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giovedì 15 ottobre 2026

Dalle grandi promesse al silenzio: l’attaccamento "ansioso-evitante" e le sue trappole nella vita di coppia

quando non è vero amore

Oltre le promesse infrate: riconoscere le ferite dell’anima e custodire la verità nel legame di coppia


Nel cammino della vita e delle relazioni umane, ciascuno di noi è chiamato a fare esperienza dell'amore autentico, un dono profondo che trova la sua espressione più alta nella capacità di donarsi interamente all'altro con verità, responsabilità e coraggio. Tuttavia, nel tessuto delle nostre comunità e nelle storie personali di cui veniamo a conoscenza, si manifestano non di rado dinamiche dolorose e ripetitive che meritano di essere comprese con uno sguardo che sappia unire la profondità della psicologia e la luce del discernimento cristiano.

Un esempio emblematico, purtroppo assai diffuso, è quello di chi, pur manifestando a parole il desiderio di costruire un legame stabile e duraturo, si ritrova cronicamente incapace di compiere il passo definitivo verso il sacramento del matrimonio quale impegno di vita irreversibile. Possiamo pensare alla vicenda accaduta a un uomo che, nel corso della sua vita e arrivato ormai alla soglia dei sessant'anni, dopo aver vissuto sin dalla giovinezza relazioni di lunga durata, ha sistematicamente azzerato ogni prospettiva futura attraverso un'improvvisa svalutazione della partner nel momento decisivo, arrivando persino, in altre circostanze, a nutrire l'altra persona di grandi promesse di unione per poi volatilizzarsi non appena le parole esigevano di farsi fatti.

Spesso queste persone usano formule verbali che inizialmente accendono grandi speranze, per poi trasformarsi in dolorosi presagi di fuga. Nelle fasi di avvicinamento o quando l'idea del futuro è ancora un desiderio astratto, è facile sentirsi dire frasi dal forte impatto emotivo come: "Sei la donna che ho aspettato per tutta la vita", "Con te riesco finalmente a immaginare una famiglia, i nostri figli e una nostra casa", oppure "Non ho mai provato un sentimento così profondo per nessuna". Tuttavia, non appena la relazione richiede di concretizzare le promesse o di entrare in una vulnerabilità autentica, il linguaggio cambia radicalmente e lascia il posto a espressioni di distacco e svalutazione: "Sento che mi stai togliendo la libertà", "Forse ho scambiato un grande affetto per amore", "Sei tu che corri troppo e mi fai sentire sotto pressione", fino alla classica giustificazione difensiva "Non sono io quello giusto per te, meriti di meglio".

A questo repertorio verbale si aggiunge spesso una delle vie d'uscita nate dal dolore che feriscono chi resta: il fenomeno della scomparsa improvvisa, comunemente noto come ghosting. In questi casi, di fronte all'imminenza di una scelta o alla necessità di un confronto sincero, la persona sceglie la via del silenzio assoluto, interrompendo ogni contatto, non rispondendo ai messaggi e volatilizzandosi nel nulla senza offrire la minima spiegazione. Questo rifiuto del dialogo non rappresenta soltanto un gesto di profonda immaturità emotiva, ma costituisce una vera e propria violazione del rispetto e della dignità dell'altro, lasciando chi resta in uno stato di sospensione angosciosa e nell'impossibilità di dare un senso compiuto alla fine della storia.

Di fronte a simili oscillazioni e a ritiri così repentini, chi vive la relazione si trova spesso smarrito, schiacciato da un senso di colpa ingiustificato o dall'illusione di non essere stato "abbastanza" per meritare la fedeltà e l'amore dell'altro. In realtà, la riflessione psicologica e pastorale ci insegna che tali comportamenti non sono quasi mai il frutto di una semplice mancanza d'affetto momentanea, bensì il sintomo di una profonda ferita interiore, spesso riconducibile a quello che la psicologia definisce uno stile di attaccamento ansioso-evitante. Questa fragilità, strutturata fin dai primi anni dell'infanzia di fronte a figure d'accudimento percepite come emotivamente inaccessibili o rifiutanti, porta l'adulto a sviluppare un terrore inconscio verso la vulnerabilità e l'intimità autentica.

In questa prospettiva, l'idea stessa dell'impegno definitivo non viene vissuta come il compimento di una promessa di grazia e di comunione, ma come una trappola soffocante in cui il rischio di essere feriti o abbandonati diventa intollerabile. Di conseguenza, la persona mette in atto meccanismi di difesa dolorosi per il partner: così, la svalutazione delle qualità dell'altro, il distacco emotivo improvviso o la fuga silenziosa del ghosting rispondono alla necessità disperata di mantenere il controllo e proteggere la propria fragile autonomia.

Riconoscere queste dinamiche, queste espressioni e l'uso del silenzio punitivo all'interno della propria vita di coppia è un atto fondamentale di verità e di custodia di sé, poiché la carità cristiana non consiste nel subire passivamente l'ambiguità o nell'assecondare la svalutazione altrui. Se da un lato il Vangelo ci invita alla compassione verso chi porta nel cuore le cicatrici dell'insicurezza e della paura d'amare, dall'altro ci ricorda che l'amore vero non è uno sforzo umano, ma amore sorgivo che scaturisce da Dio, guarisce l'intimità del nostro essere e solo allora si riversa sul prossimo, traducendosi in trasparenza, rispetto sacro della dignità altrui e nella coerenza tra parole e opere che sono i soli, autentici frutti di una vita custodita nella Sua Luce.

Imparare a scorgere i campanelli d'allarme — come le grandi dichiarazioni scollegate dalla maturità dei comportamenti, la tendenza a ritirarsi o sparire nel silenzio di fronte alla costruzione concreta del futuro e il continuo oscillare tra l'entusiasmo iniziale e l'improvvisa svalutazione — permette al credente di non rimanere imprigionato in una speranza illusoria. 

Possa la grazia del Signore donarci sempre la sapienza di distinguere il vero amore, che edifica ed è capace di donarsi nel tempo, da quelle ferite dell'anima che chiedono prima di tutto di essere riconosciute e curate, affinché la libertà del cuore possa finalmente farsi spazio.

giovedì 27 agosto 2026

Aborto. Quando la legge pretende di decidere chi è persona


(Il contenuto di questo articolo è tratto da un intervento del professore Daniele Trabucco).

La questione dell’aborto non può essere ridotta al solo diritto della donna di scegliere. Prima di parlare di autodeterminazione, occorre stabilire chi è il soggetto coinvolto nella scelta.

La domanda fondamentale è quindi una sola: che cos’è l’embrione?

1. L’embrione è già un essere umano

Con la fecondazione nasce un nuovo organismo umano, distinto sia dal padre sia dalla madre.

Non si tratta di una semplice massa di cellule che, in un secondo momento, diventerà un essere umano. È già un individuo umano che deve ancora svilupparsi.

La differenza è fondamentale.

Un pezzo di marmo può diventare una statua, ma il marmo non possiede in sé il processo che lo trasformerà nella statua: serve un intervento esterno.

L'embrione, invece, si sviluppa autonomamente secondo la propria organizzazione biologica. Non deve ricevere dall'esterno qualcosa che lo trasformi in un essere umano. È un essere umano che sta attraversando la prima fase del proprio sviluppo.

Per questo embrione, feto, neonato, bambino e adulto non sono esseri diversi. Sono lo stesso individuo umano nelle diverse fasi della sua vita.

2. Lo sviluppo non significa diventare umani

Dire che l'embrione è “in sviluppo” non significa dire che sia “in procinto di diventare umano”.

Significa che è un essere umano che sta sviluppando progressivamente le proprie capacità.

Un neonato non sa parlare, non sa leggere, non ragiona come un adulto e non è autonomo. Nessuno, però, conclude da questo che non sia una persona.

La stessa logica deve essere applicata all'embrione.

La coscienza, la capacità di provare sensazioni, la capacità di ragionare, la relazione con gli altri e l'autonomia non sono ciò che rende umano un individuo. Sono capacità che un individuo umano sviluppa nel corso della propria vita.

La persona viene prima delle sue capacità.

Non è una persona perché è cosciente; è cosciente perché è una persona capace, nel corso del proprio sviluppo, di acquisire e utilizzare quella facoltà.

3. Il concepimento segna l'inizio di un nuovo individuo

Prima della fecondazione esistono due cellule riproduttive appartenenti agli organismi dei genitori.

Con la fecondazione nasce invece un nuovo organismo.

Non è il padre, non è la madre e non è semplicemente la somma delle due cellule precedenti. È un nuovo individuo biologicamente distinto, dotato di una propria continuità di sviluppo.

Da quel momento non occorre aggiungere qualcosa perché diventi umano.

Occorre soltanto che continui a svilupparsi.

La differenza tra embrione e adulto è quindi una differenza di sviluppo, non di natura.

L'adulto non è un essere umano diverso dall'embrione: è lo stesso individuo che ha raggiunto un diverso grado di maturazione.


La ricostruzione in 3D di un bambino alla 32ma settimana di gestazione



4. La legge non può decidere quando una persona esiste

Questo punto porta direttamente al problema giuridico.

La legge può stabilire quali comportamenti siano leciti o illeciti. Può stabilire quando un comportamento debba essere punito e quando non debba esserlo.

Ma la legge non può modificare la realtà dell'essere.

Se un individuo è umano, una norma non può renderlo non umano.

Se una persona esiste, una maggioranza parlamentare non può farla cessare di essere persona semplicemente stabilendo che, in determinate condizioni, non debba essere considerata tale.

La legge può riconoscere una realtà oppure negarla. Non può crearla.

5. Il problema della legge 194

Questo rende particolarmente importante il rapporto tra gli articoli 1 e 4 della legge n. 194 del 1978.

L'articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio.

L'articolo 4 consente però, entro i primi novanta giorni e alle condizioni previste dalla legge, l'interruzione volontaria della gravidanza.

Se il concepito è già un individuo umano, emerge una contraddizione precisa: lo Stato riconosce l'esistenza della vita umana fin dal suo inizio, ma consente in determinate condizioni di interromperla volontariamente.

Il problema, dunque, non è soltanto il conflitto tra due diritti.

È qualcosa di più radicale: lo Stato riconosce una vita umana e contemporaneamente ne ammette la soppressione in determinate circostanze.

6. La legalità non cambia la natura dell'atto

Il fatto che una condotta sia legalmente consentita non cambia ciò che quella condotta è.

Una legge può togliere una sanzione, stabilire un'eccezione o modificare le conseguenze giuridiche di un comportamento.

Non può però cambiare la natura dell'individuo coinvolto.

Se il concepito è un individuo umano, l'interruzione volontaria della sua vita rimane la soppressione deliberata di un individuo umano innocente.

La legge può stabilire che tale atto, in determinate condizioni, non costituisca reato. Non può stabilire che l'individuo soppresso non fosse umano.

Per questo il problema non viene risolto semplicemente definendo l'aborto “legale”.

La legalità riguarda ciò che l'ordinamento permette o vieta. La questione dell'essere umano riguarda invece chi viene coinvolto dall'azione.

7. Anche il linguaggio dei diritti viene dopo

Parlare esclusivamente di “diritto all'autodeterminazione” rischia quindi di saltare il passaggio fondamentale.

Ogni diritto appartiene a qualcuno.

L'autonomia appartiene a una persona. La libertà appartiene a una persona. Il diritto alla vita appartiene a una persona.

Perciò, prima di stabilire quale diritto debba prevalere, bisogna stabilire chi sono i soggetti dei diritti in gioco.

La donna è certamente una persona e possiede diritti.

Ma anche il concepito, se è già un individuo umano, è un soggetto distinto dalla madre.

Non si può quindi risolvere il problema semplicemente dicendo che la donna deve poter decidere sul proprio corpo, perché nell'aborto non è coinvolto esclusivamente il corpo della donna: è coinvolto anche un altro individuo umano.

8. Nessuna maggioranza può stabilire chi è persona

La conseguenza politica è inevitabile.

Una maggioranza può approvare una legge. Può modificarla o abrogarla. Può stabilire quali comportamenti siano punibili e quali no.

Ma non può decidere, attraverso una votazione, che cosa sia un essere umano.

Se l'individuo umano esiste dal concepimento, la sua esistenza non dipende dal riconoscimento dello Stato.

Non diventa persona perché una legge lo dichiara tale e non smette di esserlo perché una legge gli nega protezione.

La persona precede la legge.

La legge, se è giusta, deve riconoscere questa realtà e proteggerla.

Conclusione

Il punto decisivo dell'aborto non è quindi stabilire quale maggioranza politica sostenga la legge 194, né semplicemente discutere quanto debba essere ampia l'autodeterminazione della donna.

Il punto decisivo è stabilire che cosa esiste dal momento del concepimento.

Dal concepimento esiste un nuovo individuo umano. Quell'individuo non diventa umano in una fase successiva: si sviluppa come l'essere umano che già è.

La coscienza, la sensibilità, l'autonomia, la capacità di ragionare e la possibilità di vivere indipendentemente dalla madre compaiono successivamente, ma non costituiscono il fondamento della sua umanità.

L'essere viene prima delle sue capacità.

Di conseguenza, se il concepito è un individuo umano, nessuna legge può trasformare la sua natura. Può stabilire che la sua soppressione sia legalmente consentita in determinate circostanze, ma non può trasformare quella soppressione in qualcosa di diverso da ciò che è: la deliberata eliminazione di un individuo umano innocente.

È questo il punto che viene prima di ogni discussione politica sull'aborto.

La legge può decidere ciò che è legalmente permesso. Non può decidere chi è persona.

(foto dal web)

giovedì 9 ottobre 2025

Abbiamo bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo

 




C’è un vuoto dentro ogni essere umano che nessuna conquista materiale, nessun successo personale e nessuna relazione puramente terrena riescono a colmare. È il vuoto di Dio. L’uomo moderno, nella sua corsa verso l’autonomia assoluta, si è illuso di poter bastare a sé stesso, di poter dare un senso alla propria esistenza senza fare riferimento al suo Creatore. Ma la sete di infinito che abita il cuore umano — quella che Sant’Agostino riconobbe con le parole: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” — continua a gridare dentro ciascuno di noi.

L’uomo che non vuole guardarsi dentro. 

Scendere in profondità nel proprio cuore è un atto che richiede coraggio. Significa smettere di nascondersi dietro l’apparenza, dietro la produttività, dietro l’illusione di controllo. È un passo che la cultura contemporanea scoraggia bombardandoci con messaggi fallaci e menzogneri: siamo invitati a “sentirci bene” ma non a interrogarci sul senso. Eppure, è solo lì, nel silenzio e nella verità di noi stessi, che emerge il bisogno più radicale dell’uomo — il bisogno di un Altro che dia consistenza e senso al nostro essere.

Quando l’uomo rimuove Dio dalla propria vita, non si libera: si perde. La storia moderna ne è testimone. Le ideologie materialiste e nichiliste hanno promesso emancipazione, ma hanno prodotto alienazione. Hanno tolto Dio, ma con Lui hanno tolto anche la verità sull’uomo. Benedetto XVI lo ha espresso con lucidità: “Quando si esclude Dio, non si eleva l’uomo, lo si abbandona.”

Il mondo senza Dio diventa un deserto interiore. 

Le società che hanno voluto sostituire Dio con il benessere economico, la tecnica o il potere, si ritrovano oggi afflitte da nuove forme di schiavitù: depressione, solitudine, perdita di significato, violenza gratuita. È come se l’umanità avesse voluto tagliare le radici per sentirsi più libera, scoprendo invece di non saper più respirare. Giovanni Paolo II ricordava che “l’uomo non può vivere senza amore”: non l’amore come emozione passeggera, ma come partecipazione al mistero stesso di Dio, che è Amore.

Il seme della superbia, che fin dall’inizio spinse Adamo a voler “essere come Dio”, continua a germogliare nel cuore dell’uomo di oggi. È la stessa tentazione di ogni epoca: credere che la felicità consista nell’autosufficienza. Ma senza Dio, l’uomo diventa schiavo dei suoi stessi desideri, vittima della sua stessa fame di senso. Noi stessi possiamo verificarne le nefaste conseguenze. Viviamo in un tempo in cui la verità sembra divenuta relativa, manipolabile, piegata agli interessi del momento. I mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere strumenti di luce e conoscenza, spesso invece alimentano deliberatamente confusione, paura, divisione. L’epoca recente ha mostrato in modo drammatico quanto l’uomo, privo di un riferimento trascendente, possa smarrire il discernimento e consegnarsi docilmente alla menzogna.

La menzogna tacciata per verità 

Durante le crisi globali — sanitarie, politiche o economiche — si è manifestata con forza la gravissima fragilità spirituale del nostro tempo: la paura ha sostituito la fiducia, il sospetto ha distrutto la comunione, l’ansia di sicurezza ha reso molti incapaci di abbandonarsi alla Provvidenza, inducendo milioni di persone a credere ciecamente alla menzogna rassicurante. In un mondo che ha smesso di cercare la Verità, diventa facile credere a qualunque versione parziale della realtà. Oggi infatti viviamo in un’epoca in cui la falsità ha assunto un volto rispettabile e la manipolazione si è travestita da bene comune. Ciò che un tempo veniva riconosciuto come inganno oggi viene applaudito come progresso. Mai come ora l’uomo ha creduto tanto di sapere, e mai come ora si è dimostrato tanto cieco. La corsa alla tecnologia, la fiducia cieca nella scienza slegata dall’etica, la comunicazione ridotta a strumento di consenso: tutto questo ha mostrato la fragilità di un mondo che ha voluto sostituire Dio con sé stesso.

Gli ultimi anni hanno messo in luce in modo drammatico questa deriva. Intere popolazioni, smarrite dalla paura, si sono consegnate a poteri che promettevano salvezza ma rinnegavano la verità. Si è creduto a ciò che veniva ripetuto con forza, non a ciò che resisteva alla prova della coscienza. Si è scelto di fidarsi degli uomini invece che di Dio. E il prezzo di questa fiducia mal riposta è stato alto: solitudini, divisioni, un dolore profondo che ancora chiede guarigione. Il punto non è la scienza in sé, ma l’uso idolatrico che ne è stato fatto: l’uomo che si proclama salvatore di sé stesso dimentica che solo Dio salva davvero. Quando la ragione si separa dalla fede, la conoscenza si perverte in potere, e il potere — senza amore — diventa tirannia. Benedetto XVI lo aveva previsto: “Un mondo senza Dio diventa un mondo senza speranza.”

Le conseguenze di questo distacco sono sotto gli occhi di tutti: una società che diffida del prossimo, che teme il futuro, che ha perso il gusto della verità. La menzogna ripetuta e presentata come soluzione ha avvelenato le relazioni e confuso le coscienze. Ma Cristo è venuto proprio per questo: per rendere testimonianza alla Verità. Solo in Lui l’uomo può ritrovare il coraggio di credere, di pensare, di amare. Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ci ricorda che “senza verità, la carità degenera nel sentimentalismo” e che solo radicando la vita nella verità di Dio possiamo resistere alla manipolazione e alla paura. Il vuoto lasciato da Dio non resta mai neutro: viene riempito da nuove idolatrie — la tecnica, l’economia, l’informazione — che si trasformano in strumenti di dominio.

Il riparo nell'umiltà

Come si guarisce questa ferita spirituale? Con l’umiltà. Il primo passo è riconoscere la propria condizione di necessità che Papa Francesco indica spesso come la “beatitudine della mancanza”: quella che apre lo spazio per l’accoglienza della grazia. Ritrovare Dio significa anche ritrovare sé stessi. San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza: “L’uomo non può comprendere se stesso pienamente senza Cristo.” Solo riscoprendo la luce del Verbo incarnato, l’essere umano scopre di essere amato, perdonato, chiamato. Lontano da Dio, l’uomo è un enigma irrisolto; con Dio, ogni frammento della sua vita trova un posto nel mosaico dell’eternità.

È tempo di un risveglio spirituale. La verità è una sola, ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il Signore.

Ed allora, quali possono essere i cammini concreti per ritrovare Dio? La preghiera è la strada maestra: solo lasciando spazio al dialogo con Dio l’uomo si riscopre figlio e non padrone della vita. I Sacramenti sono luoghi di guarigione dove la Grazia opera nel profondo. Un altro aspetto da affrontare è la ricerca della verità: come invitava Benedetto XVI, è urgente una “nuova evangelizzazione dell’intelligenza”, capace di ricucire fede e ragione impropriamente separate dall’uomo, ma mai dalla Chiesa. Ed infine una carità fattiva: In un mondo che misura tutto in termini di utilità, l’amore gratuito è la più concreta testimonianza della presenza di Dio.

Abbiamo dunque bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo. Egli non è un limite alla nostra libertà, ma la condizione perché essa si realizzi pienamente. Senza di Lui, l’uomo perde la direzione e si smarrisce nel deserto dell’autosufficienza. Con Lui, ogni domanda, ogni dolore, ogni desiderio trova un senso. Non serve inventare un nuovo umanesimo: basta tornare a riconoscere che l’uomo è veramente uomo solo quando si lascia amare da Dio. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Tutto comincia con la preghiera e termina con la preghiera. Se non preghiamo, non possiamo vedere Dio in chi ci sta accanto.”

E forse è proprio da qui che può rinascere il mondo: dal riconoscere, umilmente, che Dio ci è necessario come l’aria che respiriamo.

venerdì 19 settembre 2025

L’assassinio di Charlie Kirk e la crisi dell’Occidente

 

Foto tratta dal web
Charlie Kirk

                                   

L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto durante un incontro pubblico in Utah, ha scosso profondamente non solo il mondo politico americano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Non si tratta di una morte come le altre: hanno colpito un uomo, giovane marito e padre, ma anche un simbolo di impegno, di speranza, di dedizione a una causa che, al di là delle appartenenze, aveva il coraggio di interpellare le coscienze.

Charlie Kirk, pur non essendo cattolico, viveva un dialogo quotidiano con la fede della moglie e con tanti credenti che lo hanno incrociato nel suo percorso. La sua vita non era esente da limiti, ma ha tentato con il suo impegno di dare un senso a chi lo aveva perduto, di offrire parole di orientamento a giovani smarriti, a persone disadattate che cercavano una via di ritorno alla preghiera, alla speranza, alla fede.

La brutalità con cui è stato strappato alla vita e le gravissime espressioni di esultanza provenienti da varie parti del mondo alla notizia della sua morte, richiamano un problema che prima di essere politico o di sicurezza, è soprattutto un problema che ha radici molto più profonde. È il sintomo del degrado morale e civile che segna la nostra epoca. In troppe parti del mondo occidentale assistiamo a una progressiva demolizione dei valori universali che dovrebbero essere condivisi da tutti: il bene, la pace, l’amore, la libertà di opinione, il confronto civile. Al loro posto cresce un linguaggio d’odio, una violenza diffusa, un clima di sospetto e di aggressività che disumanizza l’uomo e lo priva della sua dignità più profonda. Questa modalità è oggi diffusa in vastissimi ambiti e raggiunge moltissime fasce della popolazione. Spesso i nostri stessi colleghi, amici e conoscenti sono caduti nella trappola di questa mentalità polarizzante e mortificante che non riesce a oltrepassare i confini della decenza e del rispetto della dignità altrui. Da qui l'inquietante realtà che ci circonda: persone comuni che giustificano il più barbaro degli assassinii. 

Viviamo in un tempo in cui il livello di appiattimento morale ed etico delle masse ha raggiunto proporzioni inquietanti. Non è un fenomeno casuale né spontaneo: esso è il frutto di un disegno coltivato da decenni da élite che hanno come unico scopo la sottomissione dell’uomo. Non parliamo qui di una semplice “influenza culturale” o di un normale confronto di idee, ma di un progetto deliberato di svuotamento interiore, volto a trasformare le persone in una massa informe, priva di senso critico, incapace di discernere il bene dal male, male che, oggi più che mai, viene sostituito, attraverso la menzogna, al bene stesso.

Questa manipolazione avviene attraverso molteplici strumenti: i mezzi di comunicazione che diffondono un pensiero unico; il sistema educativo che spesso abdica al compito di formare coscienze libere e si limita a trasmettere nozioni utili solo al mercato, se non addirittura deleterie della stessa dignità umana; la cultura del consumo che induce dipendenze continue; la politica che, più che difendere l’uomo e i suoi valori, diventa complice di tali dinamiche in nome della stabilità o del consenso. Il tutto viene giustificato con parole nobili — progresso, inclusione, libertà — che però nascondono un vuoto, e spesso un inganno.

Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, ammoniva che una società che non riconosce più valori morali oggettivi si espone a una nuova forma di totalitarismo, magari più sottile, ma non meno oppressivo. Benedetto XVI, con lucidità profetica, ha più volte denunciato la “dittatura del relativismo”, quella mentalità che cancella ogni verità in nome di una libertà apparente, che però lascia l’uomo in balìa del più forte, del più aggressivo, del più rumoroso. Già Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva messo in guardia dall’illusione di un progresso che dimentica Dio e riduce l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo sociale o economico: togliendo il fondamento trascendente, l’edificio civile non può che crollare.

Charlie Kirk, con i suoi limiti e la sua passione, aveva intuito questo meccanismo e non aveva paura di denunciarlo. Per questo molti lo consideravano scomodo. Non si trattava semplicemente di posizioni politiche: egli aveva compreso che dietro la crisi morale e sociale del nostro tempo c’è un attacco radicale alla libertà e alla dignità dell’uomo. La sua voce, rivolta soprattutto ai giovani, cercava di risvegliare coscienze assopite, di smascherare i meccanismi di manipolazione che trasformano gli individui in numeri, in consumatori, in ingranaggi senza identità.

Come difendersi da questo attacco? Innanzitutto tornando a formare coscienze libere, radicate nella verità e non nel relativismo. Difendendosi dall’omologazione che svuota l’individuo di responsabilità e discernimento. Coltivando comunità in cui il confronto sia reale e non pilotato, in cui il bene non sia confuso con il male. Ritornando a Dio, perché solo in Lui l’uomo trova il criterio ultimo della sua dignità e la forza per opporsi all’ingiustizia.

Il Cardinale Sarah ha detto con chiarezza che l’Occidente ha sulla coscienza il rifiuto di Dio. In questo rifiuto affonda le radici la nostra crisi: quando si nega Dio, inevitabilmente si nega anche l’uomo, perché è da Dio che l’uomo riceve la sua dignità inalienabile. È un rifiuto che genera vuoto, che apre la porta all’odio, all’individualismo, alla disgregazione.

L’assassinio di Charlie Kirk non è una semplice tragedia: è la spia di una malattia più ampia. Se persino il confronto politico, che dovrebbe essere palestra di idee e di visioni differenti, diventa terreno di sangue, quale futuro attende le nostre società? Se l’odio viene giustificato, se il male viene travestito da bene, se chi osa professare ideali o valori viene ridotto al silenzio con la violenza, che mondo consegneremo alle generazioni che verranno?

La morte di Charlie Kirk, allora, non può essere solo compianta. Deve diventare per tutti un richiamo a riprendere in mano il timone della storia, a non lasciare che la corrente del disfattismo e dell’odio trascini via il meglio della nostra civiltà. È tempo di agire concretamente, di combattere coloro che odiano l’uomo e vogliono ridurlo a schiavo di ideologie o interessi che lo separano dal bene.

Se oggi non ritroviamo il coraggio di riaffermare i valori veri e universali, se non rimettiamo Dio al centro del nostro vivere sociale e personale, il futuro sarà solo un moltiplicarsi di tragedie come questa. Ma se sapremo riscoprire la forza della fede, il rispetto reciproco, l’amore alla verità, allora il sacrificio di Charlie non sarà stato vano: resterà come testimonianza di una resistenza possibile, di una lotta che vale la pena di combattere.

Caro Charlie, la tua vita non è stata vana. La tua testimonianza porterà frutto. La tua ricompensa sarà eterna e nessuno potrà rubartela mai. 

A Dio caro fratello in Cristo!

(Foto tratta dal web)

giovedì 24 luglio 2025

Difendere la vita, sempre: contro la cultura della morte travestita da libertà


 

In questi giorni si parla molto di eutanasia, ma se ne parla in modo inquietante, come se fosse l’ultimo grande atto di libertà. Giornali e televisioni celebrano con toni epici il gesto di chi sceglie di porre fine alla propria vita, come fosse un trionfo della volontà sull’umana fragilità. Ma siamo davvero sicuri che sia questa la strada della dignità? Che uccidersi o lasciarsi uccidere sia il segno più alto dell’essere padroni di sé?

Come cristiani, non possiamo restare in silenzio di fronte a una simile deriva. Siamo chiamati, oggi più che mai, a dire con chiarezza e carità che la vita è un dono sacro, un bene indisponibile che nessuno può arrogarsi il diritto di spegnere.

La stampa parla di “diritto”, di “scelta lucida”, ma mai — o quasi mai — parla della solitudine, della disperazione, del vuoto e dell’abbandono spirituale che accompagnano il gesto estremo dell'eutanasia.

Si tace soprattutto su ciò che accade in quei Paesi dove l’eutanasia è ormai legalizzata da tempo. In Olanda, nel solo 2024, oltre 9.900 persone sono morte con eutanasia, un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. E crescono i casi di giovani affetti da disturbi psicologici, senza malattie terminali, che ottengono il permesso di morire. Alcuni di loro non volevano morire, ma non hanno trovato nessuno disposto ad accompagnarli nella loro sofferenza.

Una visione ribaltata: la vita come ostacolo, non come dono

Ciò che impressiona è il cambiamento di paradigma: oggi molte vite vengono considerate “non degne” solo perché non rispondono a certi standard di efficienza o autonomia. La vita fragile, dipendente, ferita, viene giudicata “inutile”. Ma inutile per chi? Per una società malata di produttivismo e paura del dolore?

Siamo di fronte a una mentalità profondamente laicista e materialista che riduce l’uomo a una somma di funzionalità. È la negazione dell’ontologia umana, del valore intrinseco di ogni persona, indipendentemente da ciò che può fare o da quanto può durare la sua esistenza.

Di fronte a questa confusione morale, l’insegnamento della Chiesa risuona con chiarezza e misericordia. Il valore della vita non è negoziabile, perché essa è sacra, creata da Dio e destinata all’eternità.

San Giovanni Paolo II – Evangelium Vitae (1995)

“L’eutanasia è una grave violazione della legge di Dio [...]. È un atto intrinsecamente cattivo, in ogni occasione e circostanza.” (n. 65)

Il Papa non si limita alla condanna. Indica anche la via: accompagnare, curare, consolare. Mai abbandonare chi soffre.

Catechismo della Chiesa Cattolica

“Noi siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.” (n. 2280)

“L’eutanasia diretta [...] è moralmente inaccettabile.” (n. 2277)

 Congregazione per la Dottrina della Fede – Samaritanus bonus (2020)

“La scelta dell’eutanasia si presenta come una falsa compassione [...]. La vera compassione sostiene la persona nel dolore, senza sopprimerla.”

Questi insegnamenti non parlano solo ai credenti. Riguardano ogni coscienza aperta alla verità. Perché il rispetto della vita non è un dogma confessionale, ma una verità universale che ogni società giusta dovrebbe riconoscere.

Come cristiani non possiamo tacere. Non possiamo accettare che la morte venga normalizzata come una soluzione. Dobbiamo educare, testimoniare, pregare. Ma anche impegnarci con coraggio nella società per difendere i più fragili. Perché se una civiltà non protegge i suoi malati, i suoi anziani, i suoi deboli, non è più una civiltà: è una barbarie tecnocratica travestita da progresso.

Ogni vita merita di essere vissuta. Anche quella che soffre. Anzi, soprattutto quella che soffre. Perché è lì che Dio si fa vicino, che l’amore si purifica, che il cuore si apre al mistero. Non c’è vita inutile. E non c’è morte “bella”. C’è solo la verità di un’esistenza accolta come dono, accompagnata come vocazione e custodita fino alla fine con speranza.

giovedì 7 maggio 2020

APPELLO PER LA CHIESA E IL MONDO



APPELLO PER LA CHIESA E IL MONDO

Ai cattolici e a tutte le persone di buona volontà

Veritas liberabit vos. Gv 8:32
In questo momento di grande crisi, noi pastori della Chiesa cattolica, in virtù del nostro mandato, consideriamo il nostro sacro dovere fare un appello ai nostri fratelli nell'episcopato, al clero, ai religiosi, al santo popolo di Dio e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Questo appello è stato inoltre sottoscritto da intellettuali, medici, avvocati, giornalisti e professionisti che concordano con il suo contenuto e possono essere sottoscritti da coloro che desiderano farlo proprio.
I fatti hanno dimostrato che, con il pretesto dell'epidemia di Covid-19, i diritti inalienabili dei cittadini sono stati in molti casi violati e le loro libertà fondamentali, incluso l'esercizio della libertà di culto, espressione e movimento, sono state limitate in modo sproporzionato e ingiustificato . La salute pubblica non deve e non può diventare un alibi per violare i diritti di milioni di persone in tutto il mondo, figuriamoci per privare l'autorità civile del suo dovere di agire saggiamente per il bene comune. Ciò è particolarmente vero in quanto emergono dubbi crescenti da più parti sull'attuale contagio, pericolo e resistenza del virus. Molte voci autorevoli nel mondo della scienza e della medicina confermano che l'allarmismo dei media su Covid-19 sembra essere assolutamente ingiustificato.
Abbiamo motivo di credere, sulla base di dati ufficiali sull'incidenza dell'epidemia in relazione al numero di morti, che vi siano poteri interessati a creare panico tra la popolazione mondiale con l'unico scopo di imporre in modo permanente inaccettabili forme di restrizione su le libertà, il controllo delle persone e il monitoraggio dei loro movimenti. L'imposizione di queste misure illiberali è un preoccupante preludio alla realizzazione di un governo mondiale al di fuori di ogni controllo .
Riteniamo inoltre che in alcune situazioni le misure di contenimento adottate, inclusa la chiusura di negozi e aziende, abbiano fatto precipitare una crisi che ha fatto crollare interi settori dell'economia. Ciò incoraggia l'interferenza da parte di potenze straniere e ha gravi ripercussioni sociali e politiche. Le persone con responsabilità governative devono bloccare queste forme di ingegneria sociale, adottando misure per proteggere i loro cittadini che rappresentano e nei cui interessi hanno un serio obbligo di agire. Allo stesso modo, lascia che aiutino la famiglia, la cellula della società, non penalizzando irragionevolmente i deboli e gli anziani, costringendoli a una dolorosa separazione dai loro cari. Anche la criminalizzazione delle relazioni personali e sociali deve essere giudicata una parte inaccettabile del piano di coloro che sostengono l'isolamento delle persone al fine di manipolarle e controllarle meglio.

sabato 31 marzo 2018

Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.



Altro che «evento dello Spirito Santo». Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.



«Quella di Lutero? Non fu riforma ma rivoluzione» di Gerhard Ludwig Müller, 

da La NBQ



C’è grande confusione oggi nel parlare di Lutero, e bisogna dire chiaramente che dal punto di vista della teologia dogmatica, dal punto di vista della dottrina della Chiesa non fu affatto una riforma, ma una rivoluzione, cioè un cambiamento totale dei fondamenti della fede cattolica. Non è realistico sostenere che la sua intenzione fosse solo di lottare contro alcuni abusi delle indulgenze o contro i peccati della Chiesa rinascimentale. Abusi e azioni cattive sono sempre esistite nella Chiesa, non solo nel Rinascimento, e anche oggi ci sono. Siamo la Chiesa santa a causa della Grazia di Dio e dei sacramenti, ma tutti gli uomini di Chiesa sono peccatori, tutti hanno bisogno del perdono, della contrizione, della penitenza.


Questa distinzione è molto importante. E nel libro scritto da Lutero nel 1520, “De captivitate Babylonica ecclesiae”, appare assolutamente chiaro che Lutero ha lasciato dietro di sé tutti i principi della fede cattolica, della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del magistero del Papa e dei Concili, dell’episcopato. In questo senso ha stravolto il concetto di sviluppo omogeneo della dottrina cristiana, così come spiegato nel Medioevo, arrivando a negare il sacramento quale segno efficace della grazia che vi è contenuta; ha sostituito questa efficacia oggettiva dei sacramenti con una fede soggettiva. Qui Lutero ha abolito cinque sacramenti, ha anche negato l’Eucarestia: il carattere sacrificale del sacramento dell’Eucarestia, e la reale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. E ancora: ha definito il sacramento dell’ordine episcopale, il sacramento dell’ordine, una invenzione del Papa - definito l’Anticristo - e non parte della Chiesa di Gesù Cristo. Noi diciamo invece che la gerarchia sacramentale, in comunione con il successore di Pietro, è elemento essenziale della Chiesa cattolica, non solo un principio di una organizzazione umana.

domenica 5 novembre 2017

La completa inversione morale del significato del diritto alla vita.

"Stiamo assistendo a una completa inversione morale del significato del diritto alla vita. Secondo l’ideologia materialista per cui solo coloro che hanno intelligenza e volontà sarebbero veramente umani e, dunque, degni di protezione. Finché non hanno raggiunto questa capacità, sarebbero solo una “materia corporea” sotto il potere di coloro che sono “davvero umani”, intelligenti e dotati di capacità di autodeterminazione. Così, la vita umana non è più una realtà biologica protetta dal diritto internazionale, ma è intelligenza e volontà, cioè forza: la debolezza dei bambini non nati e delle donne in difficoltà hanno una risposta unica: l’eliminazione. La sopravvivenza dei più forti."


                                            


Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani sta per imporre la legalizzazione universale dell’aborto nel nome stesso del diritto alla vita.

Prossimamente si occuperà anche del suicidio assistito e dell’eutanasia, anch’essi necessari ad assicurare il diritto alla vita: per questi signori, evidentemente ” la guerra è pace la libertà è schiavitù l’ignoranza è forza”, come diceva il Grande Fratello di Orwell.

All’inizio di ottobre, l’ECLJ ha presentato al Comitato per i diritti umani un memorandum per la difesa del diritto alla vita con il sostegno di più di 130.000 persone che hanno firmato una petizione per la protezione di ogni vita umana.

Ora apprendiamo dal presidente dell’ECLJ, Gregor Puppink, come stanno andando le cose in seno al Comitato. 

«Questo comitato di esperti indipendenti [che rappresentano gli Stati ma non i popoli: non sono stati mai eletti da nessuno: sono burocrati incaricati di monitorare l’attuazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), ndT], si è riunito a Ginevra nei giorni scorsi al fine di redigere un’interpretazione ufficiale di ciò che si intende per diritto alla vita. Questa interpretazione, questo Commento Generale, ha una certa influenza rispetto alle giurisdizioni e ai legislatori in tutto il mondo, in quanto poi il Comitato giudica gli Stati sul se e come rispettano il trattato.

Alcuni membri del Comitato hanno colto questa opportunità per promuovere un’interpretazione più estesa del diritto all’aborto. In particolare il membro francese del Comitato, Olivier de Frouville, l’americana Sarah Cleveland e il tunisino Yadh Ben Achour. Gli altri membri non si sono espressi, sono stati molto – troppo – passivi su questo tema. Solo Anja Seibert-Fohr, tedesca, ha cercato di ottenere, invano, il riconoscimento del “legittimo interesse degli Stati nel proteggere la vita del feto”, come riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

lunedì 30 ottobre 2017

Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.



La notizia, anticipata da “La Verità”, è stata confermata in occasione del convegno sull’Humanae Vitae, promosso alla Pontificia Università “Angelicum” da Voice of the Family.Un gruppo di membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), creata nel 1994 da Giovanni Paolo II e recentemente “ripulita” e trasformata nei suoi obiettivi da papa Francesco, ha deciso di dare vita ad una John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF), che inevitabilmente si pone come contraltare della nuova accademia bergogliana.

Della nuova Accademia fanno parte, Joseph Seifert, Christine de Marcellus Vollmer, Thomas Ward, Philippe Schepens, Mercedes Arzú de Wilson, Luke Gormally, Michael Schooyans (tutti ex componenti della Pontificia Accademia per la Vitae), Paul Byrne, Judie Brown, Carlos Casanova, Roberto de Mattei, Claudio Pierantoni, John-Henri Westen. Caratteristica comune di queste personalità è l’attaccamento al Magistero della Chiesa e il rifiuto di tutti i tentativi di “rivedere” o trasformare questo insegnamento immutabile:

“Il fine di questa Accademia – ha detto il prof. Seifert – è quello di rifiutare tutti gli orribili mali ed errori che caratterizzano la società moderna e sono perfino entrati all’interno del santuario della Chiesa, opponendo ad essi la chiara esposizione della verità sulla vita umana e la famiglia. Ciò comporta il chiamare l’aborto omicidio e non semplicemente interruzione di gravidanza, ed evitare di usare parole disoneste che oscurano la verità. (…) 

Nel testimoniare così la bontà e la difesa della vita, la nuova Accademia ritiene importante considerare ciascuno di questi aspetti alla luce della vita eterna“. Perciò, afferma il prof. Seifert: “LaJAHLF non si limita a considerare la vita umana da un punto di vista meramente biologico. Riconosce altresì ed afferma la realtà dell’anima umana che è all’origine della vita. Pertanto, la JAHLF si occupa anche, parlando in termini generali, dei fondamenti metafisici ed antropologici della verità etica”. (T.M.)

sabato 1 luglio 2017

Caso Charlie Gard: I medici non sono demiurghi

Charlie Gard


Luglio 1, 2017 Caterina Giojelli
Intervista al genetista Domenico Coviello
Luglio 1, 2017 Caterina Giojelli

«La scienza non sa tutto. La storia di Charlie Gard è la storia di un potere violento, quello esercitato dalla scienza di fronte all’ignoto: la scienza che non sa, non può aiutare Charlie, si avvale della legge per eliminarlo, eliminare un problema. Ma nessun medico può arrogarsi il diritto di emanare un simile verdetto. Non può sospendere la vita di un bambino solo perché “non è possibile guarirlo”, perché non sa “se soffre”, perché non sa “quali effetti potrebbe avere una terapia sperimentale sul bambino”. Altrimenti si aprono scenari di onnipotenza sull’ignoto». 

Domenico Coviello è il direttore del Laboratorio di Genetica Umana dell’Ospedale Galliera di Genova. 

Pur condividendo il parere di molti colleghi che hanno descritto come disperata la situazione di Charlie Gard, arriva però alla conclusione opposta: «Charlie Gard, stando alle conoscenze di cui disponiamo oggi, non si può guarire. E allora? Se non possono guarirlo, se la sua malattia è irreversibile – e questa pare essere l’unica certezza degli inglesi –, i medici si devono arrendere al loro compito che è quello di assistere il malato, fino alla fine. Non quello di accelerare l’esito finale e fatale della sua vita. I medici non sono demiurghi».

domenica 27 novembre 2016

Gli uomini di buona volontà pensano ed agiscono in modo diverso.

Si è perso il senso della vita e del suo vero valore. 
Si attraversa questo passaggio esistenziale come se non ci fosse una meta. E per questo ci si chiude alla possibilità di un traguardo guadagnato con fatica e sudore. Non si vogliono affrontare i rischi e i pericoli delle proprie scelte. Non ci si vuole più impegnare per conseguire un risultato che porti a traguardi che non siano chili persi e muscoli tonici. Invece di sposarsi si preferisce convivere, invece che fare figli sin da giovani ci si chiude alla vita per assaporare i "piaceri" amari di una esistenza sterile ed egoista.
L'uomo e la donna di fede, non fanno così.




di Tommaso Scandroglio.

Il senso di liberazione che ha accompagnato molti commentatori nell’apprendere che ora la cattedra di Pietro ha indicato una strada facilitata, se non una scorciatoia, nell’assolvere il peccato di aborto e nel togliere la relativa scomunica è indice di un atteggiamento mentale abbastanza diffuso in una certa cultura contemporanea. L’atteggiamento mentale proprio dell’arrendevole, di chi appunto se può prende la via più comoda, più confortevole, più esistenzialmente ergonomica.

L’uomo postmoderno infatti da tempo ha rinunciato alla battaglia. Aspetta un bambino malato? Ricorre all’aborto. Non vuole concepire un bambino malato? Opta per la diagnosi genetica pre-impianto. Non riesce ad avere un bambino? Prende la via facile della provetta. Teme di sopportare le conseguenze negative di una sessualità nomade? Fa uso della contraccezione. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Cambia sesso come quando si cambia scuola perchè non ci si trova bene. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Sceglie l’eutanasia. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? Va a convivere. Litiga in famiglia o non si sente realizzato (pur avendo prima convissuto)? Divorzia.