Oltre le promesse infrate: riconoscere le ferite dell’anima e custodire la verità nel legame di coppia
giovedì 15 ottobre 2026
Dalle grandi promesse al silenzio: l’attaccamento "ansioso-evitante" e le sue trappole nella vita di coppia
giovedì 27 agosto 2026
Aborto. Quando la legge pretende di decidere chi è persona
(Il contenuto di questo articolo è tratto da un intervento del professore Daniele Trabucco).
La questione dell’aborto non può essere ridotta al solo diritto della donna di scegliere. Prima di parlare di autodeterminazione, occorre stabilire chi è il soggetto coinvolto nella scelta.
La domanda fondamentale è quindi una sola: che cos’è l’embrione?
1. L’embrione è già un essere umano
Con la fecondazione nasce un nuovo organismo umano, distinto sia dal padre sia dalla madre.
Non si tratta di una semplice massa di cellule che, in un secondo momento, diventerà un essere umano. È già un individuo umano che deve ancora svilupparsi.
La differenza è fondamentale.
Un pezzo di marmo può diventare una statua, ma il marmo non possiede in sé il processo che lo trasformerà nella statua: serve un intervento esterno.
L'embrione, invece, si sviluppa autonomamente secondo la propria organizzazione biologica. Non deve ricevere dall'esterno qualcosa che lo trasformi in un essere umano. È un essere umano che sta attraversando la prima fase del proprio sviluppo.
Per questo embrione, feto, neonato, bambino e adulto non sono esseri diversi. Sono lo stesso individuo umano nelle diverse fasi della sua vita.
2. Lo sviluppo non significa diventare umani
Dire che l'embrione è “in sviluppo” non significa dire che sia “in procinto di diventare umano”.
Significa che è un essere umano che sta sviluppando progressivamente le proprie capacità.
Un neonato non sa parlare, non sa leggere, non ragiona come un adulto e non è autonomo. Nessuno, però, conclude da questo che non sia una persona.
La stessa logica deve essere applicata all'embrione.
La coscienza, la capacità di provare sensazioni, la capacità di ragionare, la relazione con gli altri e l'autonomia non sono ciò che rende umano un individuo. Sono capacità che un individuo umano sviluppa nel corso della propria vita.
La persona viene prima delle sue capacità.
Non è una persona perché è cosciente; è cosciente perché è una persona capace, nel corso del proprio sviluppo, di acquisire e utilizzare quella facoltà.
3. Il concepimento segna l'inizio di un nuovo individuo
Prima della fecondazione esistono due cellule riproduttive appartenenti agli organismi dei genitori.
Con la fecondazione nasce invece un nuovo organismo.
Non è il padre, non è la madre e non è semplicemente la somma delle due cellule precedenti. È un nuovo individuo biologicamente distinto, dotato di una propria continuità di sviluppo.
Da quel momento non occorre aggiungere qualcosa perché diventi umano.
Occorre soltanto che continui a svilupparsi.
La differenza tra embrione e adulto è quindi una differenza di sviluppo, non di natura.
L'adulto non è un essere umano diverso dall'embrione: è lo stesso individuo che ha raggiunto un diverso grado di maturazione.
| La ricostruzione in 3D di un bambino alla 32ma settimana di gestazione |
4. La legge non può decidere quando una persona esiste
Questo punto porta direttamente al problema giuridico.
La legge può stabilire quali comportamenti siano leciti o illeciti. Può stabilire quando un comportamento debba essere punito e quando non debba esserlo.
Ma la legge non può modificare la realtà dell'essere.
Se un individuo è umano, una norma non può renderlo non umano.
Se una persona esiste, una maggioranza parlamentare non può farla cessare di essere persona semplicemente stabilendo che, in determinate condizioni, non debba essere considerata tale.
La legge può riconoscere una realtà oppure negarla. Non può crearla.
5. Il problema della legge 194
Questo rende particolarmente importante il rapporto tra gli articoli 1 e 4 della legge n. 194 del 1978.
L'articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio.
L'articolo 4 consente però, entro i primi novanta giorni e alle condizioni previste dalla legge, l'interruzione volontaria della gravidanza.
Se il concepito è già un individuo umano, emerge una contraddizione precisa: lo Stato riconosce l'esistenza della vita umana fin dal suo inizio, ma consente in determinate condizioni di interromperla volontariamente.
Il problema, dunque, non è soltanto il conflitto tra due diritti.
È qualcosa di più radicale: lo Stato riconosce una vita umana e contemporaneamente ne ammette la soppressione in determinate circostanze.
6. La legalità non cambia la natura dell'atto
Il fatto che una condotta sia legalmente consentita non cambia ciò che quella condotta è.
Una legge può togliere una sanzione, stabilire un'eccezione o modificare le conseguenze giuridiche di un comportamento.
Non può però cambiare la natura dell'individuo coinvolto.
Se il concepito è un individuo umano, l'interruzione volontaria della sua vita rimane la soppressione deliberata di un individuo umano innocente.
La legge può stabilire che tale atto, in determinate condizioni, non costituisca reato. Non può stabilire che l'individuo soppresso non fosse umano.
Per questo il problema non viene risolto semplicemente definendo l'aborto “legale”.
La legalità riguarda ciò che l'ordinamento permette o vieta. La questione dell'essere umano riguarda invece chi viene coinvolto dall'azione.
7. Anche il linguaggio dei diritti viene dopo
Parlare esclusivamente di “diritto all'autodeterminazione” rischia quindi di saltare il passaggio fondamentale.
Ogni diritto appartiene a qualcuno.
L'autonomia appartiene a una persona. La libertà appartiene a una persona. Il diritto alla vita appartiene a una persona.
Perciò, prima di stabilire quale diritto debba prevalere, bisogna stabilire chi sono i soggetti dei diritti in gioco.
La donna è certamente una persona e possiede diritti.
Ma anche il concepito, se è già un individuo umano, è un soggetto distinto dalla madre.
Non si può quindi risolvere il problema semplicemente dicendo che la donna deve poter decidere sul proprio corpo, perché nell'aborto non è coinvolto esclusivamente il corpo della donna: è coinvolto anche un altro individuo umano.
8. Nessuna maggioranza può stabilire chi è persona
La conseguenza politica è inevitabile.
Una maggioranza può approvare una legge. Può modificarla o abrogarla. Può stabilire quali comportamenti siano punibili e quali no.
Ma non può decidere, attraverso una votazione, che cosa sia un essere umano.
Se l'individuo umano esiste dal concepimento, la sua esistenza non dipende dal riconoscimento dello Stato.
Non diventa persona perché una legge lo dichiara tale e non smette di esserlo perché una legge gli nega protezione.
La persona precede la legge.
La legge, se è giusta, deve riconoscere questa realtà e proteggerla.
Conclusione
Il punto decisivo dell'aborto non è quindi stabilire quale maggioranza politica sostenga la legge 194, né semplicemente discutere quanto debba essere ampia l'autodeterminazione della donna.
Il punto decisivo è stabilire che cosa esiste dal momento del concepimento.
Dal concepimento esiste un nuovo individuo umano. Quell'individuo non diventa umano in una fase successiva: si sviluppa come l'essere umano che già è.
La coscienza, la sensibilità, l'autonomia, la capacità di ragionare e la possibilità di vivere indipendentemente dalla madre compaiono successivamente, ma non costituiscono il fondamento della sua umanità.
L'essere viene prima delle sue capacità.
Di conseguenza, se il concepito è un individuo umano, nessuna legge può trasformare la sua natura. Può stabilire che la sua soppressione sia legalmente consentita in determinate circostanze, ma non può trasformare quella soppressione in qualcosa di diverso da ciò che è: la deliberata eliminazione di un individuo umano innocente.
È questo il punto che viene prima di ogni discussione politica sull'aborto.
La legge può decidere ciò che è legalmente permesso. Non può decidere chi è persona.
(foto dal web)
giovedì 9 ottobre 2025
Abbiamo bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo
C’è un vuoto dentro ogni essere
umano che nessuna conquista materiale, nessun successo personale e nessuna
relazione puramente terrena riescono a colmare. È il vuoto di Dio. L’uomo
moderno, nella sua corsa verso l’autonomia assoluta, si è illuso di poter
bastare a sé stesso, di poter dare un senso alla propria esistenza senza fare
riferimento al suo Creatore. Ma la sete di infinito che abita il cuore umano —
quella che Sant’Agostino riconobbe con le parole: “Ci hai fatti per Te, e il
nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” — continua a gridare
dentro ciascuno di noi.
L’uomo che non vuole guardarsi dentro.
Scendere in profondità nel proprio cuore è un atto che richiede
coraggio. Significa smettere di nascondersi dietro l’apparenza, dietro la
produttività, dietro l’illusione di controllo. È un passo che la cultura
contemporanea scoraggia bombardandoci con messaggi fallaci e menzogneri: siamo
invitati a “sentirci bene” ma non a interrogarci sul senso. Eppure, è solo lì,
nel silenzio e nella verità di noi stessi, che emerge il bisogno più radicale
dell’uomo — il bisogno di un Altro che dia consistenza e senso al nostro
essere.
Quando l’uomo rimuove Dio dalla
propria vita, non si libera: si perde. La storia moderna ne è testimone. Le
ideologie materialiste e nichiliste hanno promesso emancipazione, ma hanno
prodotto alienazione. Hanno tolto Dio, ma con Lui hanno tolto anche la verità
sull’uomo. Benedetto XVI lo ha espresso con lucidità: “Quando si esclude
Dio, non si eleva l’uomo, lo si abbandona.”
Il mondo senza Dio diventa un deserto interiore.
Le società che hanno voluto sostituire Dio con il benessere
economico, la tecnica o il potere, si ritrovano oggi afflitte da nuove forme di
schiavitù: depressione, solitudine, perdita di significato, violenza gratuita.
È come se l’umanità avesse voluto tagliare le radici per sentirsi più libera,
scoprendo invece di non saper più respirare. Giovanni Paolo II ricordava che “l’uomo
non può vivere senza amore”: non l’amore come emozione passeggera, ma come
partecipazione al mistero stesso di Dio, che è Amore.
Il seme della superbia, che fin
dall’inizio spinse Adamo a voler “essere come Dio”, continua a germogliare nel
cuore dell’uomo di oggi. È la stessa tentazione di ogni epoca: credere che la
felicità consista nell’autosufficienza. Ma senza Dio, l’uomo diventa schiavo
dei suoi stessi desideri, vittima della sua stessa fame di senso. Noi stessi
possiamo verificarne le nefaste conseguenze. Viviamo in un tempo in cui la
verità sembra divenuta relativa, manipolabile, piegata agli interessi del
momento. I mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere strumenti di luce e
conoscenza, spesso invece alimentano deliberatamente confusione, paura,
divisione. L’epoca recente ha mostrato in modo drammatico quanto l’uomo, privo
di un riferimento trascendente, possa smarrire il discernimento e consegnarsi
docilmente alla menzogna.
La menzogna tacciata per verità
Durante le crisi globali —
sanitarie, politiche o economiche — si è manifestata con forza la gravissima fragilità
spirituale del nostro tempo: la paura ha sostituito la fiducia, il sospetto ha
distrutto la comunione, l’ansia di sicurezza ha reso molti incapaci di
abbandonarsi alla Provvidenza, inducendo milioni di persone a credere
ciecamente alla menzogna rassicurante. In un mondo che ha smesso di cercare la
Verità, diventa facile credere a qualunque versione parziale della realtà. Oggi
infatti viviamo in un’epoca in cui la falsità ha assunto un volto rispettabile
e la manipolazione si è travestita da bene comune. Ciò che un tempo veniva
riconosciuto come inganno oggi viene applaudito come progresso. Mai come ora
l’uomo ha creduto tanto di sapere, e mai come ora si è dimostrato tanto cieco.
La corsa alla tecnologia, la fiducia cieca nella scienza slegata dall’etica, la
comunicazione ridotta a strumento di consenso: tutto questo ha mostrato la
fragilità di un mondo che ha voluto sostituire Dio con sé stesso.
Gli ultimi anni hanno messo in
luce in modo drammatico questa deriva. Intere popolazioni, smarrite dalla
paura, si sono consegnate a poteri che promettevano salvezza ma rinnegavano la
verità. Si è creduto a ciò che veniva ripetuto con forza, non a ciò che
resisteva alla prova della coscienza. Si è scelto di fidarsi degli uomini
invece che di Dio. E il prezzo di questa fiducia mal riposta è stato alto:
solitudini, divisioni, un dolore profondo che ancora chiede guarigione. Il
punto non è la scienza in sé, ma l’uso idolatrico che ne è stato fatto: l’uomo
che si proclama salvatore di sé stesso dimentica che solo Dio salva davvero.
Quando la ragione si separa dalla fede, la conoscenza si perverte in potere, e
il potere — senza amore — diventa tirannia. Benedetto XVI lo aveva previsto: “Un
mondo senza Dio diventa un mondo senza speranza.”
Le conseguenze di questo distacco
sono sotto gli occhi di tutti: una società che diffida del prossimo, che teme
il futuro, che ha perso il gusto della verità. La menzogna ripetuta e
presentata come soluzione ha avvelenato le relazioni e confuso le coscienze. Ma
Cristo è venuto proprio per questo: per rendere testimonianza alla Verità. Solo
in Lui l’uomo può ritrovare il coraggio di credere, di pensare, di amare. Benedetto
XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ci ricorda che “senza
verità, la carità degenera nel sentimentalismo” e che solo radicando la
vita nella verità di Dio possiamo resistere alla manipolazione e alla paura. Il
vuoto lasciato da Dio non resta mai neutro: viene riempito da nuove idolatrie —
la tecnica, l’economia, l’informazione — che si trasformano in strumenti di
dominio.
Il riparo nell'umiltà
Come si guarisce questa ferita
spirituale? Con l’umiltà. Il primo passo è riconoscere la propria condizione di
necessità che Papa Francesco indica spesso come la “beatitudine della
mancanza”: quella che apre lo spazio per l’accoglienza della grazia. Ritrovare
Dio significa anche ritrovare sé stessi. San Giovanni Paolo II lo ha affermato
con forza: “L’uomo non può comprendere se stesso pienamente senza Cristo.”
Solo riscoprendo la luce del Verbo incarnato, l’essere umano scopre di essere
amato, perdonato, chiamato. Lontano da Dio, l’uomo è un enigma irrisolto; con
Dio, ogni frammento della sua vita trova un posto nel mosaico dell’eternità.
È tempo di un risveglio
spirituale. La verità è una sola, ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il
Signore.
Ed allora, quali possono essere i
cammini concreti per ritrovare Dio? La preghiera è la strada maestra: solo lasciando
spazio al dialogo con Dio l’uomo si riscopre figlio e non padrone della vita. I
Sacramenti sono luoghi di guarigione dove la Grazia opera nel profondo. Un
altro aspetto da affrontare è la ricerca della verità: come invitava Benedetto
XVI, è urgente una “nuova evangelizzazione dell’intelligenza”, capace di
ricucire fede e ragione impropriamente separate dall’uomo, ma mai dalla Chiesa.
Ed infine una carità fattiva: In un mondo che misura tutto in termini di
utilità, l’amore gratuito è la più concreta testimonianza della presenza di
Dio.
Abbiamo dunque bisogno di Dio,
anche se non lo sappiamo. Egli non è un limite alla nostra libertà, ma la condizione
perché essa si realizzi pienamente. Senza di Lui, l’uomo perde la direzione e
si smarrisce nel deserto dell’autosufficienza. Con Lui, ogni domanda, ogni
dolore, ogni desiderio trova un senso. Non serve inventare un nuovo umanesimo:
basta tornare a riconoscere che l’uomo è veramente uomo solo quando si lascia
amare da Dio. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Tutto comincia con la
preghiera e termina con la preghiera. Se non preghiamo, non possiamo vedere Dio
in chi ci sta accanto.”
E forse è proprio da qui che può
rinascere il mondo: dal riconoscere, umilmente, che Dio ci è necessario come
l’aria che respiriamo.
venerdì 19 settembre 2025
L’assassinio di Charlie Kirk e la crisi dell’Occidente
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| Charlie Kirk |
L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto durante un incontro pubblico in Utah, ha scosso profondamente non solo il mondo politico americano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Non si tratta di una morte come le altre: hanno colpito un uomo, giovane marito e padre, ma anche un simbolo di impegno, di speranza, di dedizione a una causa che, al di là delle appartenenze, aveva il coraggio di interpellare le coscienze.
Charlie Kirk, pur non essendo cattolico, viveva un dialogo quotidiano con la fede della moglie e con tanti credenti che lo hanno incrociato nel suo percorso. La sua vita non era esente da limiti, ma ha tentato con il suo impegno di dare un senso a chi lo aveva perduto, di offrire parole di orientamento a giovani smarriti, a persone disadattate che cercavano una via di ritorno alla preghiera, alla speranza, alla fede.
La brutalità con cui è stato strappato alla vita e le gravissime espressioni di esultanza provenienti da varie parti del mondo alla notizia della sua morte, richiamano un problema che prima di essere politico o di sicurezza, è soprattutto un problema che ha radici molto più profonde. È il sintomo del degrado morale e civile che segna la nostra epoca. In troppe parti del mondo occidentale assistiamo a una progressiva demolizione dei valori universali che dovrebbero essere condivisi da tutti: il bene, la pace, l’amore, la libertà di opinione, il confronto civile. Al loro posto cresce un linguaggio d’odio, una violenza diffusa, un clima di sospetto e di aggressività che disumanizza l’uomo e lo priva della sua dignità più profonda. Questa modalità è oggi diffusa in vastissimi ambiti e raggiunge moltissime fasce della popolazione. Spesso i nostri stessi colleghi, amici e conoscenti sono caduti nella trappola di questa mentalità polarizzante e mortificante che non riesce a oltrepassare i confini della decenza e del rispetto della dignità altrui. Da qui l'inquietante realtà che ci circonda: persone comuni che giustificano il più barbaro degli assassinii.
Viviamo in un tempo in cui il livello di appiattimento morale ed etico delle masse ha raggiunto proporzioni inquietanti. Non è un fenomeno casuale né spontaneo: esso è il frutto di un disegno coltivato da decenni da élite che hanno come unico scopo la sottomissione dell’uomo. Non parliamo qui di una semplice “influenza culturale” o di un normale confronto di idee, ma di un progetto deliberato di svuotamento interiore, volto a trasformare le persone in una massa informe, priva di senso critico, incapace di discernere il bene dal male, male che, oggi più che mai, viene sostituito, attraverso la menzogna, al bene stesso.
Questa manipolazione avviene attraverso molteplici strumenti: i mezzi di comunicazione che diffondono un pensiero unico; il sistema educativo che spesso abdica al compito di formare coscienze libere e si limita a trasmettere nozioni utili solo al mercato, se non addirittura deleterie della stessa dignità umana; la cultura del consumo che induce dipendenze continue; la politica che, più che difendere l’uomo e i suoi valori, diventa complice di tali dinamiche in nome della stabilità o del consenso. Il tutto viene giustificato con parole nobili — progresso, inclusione, libertà — che però nascondono un vuoto, e spesso un inganno.
Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, ammoniva che una società che non riconosce più valori morali oggettivi si espone a una nuova forma di totalitarismo, magari più sottile, ma non meno oppressivo. Benedetto XVI, con lucidità profetica, ha più volte denunciato la “dittatura del relativismo”, quella mentalità che cancella ogni verità in nome di una libertà apparente, che però lascia l’uomo in balìa del più forte, del più aggressivo, del più rumoroso. Già Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva messo in guardia dall’illusione di un progresso che dimentica Dio e riduce l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo sociale o economico: togliendo il fondamento trascendente, l’edificio civile non può che crollare.
Charlie Kirk, con i suoi limiti e la sua passione, aveva intuito questo meccanismo e non aveva paura di denunciarlo. Per questo molti lo consideravano scomodo. Non si trattava semplicemente di posizioni politiche: egli aveva compreso che dietro la crisi morale e sociale del nostro tempo c’è un attacco radicale alla libertà e alla dignità dell’uomo. La sua voce, rivolta soprattutto ai giovani, cercava di risvegliare coscienze assopite, di smascherare i meccanismi di manipolazione che trasformano gli individui in numeri, in consumatori, in ingranaggi senza identità.
Come difendersi da questo attacco? Innanzitutto tornando a formare coscienze libere, radicate nella verità e non nel relativismo. Difendendosi dall’omologazione che svuota l’individuo di responsabilità e discernimento. Coltivando comunità in cui il confronto sia reale e non pilotato, in cui il bene non sia confuso con il male. Ritornando a Dio, perché solo in Lui l’uomo trova il criterio ultimo della sua dignità e la forza per opporsi all’ingiustizia.
Il Cardinale Sarah ha detto con chiarezza che l’Occidente ha sulla coscienza il rifiuto di Dio. In questo rifiuto affonda le radici la nostra crisi: quando si nega Dio, inevitabilmente si nega anche l’uomo, perché è da Dio che l’uomo riceve la sua dignità inalienabile. È un rifiuto che genera vuoto, che apre la porta all’odio, all’individualismo, alla disgregazione.
L’assassinio di Charlie Kirk non è una semplice tragedia: è la spia di una malattia più ampia. Se persino il confronto politico, che dovrebbe essere palestra di idee e di visioni differenti, diventa terreno di sangue, quale futuro attende le nostre società? Se l’odio viene giustificato, se il male viene travestito da bene, se chi osa professare ideali o valori viene ridotto al silenzio con la violenza, che mondo consegneremo alle generazioni che verranno?
La morte di Charlie Kirk, allora, non può essere solo compianta. Deve diventare per tutti un richiamo a riprendere in mano il timone della storia, a non lasciare che la corrente del disfattismo e dell’odio trascini via il meglio della nostra civiltà. È tempo di agire concretamente, di combattere coloro che odiano l’uomo e vogliono ridurlo a schiavo di ideologie o interessi che lo separano dal bene.
Se oggi non ritroviamo il coraggio di riaffermare i valori veri e universali, se non rimettiamo Dio al centro del nostro vivere sociale e personale, il futuro sarà solo un moltiplicarsi di tragedie come questa. Ma se sapremo riscoprire la forza della fede, il rispetto reciproco, l’amore alla verità, allora il sacrificio di Charlie non sarà stato vano: resterà come testimonianza di una resistenza possibile, di una lotta che vale la pena di combattere.
Caro Charlie, la tua vita non è stata vana. La tua testimonianza porterà frutto. La tua ricompensa sarà eterna e nessuno potrà rubartela mai.
A Dio caro fratello in Cristo!
(Foto tratta dal web)
giovedì 24 luglio 2025
Difendere la vita, sempre: contro la cultura della morte travestita da libertà
In questi giorni si parla molto di eutanasia, ma se ne parla in modo inquietante, come se fosse l’ultimo grande atto di libertà. Giornali e televisioni celebrano con toni epici il gesto di chi sceglie di porre fine alla propria vita, come fosse un trionfo della volontà sull’umana fragilità. Ma siamo davvero sicuri che sia questa la strada della dignità? Che uccidersi o lasciarsi uccidere sia il segno più alto dell’essere padroni di sé?
Come cristiani, non possiamo
restare in silenzio di fronte a una simile deriva. Siamo chiamati, oggi più che
mai, a dire con chiarezza e carità che la vita è un dono sacro, un bene
indisponibile che nessuno può arrogarsi il diritto di spegnere.
La stampa parla di “diritto”, di “scelta lucida”, ma mai — o quasi mai — parla della solitudine, della disperazione, del vuoto e dell’abbandono spirituale che
accompagnano il gesto estremo dell'eutanasia.
Si tace soprattutto su ciò che
accade in quei Paesi dove l’eutanasia è ormai legalizzata da tempo. In Olanda,
nel solo 2024, oltre 9.900 persone sono morte con eutanasia, un aumento del 10%
rispetto all’anno precedente. E crescono i casi di giovani affetti da disturbi
psicologici, senza malattie terminali, che ottengono il permesso di morire.
Alcuni di loro non volevano morire, ma non hanno trovato nessuno disposto ad
accompagnarli nella loro sofferenza.
Una visione ribaltata: la vita
come ostacolo, non come dono
Ciò che impressiona è il
cambiamento di paradigma: oggi molte vite vengono considerate “non degne” solo
perché non rispondono a certi standard di efficienza o autonomia. La vita
fragile, dipendente, ferita, viene giudicata “inutile”. Ma inutile per chi? Per
una società malata di produttivismo e paura del dolore?
Siamo di fronte a una mentalità
profondamente laicista e materialista che riduce l’uomo a una somma di
funzionalità. È la negazione dell’ontologia umana, del valore intrinseco di
ogni persona, indipendentemente da ciò che può fare o da quanto può durare la
sua esistenza.
Di fronte a questa confusione morale, l’insegnamento della Chiesa risuona con chiarezza e misericordia. Il valore della vita non è negoziabile, perché essa è sacra, creata da Dio e destinata all’eternità.
San Giovanni Paolo
II – Evangelium Vitae (1995)
“L’eutanasia è una grave
violazione della legge di Dio [...]. È un atto intrinsecamente cattivo, in ogni
occasione e circostanza.” (n. 65)
Il Papa non si limita alla
condanna. Indica anche la via: accompagnare, curare, consolare. Mai abbandonare
chi soffre.
Catechismo della
Chiesa Cattolica
“Noi siamo amministratori, non
proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.” (n. 2280)
“L’eutanasia diretta [...] è
moralmente inaccettabile.” (n. 2277)
“La scelta dell’eutanasia si
presenta come una falsa compassione [...]. La vera compassione sostiene la
persona nel dolore, senza sopprimerla.”
Questi insegnamenti non parlano solo ai credenti. Riguardano ogni coscienza aperta alla verità. Perché il rispetto della vita non è un dogma confessionale, ma una verità universale che ogni società giusta dovrebbe riconoscere.
Come cristiani non possiamo
tacere. Non possiamo accettare che la morte venga normalizzata come una
soluzione. Dobbiamo educare, testimoniare, pregare. Ma anche impegnarci con
coraggio nella società per difendere i più fragili. Perché se una civiltà non protegge
i suoi malati, i suoi anziani, i suoi deboli, non è più una civiltà: è una
barbarie tecnocratica travestita da progresso.
Ogni vita merita di essere
vissuta. Anche quella che soffre. Anzi, soprattutto quella che soffre.
Perché è lì che Dio si fa vicino, che l’amore si purifica, che il cuore si apre
al mistero. Non c’è vita inutile. E non c’è morte “bella”. C’è solo la verità
di un’esistenza accolta come dono, accompagnata come vocazione e custodita fino
alla fine con speranza.
giovedì 7 maggio 2020
APPELLO PER LA CHIESA E IL MONDO
sabato 31 marzo 2018
Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.
domenica 5 novembre 2017
La completa inversione morale del significato del diritto alla vita.
"Stiamo assistendo a una completa inversione morale del significato del diritto alla vita. Secondo l’ideologia materialista per cui solo coloro che hanno intelligenza e volontà sarebbero veramente umani e, dunque, degni di protezione. Finché non hanno raggiunto questa capacità, sarebbero solo una “materia corporea” sotto il potere di coloro che sono “davvero umani”, intelligenti e dotati di capacità di autodeterminazione. Così, la vita umana non è più una realtà biologica protetta dal diritto internazionale, ma è intelligenza e volontà, cioè forza: la debolezza dei bambini non nati e delle donne in difficoltà hanno una risposta unica: l’eliminazione. La sopravvivenza dei più forti."
lunedì 30 ottobre 2017
Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.
sabato 1 luglio 2017
Caso Charlie Gard: I medici non sono demiurghi
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| Charlie Gard |
domenica 27 novembre 2016
Gli uomini di buona volontà pensano ed agiscono in modo diverso.
di Tommaso Scandroglio.



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