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giovedì 15 ottobre 2026

Dalle grandi promesse al silenzio: l’attaccamento "ansioso-evitante" e le sue trappole nella vita di coppia

quando non è vero amore

Oltre le promesse infrate: riconoscere le ferite dell’anima e custodire la verità nel legame di coppia


Nel cammino della vita e delle relazioni umane, ciascuno di noi è chiamato a fare esperienza dell'amore autentico, un dono profondo che trova la sua espressione più alta nella capacità di donarsi interamente all'altro con verità, responsabilità e coraggio. Tuttavia, nel tessuto delle nostre comunità e nelle storie personali di cui veniamo a conoscenza, si manifestano non di rado dinamiche dolorose e ripetitive che meritano di essere comprese con uno sguardo che sappia unire la profondità della psicologia e la luce del discernimento cristiano.

Un esempio emblematico, purtroppo assai diffuso, è quello di chi, pur manifestando a parole il desiderio di costruire un legame stabile e duraturo, si ritrova cronicamente incapace di compiere il passo definitivo verso il sacramento del matrimonio quale impegno di vita irreversibile. Possiamo pensare alla vicenda accaduta a un uomo che, nel corso della sua vita e arrivato ormai alla soglia dei sessant'anni, dopo aver vissuto sin dalla giovinezza relazioni di lunga durata, ha sistematicamente azzerato ogni prospettiva futura attraverso un'improvvisa svalutazione della partner nel momento decisivo, arrivando persino, in altre circostanze, a nutrire l'altra persona di grandi promesse di unione per poi volatilizzarsi non appena le parole esigevano di farsi fatti.

Spesso queste persone usano formule verbali che inizialmente accendono grandi speranze, per poi trasformarsi in dolorosi presagi di fuga. Nelle fasi di avvicinamento o quando l'idea del futuro è ancora un desiderio astratto, è facile sentirsi dire frasi dal forte impatto emotivo come: "Sei la donna che ho aspettato per tutta la vita", "Con te riesco finalmente a immaginare una famiglia, i nostri figli e una nostra casa", oppure "Non ho mai provato un sentimento così profondo per nessuna". Tuttavia, non appena la relazione richiede di concretizzare le promesse o di entrare in una vulnerabilità autentica, il linguaggio cambia radicalmente e lascia il posto a espressioni di distacco e svalutazione: "Sento che mi stai togliendo la libertà", "Forse ho scambiato un grande affetto per amore", "Sei tu che corri troppo e mi fai sentire sotto pressione", fino alla classica giustificazione difensiva "Non sono io quello giusto per te, meriti di meglio".

A questo repertorio verbale si aggiunge spesso una delle vie d'uscita nate dal dolore che feriscono chi resta: il fenomeno della scomparsa improvvisa, comunemente noto come ghosting. In questi casi, di fronte all'imminenza di una scelta o alla necessità di un confronto sincero, la persona sceglie la via del silenzio assoluto, interrompendo ogni contatto, non rispondendo ai messaggi e volatilizzandosi nel nulla senza offrire la minima spiegazione. Questo rifiuto del dialogo non rappresenta soltanto un gesto di profonda immaturità emotiva, ma costituisce una vera e propria violazione del rispetto e della dignità dell'altro, lasciando chi resta in uno stato di sospensione angosciosa e nell'impossibilità di dare un senso compiuto alla fine della storia.

Di fronte a simili oscillazioni e a ritiri così repentini, chi vive la relazione si trova spesso smarrito, schiacciato da un senso di colpa ingiustificato o dall'illusione di non essere stato "abbastanza" per meritare la fedeltà e l'amore dell'altro. In realtà, la riflessione psicologica e pastorale ci insegna che tali comportamenti non sono quasi mai il frutto di una semplice mancanza d'affetto momentanea, bensì il sintomo di una profonda ferita interiore, spesso riconducibile a quello che la psicologia definisce uno stile di attaccamento ansioso-evitante. Questa fragilità, strutturata fin dai primi anni dell'infanzia di fronte a figure d'accudimento percepite come emotivamente inaccessibili o rifiutanti, porta l'adulto a sviluppare un terrore inconscio verso la vulnerabilità e l'intimità autentica.

In questa prospettiva, l'idea stessa dell'impegno definitivo non viene vissuta come il compimento di una promessa di grazia e di comunione, ma come una trappola soffocante in cui il rischio di essere feriti o abbandonati diventa intollerabile. Di conseguenza, la persona mette in atto meccanismi di difesa dolorosi per il partner: così, la svalutazione delle qualità dell'altro, il distacco emotivo improvviso o la fuga silenziosa del ghosting rispondono alla necessità disperata di mantenere il controllo e proteggere la propria fragile autonomia.

Riconoscere queste dinamiche, queste espressioni e l'uso del silenzio punitivo all'interno della propria vita di coppia è un atto fondamentale di verità e di custodia di sé, poiché la carità cristiana non consiste nel subire passivamente l'ambiguità o nell'assecondare la svalutazione altrui. Se da un lato il Vangelo ci invita alla compassione verso chi porta nel cuore le cicatrici dell'insicurezza e della paura d'amare, dall'altro ci ricorda che l'amore vero non è uno sforzo umano, ma amore sorgivo che scaturisce da Dio, guarisce l'intimità del nostro essere e solo allora si riversa sul prossimo, traducendosi in trasparenza, rispetto sacro della dignità altrui e nella coerenza tra parole e opere che sono i soli, autentici frutti di una vita custodita nella Sua Luce.

Imparare a scorgere i campanelli d'allarme — come le grandi dichiarazioni scollegate dalla maturità dei comportamenti, la tendenza a ritirarsi o sparire nel silenzio di fronte alla costruzione concreta del futuro e il continuo oscillare tra l'entusiasmo iniziale e l'improvvisa svalutazione — permette al credente di non rimanere imprigionato in una speranza illusoria. 

Possa la grazia del Signore donarci sempre la sapienza di distinguere il vero amore, che edifica ed è capace di donarsi nel tempo, da quelle ferite dell'anima che chiedono prima di tutto di essere riconosciute e curate, affinché la libertà del cuore possa finalmente farsi spazio.

lunedì 2 giugno 2025

Il Matrimonio: Canone dell’Amore, Fondamento della Speranza — Riflessione sull’Omelia di Papa Leone XIV




Nel cuore di un mondo che sembra voler disgregare ogni legame autentico e smantellare ogni forma di appartenenza stabile, le parole di Papa Leone XIV risuonano come un richiamo profetico alla verità del Vangelo e alla bellezza del disegno di Dio sull’uomo e sulla donna. In una recente omelia, il Pontefice ha parlato con forza e tenerezza dell’importanza della famiglia, ricordandoci che essa è «il canone del vero amore», non un’utopia irraggiungibile, ma la concreta via attraverso cui Dio continua a benedire l’umanità.

Il matrimonio: via della felicità, non utopia

Nell’epoca del relativismo, dove ogni forma di legame sembra sottoposta al giudizio arbitrario del “sentire personale”, il matrimonio sacramentale viene spesso visto come una costrizione, un vincolo arcaico. Eppure, il Papa ci ricorda che il matrimonio «non è un ideale» ma «il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo». In queste parole riecheggia l’insegnamento dell’Humanae Vitae di Paolo VI, che riconosce nel sacramento non solo una chiamata all’unità coniugale, ma un’autentica partecipazione al mistero creativo e redentivo di Dio.

In un mondo frammentato, segnato dalla solitudine e dall’egoismo, la Chiesa riafferma con chiarezza: la famiglia è una via privilegiata verso la felicità. Non perché sia facile, ma perché è vera. È nel dono reciproco e nella fecondità dell’amore che l’uomo e la donna trovano la propria realizzazione. Non è l’autonomia assoluta a rendere felici, ma l’amore donato e ricevuto.

sabato 31 marzo 2018

Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.



Altro che «evento dello Spirito Santo». Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.



«Quella di Lutero? Non fu riforma ma rivoluzione» di Gerhard Ludwig Müller, 

da La NBQ



C’è grande confusione oggi nel parlare di Lutero, e bisogna dire chiaramente che dal punto di vista della teologia dogmatica, dal punto di vista della dottrina della Chiesa non fu affatto una riforma, ma una rivoluzione, cioè un cambiamento totale dei fondamenti della fede cattolica. Non è realistico sostenere che la sua intenzione fosse solo di lottare contro alcuni abusi delle indulgenze o contro i peccati della Chiesa rinascimentale. Abusi e azioni cattive sono sempre esistite nella Chiesa, non solo nel Rinascimento, e anche oggi ci sono. Siamo la Chiesa santa a causa della Grazia di Dio e dei sacramenti, ma tutti gli uomini di Chiesa sono peccatori, tutti hanno bisogno del perdono, della contrizione, della penitenza.


Questa distinzione è molto importante. E nel libro scritto da Lutero nel 1520, “De captivitate Babylonica ecclesiae”, appare assolutamente chiaro che Lutero ha lasciato dietro di sé tutti i principi della fede cattolica, della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del magistero del Papa e dei Concili, dell’episcopato. In questo senso ha stravolto il concetto di sviluppo omogeneo della dottrina cristiana, così come spiegato nel Medioevo, arrivando a negare il sacramento quale segno efficace della grazia che vi è contenuta; ha sostituito questa efficacia oggettiva dei sacramenti con una fede soggettiva. Qui Lutero ha abolito cinque sacramenti, ha anche negato l’Eucarestia: il carattere sacrificale del sacramento dell’Eucarestia, e la reale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. E ancora: ha definito il sacramento dell’ordine episcopale, il sacramento dell’ordine, una invenzione del Papa - definito l’Anticristo - e non parte della Chiesa di Gesù Cristo. Noi diciamo invece che la gerarchia sacramentale, in comunione con il successore di Pietro, è elemento essenziale della Chiesa cattolica, non solo un principio di una organizzazione umana.

lunedì 30 ottobre 2017

Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.



La notizia, anticipata da “La Verità”, è stata confermata in occasione del convegno sull’Humanae Vitae, promosso alla Pontificia Università “Angelicum” da Voice of the Family.Un gruppo di membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), creata nel 1994 da Giovanni Paolo II e recentemente “ripulita” e trasformata nei suoi obiettivi da papa Francesco, ha deciso di dare vita ad una John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF), che inevitabilmente si pone come contraltare della nuova accademia bergogliana.

Della nuova Accademia fanno parte, Joseph Seifert, Christine de Marcellus Vollmer, Thomas Ward, Philippe Schepens, Mercedes Arzú de Wilson, Luke Gormally, Michael Schooyans (tutti ex componenti della Pontificia Accademia per la Vitae), Paul Byrne, Judie Brown, Carlos Casanova, Roberto de Mattei, Claudio Pierantoni, John-Henri Westen. Caratteristica comune di queste personalità è l’attaccamento al Magistero della Chiesa e il rifiuto di tutti i tentativi di “rivedere” o trasformare questo insegnamento immutabile:

“Il fine di questa Accademia – ha detto il prof. Seifert – è quello di rifiutare tutti gli orribili mali ed errori che caratterizzano la società moderna e sono perfino entrati all’interno del santuario della Chiesa, opponendo ad essi la chiara esposizione della verità sulla vita umana e la famiglia. Ciò comporta il chiamare l’aborto omicidio e non semplicemente interruzione di gravidanza, ed evitare di usare parole disoneste che oscurano la verità. (…) 

Nel testimoniare così la bontà e la difesa della vita, la nuova Accademia ritiene importante considerare ciascuno di questi aspetti alla luce della vita eterna“. Perciò, afferma il prof. Seifert: “LaJAHLF non si limita a considerare la vita umana da un punto di vista meramente biologico. Riconosce altresì ed afferma la realtà dell’anima umana che è all’origine della vita. Pertanto, la JAHLF si occupa anche, parlando in termini generali, dei fondamenti metafisici ed antropologici della verità etica”. (T.M.)

domenica 1 ottobre 2017

Maria, catechismo, martirio: la regola di Burke.



Come può un semplice cattolico vivere la propria fede in una situazione di crescente confusione quale quella attuale? È la domanda cui ha risposto il cardinale Raymond Leo Burke in una lezione magistrale svolta a Louisville (Kentucky) lo scorso 21 luglio, ma che vale la pena riprendere per la sua estrema attualità (QUI IL TESTO INTEGRALE). Senza fare sconti sulla verità dei pericoli presenti, Burke ha spiegato come sfuggire lo spirito mondano dello scisma, fino a chiedere la prontezza di donare la vita per la Chiesa.


«È un momento - ha cominciato il cardinale - che può semplicemente essere descritto come una confusione, una divisione e un errore». Poi ha parlato di un giovane sacerdote che lo aveva avvicinato chiedendogli: «Cardinale, pensa che siamo giunti alla fine dei tempi?». «L’espressione sul suo volto - ha detto Burke - mi ha fatto comprendere la sincerità della sua domanda e la preoccupazione profonda che lo animava. Non ho quindi esitato a rispondere: “Potrebbe essere”». Perché «viviamo nei tempi più travagliati del mondo ma anche della Chiesa». Poi Burke ha citato l’ideologia gender dilagante e distruttiva dell’uomo, la negazione della libertà religiosa per vietare ogni discorso pubblico su Dio, la contraccezione, l’eutanasia, l’indottrinamento dei bambini. Nello stesso tempo la ricerca spregiudicata «del piacere e del potere mentre il ruolo della legge, dettato dalla giustizia, viene calpestato», per cui vige «una legittima paura di uno scontro globale», perché «la situazione attuale del mondo non può proseguire se non portando ad un annientamento totale».
Per questo, ha continuato Burke, «il mondo mai come oggi ha avuto così bisogno dell’insegnamento solido e della direzione che Nostro Signore... vuole dare al mondo attraverso la Chiesa». Ma non si può non constatare che, «in modo diabolico, la confusione e l’errore…sono entrati anche anche nella Chiesa», che «non sembra conoscere più la sua identità e missione» né «avere la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e del Divino Amore».

sabato 29 luglio 2017

Mons. Luigi Negri: Chiesa e omoeresia.



A poca distanza dal messaggio di sostegno alla processione di riparazione che si tiene domani a Rimini, l'arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio prende posizione con un lungo intervento su "La Verità".




“Se la Chiesa non giudica le situazioni di vita, in cui gli uomini sono talora costretti a vivere per l’arroganza del pensiero unico dominante, che ormai ha equiparato, di diritto e di fatto, l’omosessualità all’eterosessualità, la Chiesa si riduce ad essere una pura ‘terapia di sostegno’ che, con modi garbati e talora sofisticati, in realtà abbandona l’uomo a vivere il suo male, come se fosse bene. Questo processo, solo apparentemente caritatevole, oltre a essere un’evidente offesa alla dignità e alla responsabilità dell’uomo, è anche un’imperdonabile offesa a Dio e ai suoi diritti, cioè al bene profondo dell’uomo”. 

Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio, scrive oggi sul quotidiani La Verità una riflessione che fa irrompere nella Chiesa la questione della “omoeresia”, e il suo intervento arriva a ridosso del sostegno espresso al Comitato Beata Giovanna Scopelli che domani alle ore 10.30, con partenza da via San Giuliano, rizza il gonfalone della Santa Croce davanti alla processione riparatrice nei confronti del Summer pride.

“Su quest’atteggiamento verso l’omoeresia si gioca molto della verità della Chiesa di fronte all’uomo, ma si gioca anche molto del destino dell’uomo di fronte a se stesso e alla realtà. Questo dibattito, cui abbiamo dato un contributo, ripropone l’attualità di un punto grandissimo del magistero del Vaticano II e di Paolo VI: la Chiesa è ancora “sommamente esperta di umanità”?”, si domanda Negri.

Le sue parole s’inseriscono nel filone inaugurato qualche mese fa dal card. Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna (che Negri ricorda all’inizio del suo intervento): “Egli ha parlato della possibilità di una mutazione del genoma del cattolicesimo, che avviene quasi senza colpo ferire e nella sostanziale mancanza di “cura” di troppa parte del mondo cattolico”. Aggiunge l’arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio che “il problema dell’omosessualità è un dato di partenza su cui non si formula un giudizio, o forse, più profondamente, si confonde il giudizio di fatto – l’estensione del fenomeno – con il giudizio sul valore. Come dire: l’omosessualità c’è, è diffusa, perciò anche per noi cattolici deve andare bene”.

“Quando un fatto, anche imponente nella sua diffusione, viene riconosciuto acriticamente come valore, si afferma sostanzialmente che non c’è più differenza fra bene e male e l’unico problema, per la Chiesa, diventa quello di un ‘accompagnamento'”, aggiunge Negri. “Non si pratica un giudizio per accompagnare, in modo autentico, ma ci si limita a un accompagnamento senza giudizio, che lascia gli omosessuali nella loro condizione, in qualche modo rafforzandone la percezione valoriale”.
Un pensiero che ha precedenti illustri. Nelle Lettere a una carmelitana scalza (a cura di Emanuela Ghini, Itaca, 2017), il card. Giacomo Biffi il 23 dicembre 1979 scriveva: “La comprensione e l’amore per le persone sono giusti e doverosi, purché restino iscritti nel robusto senso della verità della natura. Diversamente c’è la frantumazione di tutta la convivenza umana e non sarà più possibile stabilire niente sul giusto e sull’ingiusto, che non sia l’arbitrio di una legislazione statale”.

Un editoriale de Il Ponte, settimanale della Diocesi di Rimini, la butta sulla “tolleranza evangelica” e critica “le scelte ‘riparatorie’ di chi si sente nel giusto di fronte a chi in qualche modo vive una situazione di difficoltà e discriminazione”. La questione è un’altra. Quasi certamente mons. Negri non lo avrà letto quell’editoriale, ma quel che scrive su La Verità delinea una posizione diversissima: “La chiesa sembra non desiderare più di aiutare gli omosessuali a cambiare vita e a incominciare il lungo e doloroso cammino per assumere una condizione di vita in sintonia con l’antropologia che nasce dalla fede e si esprime nella carità”. Cosa deve essere, dire e fare, la Chiesa anche di fronte al tema della omosessualità? Risponde Negri che deve essere se stessa, cioè “incontro con la vita nuova, buona e vera, cui Gesù Cristo introduce tutti coloro che credono in Lui”.


Fonte: Rimini 2.0

venerdì 7 luglio 2017

L’ospedale di Londra chiede un’altra udienza per Charlie dopo i possibili nuovi trattamenti



Il Great Ormond Street Hospital di Londra si è rivolto all’Alta Corte per una nuova udienza sul caso del piccolo Charlie Gard «alla luce delle richieste relative a possibili altri trattamenti». Lo riportano Bbc e Sky News dopo che il Bambino Gesù di Roma ha inviato una lettera all’ospedale londinese chiedendo ufficialmente ai medici inglesi di poter somministrare al bimbo un protocollo sperimentale «che può funzionare». I medici londinesi ritengono che sia «giusto tentare» e «ringraziano le offerte di aiuto da Casa Bianca, Vaticano e dai nostri colleghi in Italia e Usa e altrove».




«Mi è giunta notizia che i ricercatori hanno messo a disposizione il loro trattamento per l’ospedale di Londra il quale pensa di poterlo verificare», ha spiegato in un videomessaggio dalla Repubblica Centrafricana, dove si sta occupando di bambini bisognosi, la presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Mariella Enoc, confermando che il Great Ormond Street Hospita sta pensando di verificare il protocollo.



L’ospedale pediatrico della Santa Sede aveva infatti inviato all’ospedale una lettera firmata da un gruppo di più di cinque scienziati internazionali in cui informavano la clinica di aver elaborato una terapia sperimentale per il bambino affetto da una grave malattia rara. Secondo il team di medici, guidati dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la terapia studiata per il piccolo potrebbe funzionare.



Intanto la mamma del bimbo, Connie Yates, non demorde e continua sui vari media del Regno Unito a lottare per suo figlio. In una serie di interviste ha detto che il neonato di 11 mesi ricoverato a Londra non sta soffrendo e che lei non potrebbe in nessun modo vederlo patire. La donna ha lanciato un appello direttamente alla premier britannica Theresa May: «Ci sostenga come stanno facendo gli altri», ha detto.

Fonte: La Stampa

lunedì 22 maggio 2017

Il fallimento della legge 194.


di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.
Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).
Per la tutela della salute della donna

domenica 12 marzo 2017

Gender: I fatti, non le ideologie, determinano la realtà.



Pubblichiamo di seguito la traduzione del documento adottato nel gennaio di quest’anno 2017 dal Collegio americano dei Pediatri. E’ un testo durissimo contro l’ideologia gender e i suoi perversi corollari, quali l’impiego di ormoni sessuali e della chirurgia e proviene da una dell più autorevoli istituzioni in materia.

Qui il testo originale con note [RS]:


https://www.acpeds.org/the-college-speaks/position-statements/gender-ideology-harms-children



Il Collegio Americano dei Pediatri sollecita professionisti della salute educatori e legislatori a rigettare tutte le politiche che condizionino i bambini ad accettare come normale una vita di impersonificazione chimica o chirurgica dell’altro sesso. I fatti, non le ideologie, determinano la realtà.
La sessualità umana è un carattere oggettivo, biologicamente binario: “XY” e “XX” sono indicatori genetici del maschio e della femmina, rispettivamente – non marcatori genetici di un disordine. La norma per l’uomo è di essere concepito maschio o femmina. La sessualità umana è binaria per progetto con l’ovvio proposito della riproduzione e la continuazione della nostra specie. Questo principio è autoevidente.I rari e marginali disordini nello sviluppo sessuale (DSD), come ad esempio, ma non solo, la femminilizzazione testicolare o l’iperplasia adrenale congenita sono tutte deviazioni, medicalmente identificabili, dalla norma della duplicità sessuale e sono correttamente riconosciuti come disordine rispetto al disegno umano. Individui con DSD (anche indicati come “intersex”) non costituiscono un terzo sesso.

domenica 27 novembre 2016

Gli uomini di buona volontà pensano ed agiscono in modo diverso.

Si è perso il senso della vita e del suo vero valore. 
Si attraversa questo passaggio esistenziale come se non ci fosse una meta. E per questo ci si chiude alla possibilità di un traguardo guadagnato con fatica e sudore. Non si vogliono affrontare i rischi e i pericoli delle proprie scelte. Non ci si vuole più impegnare per conseguire un risultato che porti a traguardi che non siano chili persi e muscoli tonici. Invece di sposarsi si preferisce convivere, invece che fare figli sin da giovani ci si chiude alla vita per assaporare i "piaceri" amari di una esistenza sterile ed egoista.
L'uomo e la donna di fede, non fanno così.




di Tommaso Scandroglio.

Il senso di liberazione che ha accompagnato molti commentatori nell’apprendere che ora la cattedra di Pietro ha indicato una strada facilitata, se non una scorciatoia, nell’assolvere il peccato di aborto e nel togliere la relativa scomunica è indice di un atteggiamento mentale abbastanza diffuso in una certa cultura contemporanea. L’atteggiamento mentale proprio dell’arrendevole, di chi appunto se può prende la via più comoda, più confortevole, più esistenzialmente ergonomica.

L’uomo postmoderno infatti da tempo ha rinunciato alla battaglia. Aspetta un bambino malato? Ricorre all’aborto. Non vuole concepire un bambino malato? Opta per la diagnosi genetica pre-impianto. Non riesce ad avere un bambino? Prende la via facile della provetta. Teme di sopportare le conseguenze negative di una sessualità nomade? Fa uso della contraccezione. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Cambia sesso come quando si cambia scuola perchè non ci si trova bene. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Sceglie l’eutanasia. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? Va a convivere. Litiga in famiglia o non si sente realizzato (pur avendo prima convissuto)? Divorzia. 

mercoledì 2 novembre 2016

La distruzione della famiglia.

Individualismo, consumismo, edonismo, ma non solo, i fattori della distruzione della famiglia.





La drammaticità dei dati italiani delle nascite sta finalmente imponendosi. Speriamo che ora non tutto il problema venga visto sotto la luce della mancanza di lavoro, delle insufficienti prospettive dei giovani, delle difficoltà materiali delle famiglie, dei costi di mantenimento dei figli e così via. Non perché non ci siano anche questi elementi nella patologicamente bassa natalità degli italiani, ma perché le nascite flettono tendenzialmente, salvo sobbalzi di scarsa entità e di ancor più mediocre durata, da oltre mezzo secolo a questa parte. Quando un fenomeno attraversa periodi così lunghi in cui tutte le situazioni economiche si succedono e accavallano, dalle migliori alle peggiori, senza però mai mutare la direzione di fondo, allora il segnale è chiaro: non sono quelli i fattori che più contano nel determinare quella direzione. Contano, è indubbio, ma non così tanto, non in modo così decisivo come contano altri fattori invece sin qui quasi dimenticati. Certo, i dati delle nascite cui siamo di fronte sono impressionanti. Ma non lo sono da oggi, anche se oggi si è toccato un fondo che non pensavamo mai che sarebbe stato neppure sfiorato. Lo sono da trenta anni almeno. Oggi, anzi, vengono al pettine i dati sulle nascite che da tanti, troppi anni non fanno che diminuire senza che ci si fermi a interrogarci davvero sulle cause più profonde del fenomeno. Perché il primo fattore che grava sulle così poche nascite è, intanto, un fattore strutturale: sempre meno donne, a seguito di una denatalità che viene da tanto lontano, entrano nell’età riproduttiva. E ancor meno ne entreranno nei prossimi anni. Sempre meno donne nell’età di fare figli arriveranno sulla scena riproduttiva italiana: occorre saperlo e, se possibile, cominciare ad attrezzarci per cercare di compensare questa carenza strutturale del passato, del presente e che ci accompagnerà anche nel futuro. 

sabato 14 maggio 2016

Parte la crociata Lgbt all'assalto della Chiesa.




di Riccardo Cascioli
09-05-2016

È primavera e nella Chiesa pare proprio sbocciato l’amore, ma quello omosessuale. Dal centro alla periferia ormai è tutto un inno ai rapporti gay. Non si fa in tempo a stupirsi del nuovo spazio dedicato dal settimanale diocesano Verona Fedele alla nuova rubrica “La Porta Aperta”, che debutta l’1 maggio con un’intervista-propaganda a una persona omosessuale che decanta il suo amore, che il 3 maggio si scoprono porte aperte anche all’Osservatore Romano che lancia il suo nuovo magazine dedicato alle donne. 

Il giornale vaticano ovviamente è molto più prudente, ma per valorizzare «quella rivoluzione intellettuale che le donne hanno operato nella cultura cattolica a cominciare dal secolo scorso» assolda in redazione intellettuali cattoliche del peso di Daria Bignardi, attuale direttore di Rai 3, firmataria dell’appello al parlamento del 21 febbraio scorso in favore delle unioni gay, e Melania Mazzucco, autrice del libro “Sei come sei”, in cui si racconta in modo particolareggiato come un adolescente scopre e sperimenta la sua omosessualità (clicca qui). Come si ricorderà il libro divenne un caso perché fu adottato al liceo Giulio Cesare di Roma, provocando una dura reazione da parte di alcuni studenti e genitori (clicca qui). 

Lo sdoganamento dunque è soft ma si può scommettere su prossime più ampie aperture, anche perché nel frattempo sta aprendo la strada a tappe forzate il quotidiano della CEI, Avvenire, che dopo le puntate precedenti (clicca qui), sabato 7 maggio si è spinto ancora più in là nel promuovere il comportamento omosessuale. Una pagina dedicata a “Chiesa e cristiani Lgbt”, prendendo spunto dal IV Forum dei cristiani Lgbt che si è tenuto a fine aprile ad Albano Laziale, per sostenere la necessità di progetti pastorali ad hoc che favoriscano la piena accoglienza non già delle persone con tendenze omosessuali (che non è mai stata negata) ma dell’omosessualità in quanto tale. 

domenica 1 maggio 2016

1° maggio, si festeggia San Giuseppe lavoratore.



Il 1° maggio si celebra San Giuseppe lavoratore, mentre il 19 marzo si festeggia sempre san Giuseppe ma come Sposo della Vergine Maria. Secondo il Nuovo Testamento, Giuseppe è lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù (Luca 3,23), in quanto il Cristianesimo afferma che il vero padre di Gesù è Dio stesso: l'arcangelo Gabriele, mandato dal Signore, apparve alla giovane Vergine Maria che era promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. Venuto a conoscenza dell'avvenimento miracoloso da una visione avuta in sogno, Giuseppe accettò di sposare Maria e di riconoscere Gesù come proprio figlio. Giuseppe e Maria si spostarono poi dalla città Nazareth a Betlemme, per il censimento, dove venne alla luce il piccolo Gesù. 
La Sacra Famiglia rimase a Betlemme fin quando un angelo apparve in sogno a Giuseppe preannunciando la persecuzione del re Erode che, dopo aver udito il racconto dei Magi, voleva uccidere tutti i bambini maschi nati a Betlemme per liberarsi dal futuro "re dei Giudei". Così la famiglia scappò in Egitto dove vi rimase in esilio per un certo periodo di tempo, trascorso il quale il Signore inviò un Suo messaggero a Giuseppe ordinandogli di fare ritorno a Nazareth perché Erode era morto. Dal Vangelo di Matteo (13,55) si apprende che Giuseppe era un "lekton", termine che in greco veniva usato per descrivere gli operatori impegnati in quelle attività economiche legate all'edilizia e quindi pare che l'uomo provenisse da una famiglia benestante.

domenica 24 aprile 2016

800.969.878 - Primo Numero Verde Nazionale per curare la ferita dell'aborto.



Un Numero di telefono aperto a tutti e in tutto il territorio nazionale per parlare della ferita dell'aborto. Non lasciamoci scoraggiare, non lasciamoci andare.


È stato presentato a Milano, giovedì 14 aprile, il progetto "Fede e Terapia" , promosso dall'Associazione "Difendere la vita con Maria" di Novara su tutto il territorio nazionale: l'obiettivo è l'accompagnamento delle famiglie che devono fare i conti con una genitorialità ferita, come nel caso dell'aborto. 



Il numero verde 800 969 878 è attivo 24 ore al giorno



di Francesco Morrone 

La perdita di un figlio, in qualsiasi modo avvenga, richiede sempre un’elaborazione molto complicata e dolorosa. Sia che si tratti di un aborto procurato, di uno spontaneo oppure di una morte prenatale. Un episodio emblematico è quello di una donna che decise di abortire il terzo figlio perché concepito in un momento difficile per tutta la famiglia. Una sera, a nove anni di distanza, quando i problemi sembravano ormai alle spalle, seduta sul divano di casa, quella donna improvvisamente si è chiesta: “Mio Dio, cos’ho fatto?”. 
Ecco allora che quella ferita in apparenza guarita si riapre e torna a far male. In Italia sono tantissime le famiglie che vivono storie come questa e che non sanno con chi confidarsi. Adesso c’è un numero verde (800 969 878) a cui poterle raccontare senza alcun pudore né vergogna. Si può chiamare per chiedere perdono, o più semplicemente per ricevere un consiglio. 
Questo nuovo servizio è fornito dall’Associazione “Difendere la vita con Maria” , che lo ha inaugurato a novembre scorso e lo ha esteso a tutto il territorio nazionale. Dall’altra parte della cornetta, per 24 ore al giorno, c’è un’équipe di volontari che ascolta con attenzione le storie di queste persone.
E in tanti, quando chiamano, ammettono di vergognarsi o di sentirsi a disagio a raccontare al telefono certe cose. Accanto al gruppo di volontari, lavora in silenzio anche una rete nazionale di professionisti, fatta di sacerdoti, psicologi, psicoterapeuti e ginecologi. Tutti insieme per stare accanto a chi ha vissuto il dramma dell’aborto, e continua a soffrirne. Fede e terapia.
“Chi ha abortito – ha spiegato monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e vicepresidente per l’Italia settentrionale della Conferenza episcopale italiana – soffre profondi sensi di colpa, da cui è necessario guarire. Questa cura, però, non porta a una piena guarigione se non si apre il cuore alla dimensione spirituale e cristiana”.
Il progetto, presentato giovedì 14 aprile nella sede milanese del quotidiano Avvenire, si chiama “Fede e Terapia” e si propone di offrire un percorso di accompagnamento alle famiglie che devono fare i conti con una genitorialità ferita. Si tratta di un programma che nasce dalla ventennale esperienza dell’Associazione “Difendere la vita con Maria” , fondata a Novara e riconosciuta dall’ordinario diocesano nel 2004, che da anni si occupa di dare sepoltura ai bimbi non nati a causa di aborti. 
“Con questo numero verde – ha raccontato Carlo Casini, presidente onorario del Movimento per la vita – vogliamo continuare a salvare molte vite umane, tentando di offrire il perdono a tutti coloro che hanno attraversato l’incubo dell’aborto. Le telefonate che riceviamo sono per lo più notturne e anonime, segno che molti hanno difficoltà e timore a parlare del proprio calvario. Ma non dobbiamo dimenticare che siamo nell’anno della Misericordia e che non bisogna mai stancarsi di chiedere perdono”.
La sofferenza dei papà. A rivolgersi all’assistenza del numero verde non sono soltanto le donne. Ci sono anche tanti uomini che non riescono a elaborare il lutto e che si domandano senza pace che fine abbia fatto il loro bambino. Secondo i dati dell’associazione, il 41% di chi telefona è composto dai papà. E loro, si sa, sono tendenti per natura a seppellire il dolore, a nasconderlo più che condividerlo. 

“Con gli uomini bisogna tentare un approccio diverso – precisa don Maurizio Gagliardini, presidente dell’Associazione Difendere la vita con Maria – perché hanno un’emotività diversa rispetto alle donne. Anche loro però vengono travolti dal dolore provocato dalla perdita di un figlio, ed è attraverso un lavoro di squadra che cerchiamo di affrontare il disagio che li tormenta”. 

La chiave, in molti casi, è riuscire a passare dal senso di colpa al senso del peccato. Stabilendo un percorso di razionalizzazione che permetta alle famiglie di condividere il dolore insieme agli operatori. Ma a causa di pregiudizi e luoghi comuni, non sempre questo passaggio avviene con spontaneità. “La nostra società – spiega ancora monsignor Brambilla, che ha scritto l’introduzione al manuale in uso tra gli operatori del numero verde – di solito non riconosce l’aborto come una perdita. Spesso, anzi, viene considerato come una ‘non­esperienza’. 

Il problema della cultura dominante è che conaidera l’aborto come la aoluzione di un problema, ignorando che invece è la causa di enormi disagi”.

Fonte: Agenzia SIR

venerdì 8 aprile 2016

Sintesi dell'Esortazione "Amoris Laetitia".





Tradotta da un lavoro del noto blog Rorate Caeli.

Non è un caso che Amoris Laetitia (AL), l’esortazione post-sinodale “sull’amore nella famiglia", sia stata firmata il 19 marzo, solennità di San Giuseppe. Essa riunisce i risultati dei due Sinodi sulla famiglia convocati da Papa Francesco nel 2014 e 2015. Si citano spesso le loro relazioni finali come pure sono citati i documenti e gli insegnamenti dei suoi predecessori e le sue stesse, numerose catechesi sulla famiglia. Inoltre, come in precedenti documenti magisteriali, il Papa si avvale anche dei contributi di varie Conferenze episcopali di tutto il mondo (Kenya, Australia, Argentina...) e cita figure significative come Martin Luther King ed Erich Fromm. Il Papa cita anche il film “La Festa di Babette” per illustrare il concetto di gratuità.
Introduzione (1-7)
L'Esortazione apostolica colpisce per la sua ampiezza e dettaglio. I suoi 325 punti sono distribuiti su nove capitoli. I sette paragrafi introduttivi denotano la complessità di un argomento su cui c’è urgente bisogno di uno studio approfondito. Gli interventi dei Padri sinodali compongono una "gemma sfaccettata" (AL 4), un prezioso poliedro, il cui valore deve essere preservato. Ma il Papa avverte che "non tutte le discussioni su questioni dottrinali, morali o pastorali hanno bisogno di essere risolte dagli interventi del magistero". In effetti, per alcune domande, "ogni paese o regione… possono cercare soluzioni più adatte alla propria cultura e sensibili alle sue tradizioni ed esigenze locali. Poiché 'le culture sono in realtà molto diverse, ogni principio generale... ha bisogno di essere “inculturato”, per essere rispettato e applicato’” (AL 3). Questo principio di “inculturazione” si applica al modo in cui i problemi sono formulati e affrontati e, a parte le questioni dogmatiche che sono state ben definite dal Magistero della Chiesa, nessuno di questi approcci può essere "globalizzato". Nel suo discorso alla fine del Sinodo del 2015, il Papa ha detto molto chiaramente: "Ciò che sembra normale per un vescovo in un continente, è considerato strano e quasi scandaloso - quasi! - per un vescovo di un altro continente; quello che è considerato una violazione di un diritto in una società è una regola evidente e inviolabile in un’altra; ciò che per alcuni è la libertà di coscienza, per altri è semplicemente la confusione".

Il Papa afferma chiaramente che abbiamo bisogno prima di tutto di evitare una giustapposizione sterile tra le esigenze di cambiamento e l'applicazione generale di norme astratte. Egli scrive: "I dibattiti svolti nei media, in alcune pubblicazioni e anche tra i ministri della Chiesa, vanno da un desiderio smodato di cambiamento totale senza riflessione o sufficiente adattamento, ad un atteggiamento che vorrebbe risolvere tutto applicando regole generali o indebite conclusioni di particolari considerazioni teologiche" (AL 2).

Capitolo Uno: "Alla luce della Parola" (8-30)

giovedì 17 marzo 2016

Ambientalismo, nuova religione mondiale




di Andrea Zambrano
17-03-2016

Caustico, ma rigoroso. L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe “Un mestiere del diavolo” (scritto con Paolo Gambi per l’editore Giubilei Regnani). Già parlare del diavolo in questa confusa contemporaneità è cosa assai impopolare. Peggio ancora se al principe delle tenebre si attribuisce una prerogativa sostanzialmente umana: quella della pensione. Eh sì, perché secondo l’ex presidente dello Ior, che da molti anni ormai si interroga con curiosità e competenza sulla crisi morale e di fede dell'umanità, ormai a Satana non resta un gran lavoro perché il grosso del suo sforzo, quello di perdere le anime, lo ha già fatto. Gotti Tedeschi lo chiama il grande pensionato e in questo libro intervista non esita a individuare i campi in cui la mano potente dell’angelo ribelle è intervenuta per distruggere e confondere le acque con ricadute sociali devastanti. La Bussola lo ha intervistato.

Professore, il tema centrale del libro è il demonio e l’influsso che questi ha avuto sulla nostra società. Allora esiste “ancora”?

Non solo esiste “ancora”, ma il suo influsso è talmente potente da riuscire a confondere la sua esistenza, facendo “razionalmente” pensare che non esiste né lui, né il peccato. Pertanto la confessione è inutile. E’ così che cresce il “riscaldamento globale”, quello vero…

Chi sono stati i suoi alleati?

venerdì 12 febbraio 2016

La famiglia vista da un economista - Ettore Gotti Tedeschi


Condivido questo video tratto dal convegno promosso dall'associazione Papa Giovanni XXIII nel quale, il famoso economista, evidenzia i punti salienti attraverso i quali la famiglia oggi è - di fatto- combattuta in tutto l'occidente.

venerdì 29 gennaio 2016

MARCIA PER LA VITA: ROMA 8 MAGGIO 2016



ROMA, DOMENICA 8 MAGGIO 2016

PARTECIPA ANCHE TU!



Fonte: Marcia per la Vita

Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.

Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.

La ​Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.

Con la Marcia per la Vita intendiamo:
affermare la sacralità della vita umana e perciò la sua assoluta intangibilità dal concepimento alla morte naturale, senza alcuna eccezione, alcuna condizione, alcun compromesso;
combattere contro qualsiasi atto volto a sopprimere la vita umana innocente o ledere la sua dignità incondizionata e inalienabile.

Per questo:
chiamiamo a raccolta tutti gli uomini di buona volontà per difendere il diritto alla vita come primo dei principi non negoziabili, iscritti nel cuore e nella ragione di ogni essere umano e -per i cattolici – derivanti anche dalla comune fede in Dio Creatore;
esortiamo ogni difensore della vita a reagire, sul piano politico e culturale, contro ogni normativa contraria alla legge naturale, e contro ogni manipolazione mediatica e culturale che la sostenga. E qualora ci si trovi nella impossibilità politica di abolire tali leggi per mancanza di un consenso popolare sufficiente, ci si impegna a denunciarne pubblicamente l’intrinseca iniquità, che le rende non vincolanti per le coscienze dei singoli.
La sesta edizione della marcia sarà a Roma, centro della cristianità e del potere politico. Le strade della capitale sono state attraversate, anche recentemente, da numerosi cortei indecorosi e blasfemi; il nostro corteo vuole invece affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo.

L’iniziativa sarà una “marcia” e non una processione religiosa e come tale aperta anche ai pro life non credenti e a tutti i gruppi che potranno partecipare con i loro simboli ad esclusione di quelli politici.

Abbiamo però bisogno dell’aiuto di tutti!
Con la preghiera, che smuove le montagne (1 Cor. 13,2) e vince ogni difficoltà
Con la costituzione, in ogni città italiana, di centri locali che ci aiutino sul piano organizzativo (fotocopiando e diffondendo materiale, organizzando pullman per venire a Roma, preparando striscioni, bandiere, cartelli…)
Con il sostegno economico che può moltiplicare le nostre possibilità. Si può versare un contributo sul conto corrente postale allegato oppure tramite bonifico bancario a:






Comitato per la Marcia Nazionale per la Vita :
Banca Etruria,
Iban: IT26 M053 9003 2170 0000 0092 314
Bic: ARBAIT33134

Chiunque volesse aiutare e per qualsiasi informazione scrivere a: info@marciaperlavita.it, oppure telefonare a : 06-3233370 / 06-3220291