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giovedì 1 ottobre 2026

«Non abbandonarci»? Perché la nuova formula del Padre Nostro ferisce la Tradizione



Quante volte, nell’intimità della Santa Messa, vi è capitato di avvertire una strana nota stonata sul finale del Padre Nostro? Quel «non abbandonarci alla tentazione», introdotto di recente nel Messale, continua a suonare alieno a molti fedeli. E non è una questione di pigrizia intellettuale, né una sterile nostalgia per le abitudini del passato. Dietro quella che è stata presentata come una semplice carezza pastorale per l’uomo moderno si nasconde, in realtà, una ferita profonda inferta sia alla fedeltà della Scrittura, sia all’architettura stessa della teologia cattolica.
Cerchiamo di guardare la questione da vicino, con la schiettezza che si deve alle cose sacre, per capire perché questa scelta non è solo discutibile, ma profondamente fuorviante.

Il tradimento della Parola ispirata
Il primo nodo da sciogliere riguarda l'onestà verso il testo. Nei Vangeli di Matteo e di Luca, scritti in greco, l'espressione consegnata da Cristo è καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Il verbo cardine è eisférō, la cui traduzione letterale non lascia spazio a equivoci: significa "introdurre", "condurre dentro", "portare verso". Non esiste alcun dizionario di greco antico che permetta di tradurre questo termine con "abbandonare".
Quando San Girolamo affrontò la monumentale impresa della Vulgata – la traduzione latina della Bibbia dichiarata autentica e priva di errori dogmatici dal Concilio di Trento –, si mantenne rigorosamente fedele all'originale: et ne nos inducas in tentationem. Da qui il nostro secolare «non ci indurre in tentazione».
Sostituendo il verbo originale con "non abbandonarci", non si è compiuta un'opera di traduzione, ma una riscrittura ideologica. Si è preferito sovrapporre un’interpretazione umana alla Parola ispirata da Dio. Ma la liturgia ha il compito di custodire il Testo Sacro, non di correggerlo per renderlo più accomodante.

Il mistero della prova e il silenzio del deserto
La giustificazione avanzata per sostenere il cambiamento è nota: l'idea che un Dio buono non possa spingere i propri figli verso il peccato. Questo argomento, sebbene mosso da un intento rassicurante, finisce per appiattire la complessa profondità della dottrina cattolica, che da sempre distingue tra la volontà positiva di Dio e la Sua volontà permissiva. Dio non desidera il male, ma permette la prova.
I Vangeli sono chiarissimi su questo punto. Subito dopo il Battesimo nel Giordano, Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4,1). È lo Spirito Santo a guidarlo verso quel perimetro di scontro. Nella prospettiva cristiana, infatti, la prova non è un tranello sadico teso dal Creatore, ma il terreno necessario del combattimento spirituale, una scuola di purificazione in cui la fede si tempra.
Con la formula tradizionale chiedevamo: «Padre, non portarci dentro quel combattimento se sai che le nostre forze vacilleranno; non permettere che siamo messi alla prova oltre ciò che possiamo sopportare». Con il nuovo "non abbandonarci", la vertigine di questo totale affidamento alla Provvidenza svanisce, sostituita da un concetto radicalmente diverso.

La lezione di Benedetto XVI: l'umiltà del limite
Su questo crinale teologico, la riflessione più limpida ci è stata lasciata da Papa Benedetto XVI. Nel suo saggio «Gesù di Nazaret», Joseph Ratzinger affrontò la sesta domanda del Padre Nostro rifiutando categoricamente l'idea di alterare le parole di Cristo, e mostrandone invece la straordinaria densità spirituale.
Ratzinger spiegava che il «non ci indurre» è l'invocazione di un figlio che conosce la propria miseria. È il grido di chi dice a Dio:
«So che la mia natura ha bisogno di essere provata per farsi pura. Ma se decidi di aprirmi la strada del deserto, ti prego, commisura la prova alle mie spalle. Tieni salda la fune, non allentare la presa».
Per offrire un'immagine concreta, il Papa emerito evocava il Libro di Giobbe. In quelle pagine, Dio concede a Satana il permesso di mettere alla prova il Suo servo, ma traccia un confine invalicabile: il demonio può colpire i suoi beni e la sua carne, ma non può toccare la sua vita.
Il senso profondo dell'originale risiede precisamente in questo: chiedere a Dio di porre un limite fisso e invalicabile al potere del Maligno. Scegliendo di cancellare il verbo causativo, si è preferito eliminare il problema testuale piuttosto che prendersi la briga di spiegarlo ai fedeli nei banchi.

Lo spostamento della responsabilità
La formula «non abbandonarci alla tentazione» produce anche un sottile ma pericoloso ribaltamento psicologico. Sembra suggerire che il pericolo maggiore per il fedele sia l’inconstanza di Dio, il rischio che il Padre possa improvvisamente voltarsi dall'altra parte e lasciarci soli.
Ma l'abbandono di Dio è un'impossibilità teologica. Cristo ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il problema non è mai la fedeltà del Creatore, ma la fragilità della creatura. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al paragrafo 2846) rammenta che il nucleo della domanda è chiedere di «non permettere di entrare» nella logica del peccato.
Sostituire la drammaticità di questa implorazione con una formula morbida e rassicurante finisce per anestetizzare la percezione della lotta contro il male e ad attutire il senso della responsabilità umana.

Una scelta di fedeltà interiore
La Tradizione della Chiesa non è un relitto archeologico da ammirare con distacco, ma una roccia viva su cui poggiare i piedi. Modificare una preghiera millenaria, pronunciata da generazioni di santi e martiri nella sua forma causativa originale, per inseguire una presunta leggibilità contemporanea, si è rivelato un errore di prospettiva che ha impoverito la liturgia e privato la preghiera della sua necessaria tensione biblica.
L'obbedienza ecclesiale richiede il rispetto delle norme comunitarie, ma l'obbedienza alla Verità storica e teologica custodita per secoli chiede qualcosa di più profondo. Per questa ragione, pur sedendo tra i banchi durante la Messa domenicale, io continuerò a pronunciare e non sottovoce le parole di sempre: «Non ci indurre in tentazione». È il mio modo per non interrompere quel filo invisibile che mi lega alla fede dei padri, per guardare in faccia il mistero della prova e per invocare il Padre sapendo che Lui non mi abbandona, ma che a me spetta il compito di restare vigilante nel glorioso combattimento della vita cristiana.

giovedì 9 ottobre 2025

Abbiamo bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo

 




C’è un vuoto dentro ogni essere umano che nessuna conquista materiale, nessun successo personale e nessuna relazione puramente terrena riescono a colmare. È il vuoto di Dio. L’uomo moderno, nella sua corsa verso l’autonomia assoluta, si è illuso di poter bastare a sé stesso, di poter dare un senso alla propria esistenza senza fare riferimento al suo Creatore. Ma la sete di infinito che abita il cuore umano — quella che Sant’Agostino riconobbe con le parole: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” — continua a gridare dentro ciascuno di noi.

L’uomo che non vuole guardarsi dentro. 

Scendere in profondità nel proprio cuore è un atto che richiede coraggio. Significa smettere di nascondersi dietro l’apparenza, dietro la produttività, dietro l’illusione di controllo. È un passo che la cultura contemporanea scoraggia bombardandoci con messaggi fallaci e menzogneri: siamo invitati a “sentirci bene” ma non a interrogarci sul senso. Eppure, è solo lì, nel silenzio e nella verità di noi stessi, che emerge il bisogno più radicale dell’uomo — il bisogno di un Altro che dia consistenza e senso al nostro essere.

Quando l’uomo rimuove Dio dalla propria vita, non si libera: si perde. La storia moderna ne è testimone. Le ideologie materialiste e nichiliste hanno promesso emancipazione, ma hanno prodotto alienazione. Hanno tolto Dio, ma con Lui hanno tolto anche la verità sull’uomo. Benedetto XVI lo ha espresso con lucidità: “Quando si esclude Dio, non si eleva l’uomo, lo si abbandona.”

Il mondo senza Dio diventa un deserto interiore. 

Le società che hanno voluto sostituire Dio con il benessere economico, la tecnica o il potere, si ritrovano oggi afflitte da nuove forme di schiavitù: depressione, solitudine, perdita di significato, violenza gratuita. È come se l’umanità avesse voluto tagliare le radici per sentirsi più libera, scoprendo invece di non saper più respirare. Giovanni Paolo II ricordava che “l’uomo non può vivere senza amore”: non l’amore come emozione passeggera, ma come partecipazione al mistero stesso di Dio, che è Amore.

Il seme della superbia, che fin dall’inizio spinse Adamo a voler “essere come Dio”, continua a germogliare nel cuore dell’uomo di oggi. È la stessa tentazione di ogni epoca: credere che la felicità consista nell’autosufficienza. Ma senza Dio, l’uomo diventa schiavo dei suoi stessi desideri, vittima della sua stessa fame di senso. Noi stessi possiamo verificarne le nefaste conseguenze. Viviamo in un tempo in cui la verità sembra divenuta relativa, manipolabile, piegata agli interessi del momento. I mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere strumenti di luce e conoscenza, spesso invece alimentano deliberatamente confusione, paura, divisione. L’epoca recente ha mostrato in modo drammatico quanto l’uomo, privo di un riferimento trascendente, possa smarrire il discernimento e consegnarsi docilmente alla menzogna.

La menzogna tacciata per verità 

Durante le crisi globali — sanitarie, politiche o economiche — si è manifestata con forza la gravissima fragilità spirituale del nostro tempo: la paura ha sostituito la fiducia, il sospetto ha distrutto la comunione, l’ansia di sicurezza ha reso molti incapaci di abbandonarsi alla Provvidenza, inducendo milioni di persone a credere ciecamente alla menzogna rassicurante. In un mondo che ha smesso di cercare la Verità, diventa facile credere a qualunque versione parziale della realtà. Oggi infatti viviamo in un’epoca in cui la falsità ha assunto un volto rispettabile e la manipolazione si è travestita da bene comune. Ciò che un tempo veniva riconosciuto come inganno oggi viene applaudito come progresso. Mai come ora l’uomo ha creduto tanto di sapere, e mai come ora si è dimostrato tanto cieco. La corsa alla tecnologia, la fiducia cieca nella scienza slegata dall’etica, la comunicazione ridotta a strumento di consenso: tutto questo ha mostrato la fragilità di un mondo che ha voluto sostituire Dio con sé stesso.

Gli ultimi anni hanno messo in luce in modo drammatico questa deriva. Intere popolazioni, smarrite dalla paura, si sono consegnate a poteri che promettevano salvezza ma rinnegavano la verità. Si è creduto a ciò che veniva ripetuto con forza, non a ciò che resisteva alla prova della coscienza. Si è scelto di fidarsi degli uomini invece che di Dio. E il prezzo di questa fiducia mal riposta è stato alto: solitudini, divisioni, un dolore profondo che ancora chiede guarigione. Il punto non è la scienza in sé, ma l’uso idolatrico che ne è stato fatto: l’uomo che si proclama salvatore di sé stesso dimentica che solo Dio salva davvero. Quando la ragione si separa dalla fede, la conoscenza si perverte in potere, e il potere — senza amore — diventa tirannia. Benedetto XVI lo aveva previsto: “Un mondo senza Dio diventa un mondo senza speranza.”

Le conseguenze di questo distacco sono sotto gli occhi di tutti: una società che diffida del prossimo, che teme il futuro, che ha perso il gusto della verità. La menzogna ripetuta e presentata come soluzione ha avvelenato le relazioni e confuso le coscienze. Ma Cristo è venuto proprio per questo: per rendere testimonianza alla Verità. Solo in Lui l’uomo può ritrovare il coraggio di credere, di pensare, di amare. Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ci ricorda che “senza verità, la carità degenera nel sentimentalismo” e che solo radicando la vita nella verità di Dio possiamo resistere alla manipolazione e alla paura. Il vuoto lasciato da Dio non resta mai neutro: viene riempito da nuove idolatrie — la tecnica, l’economia, l’informazione — che si trasformano in strumenti di dominio.

Il riparo nell'umiltà

Come si guarisce questa ferita spirituale? Con l’umiltà. Il primo passo è riconoscere la propria condizione di necessità che Papa Francesco indica spesso come la “beatitudine della mancanza”: quella che apre lo spazio per l’accoglienza della grazia. Ritrovare Dio significa anche ritrovare sé stessi. San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza: “L’uomo non può comprendere se stesso pienamente senza Cristo.” Solo riscoprendo la luce del Verbo incarnato, l’essere umano scopre di essere amato, perdonato, chiamato. Lontano da Dio, l’uomo è un enigma irrisolto; con Dio, ogni frammento della sua vita trova un posto nel mosaico dell’eternità.

È tempo di un risveglio spirituale. La verità è una sola, ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il Signore.

Ed allora, quali possono essere i cammini concreti per ritrovare Dio? La preghiera è la strada maestra: solo lasciando spazio al dialogo con Dio l’uomo si riscopre figlio e non padrone della vita. I Sacramenti sono luoghi di guarigione dove la Grazia opera nel profondo. Un altro aspetto da affrontare è la ricerca della verità: come invitava Benedetto XVI, è urgente una “nuova evangelizzazione dell’intelligenza”, capace di ricucire fede e ragione impropriamente separate dall’uomo, ma mai dalla Chiesa. Ed infine una carità fattiva: In un mondo che misura tutto in termini di utilità, l’amore gratuito è la più concreta testimonianza della presenza di Dio.

Abbiamo dunque bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo. Egli non è un limite alla nostra libertà, ma la condizione perché essa si realizzi pienamente. Senza di Lui, l’uomo perde la direzione e si smarrisce nel deserto dell’autosufficienza. Con Lui, ogni domanda, ogni dolore, ogni desiderio trova un senso. Non serve inventare un nuovo umanesimo: basta tornare a riconoscere che l’uomo è veramente uomo solo quando si lascia amare da Dio. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Tutto comincia con la preghiera e termina con la preghiera. Se non preghiamo, non possiamo vedere Dio in chi ci sta accanto.”

E forse è proprio da qui che può rinascere il mondo: dal riconoscere, umilmente, che Dio ci è necessario come l’aria che respiriamo.

venerdì 19 settembre 2025

L’assassinio di Charlie Kirk e la crisi dell’Occidente

 

Foto tratta dal web
Charlie Kirk

                                   

L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto durante un incontro pubblico in Utah, ha scosso profondamente non solo il mondo politico americano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Non si tratta di una morte come le altre: hanno colpito un uomo, giovane marito e padre, ma anche un simbolo di impegno, di speranza, di dedizione a una causa che, al di là delle appartenenze, aveva il coraggio di interpellare le coscienze.

Charlie Kirk, pur non essendo cattolico, viveva un dialogo quotidiano con la fede della moglie e con tanti credenti che lo hanno incrociato nel suo percorso. La sua vita non era esente da limiti, ma ha tentato con il suo impegno di dare un senso a chi lo aveva perduto, di offrire parole di orientamento a giovani smarriti, a persone disadattate che cercavano una via di ritorno alla preghiera, alla speranza, alla fede.

La brutalità con cui è stato strappato alla vita e le gravissime espressioni di esultanza provenienti da varie parti del mondo alla notizia della sua morte, richiamano un problema che prima di essere politico o di sicurezza, è soprattutto un problema che ha radici molto più profonde. È il sintomo del degrado morale e civile che segna la nostra epoca. In troppe parti del mondo occidentale assistiamo a una progressiva demolizione dei valori universali che dovrebbero essere condivisi da tutti: il bene, la pace, l’amore, la libertà di opinione, il confronto civile. Al loro posto cresce un linguaggio d’odio, una violenza diffusa, un clima di sospetto e di aggressività che disumanizza l’uomo e lo priva della sua dignità più profonda. Questa modalità è oggi diffusa in vastissimi ambiti e raggiunge moltissime fasce della popolazione. Spesso i nostri stessi colleghi, amici e conoscenti sono caduti nella trappola di questa mentalità polarizzante e mortificante che non riesce a oltrepassare i confini della decenza e del rispetto della dignità altrui. Da qui l'inquietante realtà che ci circonda: persone comuni che giustificano il più barbaro degli assassinii. 

Viviamo in un tempo in cui il livello di appiattimento morale ed etico delle masse ha raggiunto proporzioni inquietanti. Non è un fenomeno casuale né spontaneo: esso è il frutto di un disegno coltivato da decenni da élite che hanno come unico scopo la sottomissione dell’uomo. Non parliamo qui di una semplice “influenza culturale” o di un normale confronto di idee, ma di un progetto deliberato di svuotamento interiore, volto a trasformare le persone in una massa informe, priva di senso critico, incapace di discernere il bene dal male, male che, oggi più che mai, viene sostituito, attraverso la menzogna, al bene stesso.

Questa manipolazione avviene attraverso molteplici strumenti: i mezzi di comunicazione che diffondono un pensiero unico; il sistema educativo che spesso abdica al compito di formare coscienze libere e si limita a trasmettere nozioni utili solo al mercato, se non addirittura deleterie della stessa dignità umana; la cultura del consumo che induce dipendenze continue; la politica che, più che difendere l’uomo e i suoi valori, diventa complice di tali dinamiche in nome della stabilità o del consenso. Il tutto viene giustificato con parole nobili — progresso, inclusione, libertà — che però nascondono un vuoto, e spesso un inganno.

Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, ammoniva che una società che non riconosce più valori morali oggettivi si espone a una nuova forma di totalitarismo, magari più sottile, ma non meno oppressivo. Benedetto XVI, con lucidità profetica, ha più volte denunciato la “dittatura del relativismo”, quella mentalità che cancella ogni verità in nome di una libertà apparente, che però lascia l’uomo in balìa del più forte, del più aggressivo, del più rumoroso. Già Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva messo in guardia dall’illusione di un progresso che dimentica Dio e riduce l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo sociale o economico: togliendo il fondamento trascendente, l’edificio civile non può che crollare.

Charlie Kirk, con i suoi limiti e la sua passione, aveva intuito questo meccanismo e non aveva paura di denunciarlo. Per questo molti lo consideravano scomodo. Non si trattava semplicemente di posizioni politiche: egli aveva compreso che dietro la crisi morale e sociale del nostro tempo c’è un attacco radicale alla libertà e alla dignità dell’uomo. La sua voce, rivolta soprattutto ai giovani, cercava di risvegliare coscienze assopite, di smascherare i meccanismi di manipolazione che trasformano gli individui in numeri, in consumatori, in ingranaggi senza identità.

Come difendersi da questo attacco? Innanzitutto tornando a formare coscienze libere, radicate nella verità e non nel relativismo. Difendendosi dall’omologazione che svuota l’individuo di responsabilità e discernimento. Coltivando comunità in cui il confronto sia reale e non pilotato, in cui il bene non sia confuso con il male. Ritornando a Dio, perché solo in Lui l’uomo trova il criterio ultimo della sua dignità e la forza per opporsi all’ingiustizia.

Il Cardinale Sarah ha detto con chiarezza che l’Occidente ha sulla coscienza il rifiuto di Dio. In questo rifiuto affonda le radici la nostra crisi: quando si nega Dio, inevitabilmente si nega anche l’uomo, perché è da Dio che l’uomo riceve la sua dignità inalienabile. È un rifiuto che genera vuoto, che apre la porta all’odio, all’individualismo, alla disgregazione.

L’assassinio di Charlie Kirk non è una semplice tragedia: è la spia di una malattia più ampia. Se persino il confronto politico, che dovrebbe essere palestra di idee e di visioni differenti, diventa terreno di sangue, quale futuro attende le nostre società? Se l’odio viene giustificato, se il male viene travestito da bene, se chi osa professare ideali o valori viene ridotto al silenzio con la violenza, che mondo consegneremo alle generazioni che verranno?

La morte di Charlie Kirk, allora, non può essere solo compianta. Deve diventare per tutti un richiamo a riprendere in mano il timone della storia, a non lasciare che la corrente del disfattismo e dell’odio trascini via il meglio della nostra civiltà. È tempo di agire concretamente, di combattere coloro che odiano l’uomo e vogliono ridurlo a schiavo di ideologie o interessi che lo separano dal bene.

Se oggi non ritroviamo il coraggio di riaffermare i valori veri e universali, se non rimettiamo Dio al centro del nostro vivere sociale e personale, il futuro sarà solo un moltiplicarsi di tragedie come questa. Ma se sapremo riscoprire la forza della fede, il rispetto reciproco, l’amore alla verità, allora il sacrificio di Charlie non sarà stato vano: resterà come testimonianza di una resistenza possibile, di una lotta che vale la pena di combattere.

Caro Charlie, la tua vita non è stata vana. La tua testimonianza porterà frutto. La tua ricompensa sarà eterna e nessuno potrà rubartela mai. 

A Dio caro fratello in Cristo!

(Foto tratta dal web)

martedì 11 aprile 2017

La crisi della Chiesa e la crisi liturgica: Tradizione, Messa e riforma

Cardinale Robert Sarah


«Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la messa»


di Lorenzo Bertocchi
02-04-2017


Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé (QUI l'originale in francese).

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI

Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».

Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

lunedì 2 maggio 2016

La profezia di Ratzinger









MARCO BARDAZZI


Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nella scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.

Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”. E’ la profezia sul futuro del cristianesimo pronunciata oltre 40 anni fa da un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger. Riscoprirla oggi aiuta forse a offrire un’ulteriore chiave di lettura per decifrare la rinuncia di Benedetto XVI, perché riconduce il gesto sorprendente di Ratzinger nell’alveo della sua lettura della storia.


La profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969, in un momento decisivo della sua vita e della vita della Chiesa. Sono gli anni turbolenti della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna, ma anche delle dispute sul Concilio Vaticano II da poco concluso. Ratzinger, uno dei protagonisti del Concilio, aveva lasciato la turbolenta università di Tubinga e si era rifugiato nella più serena Ratisbona. 

giovedì 17 marzo 2016

Ambientalismo, nuova religione mondiale




di Andrea Zambrano
17-03-2016

Caustico, ma rigoroso. L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe “Un mestiere del diavolo” (scritto con Paolo Gambi per l’editore Giubilei Regnani). Già parlare del diavolo in questa confusa contemporaneità è cosa assai impopolare. Peggio ancora se al principe delle tenebre si attribuisce una prerogativa sostanzialmente umana: quella della pensione. Eh sì, perché secondo l’ex presidente dello Ior, che da molti anni ormai si interroga con curiosità e competenza sulla crisi morale e di fede dell'umanità, ormai a Satana non resta un gran lavoro perché il grosso del suo sforzo, quello di perdere le anime, lo ha già fatto. Gotti Tedeschi lo chiama il grande pensionato e in questo libro intervista non esita a individuare i campi in cui la mano potente dell’angelo ribelle è intervenuta per distruggere e confondere le acque con ricadute sociali devastanti. La Bussola lo ha intervistato.

Professore, il tema centrale del libro è il demonio e l’influsso che questi ha avuto sulla nostra società. Allora esiste “ancora”?

Non solo esiste “ancora”, ma il suo influsso è talmente potente da riuscire a confondere la sua esistenza, facendo “razionalmente” pensare che non esiste né lui, né il peccato. Pertanto la confessione è inutile. E’ così che cresce il “riscaldamento globale”, quello vero…

Chi sono stati i suoi alleati?

lunedì 16 novembre 2015

Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa.




Dov'è Abele tuo fratello?


"Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: «Dov’è Abele, tuo fratello? […] La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Gen 4, 9). L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?» (Memorie di Suor Lucia, I, 162)".
(Benedetto XVI 13 Maggio 2010)

venerdì 16 gennaio 2015

Benedetto XVI e quella "Lectio" mai pronunciata


Fonte: Aleteia
Una cultura occidentale che, preoccupata della sua laicità e in nome di una “presunta purezza” della ragione, diventi sorda alle verità della fede cristiana rischia di inaridere, sostieneva Papa Benedetto XVI nel discorso che avrebbe dovuto tenere il 17 gennaio 2008 all'inaugurazione dell'anno accademico presso l'Università La Sapienza di Roma e che – a causa delle proteste di un gruppetto di docenti e studenti – venne annullato il 15 di gennaio dello stesso anno.

Fa una certa impressione che proprio in questi giorni il dibattito pubblico, stimolato dai tragici eventi di Parigi, sia di nuovo – a distanza di 7 anni – concentrandosi sui temi della laicità e del ruolo pubblico del discorso religioso.

Nel discorso preparato per l'occasione, il Papa parlava del particolare legame tra fede cristiana e ricerca della verità, come parte integrante della natura e della missione dell'Università, sin dalla sua nascita in epoca medievale. Infatti, la stessa Università “La Sapienza” venne fondata (guarda un po'...) da Papa Bonifacio VIII nel 1303.

domenica 11 gennaio 2015

Fermiamo la cultura dello scarto.



ANDREA TORNIELLI GIACOMO GALEAZZI

CITTÀ DEL VATICANO

Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco. Questa economia uccide», il libro sul magistero sociale di Bergoglio scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e analizza i discorsi, i documenti e gli interventi di Francesco su povertà, immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della Chiesa - tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi - raccontando anche le reazioni che certe prese di posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di ottobre 2014. 



«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo Papa Bergoglio? Perché il tema della povertà è stato così presente nel suo magistero? 


Santità, il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile? 

«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà. Quello che noto è che questo sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani.

mercoledì 23 luglio 2014

Brandmüller: il celibato del clero ha origine già con Gesù e gli apostoli. E spiega perché.


Come storico della Chiesa, il cardinale tedesco confuta la tesi secondo cui il celibato del clero sarebbe un'invenzione del secolo X. No, obietta: ha origine già con Gesù e gli apostoli. E spiega perché.
di Sandro Magister

"Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò".

È questa la risposta sul tema del celibato del clero che papa Francesco dà a Eugenio Scalfari nell'intervista concessa al fondatore del quotidiano "la Repubblica" e nume dell'intellettualità laica italiana, pubblicata domenica 13 luglio.

Lo stesso giorno, una nota di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ha precisato:

E l’uomo «senza Dio» disse: non ho tempo.

Fonte: Avvenire

Sperimentare lo scorrere del tempo significa «fare esperienza di una grande debolezza. Abbiamo paura di dimenticare, perdendo così la nostra identità e quella dei nostri cari. Oppure temiamo il presente che sfugge o il futuro incerto, in cui può accadere il peggio. Ecco perché ci viene il desiderio di isolarci dal tempo: lo vediamo come una forza distruttiva». Invitano a fermarsi, per riflettere, le pagine del volume Teologia del tempo. Saggio sulla memoria, la promessa e la fecondità, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna (pagine 352, euro 33,00) e scritto da padre José Granados García, docente di Teologia dogmatica e patristica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma e professore invitato alla Gregoriana. Perché è un libro che coniuga ragionamento teologico ed esperienza quotidiana in modo puntuale, con un linguaggio accessibile anche ai non addetti ai lavori.

Nella società occidentale i ritmi di vita sono frenetici e il tempo viene centellinato nei rapporti umani ma riempito di impegni lavorativi.
«Viviamo una crisi nel modo di vivere il tempo, collegata al rifiuto postmoderno dei grandi racconti. Il passato si è allontanato sempre di più come realtà fuori moda; il futuro si è aperto senza misura, pieno di paure e minacce. Ci resta l’istante presente, sempre scarso. Ecco perché è così frequente dire: “Non ho tempo”. Questa crisi appare nell’esperienza della noia e, allo stesso tempo, in quella della fretta. In ambedue i casi il tempo perde la sua armonia, non c’è più collegamento tra un momento e l’altro. Come uscirne? Non basta modificare il modo in cui investiamo il tempo. La soluzione è cambiare il nostro modo di viverlo, recuperandone una visione che intreccia intreccia la nostra vita con quella degli altri tramite ricordi e speranze. Non si tratta dunque, di avere “tempo” per coltivare i rapporti umani, ma di capire che proprio nelle relazioni il tempo si genera».

martedì 31 dicembre 2013

Elogio della Coscienza.

Il meraviglioso contributo di uno dei teologi più importanti del nostro secolo.
Una dettagliata e convincente analisi sul tema tanto discusso della "coscienza", come nessuno ve ne vuole parlare.

"..il non vedere più le colpe, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale. Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione.."

del cardinale Joseph Ratzinger

Nell’attuale dibattito sulla natura propria della moralità e sulle modalità della sua conoscenza, la questione della coscienza è divenuta il punto nodale della discussione, soprattutto nell’ambito della teologia morale cattolica. Tale dibattito ruota intorno ai concetti di libertà e di norma, di autonomia e di eteronomia, di autodeterminazione e di determinazione dall’esterno mediante l’autorità. La coscienza vi è presentata come il baluardo della libertà di fronte alle limitazioni dell’esistenza imposte dall’autorità.

In tale contesto vengono così contrapposte due concezioni del cattolicesimo: da un lato sta una comprensione rinnovata della sua essenza, che spiega la fede cristiana a partire dalla libertà e come principio della libertà e, dall’altro lato, un modello superato, "pre-conciliare", che assoggetta l’esistenza cristiana all’autorità, la quale attraverso norme regola la vita fin nei suoi aspetti più intimi e cerca in tal modo di mantenere un potere di controllo sugli uomini.

Così "morale della coscienza" e "morale dell’autorità" sembrano contrapporsi tra di loro come due modelli incompatibili; la libertà dei cristiani sarebbe poi messa in salvo facendo appello al principio classico della tradizione morale, secondo cui la coscienza è la norma suprema, che dev’essere sempre seguita, anche in contrasto con l’autorità.
E se l’autorità — in questo caso: il Magistero ecclesiastico — vuol parlare in materia di morale, può certamente farlo, ma solo proponendo elementi per la formazione di un autonomo giudizio alla coscienza, la quale tuttavia deve sempre mantenere l’ultima parola. Tale carattere di ultima istanza proprio della coscienza viene ricondotto da alcuni autori alla formula secondo cui la coscienza è infallibile.

domenica 24 novembre 2013

La dottrina di Cristo Re nella società.



Alla domanda di Pilato: 
“Allora tu sei re?”, il Divino Redentore rispose: 
“Tu lo dici, io sono Re” (Gv 18, 37).



L’anno liturgico si conclude con la Festa di Cristo Re, che quest’anno cade domenica 24 novembre 2013. In questa occasione la Festa di Cristo Re si carica di ulteriori significati, in quanto segna anche la conclusione dell’Anno della Fede, iniziato per volontà di Benedetto XVI l’11 ottobre 2012 e che si concluderà, appunto, domenica 24 novembre 2013. Sembra importante, allora, chiedersi cosa sia questa Festa.
La dottrina di Cristo Re nel Catechismo

venerdì 22 novembre 2013

Deciso lo stralcio del finanziamento erogato al Collettivo Gay Statale. Ed ora pagate.



L’inqualificabile ridicolizzazione del Pontefice, .... ha indotto il 19 novembre 2013 la Commissione dell’Università degli Studi di Milano incaricata di selezionare e ammettere al finanziamento i progetti di attività culturali presentati dalle associazione studentesche, a decidere, con voto unanime, lo stralcio dal finanziamento erogato al Collettivo Gay Statale per l'anno accademico in corso, della parte destinata a coprire le spese sostenute per la realizzazione della locandina dedicata al “Gay Statale Cineforum-omosessualità & religione”.



Ci sono limiti alla decenza che quando vengono superati impongono una reazione per amore della dignità personale e della verità. Soprattutto quando l’indecenza travalica i limiti del codice penale.

domenica 17 novembre 2013

Offerta delle sante Indulgenze a suffragio delle Anime Purganti.



FORMULA per offrire le sante Indulgenze a suffragio delle Anime Purganti.




Ad onore e gloria vostra, o clementissimo Signore, e conforme alla mente di quei Som­mi Pontefici che, a beneficio universale dei Cattolici defunti, han concesso le sante In­dulgenze, intendo offerirvele in questo gior­no. Vi raccomando anche l'esaltazione della Santa Chiesa, l'estirpazione delle eresie, la concordia fra i popoli e la conversione dei peccatori. Voi, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, fate, vi prego, che in virtù dei meriti infiniti della vostra santissima Passione, godendo gli effetti benigni di queste sante Indulgen­ze, possa l'Anima, per la quale umilmente vi offro le mie preghiere e tutte le opere mie, essere dalla vostra pietà sollevata e liberata insieme da quelle atrocissime pene del Purgatorio, acciò, volando con spedito e pronto cammino alla gloria celeste, per­petuamente vi lodi e vi benedica, come desi­dero in eterno.

Durante la giornata procura, anima pia, di suffragare i poveri morti con offrire per essi le tue azioni e, le tue pene, col fare qualche speciale mortificazione, col recitare da quando a quando giaculatorie ed altre preghiere, cui sia annessa qualche Indulgenza.

lunedì 10 giugno 2013

Il Senso e il Valore della rinuncia.





Grazie Santità! 
Le nostre preghiere, il nostro affetto, la nostra devozione rimarranno inalterate.




“Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui l’ho fatto fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Vi ringrazio per l’affetto e la condivisione, specialmente nella preghiera, di questo momento particolare per la mia persona e per la Chiesa. Grazie, nella preghiera siamo sempre vicini!”.
(Benedetto XVI, 24 febbraio 2013)

                                                                              ***

Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.
Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!
(Benedetto XVI 27 febbraio 2013)

domenica 19 maggio 2013

Il Vangelo della vita nella vita moderna.

Il Vangelo della vita nella vita moderna.
Roma, Universitá Pontificia Regina Apostolorum, 11 Maggio 2013
Relazione del Cardinale Carlo Caffarra.




1. Vorrei iniziare col dire molto semplicemente quale è il nucleo essenziale del Vangelo della vita. Mi servo di un testo di Giovanni Paolo II. "Quale valore deve avere l’uomo davanti agli occhi del creatore, se ha meritato di avere un tanto nobile e grande redentore, se Dio ha dato il suo Figlio, affinché egli, l’uomo, non muoia ma abbia la vita eterna? In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo si chiama evangelo, cioè la buona novella. Si chiama anche cristianesimo". [Lett. Enc. Redemptor hominis 10; EE 8, 28-29].
Il Vangelo della vita è la bella notizia che Dio si prende cura di ogni uomo. E questa è la dimensione oggettiva, il suo contenuto espresso fin dalle prime professioni di fede nella formula: "per noi" [pro nobis – υπερ εμώυ]. Accolta dall’uomo, ritenuta mediante la fede assolutamente vera, quella bella notizia produce nella coscienza dell’uomo non solo lode a Dio piena di gratitudine, ma anche un "profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo". E’ questa la dimensione soggettiva del Vangelo della vita, il suo contenuto propriamente antropologico.

lunedì 1 aprile 2013

Difesa o salvaguardia dell'ambiente?


Approfitto della nuova ondata di disinformazione per ribadire un concetto fondamentale: quello della salvaguardia dell' ambiente.



Nella giornata di preghiera dedicata al tema, è passata l'immagine di una Chiesa Papa compreso - accodata ai movimenti ecologisti. Ma la visione cattolica è diametralmente opposta all'ambientalismo dominante. Ecco perché....

di Riccardo Cascioli


Ambiente e creato sono due termini equivalenti? Difesa dell'ambiente e salvaguardia l creato sono concetti ana­loghi? Sono domande che nascono natu­rali dopo che la Chiesa italiana ha deciso di istituire per il 1° settembre la Giorna­ta della Salvaguardia del Creato e di de­dicare l'intero mese di settembre alla ri­flessione sul tema. Si tratta di un'iniziati­va importante perché offre l'occasione di approfondire una prospettiva cattolica su un tema che è ormai dominante nell'opi­nione pubblica, ma che tanta confusione genera anche tra i cattolici.