplici e autorevoli testimonianze, il vostro simposio offre alla pubblica opinione la possibilità di conoscere meglio e più compiutamente ciò che Pio XII ha promosso e compiuto a favore degli ebrei perseguitati dai regimi nazista e fascista. Si apprende allora che non risparmiò sforzi, ovunque fosse possibile, per intervenire direttamente oppure attraverso istruzioni impartite a singoli o ad istituzioni della Chiesa cattolica in loro favore.
Nei lavori del vostro convegno sono stati anche evidenziati i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei.
Questa sua coraggiosa e paterna dedizione è stata del resto riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro.
Basta ricordare l'incontro che Pio XII ebbe, il 29 novembre del 1945, con gli 80 delegati dei campi di concentramento tedeschi, i quali in una speciale udienza loro concessa in Vaticano, vollero ringraziarlo personalmente per la generosità dal Papa dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo.
Gentili Signore e Signori, grazie per questa vostra visita e per il lavoro di ricerca che state compiendo. Grazie alla Pave the Way Foundation per la costante azione che dispiega nel favorire i rapporti e il dialogo tra le varie Religioni, in modo che esse offrano una testimonianza di pace, di carità e di riconciliazione. È mio vivo auspicio infine che quest'anno, che ci ricorda il 50° della morte di questo mio venerato Predecessore, offra l'opportunità di promuovere studi più approfonditi sui vari aspetti della sua persona e della sua attività, per giungere insieme a conoscere la verità storica, superando così ogni restante pregiudizio. Con tali sentimenti invoco sulle vostre persone e sui lavori del vostro simposio la benedizione di Dio.
(©L'Osservatore Romano - 19 settembre 2008)

martedì 16 settembre 2008

Nessuno è indifferente per Dio



I simboli di un santuario (l'acqua, la luce, la roccia) che attira ormai ogni anno oltre sei milioni di pellegrini. Quest'anno, poi, per i 150 anni delle apparizioni della Madonna a Bernadette, i pellegrini supereranno abbondantemente gli otto milioni.
«Noi dell'Unitalsi - dice Antonio Diella , presidente della più grande associazione europea di trasporto ed assistenza dei malati nei santuari mariani - abbiamo superato quota centomila. Un buon 40% in più e, spesso, non siamo riusciti a far fronte a tutte le richieste. Pellegrinaggi di gruppo - prosegue Diella - e persino individuali. La motivazione è sempre la stessa: è la ricerca di senso da dare alla propria vita. Attraverso Maria ci si incammina, magari con un po' di fatica sui sentieri di Dio».
Fra i pellegrini più illustri ecco Benedetto XVI. Si sottopone, all'arrivo, alle tappe del pellegrinaggio giubilare: la chiesa parrocchiale dove Bernadette è stata battezzata; il "cachot", la casa miserabile dove ha vissuto; la Grotta di Massabielle delle 18 apparizioni; l'antica cappella dove Bernadette ha ricevuto la prima comunione. Joseph Ratzinger beve l'acqua della Grotta, lascia l'impronta del suo passaggio tra una stradina e l'altra di Lourdes; partecipa sotto la pioggia battente alla processione "aux flambeaux" e, questa mattina, prima di partire per Roma, dirà messa per i malati e impartirà il sacramento dell'Unzione degli Infermi.
Nemmeno Giovanni Paolo II, il "Papa di Maria" per eccellenza, era stato così tanto in un santuario mariano. È come se il grande teologo, il catechista del mondo, il Padre della Chiesa del XXI secolo facesse venire alla luce una dimensione, fino all'altro ieri, nascosta: la devozione a Maria; la pratica del rosario; una fede semplice e sorgiva incarnata nella preghiera, nella penitenza e nella conversione. La mariologia, dopo essere stata relegata a spiritualismo di serie B, torna ad avere uno statuto proprio all'interno della teologia. La devozione a Maria, anzi, è una formidabile occasione di pastorale e di evangelizzazione. Si svuoteranno le chiese, non certo i santuari che sempre più sembrano diventare, in una società secolarizzata, le fortezze invincibili della fede.
A Lourdes accolgono il Papa oltre duecentomila fedeli. Stupisce scoprire che una buona percentuale sono giovani e sono francesi. Sono entusiasti del Papa bavarese e lo seguono con un trasporto e un affetto inaspettati. E tutto ciò accade nella patria di Voltaire, in una Francia che si interroga sulla capacità di attrazione di un intellettuale come Papa Ratzinger. Le aperture dei giornali e dei tg sono tutte per lui, su di un Papa che, smarcandosi dalle dispute, un po' aride, sul rapporto fra religione e Stato, fede e laicità, rivendica il contributo che il cristianesimo può dare alla Francia e, indirettamente, al continente europeo.
Dunque, dalle discussioni rarefatte e iniziatiche di Parigi, alla "full immersion" nella pietà popolare di Lourdes, la città di Maria. «La vocazione primaria del santuario di Lourdes - spiega Benedetto XVI durante la Messa celebrativa delle apparizioni - è di essere un luogo di incontro con Dio nella preghiera e un luogo di incontro e di servizio ai fratelli, soprattutto per l'accoglienza dei malati, dei poveri, dei sofferenti».
Con la Vergine Maria «non ci sente mai soli» e anzi tutto si scopre che «nessuno è indifferente per Dio». Maria ci invita a «vivere come lei in una speranza invincibile, rifiutando di ascoltare coloro che pretendono di insegnarci che noi siamo prigionieri del fato». Il Papa mariano che apre il suo cuore, che ha accenti tenerissimi verso Bernadette, che si sente pellegrino fra i pellegrini, riprende il ruolo di maestro di dottrina nell'incontro con l'episcopato francese. Un incontro importante in un momento di revisione critica della presenza della Chiesa nella società transalpina. Quattro i temi di fondo affrontati: le critiche rivolte al "Motu proprio", Summorum Pontificum che ha introdotto la messa in latino secondo il canone di San Pio V.
«Misuro le difficoltà che incontrate - confessa Papa Ratzinger - ma non dubito che potrete giungere a soluzioni soddisfacenti per tutti, cosi ché la tunica senza cuciture di Cristo non si strappi ulteriormnete. Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire a casa sua e mai rifiutato». È un richiamo formulato in punta di piedi e che sostanzialmente dice che bisogna permettere a chi lo desidera di partecipare ad una messa pre-conciliare. È un atto, secondo il Papa, di cristiana comprensione (in termini laici si direbbe di "apertura democratica") verso chi sente di tributare lode a Dio usando testi che sono rimasti nella tradizione viva della Chiesa. Nelle parole del Papa c'è poi la difesa della famiglia e del sacramento del matrimonio. «Una questione particolarmente dolorosa - continua Papa Benedetto - è quella dei divorziari risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio della indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non sono perciò ammesse iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime».
Sullo sfondo le radici cristiane della Francia da salvaguardare, radici sulle quali si è costruita l'identità della Nazione. Joseph Ratzinger cita in positivo il Presidente SarKozy e commenta: «I presupposti socio-politici dell'antica diffidenza o ostilità svaniscono poco a poco. La Chiesa non rivendica per sé il posto dello Stato. Essa non vuole sostituirglisi». Un nervo scoperto questo, nella Francia che da tempo sta passando al microscopio tutti i pronunciamenti di Papa Benedetto. La chiusa del discorso ai vescovi è un inaspettato riferimento alle cerimonie commemorative per il sessantesimo dello sbarco in Normandia. Come cardinale, Ratzinger vi partecipò da invitato e da tedesco illuminato, un anno prima di essere eletto Papa.
La Francia celebrava la sua liberazione temporale al termine di una guerra devastante. «Ora, è soprattutto per una vera liberazione spirituale che conviene lavorare» afferma il Papa spiazzando l'uditorio. «L'uomo - scandisce Benedetto XVI - deve senza sosta imparare che Dio non è suo nemico, ma suo Creatore pieno di bontà».

Giuseppe De Carli
15/09/2008

Lo Stato laico non vive «a prescindere» dalla religione



di Carlo Dignola

Il motto della nostra epoca potrebbe essere quello di Totò: «A prescindere». Anche la laicità viene intesa così: facciamo i bravi cittadini, aperti, tolleranti, multiculturali, ma soprattutto sempre atteggiati, nella vita pubblica, «a prescindere» da tutto ciò che per ciascuno di noi conta qualcosa. Per la mentalità diffusa esiste una sfera privata in cui «ognuno crede ciò che vuole»: ad esempio crede di essere cristiano oppure buddista oppure crede di essere ateo (anche questa «fede» nella non-esistenza di Dio oggi è guardata con un certo sospetto dal pensiero politically correct ).

E poi c'è invece la sfera delle relazioni umane in cui, grazie alle virtù dello «Stato laico», ogni cittadino non crede più a niente: al massimo dialoga, si confronta, scambia pareri ed esperienze con il suo vicino di casa ma sempre, rigorosamente, «a prescindere».

Dove nasce quest'idea un po' infiacchita della laicità? Se n'è parlato ieri in Università, in un bell'incontro organizzato dalla Fuci: non molti gli studenti presenti, il livello del dibattito invece è stato notevole. Diverso, per intenderci, da quello di tre settimane fa in via dei Caniana, dove si paragonava la religione al volo dell'elefantino Dumbo e Gesù Cristo a un personaggio letterario come Madame Bovary: «Affermazioni che non sono degne di un'Università», come ha detto ieri il professor Angelo Marchesi.
La domanda chiave è stata posta subito da Claudio Vegetali, segretario della Fuci bergamasca, che ha chiesto ai relatori se «il termine "laico" sia da intendere in opposizione a "religioso"». Roberto Pertici, storico, ha risposto che la separazione tra Stato e Chiesa è «uno degli elementi che ha improntato il volto dell'Occidente e che lo ha distinto dal resto del mondo», ma esistono due tipi di laicità molto diversi.
Oggi, con l'immigrazione di fedeli musulmani e anche ortodossi, sul territorio nazionale si diffondono idee e comportamenti diversi dai nostri: non tutti gli italiani del XXI secolo ammettono la pacifica esistenza di diverse identità religiose o hanno la stessa concezione dei rapporti uomo-donna. Di fronte a questi «nuovi problemi», e ai timori connessi, si va diffondendo una «laicità negativa» per la quale la religione, appunto, è meglio che rimanga «un fatto privato». Lo Stato viene ridotto a terreno neutrale «non solo nei confronti della religione ma anche di ogni principio etico».

Esiste però anche una laicità diversa, che non considera la religione come un'entità nemica, anzi la «apprezza, e inserisce» tra i fattori della storia del popolo che, non dimentichiamolo, in una democrazia sorregge la stessa legittimità del potere costituito. Lo Stato può considerare la Chiesa un fattore in grado di contribuire al bene comune, in un rapporto di «distinzione e al tempo stesso di collaborazione».

Silvio Troilo, costituzionalista, ha fatto notare un particolare che di solito sfugge: «Nella nostra Costituzione la parola "laicità" non c'è». Non è vero però che, a causa della presenza del Vaticano sul nostro territorio, in fatto di laicità noi siamo il fanalino di coda in Europa. Troilo ricorda che la Costituzione greca si appella apertamente alla religione ortodossa, sancisce il primato del patriarca di Costantinopoli e proclama persino l'immodificabilità di una certa traduzione delle Scritture. La Costituzione irlandese inizia invocando «la santissima Trinità», e nella laicissima Gran Bretagna il capo dello Stato (la Regina) governa anche la Chiesa anglicana (altro che separazione!), e il primo ministro Tony Blair ha potuto dichiararsi cattolico solo dopo aver lasciato il potere.

I sovrani danesi - aggiunge Pertici - non possono non essere luterani. E queste sono tutte Costituzioni perfettamente vigenti, perfettamente europee, che nessun Pannella o Boselli celtico o sassone o calcidico chiede di stracciare.

Lo Stato italiano - dice Troilo - accetta e anzi garantisce «il pluralismo confessionale e culturale», senza «confusione» ma anche senza «ostilità» verso la religione. La nostra Costituzione, che è un testo di alto livello giuridico e segna anche un grande momento di sintesi politica, indica la via di una «laicità collaborativa» che forse sarebbe meglio non tentare stupidamente di «superare».

© Copyright Eco di Bergamo, 28 febbraio 2008

domenica 14 settembre 2008

Benedetto XVI in Francia




IL PAPA: RIFUGGITE GLI IDOLI,POTERE,DENARO,SAPERE

IL PAPA AI GIOVANI: AIUTATE IL PROSSIMO

venerdì 12 settembre 2008

L’Abbandono in Dio - Il segreto della felicità


A proposito dell’abbandono in Dio (indicatissimo contro le ansie e le afflizioni), ecco cos’ha scritto, su ispirazione dello stesso Gesù, don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano nato nel 1882 e morto nel 1970 in concetto di santità, terziario francescano, traslato e sepolto nella parrocchia dell’Immacolata di Lourdes e San Giuseppe dei Vecchi in Napoli, nella sua autobiografia: “Fui chiamato Dolindo, che significa dolore”:

“Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi e cambiare così l’agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero della tribolazione, e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, all’altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo e il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge. Quante cose io opero quando l’anima, nelle sue necessità spirituali e in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi “PENSACI TU”, chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate per produrle; ne avete moltissime quando in preghiera è un affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché lo tolga, ma perché lo tolga come voi credete… Vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma che gliela suggeriscono.Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater:
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME”, cioè sii glorificato in questa mia necessità
VENGA IL TUO REGNO”, cioè tutto concorra al Tuo regno in noi e nel mondo:
SIA FATTA LA TUA VOLONTA’”, ossia pensaci Tu.
Io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: “Sia fatta la Tua volontà, pensaci Tu”. Ti dico che io ci penso. E’contro l’abbandono la preoccupazione, l’agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E’ come la confusione dei fanciulli quando pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci loro, intralciando con le loro idee e i loro capricci infantili il suo lavoro. Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornate il pensiero dal futuro come da una tentazione. Riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore che, dicendomi con queste disposizioni: “PENSACI TU”, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco. E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia, poiché non c’è medicina più potente di un mio intervento d’amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E’ questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficiarvi e come mi accoro nel vedervi agitati!Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in prega delle iniziative umane, Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessun affidamento in voi: io spargo tesori di grazie quando voi siete nelle piena povertà!Se avete vostre risorse, anche in poco, o se le cercate, siete nel campo naturale, seguite quindi il percorso naturale delle cose che è spesso intralciato da Satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi. Opera divinamente chi si abbandona a Dio, Quando vedi che le cose si complicano, dì con gli occhi dell’anima chiusi: “GESU’, PENSACI TU”. E distràiti, perché la tua mente è acuta… per te è difficile vedere il male. Confida in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio Amore. Io ci penserò, ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell’immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e dì con tutta l’anima: “GESU’, PENSACI TU”. Non temere, ci penso Io. E tu benedirai il tuo nome umiliando te stesso. Le tue preghiere non valgono un patto di fiducioso abbandono; ricordatelo bene.
Non c’è novena più efficace di questa:
“O GESU’, MI ABBANDONO IN TE, PENSACI TU”
“ABBANDONATI AL MIO CUORE… E VEDRAI”.

Voglio che tu creda nella mia onnipotenza, e non nella tua azione: che tu cerchi di mettere in azione me, non te negli altri. Tu cerca la mia intimità, esaudisci il mio desiderio di averti, di arricchirti, di amarti come voglio. Lasciati andare, lasciami riposare in me. Lasciami sfogare su di te continuamente la mia onnipotenza. Se tu rimarrai vicino a me e non ti preoccuperai di fare per conto tuo, di correre per uscire, per dire di avere fatto, mi dimostrerai che credi nella mia onnipotenza e io lavorerò intensamente con te quando parlerai, andrai, lavorerai, starai in preghiera o dormirai perché “ai miei diletti do il necessario anche nel sonno” (salmo 126). Se starai con me senza voler correre, né preoccuparti di cosa alcuna per te, ma la rimetterai con totale fiducia a me, io ti darò tutto quello che ti necessita, secondo il mio disegno eterno. Ti darò sentimenti che voglio da te, ti darò una grande compassione verso il tuo prossimo e ti farò dire e fare quello che Io vorrò. Allora la tua azione verrà dal mio Amore. Io solo, non tu con tutta la tua attività, potrò fare dei figli nuovi, che nascono da me. Io ne farò tanti di più quanto più tu vorrai essere un vero figlio quanto il mio Unigenito, perché lo sai che “se farai la mia Volontà mi sarai fratello, sorella e madre” per generarmi negli altri, perché Io produrrò nuovi figli, servendomi di veri figli. Quello che tu farai per riuscire è tutto fumo in confronto a quello che faccio Io nel segreto dei cuori per quelli che amano. “Rimanete nel mio Amore…se rimarrete in me e rimangono in voi le mie parole, chiedete quello che volete e vi sarà dato” (Gv.15).

Il Santo Rosario - Uno strumento infallibile.


Il Santo Rosario è la pratica eminente della devozione popolare, che è poi l’espressione piú semplice di elementi dai significati complessi e molteplici. I centocinquanta Ave, che sono omologhi ai centocinquanta Salmi, tali che il S. Rosario è detto anche Salterio Angelico o Salterio della Beata Vergine Maria, esprimono la ripetizione continua del nome di Maria e del nome di Gesú, a conferma di una pratica antichissima nella Chiesa che con forme diverse realizza l’invocazione continua del Nome divino.

In occasione della vittoria di Lepanto contro i Turchi (7 ottobre 1571), S. Pio V intese rendere grazie alla Santa Vergine istituendo la festa della Beata Vergine Maria della Vittoria, e patrocinando la recita del S. Rosario, da tempo importante pratica di venerazione e di culto popolare. Con Gregorio XIII, nel 1573, la festa prese il nome della Beata Vergine Maria del Santo Rosario e venne celebrata alla prima domenica di ottobre, poiché la vittoria era stata conseguita di domenica, mentre l’intera Cristianità era intenta a recitare con fervore il S. Rosario per la buona riuscita della battaglia. Nel 1913, san Pio X la ricondusse alla data storica del 7 ottobre.
Codificata e predicata da san Domenico fin dal 1214, su suggerimento di Maria SS., la recita del S. Rosario si trova ripetutamente richiamata nelle diverse e piú recenti apparizioni della S. Vergine.
Tra le tante, ricordiamo le promesse fatte da Maria SS. a san Domenico e al beato Alano della Rupe:
«Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’inferno, distruggerà i vizi, dissiperà il peccato, abbatterà le eresie e salverà le anime purganti. «Esso farà rifiorire le virtú e le opere sante, otterrà ai fedeli copiose misericordie da Dio e tirerà i cuori degli uomini dall’amor vano del mondo all’amor di Dio, e li solleverà al desiderio delle cose eterne. «Chiunque reciterà devotamente il S. Rosario con la considerazione dei Misteri non verrà abbandonato dal Signore: non perirà di morte improvvisa, quando si trova in disgrazia di Dio; ma si convertirà se peccatore, e si conserverà in grazia se giusto, e sarà fatto degno della vita eterna. «Voglio che coloro i quali reciteranno il mio Rosario abbiano in vita il lume e la pienezza delle grazie, e in morte siano ammessi a partecipare ai meriti dei Beati nel Paradiso. «I veri figliuoli del mio Rosario godranno una gran gloria in cielo, e tutti coloro che lo propagano saranno da me soccorsi in ogni loro necessità. «Chi recita il mio rosario ha un gran segnale di predestinazione e tutto quello che chiederà per esso lo otterrà».

Nonché le raccomandazioni che la S. Vergine ha ripetuto ultimamente a Fàtima:

«Sono la Madonna del Rosario. «Voglio che si costruisca qui una cappella in mio onore. «Si continui sempre a recitare il santo Rosario tutti i giorni.… «Quando recitate il santo Rosario dopo ogni singola meditazione dite cosí:
“Gesú mio, perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’Inferno, portate in Cielo tutte le anime, specialmente le piú bisognose della vostra misericordia”…«Guarda, figlia mia, il mio cuore circondato di spine che gli uomini ingrati mi infliggono ad ogni istante con le loro bestemmie e la loro ingratitudine. Tu almeno cerca di consolarmi e dí che: tutti coloro che durante cinque mesi, il primo sabato del mese, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno una corona del santo Rosario e mi terranno compagnia durante quindici minuti, meditando sui quindici Misteri del Rosario, in spirito di riparazione, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza della loro anima

Con questa promessa la Beata Vergine Maria ha anche inteso ricordare di soffermarsi in silenzio a meditare su ogni Mistero (tenendole cosí compagnia) per almeno un minuto, rammentando che la recita del S. Rosario va fatta senza alcuna fretta.
La recita quotidiana del S. Rosario comporta la meditazione dell’Incarnazione, della Passione e Morte, della Resurrezione e dell’Ascensione di nostro Signore Gesú Cristo; nonché della discesa dello Spirito Santo, dell'Assunzione in Cielo e dell'Incoronazione di Maria Santissima.
Il S. Rosario si compone, per ogni Mistero, della recita di un Pater, dieci Ave e un Gloria; ogni diecina è seguita dalle Giaculatorie. Alla fine si recitano le Litanie Lauretane della Beata Vergine Maria, accompagnate dai Versetti, dagli Oremus e dalle Antifone finali della Beata Vergine.
L’uso della lingua volgare non toglie nulla al valore della recita, ma l’uso della lingua latina stabilisce la continuità e l’unione spirituale con tutte le generazioni che lo hanno recitato nel corso dei secoli: cosí da rendere tangibile il criterio ortodosso di rivolgersi a Dio “ad una voce”.

Il S. Rosario si recita con la meditazione di quindici Misteri, distribuiti in tre “corone” di cinque Misteri ciascuna. La recita di ogni “corona” si accompagna con lo scorrimento dei “grani” della corona benedetta, che serve a computare le preci (54 grani) e i Misteri (5 grani).
Si dà inizio alla recita del S. Rosario con le invocazioni a Dio, perché ci dia il suo aiuto. In corrispondenza della S. Croce della corona benedetta si recita il Credo, perché la Fede è la base indispensabile per ogni preghiera che rivolgiamo a Dio. Si scorrono poi i cinque grani dopo la S. Croce recitando un Pater, in onore di Dio Onnipotente, tre Ave, in memoria della SS. Trinità che si è manifestata alla Beata Vergine Maria nell’Annunciazione, e un altro Pater per dare inizio alla prima corona del S. Rosario. Con una mano si scorrono i 54 grani della corona benedetta per recitare le prime cinque diecine che si concludono tutte con un Gloria. Con l’altra mano si computano i cinque Misteri usando i 5 grani iniziali.
Le tre “corone” che compongono il S. Rosario possono essere recitate anche separatamente nel corso della giornata.
È invalso l’uso minimale di recitare una sola “corona” al giorno, meditando solo cinque Misteri. In questo caso essi vengono distribuiti per ogni giorno della settimana a partire dal lunedí: Misteri Gaudiosi (lunedí e giovedí), Misteri Dolorosi (martedí e venerdí), Misteri Gloriosi (mercoledí e sabato); la Domenica, giorno del Signore, si meditano sempre i Misteri Gloriosi.
Si può recitare la “corona” meditando specialmente i Misteri Gaudiosi nelle Domeniche d’Avvento e nelle Ottave di Natale e dell’Epifania, nonché nelle feste dell'Annunciazione, della Visitazione e della Purificazione della B. V. Maria; i Misteri Dolorosi in tutte le Domeniche di Quaresima e nei giorni della Settimana di Passione e della Settimana Santa; e i Misteri Gloriosi nelle Ottave di Pasqua, dell’Ascensione e di Pentecoste, nonché nella festa dell’Assunzione.
La recita del S. Rosario può farsi individualmente o in comune, ricordando che trattandosi del Salterio della Beata Vergine Maria il modo migliore per recitarlo è salmodiarlo, e il modo migliore per salmodiare è quello dei due cori che si alternano, richiamandosi così alla promessa di Nostro Signore: Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 19, 20). Al tempo stesso è cosa degna e meritoria recitare il S. Rosario in ginocchio, con la corona benedetta in mano, perché con esso ci si rivolge supplici alla Misericordia di Dio in nome di Nostro Signore Gesú Cristo ( Gv 15, 16) per intercessione della Beata Vergine Maria Madre di Dio.
Alla fine del S. Rosario, prima della recita delle Litanie, possono recitarsi uno o piú Pater, Ave e Gloria, con delle specifiche intenzioni. La recita di un Pater, Ave e Gloria “secondo le intenzioni del Sommo Pontefice” permette di acquistare le indulgenze previste.
Tra le indulgenze concesse nel corso dei secoli dai diversi Papi, ricordiamo: - indulgenza di cento giorni per ogni Pater e per ogni Ave; - indulgenza di dieci anni e di altrettante quarantene per ogni recita giornaliera; - indulgenza plenaria per ogni recita al cospetto del SS. Sacramento; - indulgenze parziali e plenarie per la recita nei diversi giorni dell'anno, specialmente nelle feste del Signore e in quelle della B. V. Maria, massimamente se la recita si compie in una cappella dedicata alla S. Vergine.
Per l’acquisto delle indulgenze plenarie è necessario confessarsi, comunicarsi e pregare “secondo le intenzioni del Sommo Pontefice”.






12 Settembre - Santissimo Nome di Maria




In questo giorno si rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore perché sia devotamente invocata ed amata.



Preghiera al Nome Santo di Maria.
1. O adorabile Trinità, per l'amore con cui scegliesti ed eternamente Ti compiacesti del Santissimo Nome di Maria, per il potere che gli desti, per le grazie che riservasti ai suoi devoti, fa' che esso sia anche per me fonte di grazia e di felicità. Ave Maria....
Benedetto sempre sia, il Santo Nome di Maria. Lodato, onorato e invocato sempre sia, l'amabile e potente Nome di Maria. O Santo, soave e potente Nome di Maria, possa sempre invocarti durante la vita e nell'agonia.
2. O amabile Gesù, per l'amore con cui pronunziasti tante volte il Nome della tua cara Madre e per la consolazione che a Lei procuravi nel chiamarla per nome, raccomanda alle sue speciali cure questo povero tuo e suo servo. Ave Maria....
Benedetto sempre...
3. O Angeli Santi, per la gioia che vi procurò la rivelazione dei Nome della vostra Regina, per le lodi con cui lo celebraste, svelatene anche a me tutta la bellezza, la potenza e la dolcezza e fate che io lo invochi in ogni mio bisogno e specialmente in punto di morte. Ave Maria....
Benedetto sempre...
4. O cara Sant'Anna, buona mamma della Madre mia, per la gioia da te provata nel pronunciare tante volte con devoto rispetto il Nome della tua piccola Maria o nel parlarne con il tuo buon Gioacchino, fa' che il dolce nome di Maria sia continuamente anche sulle mie labbra. Ave Maria....
Benedetto sempre...
5. E Tu, o dolcissima Maria, per il favore che Dio Ti fece nel donarti Egli stesso il Nome, come a sua diletta Figlia; per l'amore che Tu sempre ad esso mostrasti concedendo grandi grazie ai suoi devoti, concedi anche a me di rispettare, amare ed invocare questo soavissimo Nome. Fa' che esso sia il mio respiro, il mio riposo, il mio cibo, la mia difesa, il mio rifugio, il mio scudo, il mio canto, la mia musica, la mia preghiera, il mio pianto, il mio tutto, con quello di Gesù, affinché dopo essere stato pace del mio cuore e dolcezza delle mie labbra durante la vita, sia la mia gioia in Cielo. Amen. Ave Maria....
Benedetto sempre...




lunedì 8 settembre 2008

8 Settembre - Natività di Maria Santissima



Origini della festa
La fonte più antica ritenuta attendibile dalla Chiesa, che illustra la nascita e l’infanzia di Maria, è costituita dal “Protoevangelo” (Vangeli Apocrifi) di Giacomo risalente al II secolo d.C.
Nel testo vengono illustrati momenti salienti della sua vita: il matrimonio dei genitori Gioacchino ed Anna della tribù di Giuda della stirpe di Achar, la concezione dopo vent’anni senza prole, la nascita e la presentazione al tempio (il tutto inserito nella cornice delle vicende della città di Gerusalemme).
La sorte toccata alla casa natale di Maria non è disgiunta da quella subita dalla città di Gerusalemme, con persecuzioni, distruzione del tempio, trasformazione in luogo di culto pagano, allontanamento dei giudei, ecc.. Con l’arrivo dell’imperatore Costantino e di sua madre Elena a Gerusalemme nella prima metà del secolo IV, dopo la libertà data alla religione cristiana, si apre una nuova era ai luoghi santi: gli scavi condotti hanno permesso di rintracciare, tra le costruzioni volute dalla famiglia imperiale, i ruderi di un oratorio sul luogo che la tradizione indica quale casa natale di Maria..
Con il III Concilio di Efeso del 431 che sancì la legittimità del titolo “Madre di Dio” per Maria, si ebbe una fioritura di feste mariane nel calendario liturgico, tra le quali: la Natività, la Presentazione al Tempio, l’Annunciazione e la Dormizione.
La data della festa della Natività di Maria venne fissata in Gerusalemme nella prima metà del secolo V, ai tempi del patriarca Giovenale e dell’imperatrice Eudossia, : l’8 settembre in occasione della dedicazione della Basilica di Santa Maria, edificata sul luogo della casa natale di Maria.
Tale data venne scelta anche in relazione all’antico anno liturgico che iniziava con il mese di settembre: in tal modo veniva data una cornice “mariana” allo stesso. Infatti la Natività di Maria precede ed annuncia le feste del primo polo (Natale ed Epifania) assumendo il valore di inizio dell’anno liturgico. Segue poi il polo cristologico (Pasqua e Pentecoste) accompagnato dall’Assunzione di Maria che diviene conseguenza dell’opera di salvezza e chiusura dell’anno liturgico.
Da Gerusalemme la festa della Natività venne introdotta a Costantinopoli: il primo documento che ne attesta la presenza è un inno del diacono Romano il Melode, composto prima del 548: quale diacono saliva nell’ambone, cantava il proemio e le strofe facendo ripetere il ritornello finale a tutti i presenti: “è la Madre di Dio, nutrice della nostra vita”. Il testo è tuttora parzialmente in uso nell’ufficiatura della festa che, per la chiesa bizantina, ricalca ancora quella in uso dal IX secolo con un giorno di prefesta, quattro di dopofesta e la chiusura il 13 settembre.
La prima commemorazione mariana che si conosca a Roma è quella del mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento, introdotta da papa Leone Magno (440-461) nella liturgia romana. Verso il 595 papa Gregorio Magno (590-604) inaugura l’”ottava di Natale” considerata la prima festa mariana della liturgia latina.
A Roma, nei secoli V e VI, era presente una numerosa colonia greca che introdusse nel mondo latino alcune feste religiose di origine orientale, tra le quali quella della Natività di Maria. Si attribuisce a Papa Sergio I (687-701), nato ad Antiochia e che fa parte del gruppo di papi di origine orientali saliti al soglio pontificio tra il VI ed il VII secolo, la solenizzazione di festività mariane nel calendario romano tra cui, per l’appunto, quelle della Natività e della Dormizione di Maria.
Da Roma la festa venne diffusa nell’Occidente e divenne molto popolare in Francia dove, nel Medioevo, era celebrata con tanta solennità religiosa da essere conosciuta come “festa angioina” e si finì di parlare di una sua origine miracolosa dovuta nientemeno che ad un intervento espresso di Maria, la quale ne avrebbe richiesto l’istituzione.
Dal XI secolo la festa acquista sempre più importanza tanto da diventare festa di precetto e da meritare un’ottava.
Nel 1243 Papa Innocenzo IV stabilì che la Natività assumesse il ruolo di festa obbligatoria per la chiesa latina, sciogliendo così un voto formulato dai cardinali elettori nel Conclave del 1241 e ostacolati dalle ingerenze di Federico II che per tre mesi li tenne prigionieri.
Nel secolo XIV la festa della Natività di Maria si meritò anche la sua vigilia, prescritta da Gregorio XI (morto nel 1378), che la volle con un suo digiuno e ne compose la Messa.
Papa Pio X (1903-1914) tolse la Natività di Maria dall’elenco delle feste di precetto e ridusse l’ottava a semplice. Pio XII (1939-1958) con la riforma liturgica, abolì l’ottava.

Dai Padri occidentali

SERMONE SULLA NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA
La nascita dalla Vergine Maria rientra nel provvidenziale piano divino della salvezzal. La Natività della beatissima e intemerata Madre di Dio, fratelli carissimi, giustamente reca agli uomini una straordinaria e particolare gioia, perché essa costituisce l'esordio di tutta la storia della salvezza umana. Infatti l'onnipotente Iddio, come, prima di divenire uomo, con l'ineffabile sguardo della sua provvidenza aveva previsto che l'uomo sarebbe perito per mezzo della diabolica macchinazione, così nel profondo della sua immensa pietà aveva progettato prima dei secoli il piano della redenzione dell'uomo.E nell'imperscrutabile disegno della sua sapienza Dio stabilì non solo il modo e l'ordine della redenzione, ma predefinì anche il tempo preciso della sua attuazione. Ora, come era impossibile che il genere umano potesse essere redento senza che il Figlio di Dio nascesse dalla Vergine, così era altrettanto indispensabile che la Vergine nascesse, affinché da lei il Verbo assumesse la carne.La Vergine ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo. In Maria la Chiesa diventa sposa di Cristo2. Occorreva cioè prima edificare la casa nella quale il Re del cielo sarebbe disceso e avrebbe accettato di essere ospitato. Di questa casa Salomone dice: «La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne» (Prov 9, 1). Infatti questa casa verginale è sostenuta da sette colonne, perché la venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio (Is 11, 2). E certamente la Sapienza, che si estende da un confine all'altro con forza e governa con eccellente bontà ogni cosa (Sap 8, 1), l'ha costruita così affinché ella fosse degna di accoglierla e di generarla dalle viscere della sua intemerata carne.Per prima era necessario edificare la stanza nuziale, affinché fosse idonea a ricevere lo Sposo che veniva per sposare la santa Chiesa. A lui infatti Davide, esultante nello spirito, intona un epitalamio, dicendo: «Il Signore esce come sposo dalla stanza nuziale» (Sal 18, 5).
Giustamente allora oggi il mondo intero esulta di una gioia che si è riversata dovunque; giustamente tutta quanta la Chiesa, poiché nasce la madre del suo sposo, alterna le lodi e per la gioia intona un canto. Esultiamo, dunque carissimi, in questo giorno nel quale, mentre veneriamo la nascita della Vergine, celebriamo anche l'inizio di tutte le festività del Nuovo Testamento. (S. Pier Damiani, Testi Mariani, vol 3, ed. Cittanuova).