domenica 16 novembre 2008

DICHIARAZIONE SULLA MASSONERIA



CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE


È stato chiesto se sia mutato il giudizio del Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore.
Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie.
Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione.
Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981 (Cf. AAS 73, 1981, p. 240-241).
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.


Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983.
Joseph Card. RATZINGER Prefetto
Fr. Jérôme Hamer, O.P.Arcivescovo tit. di Lorium Segretario

sabato 15 novembre 2008

Audio: "Lo Spirito Santo, il grande sconosciuto"




Meraviglioso link audio dell'omelia di San Josemaría dedicata allo Spirito Santo:





Se volete leggerne il contenuto cliccate -----------> QUI


Tratto dal sito: http://www.opusdei.it/




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La preghiera di San Josemaría allo Spirito Santo


(Dal libro “E’ Gesù che passa”, raccolta di omelie di san Josemaría pronunciate fra il 1951 e il 1971)


Vivere secondo lo Spirito Santo è vivere di fede, di speranza, di carità: permettere che Dio prenda possesso di noi e cambi il nostro cuore alla radice, portandolo alla Sua misura. Una vita cristiana matura, profonda ed energica non è cosa che si possa improvvisare, ma è il risultato dello sviluppo della grazia di Dio in noi. Negli Atti degli Apostoli la situazione della comunità cristiana primitiva viene descritta con una frase breve ma carica di significato: Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Così vissero i primi cristiani, e così dobbiamo vivere tutti noi: la meditazione della dottrina della fede, fino ad assimilarla pienamente, l'incontro con Cristo nell'Eucaristia, il dialogo personale — la preghiera senza anonimato — a tu per tu con Dio, devono arrivare a essere come la sostanza della nostra condotta. Se dovessero mancare, ci potrebbero pur essere la riflessione erudita, l'attività più o meno intensa, le devozioni e le pratiche di pietà. Ma non ci sarebbe autentica esistenza cristiana, perché mancherebbe la compenetrazione con Cristo, la partecipazione reale e vissuta all'opera della salvezza. È una dottrina che si applica a tutti i cristiani, perché tutti sono ugualmente chiamati alla santità. Non ci sono cristiani di seconda classe, tenuti a praticare soltanto una versione ridotta del Vangelo: tutti abbiamo ricevuto un medesimo Battesimo, e pur nella grande diversità di carismi e di situazioni umane, uno solo è lo Spirito che elargisce i doni divini, una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità. Possiamo quindi considerare come rivolta a noi la domanda dell'Apostolo: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?, e possiamo prenderla come un invito a un rapporto più personale e diretto con Dio. Purtroppo il Paraclito, per taluni cristiani, è il Grande Sconosciuto: è un nome che si pronuncia, ma non è un Qualcuno — una delle tre Persone dell'unico Dio — con cui parlare e di cui vivere. E invece bisogna rivolgersi a Lui con familiarità e con fiducia, come la Chiesa ci insegna mediante la Liturgia. Allora conosceremo meglio Nostro Signore e allo stesso tempo ci renderemo conto molto di più che chiamarsi cristiani è veramente un dono immenso: scopriremo tutta la grandezza e tutta la verità di quella divinizzazione, di quella partecipazione alla vita divina di cui prima parlavo.

(fonte: Opus Dei)

venerdì 14 novembre 2008

Appello a Strasburgo per far rispettare il diritto alla vita in Italia!


ETICA E GIUSTIZIA
Il fatto: «È giovane ed è stata assistita bene, si prospetta una lunga agonia». Insieme a 34 associazioni prepara un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro una sentenza che, per la prima volta in Italia, autorizza la morte di una persona.
Il neurologo Dolce: si prepara l’eutanasia su una persona indifesa


di PAOLO LAMBRUSCHI
Forse una speranza c’è ed è contenuta in un appello a Strasburgo per far rispettare il diritto alla vita in Italia. Non si perde certo d’animo Giuliano Dolce, 80 anni, neurologo di fama internazionale, direttore scientifico del «Sant’Anna» di Crotone e presidente dell’associazione di bioetica Vive. Anzitutto è determinato a denunciare il medico che staccherà il sondino nasogastrico che alimenta Eluana e il direttore sanitario della struttura o dell’Asl che ospiterà la giovane in stato vegetativo «perché negli ospedali pubblici italiani si va per farsi curare, non per venire uccisi». E, insieme a 34 associazioni, annuncia un ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro la sentenza che, per la prima volta, autorizza la morte di una cittadina italiana.
-Professore, dunque assisteremo nei prossimi giorni a un altro calvario come quello dell’americana Terri Schiavo?
«Precisamente. Si prospetta purtroppo un’agonia lunga perché Eluana è giovane ed è stata assistita bene in questi anni dalle suore di Lecco. Siamo davanti a una situazione paradossale. Questa persona, che oggi vive senza l’aiuto di farmaci e macchinari, può essere uccisa levandole il sondino che la alimenta. Non c’è accanimento terapeutico su di lei, i sanitari infatti la nutrono come è loro dovere. Invece la magistratura italiana, a dispetto delle convenzioni internazionali, ritiene che nutrire una persona al massimo grado di disabilità sia un atto terapeutico e non un atto dovuto. Ora, per non infliggerle le sofferenze della disidratazione, dovranno sedarla, quindi somministrarle farmaci. Si finirà così con il curarla per farla morire 'bene'.
-Ma questa non è eutanasia, pratica vietata in Italia?
«Sì ed è una forma di eutanasia crudele, per giunta, perché prolungata e praticata su una persona indifesa che potrebbe vivere almeno altri 16 anni in stato vegetativo e non su un malato terminale. Che non ha lasciato neppure un ipotetico testamento biologico, facendo sapere che rinuncia volontariamente a ogni forma di alimentazione». Eppure Riccio, l’anestesista che ha aiutato a morire Welby, garantisce che non soffrirà, poiché è priva di coscienza... «E allora ci spieghi perché sedarla e perché i giudici milanesi, nella sentenza dello scorso giugno, hanno prescritto minuziosamente i dettagli da seguire per arrivare alla morte. Già che c’è, questo signore mi spieghi anche come può un medico togliere l’alimentazione a un paziente. Oggi Eluana vive grazie a mille calorie fornitele quotidianamente da un liquido che ha il color del latte e che è ricco di minerali, grassi e zuccheri. Ma se frullassero del cibo e glielo fornissero, potrebbe assumerlo. Morirà di fame e di sete, inutile trovare eufemismi».
- Qualche tempo fa alla donna, che oggi ha quasi 38 anni, è tornato il ciclo mestruale. Qualcosa sta avvenendo nel suo stato vegetativo?
«Scientificamente non vi è alcuna correlazione. Ma è altrettanto vero che generalmente negli stati vegetativi il ciclo ritorna dopo pochi mesi, non ho mai sentito di un ciclo che ritorna dopo quasi 17 anni. È un caso unico, a mia memoria. Significa che qualcosa è successo nell’ipofisi e nell’ipotalamo di Eluana. Questo non vuol dire, però, che potrebbe riprendere coscienza. Avanzo un’ipotesi suggestiva di carattere psicanalitico: non avendo altre forme di comunicazione, forse ha voluto avvertirci con il suo corpo che non vuole morire. Ma è solo l’ipotesi di un vecchio medico che da mezzo secolo sta in corsia accanto a chi vive in stato vegetativo».
- In questi mesi lei, con tanti altri, si è battuto perché non finisse così. Come ha reagito alla sentenza?
«Non è una vittoria, come hanno detto i legali del padre e neppure una sconfitta dell’associazionismo e del mondo medico scientifico contrario a far morire la giovane. La Cassazione non si è pronunciata ed è stata, a mio avviso, una scelta pilatesca dei giudici perché si sono appellati a un vizio di forma. Non è cambiato nulla rispetto allo scorso luglio, il padre poteva decidere di togliere il sondino ieri come potrà farlo domani. Piuttosto, il loro problema è dove trovare un posto 'adatto', come dice la sentenza ad ospitare Eluana per morire. Non l’hanno trovato in Lombardia, in Piemonte, neppure nelle regioni laiche come Emilia e Toscana. Siccome si dice che andrà all’ospedale civile di Udine, in Friuli, mi risulta che una struttura pubblica non possa ospitare una persona, un cittadino della Repubblica, per farla morire anziché curarla. Quindi, sono intenzionato a denunciare i sanitari e i dirigenti che permetteranno che la donna muoia. E non è l’unica cosa che faremo».
- Quali altre iniziative avete progettato?
«Oggi stesso presenteremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Oltre all’associazione Vive, abbiamo il sostegno di 33 realtà tra cui la Federazione nazionale trauma cranico. Abbiamo qualche speranza, i requisiti per accogliere d’urgenza il ricorso ci sono tutti. Non ci illudiamo, ma la Corte europea potrebbe ancora fermare tutto e riaffermare il diritto di questa donna ad essere nutrita».
-Su cosa si fonda il ricorso?
«Noi rappresentiamo chi si prende cura dei 30 mila pazienti in stato vegetativo e riteniamo che con la sentenza di ieri l’Italia abbia violato diversi trattati internazionali. Uno su tutti, la Convenzione Onu sulla disabilità del 2006. Eluana dal punto di vista medico è una persona in stato vegetativo persistente ed è clinicamente guarita, ma in maniera imperfetta ed è affetta da disabilità al massimo grado. La convenzione, sottoscritta dall’Italia un anno fa, le garantisce, in un comma dell’articolo 25, il diritto ad assumere cibo e fluidi. Purtroppo i giudici milanesi ignoravano tutto ciò e anche quelli della Cassazione. Bisogna allora andare fuori dai nostri confini per chiedere di riaffermare il suo diritto alla vita. E anche per tutelare migliaia di persone in stato vegetativo. Perché questa sentenza rischia di fare da apripista ad altre, può mettere migliaia di vite inermi come la sua su un piano inclinato e farle scivolare verso la morte perché un giudice ha stabilito che non sono degne di vivere».
«Non c’è accanimento terapeutico, i sanitari che la nutrono fanno il loro dovere. Inutile usare eufemismi, togliendo il sondino morirà di fame e di sete»
«Per non infliggerle le sofferenze legate alla disidratazione, dovranno sedarla, quindi somministrarle dei farmaci Così si finirà con il curarla per farla morire 'bene'»

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mercoledì 12 novembre 2008

Benedetto XVI - La vera Libertà


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI - Mercoledì, 1° ottobre 2008





"... E’ una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli.

Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo.
E’ così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo.


Preghiamo il Signore che ci insegni a condividere i suoi sentimenti, per imparare da Lui la vera libertà e l’amore evangelico che abbraccia ogni essere umano."

lunedì 10 novembre 2008

"Un Ponte per la vita" - Roma 8 Novembre 2008





Alcuni momenti della fiaccolata in difesa della vita di Eluana Englaro che si è svolta a Roma su ponte Umberto I° di fronte la Corte di Cassazione il giorno 8 Novembre 2008, promossa da




ITALIA CRISTIANA e MILITIA CHRISTI.

sabato 8 novembre 2008

Fra Nicola da Gesturi - (1882-1958)




"FRATE SILENZIO"

A Gèsturi, paese sardo di circa 1.500 abitanti, situato nella regione del Sarcidanu e nell'arcidiocesi di Oristano, il 4 agosto 1882 nasce Giovanni Angelo Salvatore, figlio di modesti e religiosi possidenti: Giovanni Medda Serra e Piràma Cogoni Zedda, quarto di cinque fratelli. A cinque anni è già orfano di padre e a tredici anche di madre; per cui viene assunto come servo "non stipendiato" dal benestante Peppino Pisano, suocero della sorella Rita, presso la quale resta ancora dopo la morte del parente. Guarito da una grave malattia reumatico-articolare, nel marzo 1911 Giovanni Medda sale a Cagliari sul colle di Buoncammino, al convento di Sant'Antonio, per essere accettato tra i fratelli non chierici cappuccini dal commissario provinciale, padre Martino da Sampierdarena. L'aspirante è raccomandato dalla dichiarazione del parroco, don Vincenzo Albana (Gèsturi, 31 marzo 1911), che si dice dispiaciuto della partenza del giovane dalla "parrocchia, dove è stato sempre di edificazione per tutti, non solo per la sua specchiata pietà, ma anche per la illibatezza della vita e l'austerità dei costumi".Ricevuto dal superiore prima come terziario, Giovanni Medda indossa il saio a Cagliari solo il 30 ottobre 1913 ed assume il nome che lo renderà famoso in tutta l'isola e oltre: frate Nicola da Gèsturi. Dopo il 13 giugno 1914, continua il noviziato a Sanluri, sotto la guida di padre Fedele da Sassari, "religioso austero con sé e con gli altri, e severo fino alla pignoleria". Cosí temprato alla vita conventuale, il novizio emette la professione semplice il 1° novembre 1914, confermando poi la sua consacrazione totale a Dio il 16 febbraio 1919 con la professione solenne. Gli si affida un primo incarico piuttosto esigente: la cucina del convento di Sassari. Quantunque ce la metta tutta, fra Nicola non riesce tuttavia ad accontentare i confratelli. Lo si sostituisce, inviandolo a Oristano, poi a Sanluri a riossigenarsi nello spirito del noviziato. Finalmente i superiori individuano un ambiente piú consono e possibilmente vasto per le straordinarie virtú di frate Nicola: l'obbedienza e l'umiltà e lo stabiliscono definitivamente nel capoluogo della Sardegna, dove aveva esposto la timida richiesta di essere cappuccino. Riceve l'incarico di questuare "a santu Franciscu", per san Francesco, secondo l'espressione tipicamente sarda..Per esattezza storica, nel Settecento, in quello stesso convento, ha dimorato un altro questuante cappuccino come lui, veneratissimo in tutta l'isola: sant'Ignazio da Làconi (1701-1781). Non resta che prenderlo come esemplare e fra Nicola ci riesce stupendamente. Per trentaquattro anni si aggira, testimone silenzioso, nelle campagne, scende e sale i tortuosi vicoli dei rioni Castello e Villanova, si spinge ai paesi vicini del Campidano, per poi percorrere in lungo e in largo le strade e i corsi di Cagliari. Si arresta soltanto quando incontra "sora nostra morte corporale" alle ore 0,15 dell'8 giugno 1958.La venerazione di cui è circondato è tale da far salire a circa 60.000 i partecipanti ai funerali, iniziati alle ore 17 del 10 giugno. La fiumana avanza tra una pioggia ininterrotta di fiori e blocca per piú ore il traffico di Cagliari, per arrestarsi solo al cimitero di Bonaria. Piú che un funerale, si è di fronte a un corteo trionfale, trasformato in seguito in pellegrinaggio quotidiano fino al 2 giugno 1980, quando le spoglie mortali dell'ormai servo di Dio frate Nicola da Gèsturi ritornano nella sua chiesetta di Sant'Antonio. Nel frattempo, il 6 ottobre ha inizio il processo informativo e il 22 febbraio 1978 quello cognizionale per la sua canonizzazione. Il 25 giugno 1996 viene promulgato il decreto sulle sue virtú eroiche, alla presenza di Giovanni Paolo II, che lo dichiara Beato in piazza San Pietro la domenica del 3 ottobre 1999.



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Uomo sempre riservato, piuttosto basso di statura, dal passo lento, gli occhi abbassati a terra, con la tradizionale bisaccia sulle spalle e il rosario intrecciato alle dita, un po' trasandato nel vestire, frate Nicola possiede tutti i requisiti per alienarsi le simpatie, particolarmente in certe vie mondane e all'ingresso di appartamenti signorili. Se non in casi eccezionali, il cercatore cappuccino non entra per principio negli alloggi. Si arresta sull'uscio senza chiedere. Qualora non trovi il proprietario, si siede sull'ultimo scalino ad aspettarne il ritorno oppure ad attendere che esca; e negli ultimi anni, anche per riposare i suoi poveri piedi sempre nudi.C'è di piú. Nel cercatore di Cagliari si evidenziano quattro anomalie. Come è stato notato, di frate cercatore diventa frate cercato. Pur avendo l'incarico di questuare per il convento, praticamente non chiede mai nulla e tutti lo soccorrono. Ha il complesso della folla, e ne è sempre circondato. Per modestia, abitualmente non guarda in faccia alla gente, ma vede tutto fin nelle piú riposte pieghe del cuore umano. Nonostante tutto, frate Nicola spande involontariamente intorno a sé un alone di venerazione che ha del prodigioso. È un frate cappuccino autentico. Frate Nicola non osserva la Regola, è la stessa Regola. In particolare per quanto riguarda i contatti del religioso col mondo esterno, il capitolo terzo costituisce la sua carta d'identità: "I frati, quando vanno per il mondo, siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, cosí come conviene".Gli interventi orali di Frate Nicola erano sempre telegrafici e vertevano necessariamente sulla preghiera della quale egli era imbevuto, perché dovevano rispondere alla continua richiesta, quasi unica, del popolo: "Frate Nicola, pregate per noi!". E lui, senza mai stancarsi: "Preghiamo: pregate, pregate!". "Pregate: andate. Il Signore vi ha ascoltato". "E voi pregate per me".Gli interventi scritti che possediamo - perché il cappuccino riceveva pure richieste per posta dai lontani che non potevano avvicinarlo - non sono meno telegrafici delle parole e risentono della sua cultura limitata alla terza elementare. Il mezzo usato per la risposta non era dei piú eleganti e consisteva - per rispettare il voto di povertà - in fogli di carta eliminati da altri, purché avessero un minimo di spazio libero per poche righe, oppure, il meglio che potesse utilizzare, era il foglio lasciato in bianco dal mittente.

Si trascrive dalla fotocopia di un suo autografo: "Jesus, Maria Joseph Franciscus - Frate Nicola / Ci salveremo? / Questo è il punto piú difficile. / Se ci salviamo avremo fatto tutto. / Preghiamo che abbia misericordia il Signore. / Sia lodato Gesú e Maria". Poiché si è accennato alla scarsa cultura letteraria di frate Nicola, è bene trattare di quella che gli stava veramente a cuore, attinta alla teologia ascetica e mistica e utilizzata per esprimere esperienze spirituali che gli si accumulavano dentro.

Era un appassionato lettore degli scritti della mistica francescana beata Angela da Foligno (1249-1309), tanto che il confratello che glieli aveva prestati non potè riaverli. Frate Nicola si scusava cosí: "Li ho letti tante volte, ma quando arrivo alla fine mi piace ricominciare da capo: sono troppo belli!". Oltre i Vangeli e l'opera del padre Gaetano Maria da Bergamo: Il cappuccino ritirato in se stesso per dieci giorni, che tutti i religiosi conoscevano, frate Nicola meditava pure sul Trattato del Purgatorio di santa Caterina Fieschi da Genova (1447-1510) e gli Esercizi di Pietà per tutti i giorni dell'anno del padre Giovanni Croiset, stampato nel 1734. Non era molto. Tuttavia sufficiente a trascrivere note e riflessioni utili, a sé e agli altri. Al resto, suppliva lo Spirito di Dio che agiva in lui.Il detto di Gesú tramandato dagli Atti degli Apostoli: "Vi è piú gioia nel dare che nel ricevere" (20, 35), spessissimo meditato e assimilato da Frate Nicola, costituiva già una componente della sua indole sarda, piú propensa - per pudore - a dare che a ricevere. Col trascorrere degli anni, si trasformò nel "dono di sé" che rappresenta l'essenza dell'amore cristiano, e rifulse eroicamente nella quotidianità del cappuccino, particolarmente tra le devastazioni accumulate durante il secondo conflitto mondiale dalle frequenti incursioni aeree e marittime su Cagliari, la città piú martoriata d'Italia, "slabbrata, sfigurata, deformata come un corpo mutilato da una lebbra".




(foto: Fra nicola a Monserrato - http://users.libero.it/cappuccini.cagliari/ricordofn.htm)


Omelie Santo Curato d'Ars


L'AMORE DEL PROSSIMO


Tutta la nostra religione non è che religione falsa e tutte le nostre virtù non sono altro che fantasmi; e siamo soltanto degli ipocriti agli occhi di Dio, se non abbiamo quella carità universale per tutti, per i buoni come per i cattivi, per i poveri come per i ricchi, per tutti quelli che ci fanno del male, come per quelli che ci fanno del bene. No, non c'è virtù che meglio ci faccia conoscere se siamo í figli del buon Dio, come la carità. L'obbligo che abbiamo di amare il nostro prossimo è così grande, che Gesù Cristo ce ne fa un comandamento, che pone subito dopo quello col quale ci ordina di amarlo con tutto il cuore. Ci dice che tutta la legge e í profeti sono racchiusi in questo comandamento di amare il nostro prossimo.
Sì, dobbiamo considerare quest'obbligo come il più universale, il più necessario e il più essenziale alla religione, alla nostra salvezza. Osservando questo comandamento, mettiamo in pratica tutti gli altri. San Paolo ci dice che gli altri comandamenti ci vietano l'adulterio, il furto, le ingiurie, le false testimonianze. Se amiamo il nostro prossimo, non facciamo niente di tutto questo, perché l'amore che abbiamo per il nostro prossimo non può tollerare che facciamo del male.


(Omelia per la XII domenica dopo Pentecoste)

Santa Faustina Kowalska


Dal Diario di Santa Faustina Kowalska.

Amore eterno, fiamma pura, ardi incessantemente nel mio cuore e divinizza tutto il mio essere in forza della Tua eterna predilezione, per la quale mi hai dato l’esistenza, chiamandomi a partecipare alla Tua eterna felicità...” (Diario, 1523).


“O Dio misericordioso, che non ci disprezzi, ma ci colmi continuamente delle Tue grazie, ci rendi degni del Tuo regno e, nella Tua bontà, riempi con gli uomini i posti che furono abbandonati dagli angeli ingrati. O Dio di grande Misericordia, che hai distolto il Tuo sguardo santo dagli angeli ribelli e l’hai rivolto all’uomo pentito, sia onore e gloria alla Tua insondabile Misericordia..” (Diario, 1339).


“O Gesù, disteso sulla croce, Ti supplico, concedimi la grazia di adempiere fedelmente la santissima volontà del Padre Tuo, sempre, ovunque ed in tutto. E quando la volontà di Dio mi sembrerà pesante e difficile da compiere, Te ne supplico, Gesù, scenda allora su di me, dalle Tue Piaghe, la forza ed il vigore e le mie labbra ripetano: Signore, sia fatta la Tua volontà...Gesù pietosissimo, concedimi la grazia di dimenticare me stessa, in modo che viva totalmente per le anime, collaborando con Te all’opera della salvezza, secondo la santissima volontà del Padre Tuo...” (Diario, 1265).


“...O Signore, desidero trasformarmi tutta nella Tua Misericordia ed essere il riflesso vivo di Te. Che il più grande attributo di Dio, cioè la Sua incommensurabile Misericordia, giunga al mio prossimo attraverso il mio cuore e la mia anima.Aiutami, o Signore, a far sì che i miei occhi siano misericordiosi, in modo che io non nutra mai sospetti e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto.Aiutami, o Signore, a far sì che il mio udito sia misericordioso, che mi chini sulle necessità del mio prossimo, che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori ed ai gemiti del mio prossimo.Aiutami o Signore, a far sì che la mia lingua sia misericordiosa e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono.Aiutami, o Signore, a far sì che le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni, in modo che io sappia fare unicamente del bene al prossimo e prenda su di me i lavori più pesanti e più penosi.Aiutami, o Signore, a far sì che i miei piedi siano misericordiosi, in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza (...)Aiutami, o Signore, a far sì che il mio cuore sia misericordioso, in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo (...) Alberghi in me la Tua Misericordia, o mio Signore...” (Diario, 163).


“O Re di Misericordia, guida la mia anima” (Diario, 3).
“...Ogni battito del mio cuore sia un inno di ringraziamento per Te, o Dio. Ogni goccia del mio sangue circoli per Te, o Signore. La mia anima sia tutta un cantico di ringraziamento alla Tua Misericordia. Ti amo, o Dio, per Te stesso” (Diario, 1794).“O Gesù, desidero vivere nel momento presente, vivere come se questo giorno fosse l’ultimo della mia vita: utilizzare scrupolosamente ogni attimo per la maggior gloria di Dio, sfruttare per me ogni circostanza, in modo che la mia anima ne ricavi un profitto. Guardare ad ogni cosa da questo punto di vista, e cioé che nulla avviene senza il volere di Dio. O Dio d’insondabile Misericordia, abbraccia il mondo intero e riversati su di noi per mezzo del Cuore pietoso di Gesù” (Diario, 1183).


“O Dio di grande Misericordia, bontà infinita, ecco che oggi tutta l’umanità grida dall’abisso della sua miseria alla Tua Misericordia, alla Tua compassione, o Dio, e grida con la voce potente della propria miseria. O Dio benigno, non respingere la preghiera degli esuli di questa terra. O Signore, bontà inconcepibile, che conosci perfettamente la nostra miseria e sai che non siamo in grado di innalzarci fino a Te con le nostre forze, Ti supplichiamo, previenici con la Tua grazia e moltiplica incessantemente su di noi la Tua Misericordia, in modo che possiamo adempiere fedelmente la Tua santa volontà durante tutta la vita e nell’ora della morte. L’onnipotenza della Tua Misericordia ci difenda dagli assalti dei nemici della nostra salvezza, in modo che possiamo attendere con fiducia, come figli Tuoi, la Tua ultima venuta...” (Diario, 1570).
(fonte: festadelladivinamisericordia.com)

venerdì 7 novembre 2008

Profezie di Pio XII


I Papi verranno da lontano.
«Saranno necessari ancora due o tre Papi... e poi
il vicario di Cristo verrà da lontano...».


Nel 1953 Pio XII riuscì a formare quello che venne chiamato «il mappamondo vivente». Riuscì cioè a superare la tradizione secondo la quale la maggioranza dei cardinali doveva essere italiana.
Il Pontefice nominò difatti diversi cardinali stranieri. E così i piatti della bilancia cambiarono posizione: alcuni decenni prima si contavano settanta cardinali italiani e solamente sedici stranieri. Con le ultime nomine di Pio XII si era invece arrivati a quarantaquattro cardinali stranieri e ventisette italiani.
Fra i nuovi cardinali italiani c'era anche il Nunzio di Francia, monsignor Roncalli, che succederà a Pio XII.
E vennero anche nominati cardinali due presuli che non ebbero la possibilità di presenziare alle cerimonie: l'arcivescovo di Varsavia, monsignor Wyszynski, e l'arcivescovo di Zagabria, monsignor Stepinac.
«Ho aperto le porte al mondo», disse allora Pio XII «perché la Chiesa è universale... la tradizione del Papa italiano non potrà certamente esaurirsi in breve tempo; saranno necessari ancora due o tre Papi. E poi il Vicario di Cristo verrà da lontano...».
Il vaticinio si è già avverato. Dopo la scomparsa di Pio XII, sono stati eletti tre Pontefici: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I. E il quarto successore arrivò dalla «martoriata Polonia» e assunse il nome di Giovanni Paolo II.
Al termine del Concistoro del 1953, un vaticanista scrisse che «il Pontefice si era intrattenuto soprattutto con il neocardinale Roncalli». Ma non era stato possibile conoscere l'oggetto del «prolungato dialogo con Sua Santità».
Forse Pio XII aveva intuito che il cardinale Roncalli, appena nominato, sarebbe stato il suo successore.


NON AVRETE PIÙ LA DEMOCRAZIA MA LA CORRUZIONE
«L'uomo onesto diventerà una rarità, perché la
corruzione finirà per abbracciare il mondo...».

«Quando il Millennio sarà alla fine, l'uomo onesto diventerà sempre più raro, perché la corruzione finirà per abbracciare il mondo intero...».
Nei messaggi di Pio XII, come in questo caso, si scorge la preoccupazione maggiore per i tempi che riguardano «la prossima generazione», cioè per un tempo che va collocato appunto tra la fine e l'inizio del Millennio.
«Anche l'Italia», disse un giorno il Pontefice «sarà presa nel vortice della corruzione... La democrazia finirà per diventare un paravento... per nascondere malefatte di ogni genere. Uomini disonesti, guidati da Satana, saliranno nei posti più alti della politica. Inganneranno il popolo e rovineranno l'economia...».
E ancora: «Arriverà un tempo in cui non esisterà Paese senza scandali; senza una storia vergognosa... Il decadimento politico
porterà inevitabilmente al decadimento morale... Arriverà un tempo in cui la corruzione sarà legge di vita».
Questa preoccupante, tragica premonizione, la troviamo anche in altri messaggi profetici. Si potrebbe parlare di un mosaico che si sta componendo. E ormai mancano poche tesserine per avere il quadro completo.
Nei vaticini del Monaco Olivetano si dice a questo proposito che: «... Il Millennio finirà nella corruzione e nell'odio, ladri e impostori occuperanno i posti di comando... E gli ordini saranno impartiti da Satana; perché questo sarà il tempo di Satana».
In altri vaticini del XVII secolo si dice ancora che: «Quando morirà il Millennio, moriranno l'onestà e la giustizia... E sarà necessaria almeno una generazione prima che le piante velenose possano essere completamente sradicate».

giovedì 6 novembre 2008

L’universo - “libro scritto da Dio”




Città del Vaticano (AsiaNews)

L’universo è un ordinato “libro scritto da Dio”, come diceva Galileo, ed in esso “nonostante elementi di irrazionalità, caos e distruzione”, esistono “eventi intelligibili” che rimandano alla “provveduta presenza del Creatore”, che “non riguarda solo l’inizio della storia del mondo e della vita”, ma “implica che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene continuamente”. Il rapporto tra fede ed evoluzione è stato oggi affrontato da Benedetto XVI che, nel discorso rivolto ai partecipanti alla plenaria della Pontificia accademia delle scienze, ha innanzi tutto affermato che la scienza e il cristianesimo non sono in contraddizione, ricordando che già “Pio XII e Giovanni Paolo II hanno osservato che non vi è alcuna opposizione tra la comprensione della creazione da parte della fede e l’evidenza fornita dalle scienze empiriche”.
Così, “l'immagine della natura come un libro ha le sue radici nel cristianesimo ed è stato un concetto caro a molti scienziati. Galileo vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio allo stesso modo in cui le Sacre scritture hanno Dio per autore. E’ un libro la cui storia, la cui evoluzione, il cui ‘testo’ e significato, ‘leggiamo’ a seconda dei diversi approcci, presupponendo sempre la presenza fondante dell'autore che vi ha rivelato se stesso”.
“Questa immagine ci aiuta anche a capire che il mondo, lungi dall’essere originato dal caos, somiglia ad un ordinato libro”. In effetti, “nonostante gli elementi di irrazionalità, caos e distruzione del lungo processo di cambiamento dell’universo, la materia in se stessa è ‘leggibile’. Ha un connaturata ‘matematica’. La mente umana allora può impegnarsi non solo in un 'cosmografia', che studia fenomeni misurabili, ma anche in una ‘cosmologia’, che discerne la logica interiore visibile del cosmo”. “All’inizio potremmo non essere all’inizio in grado di cogliere sia l'armonia nel suo complesso sia nelle relazioni delle singole parti, o il loro rapporto rispetto a tutto l'insieme. Eppure rimane sempre una vasta gamma di eventi intelligibili, e il processo è razionale in quanto rivela un ordine di evidenti corrispondenze e innegabili finalità: nel mondo inorganico, tra microstruttura e macrostruttura; nel mondo organico e animale, tra struttura e funzione; e nel mondo spirituale, tra conoscenza della verità e aspirazione alla libertà”.
Ciò dimostra, ha sottolineato Benedetto XVI, che la ricerca sperimentale e filosofica sa scoprire “gradualmente questi ordini, li percepisce lavorando per mantenerli in essere, per difendersi dagli squilibri e superare gli ostacoli”. E proprio grazie alle scienze naturali “abbiamo notevolmente aumentato la nostra comprensione della unicità del posto che occupa l'umanità all’interno del cosmo”. Citando infine un pensiero di Giovanni Paolo II, il Papa ha concluso affermando che “la verità scientifica, che è di per sé una partecipazione alla verità divina, può aiutare la filosofia e la teologia a comprendere ancor più pienamente la persona umana e la Rivelazione di Dio sull'uomo, una rivelazione che è stata completata e perfezionata in Gesù Cristo”.

Dichiarazione Cristiani - Mussulmani


Città del Vaticano (AsiaNews)

E’ importante e impegnativa la dichiarazione pubblicata oggi dal Vaticano e da una rappresentanza dei 138 saggi musulmani che hanno scritto la nota lettera al Papa ed agli altri leader cristiani. In essa si affermano, tra l’altro, il rispetto per la vita e per la dignità di ogni persona, uomo o donna, il che comporta, tra l’altro, rispetto per la libertà di coscienza e di religione; il rifiiuto di discriminazioni a causa della fede; l’importanza di testimoniare con la preghiera la dimensione trascendente della vita in un mondo sempre più secolarizzato; affermazione del dovere di educare i giovani una sana educazione morale, civile e religiosa ed informarli sulla fede degli altri. La dichiarazione, inoltre, parla della possibilità di creare un Comitato misto permanente ed annuncia un secondo Forum da tenere, entro due anni, in un Paese a maggioranza musulmana.

Questo il testo della Dichiarazione nella traduzione in italiano fatta dall’Osservatore Romano.
Il forum cattolico-musulmano è stato creato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e da una Delegazione dei 138 firmatari musulmani della Lettera aperta intitolata Una Parola Comune, alla luce di tale documento e della risposta di Sua Santità Benedetto xvi tramite il suo segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone.

Il suo primo seminario si è svolto a Roma dal 4 al 6 novembre 2008.
Sono intervenuti 24 partecipanti e cinque consiglieri di ciascuna delle due religioni.
Il tema del seminario è stato «Amore di Dio, amore del prossimo».
Il dibattito, condotto in un caldo spirito conviviale, si è concentrato su due grandi temi: «fondamenti teologici e spirituali», «dignità umana e rispetto reciproco».
Sono emersi punti di similitudine e di diversità che riflettono lo specifico genio distintivo delle due religioni.
1. Per i cristiani la fonte e l'esempio dell'amore di Dio e del prossimo è l'amore di Dio per suo Padre, per l'umanità e per ogni persona. «Dio è amore» (1 Giovanni, 4, 16) e «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Giovanni, 3, 16).
-L'amore di Dio è posto nel cuore dell'uomo per mezzo dello Spirito Santo.
È Dio che per primo ci ama permettendoci in tal modo di amarlo a nostra volta.
-L'amore non danneggia il prossimo nostro, piuttosto cerca di fare all'altro ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cfr. 1 Corinzi, 13, 4-17).
-L'amore è il fondamento e la somma di tutti i comandamenti (cfr. Galati, 5, 14).
-L'amore del prossimo non si può separare dall'amore di Dio, perché è un'espressione del nostro amore verso Dio. Questo è il nuovo comandamento «che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Giovanni, 15, 12).
-Radicato nell'amore sacrificale di Cristo, l'amore cristiano perdona e non esclude alcuno. Quindi include anche i propri nemici. Non dovrebbero essere solo parole, ma fatti (cfr. 1 Giovanni, 4, 18). Questo è il segno della sua autenticità.

Per i musulmani, come esposto nella lettera Una Parola Comune, l'amore è una forza trascendente e imperitura, che guida e trasforma il rispetto umano reciproco. Questo amore, come indicato dal Santo e amato profeta Maometto, precede l'amore umano per il Dio uno e trino. Un hadit mostra che la compassione amorevole di Dio per l'umanità è persino più grande di quella di una madre per il proprio figlio (Muslim, Bab al-Tawba: 21). Quindi esiste prima e indipendentemente dalla risposta umana dell'unico che è «amorevole». Questo amore e questa compassione sono così immensi che Dio è intervenuto per guidare e salvare l'umanità in modo perfetto, molte volte e in molti luoghi, inviando profeti e scritture. L'ultimo di questi libri, il Corano, ritrae un mondo di segni, un cosmo meraviglioso di maestria divina, che suscita il nostro amore e la nostra devozione assoluti affinché «coloro che credono hanno per Allah un amore ben più grande» (2: 165) e «in verità il Compassionevole concederà il suo amore a coloro che credono e compiono il bene» (19: 96). In un hadit leggiamo che «Nessuno di voi ha fede finquando non ama il suo prossimo come ama se stesso» (Bukhari, Bab al-Iman: 13).
2. La vita umana è un dono preziosissimo di Dio a ogni persona, dovrebbe essere quindi preservata e onorata in tutte le sue fasi.
3. La dignità umana deriva dal fatto che ogni persona è creata da un Dio amorevole per amore, le sono stati offerti i doni della ragione e del libero arbitrio e, quindi, le è stato permesso di amare Dio e gli altri. Sulla solida base di questi principi la persona esige il rispetto della sua dignità originaria e della sua vocazione umana. Quindi ha diritto al pieno riconoscimento della propria identità e della propria libertà di individuo, comunità e governo, con il sostegno della legislazione civile che garantisce pari diritti e piena cittadinanza.

4. Affermiamo che la creazione dell'umanità da parte di Dio presenta due grandi aspetti: la persona umana maschio e femmina e ci impegniamo insieme a garantire che la dignità e il rispetto umani vengano estesi sia agli uomini sia alle donne su una base paritaria.
5. L'amore autentico del prossimo implica il rispetto della persona e delle sue scelte in questioni di coscienza e di religione. Esso include il diritto di individui e comunità a praticare la propria religione in privato e in pubblico.
6. Le minoranze religiose hanno il diritto di essere rispettate nelle proprie convinzioni e pratiche religiose. Hanno anche diritto ai propri luoghi di culto e le loro figure e i loro simboli fondanti che considerano sacri non dovrebbero subire alcuna forma di scherno o di irrisione.
7. In quanto credenti cattolici e musulmani siamo consapevoli degli inviti e dell'imperativo a testimoniare la dimensione trascendente della vita attraverso una spiritualità alimentata dalla preghiera, in un mondo che sta diventando sempre più secolarizzato e materialistico.
8. Affermiamo che nessuna religione né i suoi seguaci dovrebbero essere esclusi dalla società. Ognuno dovrebbe poter rendere il suo contributo indispensabile al bene della società, in particolare nel servizio ai più bisognosi.
9. Riconosciamo che la creazione di Dio nella sua pluralità di culture, civiltà, lingue e popoli è una fonte di ricchezza e quindi non dovrebbe mai divenire causa di tensione e di conflitto.
10. Siamo convinti del fatto che cattolici e musulmani hanno il dovere di offrire ai propri fedeli una sana educazione nei valori morali, religiosi, civili e umani e di promuovere una attenta informazione sulla religione dell'altro.
11. Professiamo che cattolici e musulmani sono chiamati a essere strumenti di amore e di armonia tra i credenti e per tutta l'umanità, rinunciando a qualsiasi oppressione, violenza aggressiva e atti terroristici, in particolare quelli perpetrati in nome della religione, e a sostenere il principio di giustizia per tutti.
12. Esortiamo i credenti a operare per un sistema finanziario etico in cui i meccanismi normativi prendano in considerazione la situazione dei poveri e degli svantaggiati, siano essi individui o nazioni indebitate. Esortiamo i privilegiati del mondo a considerare la piaga di quanti sono colpiti più gravemente dall'attuale crisi nella produzione e nella distribuzione alimentare, e chiediamo ai credenti di tutte le denominazioni e a tutte le persone di buona volontà di cooperare per alleviare la sofferenza di chi ha fame e di eliminare le cause di quest'ultima.
13. I giovani sono il futuro delle comunità religiose e delle società in generale. Vivranno sempre di più in società multiculturali e multireligiose. È essenziale che siano ben formati nelle proprie tradizioni religiose e ben informati sulle altre culture e religioni.
14. Abbiamo concordato di prendere in considerazione la possibilità di creare un Comitato cattolico-musulmano permanente, che coordini le risposte ai conflitti e ad altre situazioni di emergenza, e di organizzare un secondo seminario in un Paese a maggioranza musulmana ancora da definire.
15. Attendiamo dunque il secondo seminario del Forum cattolico-musulmano che si svolgerà entro due anni, in un Paese a maggioranza musulmana ancora da definire.
Tutti i partecipanti sono stati grati a Dio per il dono di questo tempo trascorso insieme e per questo scambio proficuo.
Alla fine del seminario, Sua Santità Papa Benedetto xvi e, dopo gli interventi del professor Seyyed Hossein Nasr e del Grand Mufti Mustafa Ceri{l-cacute}, ha parlato al gruppo.
Tutti i presenti hanno espresso soddisfazione per i risultati del seminario e la loro aspettativa di un dialogo più proficuo.

Catechesi sul Sacramento del Perdono


Qual è la preoccupazione maggiore che dovrei avere venendo a ricevere il sacramento del perdono?

La cosa più importante è che tu capisca che il sacramento è un atto di fede nella potenza guaritrice di Cristo.
Tu non devi vedere il prete, tu devi scorgere Cristo in lui. Poi devi sapere bene che il gesto che stai per compiere è una riparazione di amore. Quando si ama veramente, le cose non costano più.

Io ho ancora un po’ di paura del sacramento del perdono, cosa devo fare?
Reagisci! Devi fare un po’ di autoumorismo, devi smontarti. Prendi in mano la catechesi di Cristo sul sacramento del perdono, il capitolo 15 di Luca. Davanti a un padre che corre verso il figlio peccatore, lo abbraccia, lo copre di baci, piange di gioia… puoi ancora avere paura di inginocchiarti a chiedere perdono?

Io sento dentro di me come la voce della mia debolezza che mi dice: è inutile, tanto sarà tutto come prima. Come devo reagire?

Devi reagire con fermezza. Non è assolutamente vero che "sarà tutto come prima". Se ricevi il sacramento bene, in te ci sarà la forza vitale di Cristo che opera, che sostiene, che incoraggia, che conforta.
Il sacramento ben ricevuto lascia un segno. Non è un colpo di bacchetta magica, tuttavia è una forza misteriosa di Dio, che scatterà in te al momento giusto, se tu collabori, se tu fai la tua parte.

Posso attendermi qualcosa di sensibile nel mio incontro con Cristo nel sacramento del perdono?
Non cercare questo. Lascia fare a Dio. Certe volte Dio tocca la tua sensibilità fino a farti piangere, fino a farti sanguinare. Spesso invece non senti nulla. Il sacramento è un atto di fede, proprio per questo non opera (normalmente) nel sensibile. Accettalo con naturalezza. Sono le tue decisioni che contano. E’ la tua volontà di combattere unita alla forza di Cristo. E’ la volontà di pregare molto che conta, di vigilare su te stesso, di usare quei mezzi di difesa che hai sperimentato essere più efficaci.


martedì 4 novembre 2008

Unioni civili, il Consiglio dice no.


(nella foto il Palazzo Ducale di Sassari, sede dell'Amministrazione Comunale)

CRONACA DI SASSARI

Unioni civili, il Consiglio dice no.

Bocciata la proposta di istituzione del registro per le coppie di fatto.
La rabbia è dipinta sui volti del gruppo del M.O.S. (movimento omossessuale sardo) che guarda il display: 14 si (tra cui quello dei sindaco), 17 no; il consiglio comunale boccia.

Sono interessanti le parole dell' "arringa" di chi ha sostenuto la proposta: "In tanti paesi europei il registro esiste da tempo. In Spagna e in Olanda gli omossessuali possono adottare i bambini" e ancora "bisogna adeguarsi a una realtà soggetta a cambiamenti profondi, lo Stato deve rispondere alle esigenze che provengono dalla società" per non parlare della citazione "europea": "il parlamento europeo ha ribadito più volte l'invito a procedere nella direzione del riconoscimento dei diritti degli omossessuali".
C'è stato anche l'angolo del "sentimento" quando l'esponente di Progetto Sardegna (il partito di Soru) ha affermato: "ad accomunare le coppie etero e omo è solo l'amore"(!)
Qualcuno infine, ha chiesto l'istituzione del registro per le unioni civili perchè suo figlio, nato in una di queste, non ha zii, visto che le coppie di fatto non vengono riconosciute.....!!

*****
E' certo che le hanno provate tutte, ma - per il momento - non ci sono riusciti...
Deo Gratias!

domenica 2 novembre 2008

Commemorazione dei defunti



(Giovanni 6, 35-40)


[35] Gesù rispose: "Io sono il pane della vita; chi viene a Me non avrà più fame e chi crede in Me non avrà più sete.

[36] Vi ho detto però che voi Mi avete visto e non credete.

[37] Tutto ciò che il Padre Mi dà, verrà a Me; colui che viene a Me, non lo respingerò,

[38] perché sono disceso dal cielo non per fare la Mia volontà, ma la volontà di Colui che Mi ha mandato.

[39] E questa è la volontà di Colui che Mi ha mandato, che Io non perda nulla di quanto Egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno.

[40] Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in Lui abbia la vita eterna; Io lo risusciterò nell'ultimo giorno".


Quale speranza evidenziano queste Parole di Gesù!


Ecco, davanti alla condizione umana fatta di mestizia e paura di fronte alla morte, Gesù che conosce il cuore degli uomini ci dona la certezza della Sua Salvezza.


"..Io lo risusciterò nell'ultimo giorno.."


Donaci Signore in questo giorno, la Grazia della fede nella risurrezione.

Signore, aumenta la nostra fede!


lunedì 27 ottobre 2008

"Ero gay, mi hanno curato ora sogno di avere un figlio"




Sabato 25 ottobre 2008 , di Giornale.it
di Gaia Cesare
Il racconto di Luca, ex attivista dell'Arcigay, che si è sottoposto alla terapia riparativa: "Ho sposato una donna e ritrovato la felicità". "Ero un egocentrico ossessionato dal sesso. Così ho contratto l'Hiv ora aiuterò chi come me vuole cambiare" «È successo tutto dopo un festino. Un amico stava preparando un esame di psicologia e ha dimenticato un mucchio di appunti sulla scrivania della mia stanza. Ho cominciato a leggere e ho scoperto della terapia riparativa. È iniziato tutto da lì». Party notturni, alcol, sesso facile e promiscuo. Fino ai 27 anni Luca viveva di «festini» - come li chiama lui - di rapporti occasionali, consumati anche all'aperto, o come si dice in gergo di «cruising». «Questa era la mia vita e quella dei gay come me. Fino a quel momento», racconta disinvolto davanti a una tazza di tè, in un bar nel centro di Milano, dopo una giornata di lavoro. «Non ho fretta, no, ma poi devo prendere un treno per raggiungere mia moglie - dice sorridente -. Abitiamo fuori Milano. Stiamo così bene lontano dalla città». Non è una doppia vita quella che Luca ha deciso di raccontarci. È una nuova vita. Fino a qualche anno fa Luca di Tolve - che ora di anni ne ha 36 - faceva public relations per i locali omosex, era un attivista dell'Arcigay: si occupava di turismo e organizzava viaggi per la comunità. Un omosessuale convinto, insomma. «Convinto sì, credevo che quella fosse la mia condizione, irreversibile. Ero un egocentrico, palestrato, schiavo dei locali notturni, ossessionato dai soldi, convinto di provare attrazione unicamente per i maschi e finito nel vortice del sesso compulsivo». «Fino a quel momento». Cioè fino a che Luca non si è imbattuto nella “terapia riparativa” dell'americano Joseph Nicolosi. Da allora, dopo un percorso lungo cinque anni, lo scorso agosto è arrivato il matrimonio con Lisa (il nome è di fantasia), è nato il gruppo di auto-aiuto che Luca dirige, il gruppo Lot, di ispirazione cattolica, è esplosa l'idea di scrivere un'autobiografia e la convinzione che come lui molti potrebbero «riscoprire la loro parte maschile, ma soprattutto smetterla di soffrire». «Sì, perché - racconta Luca - quando ero omosessuale ero un infelice. Credevo di essere io lo sfortunato che non trovava l'anima gemella. Poi mi sono reso conto che attorno a me tutto era impostato in modo frivolo, superficiale, che ero circondato da infelici, molti dei quali ossessionati dalla pornografia e dal sesso. E poi la morte: l'ho vista consumarsi negli amici attorno a me e alla fine ho dovuto farci i conti anch'io dopo aver scoperto di essere sieropositivo». L'incubo Hiv Luca lo ha scoperto sulla sua pelle a 25 anni. «Altro che gaiezza tra gli omosessuali - dice ricordando gli anni della trasgressione -. Dopo quelle nottate estreme, tra cocaina e popper, torni a casa con un carico emozionale enorme ma con un senso di solitudine infinito. E oggi pago con la mia salute il peso enorme di quei comportamenti». Così Luca si presenta alla libreria Babele di Milano, specializzata nelle tematiche gay. «Gli appunti lasciati quella sera da un amico parlavano delle teorie di Nicolosi, del fatto che le pulsioni nei confronti dell'altro sesso spariscono se smetti di idolatrare gli uomini perché tu non riesci ad essere come loro, che l'omosessualità può nascere da un senso di rivalsa di un bimbo che vorrebbe avere più attenzioni da un padre assente. Insomma sono entrato in libreria ma il libro di Nicolosi non l'ho trovato. E lì ho capito che c'era una realtà che il mio mondo omosessuale cercava di tenere nascosta». Così Luca comincia a incuriosirsi, si indispone anche di fronte alle teorie di Nicolosi («insisto, ero un gay convinto, non è stato facile mettermi in discussione»), fino a che non decide di provare la terapia riparativa. «Non ero felice e volevo capire il perché. Ci ho messo cinque anni per realizzare di avere sofferto dell'assenza di un padre, di aver idealizzato i maschi perché li sentivo più forti di me e per cominciare a incuriosirmi dell'universo femminile», racconta Luca. Ma guai a parlargli di lavaggio del cervello: «Non ci sto. Sono una persona in grado di intendere e di volere come lo ero quando ero un gay. La vera violenza è dire che è impossibile uscire dall'omosessualità», si difende. E insiste: «Basta con questa accusa di omofobia. Chi discrimina è chi pensa che gay si nasce. Non esiste certo un gene. La mia scelta ha richiesto coraggio, anche perché non ho dovuto lottare solamente contro le mie abitudini, praticare l'astinenza per un periodo, ma ho dovuto rinunciare anche ai privilegi di una società in cui essere gay è trendy, ti serve a trovare un lavoro più facilmente e a fare soldi più in fretta», dice Luca attaccando la comunità omosessuale. Poi precisa: «Certo che ci sono gay che vivono la loro condizione con naturalezza e in tranquillità. Ma io voglio dire a tutti quelli che invece vivono il disagio che ho attraversato io che non devono vergognarsi, che possono rivolgersi a strutture che li aiutano e che alla fine possono trovare la felicità». Luca ci crede davvero: «Le strade sono tante, non c'è solo la terapia riparativa, ci sono i gruppi e i corsi living waters, la cristoterapia per chi - com'è successo a me - vuole trovare conforto e motivazione nella preghiera. Io voglio solo che si sappia che c'è un'omosessualità che è il frutto di un disagio e che può essere curata come si fa con la depressione o con i disturbi alimentari. Lo scriva, è importante», dice serio Luca. Che si addolcisce quando comincia a parlare di sua moglie: «L'idea di poter avere un bambino da una ragazza di cui sono innamorato mi elettrizza e mi commuove. L'ho conosciuta a Medjugorie. È stato come ricevere una grazia. Lisa mi ha accettato per quello che sono, col mio passato, senza pregiudizi e con grande amore. È bello che un rapporto si fondi sulla diversità. La favola della famiglia gay è politica, un modo per ottenere un riconoscimento. Ma i figli devono crescere con una madre e un padre, con degli esempi. Anch’io ora voglio pensare al futuro. Sono sieropositivo ma posso sottopormi a un trattamento, previsto dalla nostra legislazione e accettato anche dalla Chiesa, per avere un figlio sano. È la mia nuova vita. Non vedo l'ora».










Il dott. Joseph Nicolosi si occupa da diversi anni di terapia riparativa dell'omosessualità; è cofondatore e direttore dell'Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell'Omosessualità (NARTH), membro dell'Associazione Psicologica Americana, autore di numerosi libri e articoli scientifici. In italiano sono disponibili i seguenti volumi: JOSEPH NICOLOSI, Omosessualità maschile, un nuovo approccio, Milano, Sugarco Edizioni, 2002; JOSEPH NICOLOSI, LINDA AMES NICOLOSI, Omosessualità: una guida per i genitori, Milano, Sugarco Edizioni, 2003. Il sito del NARTH, sul quale è disponibile materiale in italiano, ha il seguente URL: http://www.narth.com/menus/translations.html

leggi anche: http://omosessualitaeidentita.blogspot.com/

(foto dal web)




sabato 25 ottobre 2008

Luigi Gedda - vita instancabile vissuta al servizio del Papa




La sera di martedì 26 settembre 2000 si spegneva nella sua casa romana Luigi Gedda, alla bella età di 98 anni.Lucido sino alla fine, conservava ancora la direzione dell’Istituto di cura e ricerca “Gregorio Mendel”, da lui stesso fondato, dove aveva continuato a ricevere, oltre che i suoi collaboratori, anche gli amici di un tempo; e anche alcuni antichi avversari.Massimo Caparra, già segretario particolare di Palmiro Togliatti, ha scritto, all’indomani della scomparsa di Gedda, di averlo incontrato l’estate scorsa, insieme a Padre Migliaccio – che fu assistente ecclesiastico dei Comitati Civici – e di aver ripercorso <>.Erano tempi difficili quelli per l’Azione Cattolica, e in particolare per la Gioventù. Nel 1931 era stata messa in atto una campagna persecutoria contro i circoli giovanili cattolici da parte del fascismo, che voleva mantenere una sorta di monopolio dell’educazione della gioventù italiana. Una campagna ispirata dal filosofo Giovanni Gentile e portata avanti con grossolana virulenza dal Segretario de Partito Nazionale Fascista, Augusto Turati. Dovette intervenire personalmente Pio XI con la famosa enciclica <> (scritta in lingua italiana) per fermare quella persecuzione. Gedda rivelò ben presto doti eccezionali di uomo d’azione, sapientemente coniugate ad una spiritualità profonda. Un organizzatore formidabile. Fu Presidente della Giac dal 1934 al 1946. Presidente dall’Unione Uomini da A.C. dal 1952 al1959. Fondò l’Associazione Medici Cattolici Italiani nel 1944 e la presiedette sino al 1976. Promosse la Federazione Internazionale dei Medici Cattolici, di cui fu Presidente sino al 1966. Va detto, in proposito, che – anche se oberato da tanti incarichi e dalle relative responsabilità cui assolveva con dedizione totale – non dimenticò mai di essere medico: non trascurò mai l’aggiornamento nel suo campo professionale. E lo stesso Pio XII, di cui è noto l’interesse per i problemi della medicina, si serviva spesso della consulenza di Gedda. E dietro richiesta di questi, Pio XII compose quella bella <> che fu recitata per la prima volta nell’ottobre del 1957, durante un convegno di medici cattolici a San Giovanni Rotondo, da Padre Pio da Pietralcina. L’attivismo di Luigi Gedda portava il marchio di origine di una esigenza da lui largamente avvertita: l’animazione spirituale della società. Ed è in questa logica che si inserisce l’episodio del 18 aprile del 1948, e l’organizzazione dei Comitati Civici. Il 18 aprile del 1948 (oggi lo riconoscono, con maggiore o minore convinzione, un po’ tutti, anche quelli che furono gli sconfitti di allora) non fu un semplice capitolo dei tanti della storia di questo primo cinquantennio dell’Italia repubblicana, ma quello che ha consentito lo svolgersi delle tante altre vicende, gettando le basi solide per il processo lento, difficile e faticoso, della democrazia italiana.Fu un momento decisivo. Era lo spartiacque tra un versante contrassegnato dalle fosche prospettive di una dittatura stalinista, e un versante contrassegnato dalla speranza di un processo di libertà e di democrazia, con i suoi alti e bassi, con i suoi chiaroscuri, con le sue incertezze, ma comunque illuminato dai principi e dai traguardi che una libera comunità si propone. A distanza di oltre cinquant’anni possiamo dirlo: il 18 aprile segnò la vittoria di un sistema: il sistema democratico. Luigi Gedda fu l’animatore di quell’importante mobilitazione del mondo cattolico. Fu sua l’idea di costituire i Comitati Civici. Con tale formula si aggirava l’ostacolo giuridico del Concordato, che vietava alle organizzazioni dell’Azione Cattolica di immischiarsi nelle cose politiche. I Comitati civici, strutturati su base diocesana, si avvalsero di oltre trecentomila volontari: uomini, donne, giovani impegnati nella duplice direzione, di combattere l’astensionismo e di orientare il voto in senso antimarxistico e cristiano.La propaganda svolta dai Comitati Civici, oltre che capillare, insistente, galvanizzante, fu di un’efficacia straordinaria. Intelligente. Ricordo i manifesti. Non insulsi e folcloristici, come quelli delle attuali campagne elettorali, con molte facce e poche idee. Erano ciascuno di essi come un capitoletto di un libro di idee e programmi. Trasmettevano direttamente un messaggio. Quella mobilitazione, così rapida, inaspettata, del mondo cattolico impressionò Togliatti. Essa sconvolgeva ogni strategia. Era cambiata la posta in gioco. Non si trattava di scegliere tra America e Russia, ma per Cristo o contro Cristo. E qui Togliatti sentiva di trovarsi spiazzato. Dopo il 18 aprile, scrisse una lettera a Gedda riconoscendolo come il vero vincitore delle elezioni. Devo aggiungere che sull’operazione Gedda non mancarono dubbi e riserve anche in campo cattolico. Ma prevalse la chiara percezione della gravità del momento storico: era in pericolo la democrazia in Italia, e con la democrazia tutti i valori ad essa collegati, tra cui la libertà di credo religioso. Non si poteva stare a sottilizzare. Primum vivere…Pio XII fugò dubbi e riserve, accordando pieno sostegno al progetto geddiano. I tempi sono cambiati. La Chiesa non ha più bisogno dei Comitati Civici, perché non c’è più Annibale che preme alle porte. La Chiesa è sempre in trincea nella esaltante battaglia della dignità dell’uomo, legata al messaggio della salvezza di cui essa è annunciatrice perpetua; ma questo non significa essere sempre nella trincea politica. L’esperienza di Gedda era ormai superata già dieci anni dopo, quando con Giovanni XXIII la Chiesa scelse altre strategie pastorali, più adatte ai nuovi tempi. Un Gedda non serviva più in un’Europa in cui la pressione della barbarie comunista non aveva più la virulenza e la pericolosità di dieci, quindici anni prima. E Gedda fu congedato. Ma l’epoca del dialogo di Giovanni XXIII intanto poté maturare in quanto l’epoca dello scontro era stata affrontata alla maniera di Gedda e di Pio XII, ed era stata vittoriosamente superata. Alla luce dei fatti successivi, è lecito chiedersi che cosa sarebbe successo, quale decorso avrebbe avuto il processo democratico italiano ed europeo, senza i risultati del 18 aprile 1948. L’uomo vive il momento storico che la Provvidenza gli assegna: deve affrontare il suo presente con la responsabile determinazione che esso richiede.Ritirandosi dalla scena e dall’impegno sociale e politico, Gedda si dedicò con maggiore responsabilità ai suoi studi medici. Quale è stato il segreto di questa vita instancabile vissuta al servizio del Papa, della Chiesa, dell’Italia e poi della scienza? La sua profonda spiritualità: una vita interiore che è stata <>. Allo storico contemporaneo, ai tanti giornalisti che si sono interessati a lui, probabilmente questo sfugge, per cui esso risulta l’aspetto meno noto della sua personalità; e invece ne è quello dominante. E costituisce la chiave di lettura fondamentale per capire appieno i suoi comportamenti, in ogni momento della sua movimentata esistenza, nell’ora della solitudine e della mortificazione. Luigi Gedda era convinto che, quali che fossero le capacità del singolo, senza un saldo ancoraggio ad una profonda spiritualità, quelle doti e quelle risorse non sarebbero approdate a nessun risultato duraturo. Ecco perché nella sua impegnata esperienza, se da una parte non si risparmiava nell’affrontare e risolvere i tanti e non facili problemi che si ponevano alle sue responsabilità, sino a curare i piccoli dettagli organizzativi del suo lavoro, dall’altra parte non sottraeva un minuto ai tempi della preghiera, come esigeva la sua spiritualità. L’uomo che capeggiò – con il genio dell’organizzatore e il carisma del trascinatore – l’epica battaglia dell’aprile del 1948, è lo stesso che sei anni prima, nel 1942, aveva fondato la Società Operaia, la cui finalità era quella di formare e rinsaldare una forte vita interiore a fondamento del vero apostolato. Erano nate le Case di esercizi spirituali di Casale Corte Cerro (Novara) e di Paestum (Salerno), chiamate Getsemani, perché il loro programma era ispirato a Gesù agonizzante nell’orto degli ulivi, che conclude il suo colloquio di sofferenza col Padre con le parole: <>. La spiritualità getsemanica era per Gedda <> E’ lo stesso uomo che, nel 1947, insieme alla sorella Mary – oggi serva di Dio – fondò una rivista di spiritualità dal titolo significativo di <>. Questa profonda carica di spiritualità, che dette a Luigi Gedda l’energia necessaria per assolvere ai suoi difficili compiti, gli fornì altrettanta energia necessaria per affrontare con forza e dignità gli anni della emarginazione e dell’oblio. E’ stato forse <>. De Gasperi gli aveva offerto un seggio senatoriale sicuro, a Viterbo (la città dove Mario Fani e Giovanni Acquaderni avevano fondato la Società della Gioventù Cattolica, nel 1868), ma egli rifiutò. Amò la Chiesa e il Papa, ne fu fedele servitore. Ma l’amore per la Chiesa ed il Papa nasceva dal grande amore che aveva per Dio. Gedda era cosciente che l’uomo sarà giudicato da Dio e dalla storia sui comportamenti tenuti nell’ora delle responsabilità e della emarginazione. Beato colui, che alla fine dei suoi giorni, potrà dire: Ho combattuto la mia battaglia quando il momento della responsabilità mi chiamava; ho saputo vivere nell’umiltà (e qualche volta nell’umiliazione) del silenzio e dell’isolamento, quando non ero (o ad altri pareva che non fossi) più utile. E’ allora che si vede la vera grandezza, e la vera nobiltà dell’uomo. Grande negli incarichi e negli onori, più grande nel ritiro e nella rimozione, coerente sempre nei principi professati e nello stile di vita prescelto. Così si comporta un vero cristiano. Ed è per questo che, al di là di vicende che lo hanno visto protagonista della storia d’Italia, Luigi Gedda è rimasto e rimane <>.

venerdì 24 ottobre 2008

Società Operaia

"Non mea voluntas sed tua fiat".


SIMBOLO DELLA "SOCIETA' OPERAIA"


Noi crediamo in Dio Padre e lo ringraziamo per la vocazione che ci diede.

Noi crediamo in Dio Figlio e ci consacriamo come suoi Operai.

Noi crediamo in Dio Spirito Santo e Gli chiediamo i lumiper bene intendere la via delle Opere alla quale vogliamo dedicarci: con spirito di santificazione, così che ogni Opera venga anzitutto costruitacon la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane;

con spirito di rinunciacosì che ogni Opera costruitanon appartenga agli Operai come tali, ma alla Chiesa attraverso le persone e gli entiche naturalmente devono possederla;

con spirito di rispetto, per le altre organizzazioni, iniziative e persone.

Noi crediamo in Maria, nella Sua onnipotente intercessionee Le chiediamo di poter conoscere e farela volontà di Dio per confortare i dolori di Gesù nel Getsemani;

Le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa, con il cuore ardente dei primi cristianie secondo i bisogni dell’ora che volge.

Sia aperta la nostra via a quanti ne comprendono la bellezzae siano tutti, al cospetto di Dio e del mondo, buoni Operai.

Così sia.