venerdì 25 maggio 2012

Burke: «Cattolici, non è tempo di tacere»

Dall’aborto alla riforma liberticida di Obama, «il male è scatenato».
Il cardinal Burke e la scelta di marciare in difesa della vita. Con la testimonianza e con i piedi


Il 13 maggio scorso 15 mila persone hanno sfilato nella capitale per chiedere l’abolizione della legge 194/78 che legalizza l’aborto. Fra i cartelli che denunciavano la morte di 5 milioni di bambini e l’impossibilità di tollerare anche un solo aborto legale, spuntava una faccia capace di rendere ancora più significativa la svolta del mondo pro life italiano. Quella di Raymond Leo Burke, il cardinale statunitense prefetto della Segnatura Apostolica che ha marciato silenziosamente per due ore secondo il suo stile umile ma mai remissivo. Infatti, la sola presenza del capo del supremo tribunale vaticano, noto per essere fra i porporati più vicini sia per formazione sia per impostazione al papa teologo e pastore Benedetto XVI, ha segnato una novità non indifferente nella linea d’azione indicata dalla Chiesa cattolica per far fronte alla violazione dei cosiddetti “princìpi non negoziabili”.

Eminenza, è la prima volta che una fetta così consistente del mondo pro life, con il plauso di molti vescovi, intraprende la via dell’opposizione senza compromessi. Fino ad ora si era scelto di combattere per l’applicazione integrale della legge 194 quale via per ridurre gli aborti, come se non fosse possibile chiedere di più. Il numero degli aborti, però, non ha fatto che aumentare. È realistico percorrere la strada più audace ora che siamo ancora più assuefatti alla mentalità abortista?

È necessario prendere la via audace. L’unica accettabile e indicata da sempre da Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI poi davanti alla negazione dei princìpi non negoziabili. L’aborto è la violazione di un diritto inviolabile della persona. Non si può rimanere silenziosi di fronte a una legge che lo permette, non ha senso parlare di male minore davanti a un omicidio. Per quanto riguarda l’esito politico di tale azione è difficile fare previsioni, ma se non si comincia non lo sapremo mai. Comunque sia abbiamo il dovere di parlare chiaro per tenere deste le coscienze, testimoniando fino in fondo la santità inviolabile della vita umana, tutelandola dal concepimento fino alla morte naturale.

In America lo Stato si sta spingendo più in là. Nell’ambito della sua riforma sanitaria Obama ha approvato un regolamento che vìola la clausola di coscienza: qualsiasi istituzione deve offrire ai propri dipendenti, studenti o fruitori la copertura assicurativa di contraccettivi e aborto. La Chiesa cattolica, spronata dal Papa, si sta mobilitando, attraverso incontri pubblici, interventi mediatici, manifestazioni e preghiere comunitarie per chiarire alla gente che il governo non sta minacciando la Chiesa ma la libertà religiosa in generale. La stampa laicista parla di ingerenza.
Questo lavoro è assolutamente necessario: la Chiesa cattolica non può rimanere integra senza impegnarsi per continuare ad agire nella società. Assistiamo a una secolarizzazione totale che vuole zittire la coscienza umana. Perciò, i vescovi non solo possono ma devono protestare e fare tutto il possibile per risvegliare le coscienze della popolazione, anche perché il mondo mediatico, tutto a favore della secolarizzazione, sta cercando di confondere i cittadini mascherando quello che sta accadendo. Dice: “Sì, voi avete la libertà di culto nella vostra chiesa ma poi, fuori dalle sue mura, non avete quella religiosa”. Accettare di vivere così è tradire la natura cattolica del cristianesimo. Pertanto mi conforta molto vedere che tutti i vescovi americani sono uniti per protestare contro un governo che minaccia le sue stesse fondamenta: il primo emendamento della Costituzione. Sono sicuro che ogni americano che si renderà conto che l’attacco non è rivolto alla sola Chiesa cattolica, ma alla libertà religiosa in generale, si opporrà al presidente.

C’è chi teorizza che il mondo non capisce più quello che la Chiesa ha da dire, perciò l’unica via sarebbe quella della testimonianza di vita.
Non si può stare in silenzio. In questo caso accontentarsi della testimonianza personale sarebbe come affermare che si è d’accordo con quanto il governo sta facendo. Il silenzio non è ammissibile di fronte alle ingiustizie più gravi. Tradiremmo la missione che il Signore ci ha affidato: difendere la dignità di ogni essere umano. Parlano di ingerenza e poi rimproverano il silenzio della Chiesa di fronte al nazismo. Chi parla così, almeno per coerenza, dovrebbe auspicare l’intervento della Chiesa, perché siamo di fronte a un pericolo simile.

In Italia si cerca di fare apparire la Chiesa come un’istituzione potente e corrotta a cui porre fine. L’attacco viene anche dall’interno e arriva fino al Santo Padre, con la pubblicazione della sua corrispondenza personale.
Questa è una cosa che la Chiesa deve affrontare anche al suo interno. Il segreto pontificio non esiste per mascherare le ingiustizie, ma perché viga il rispetto della coscienza personale. Bisogna poi ricordare che quanto è destinato a un uso personale, non avendo lo scopo di un annuncio generale, ha una forma che non è pensata per essere comprensibile al pubblico. Mi auguro un ripristino immediato del segreto e della riservatezza dei documenti pontifici, che la Chiesa deve ricomprendere. Perché quanto avvenuto è una violazione gravissima.

Anche la stessa Costituzione italiana, all’articolo 11, tutela la segretezza della corrispondenza privata.
Sarà la Segreteria di Stato ad occuparsi di questa violazione per far valere i propri diritti anche all’esterno.

Davanti agli scandali si vede anche il rischio di dividere la “Chiesa dei buoni” da quella “dei cattivi”.
La Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo, è una ed è il mezzo attraverso cui il Signore ha scelto di restare con noi: la Chiesa, dunque, è una realtà santa composta da uomini che rimangono peccatori e che talvolta non rispondono alla grazia ricevuta dallo Spirito. Una grazia continuamente necessaria per la conversione della vita, per il rigetto del peccato e per abbracciare la via della Croce e della donazione di sé. Così la Chiesa resta una realtà non coerente, santa e meretrice insieme. Perciò, chi prende solo un aspetto di essa è ideologico. Non ha scuse nemmeno chi assiste al compimento di peccati gravissimi che i suoi uomini possono commettere, perché chiunque ha a che fare con la Chiesa ha conosciuto anche la sua santità, magari più visibile in certi uomini che in altri.

Non pensa che ci sia anche un’amplificazione dei peccati, se non addirittura una distorsione della realtà della Chiesa?
È indubbio. I media, ad esempio, prendono le cose più normali e di per sé buone, come la conversazione del Santo Padre con un governatore, e ne distorcono il messaggio insinuando secondi fini. Mentre i fatti sono più semplici: da sempre la Chiesa, come qualsiasi altra istituzione, nel dialogo con altri esprime il proprio pensiero. E questo è bene, perché la sua missione è di salvare e difendere il mondo. Anche per questo un cattolico non può accettare una separazione assoluta tra Stato e Chiesa. I due piuttosto devono collaborare mantenendo la propria identità.

La cronaca dimostra che è in atto un tentativo di infangare chi cerca di applicare la dottrina sociale della Chiesa. Così i cattolici sono tentati di ritirarsi dal mondo non solo per paura della persecuzione, ma per quella di sporcarsi le mani.
Non è possibile per un cattolico accettare di farsi chiudere in sagrestia. Non possiamo ritirarci per paura di diventare come il mondo. Sì, ci sono anime che hanno la vocazione eremitica o monastica chiamate a lasciare il mondo per salvarlo abbracciando una vita di penitenza e preghiera. Ma per chi non ha questa vocazione è un dovere quello di agire nei vari campi dell’attività umana per testimoniare Cristo risorto. Certo è difficile, perché più la nostra testimonianza è forte più i nemici del Vangelo ci attaccano. È poi c’è sempre il rischio di cadere. Ma questa non può essere una ragione per lavarsene le mani. Non possiamo pensare che seguendo Gesù non saremo attaccati e nemmeno che non sbaglieremo. Proprio per questo si deve continuare ad agire stando attaccati alla vite. Dobbiamo essere tralci ben inseriti nella vite che è il Signore per trarre forza dall’Unico che ci può sostenere e farci rialzare. Altrimenti saremo perduti. Soprattutto ora che il male è scatenato, è solo con Cristo, nella Chiesa, e in Cristo, nell’Eucarestia e nella Confessione, che possiamo prevalere sulle forze di Satana, sui principati e le potestà, come dice san Paolo.

Perché Dio permette una prova simile, che allontana gli uomini dal Suo corpo che è la Chiesa? Che cosa sta chiedendo il Signore ai suoi discepoli?
La spiegazione si trova nella Passione di nostro Signore. Il Padre ha permesso che Lui soffrisse una passione crudele per salvare il mondo. Quindi dobbiamo vedere nelle nostre sofferenze la via misteriosa della purificazione, per amare ancor più Dio e il prossimo. Se tutto fosse facile la bellezza della vita cristiana si offuscherebbe. Al contrario, quando la vita cristiana è provata, la sua bellezza è misteriosamente più evidente. Io sono solo un sacerdote, ma mi pare che in questi tempi così duri il Signore ci stia chiedendo una testimonianza eroica: di soffrire per Lui e per la sua Chiesa.

Come sta vivendo il Santo Padre questa prova?
Mentre il corpo soffre anche il capo soffre con lui. Ma il Papa ha una fede ferma e forte: soffre ma è certo che tutto è nelle mani del Signore che ha già vinto ed è risorto. Perciò è sempre molto sereno e tranquillo e non si lascia scalfire dal mondo.

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lunedì 21 maggio 2012

COME LA MASSONERIA HA CONDIZIONATO LE ELEZIONI IN FRANCIA




Gli oltre 150.000 massoni francesi sono decisi a mantenere la loro influenza come caratteristica specifica del loro Paese

Autore: Massimo Introvigne

Le iniziali sembrano innocue: CIU, Circoli Inter-Universitari. Ma questa tranquilla associazione di accademici francesi nasconderebbe in realtà una super-loggia massonica, con le stesse iniziali ma un nome meno rassicurante: Confraternita Iniziatica Universale. Se alcuni dei membri sono professori universitari interessati alla storia della massoneria e a questioni filosofiche, altri si muovono molto vicino alla politica francese. Lo rivela un'inchiesta di copertina del settimanale Le Point, non nuovo a curiose indagini nel mondo delle logge transalpine, che nel numero del 26 gennaio 2012 studia l'entourage dei principali candidati alla presidenza.
Due candidati minori alle presidenziali francesi sono dichiaratamente massoni: Jean-Luc Mélenchon, candidato dell'estrema sinistra, fa parte del Grande Oriente, mentre Corinne Lepage, dei Verdi – e moglie dell'ex ministro dell'Ambiente, massone e vicino alla CIU, Christian Huglo –, è stata iniziata nella Gran Loggia Femminile, un'obbedienza di sole donne, anche se dal 2010 lo stesso Grande Oriente ammette le donne. Se queste sono curiosità, è più interessante notare che Le Point, mettendo in conto querele e smentite che afferma di non temere, contra tredici massoni nell'entourage immediato di Nicolas Sarkozy, compresi i ministri dell'Economia, François Baroin, del Lavoro, Xavier Bertrand, della Difesa, Gérard Longuet, dell'Interno, Claude Guéant, della Giustizia, Michel Mercier, dello Sport, David Douillet, delle Relazioni con il Parlamento, Patrick Ollier, della Cooperazione Internazionale, Henri de Raincourt e dell'Educazione, Luc Chatel.
Gli ultimi due ministeri nella storia francese sono stati quasi sempre affidati a massoni: ma, come si vede, con Sarkozy è tutto il governo che sembra piuttosto una grande loggia. E molti di questi ministri sono vicini alla misteriosa CIU, che non va necessariamente d'accordo con l'obbedienza massonica più numerosa e potente in Francia, il Grande Oriente. Quanto a Sarkozy, bisognerebbe ancora ricordare il rapporto specialissimo del presidente con l'ex Gran Maestro del Grande Oriente Alain Bauer, e la sua vecchia abitudine – curiosa per chi dichiara di non essere massone – di firmare facendo seguire al suo nome tre puntini, come fanno i «fratelli», le lettere che da Ministro dell'Interno inviava ai sindacati di polizia, dove praticamente da sempre tutti i dirigenti sono massoni.
Se dovesse vincere François Hollande, il candidato socialista cui sembrano andare le simpatie del Grande Oriente, le cose dal punto di vista massonico non cambierebbero. Nella squadra che gestisce la campagna elettorale di Hollande, Le Point conta dieci massoni, fra cui il presidente del Senato Jean-Pierre Bel, gli ex ministri Michel Sapin e Jean-Yves Le Drian, il sindaco di Lione Gérard Collomb e il responsabile della comunicazione del candidato socialista, Manuel Valls.
Di fronte a questa proliferazione di «fratelli» chi diffidasse della massoneria in Francia potrebbe essere tentato di votare per il candidato centrista François Bayrou o per quella di destra Marine Le Pen. Ma anche qui, assicura Le Point, le logge hanno preso le loro precauzioni. Accanto a Bayrou, ascoltato consigliere, c'è l'ex senatore e membro della Corte dei Conti Alain Lambert, che viene dalle stesse logge dove è nata la misteriosa CIU. Dai medesimi ambienti proviene pure Dominique Paillé, già portavoce dell'UMP, il partito di Sarkozy, che non fa parte della squadra di Bayrou ma ne ha fatto il vincitore delle elezioni presidenziali nel suo romanzo Panico all'Eliseo ed è piuttosto influente negli ambienti che sostengono il candidato centrista.
Quanto a Marine Le Pen, fa parte della sua squadra l'avvocato – che compare spesso nei grandi media francesi – Gilbert Collard, iniziato nella Gran Loggia di Francia e passato poi alla Gran Loggia Nazionale Francese, l'obbedienza più «tradizionalista – dal punto di vista massonico, s'intende – che è stata il terreno di coltura della misteriosa CIU. Molta acqua è passata sotto i ponti da quando negli anni 1980 il Grande Oriente minacciava di espulsione non solo gli iscritti al Fronte Nazionale, allora guidato dal padre di Marine Le Pen, ma anche chi accettava il sostegno del partito di estrema destra, come l'ex-ministro Jean-Pierre Soisson che aveva cercato i voti del Front National per conservare la carica di presidente del Consiglio Nazionale della Borgogna. Forse non se ne farà nulla, ma il Grande Oriente ha dibattuto seriamente l'idea d'invitare Marine Le Pen a una riunione di «loggia bianca» a porte chiuse per esporre il suo programma ai «fratelli», come faranno gli altri candidati: un'idea che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa.
Certamente non tutte le obbedienze francesi la pensano allo stesso modo, su molti temi. Ma ci sono dei fili che le uniscono e alla fine, nella politica francese, la massoneria riesce sempre a contare più che in altri Paesi. Se l'influenza massonica sulle cose politiche è forse in crisi altrove, i centocinquantamila massoni francesi sono decisi a mantenerla come caratteristica specifica del loro Paese.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 01/02/2012

domenica 20 maggio 2012

Interventi legislativi in materia di omofobia.


Articolo tratto dal blog: La voce di Don Camillo

Per rendersi conto di quanto siano pericolosi gli interventi legislativi in materia di omofobia, basta attraversare la Manica. In Gran Bretagna aleggia un clima da terreur jacobin, che alimenta la preoccupante escalation di quella che è diventata una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque possa anche vagamente apparire in odore di omofobia. 
Scrivevo un anno fa del rischio di un nuovo maccartismo delle lobby gay, prendendo lo spunto dal titolo di un intelligente articolo della nota giornalista conservatrice britannica Melanie Phillips apparso sul Daily Mail del 24 gennaio 2011 (Yes, gays have often been the victims of prejudice. But they now risk becoming the new McCarthyites). Le cose da allora sono solo peggiorate. L'ultimo episodio di questa assurda caccia all'omofobo rende assai bene l'idea. Stavolta di mira è stato preso
Adrian Smith un funzionario della Trafford Housing Trust (THT), una housing company con sede nei pressi di Manchester, il quale, a seguito di un procedimento disciplinare, è stato retrocesso ad una mansione inferiore, ed ha subito una decurtazione del 40% del proprio stipendio, passando da 35.000 a 21.000 sterline.
Praticamente una multa di 14.000 sterline applicata ogni anno. L'accusa è quella di "gross misconduct", indisciplina talmente grave (come furto o violenza) da giustificare persino il licenziamento in tronco di un dipendente. Smith è stato "graziato" da questa sanzione estrema solo per il suo ottimo curriculum e per il suo impeccabile comportamento tenuto in diciotto anni di onorato lavoro.
Questi i fatti che hanno portato i dirigenti della THT ad assumere un così severo provvedimento disciplinare. Adrian Smith avrebbe rilasciato presunti commenti "omofobici" nella propria pagina di facebook personale. I commenti consistevano, in realtà, nell'obiezione alla pretesa di celebrare i matrimoni omosessuali in chiesa. «Io non capisco», ha scritto Smith, «perché persone che non hanno fede e non credono in Gesù Cristo devono sposarsi in chiesa; le Sacre Scritture sono assolutamente chiare sul fatto che il matrimonio sia l'unione di un uomo e di una donna». Aggiunge persino questa affermazione: «Se lo Stato intende riconoscere il matrimonio civile tra omosessuali, può benissimo farlo, ma non può imporre le proprie regole nei luoghi destinati alla fede ed alla coscienza».
L'errore commesso da Smith, secondo la THT, è quello di aver specificato la propria posizione lavorativa nel suo profilo facebook, e quindi di aver leso gravemente l'immagine dell'organizzazione, associandola a quelle espressioni ritenute di contenuto omofobico. Tra l'altro, il comportamento di Smith sarebbe anche andato contro la policy aziendale della THT ispirata ai concetti di «inclusione e tolleranza» (sic!).
In questa vicenda, però, qualcosa non torna.
Primo, Adrian Smith ha espresso i suoi commenti fuori dall'orario di lavoro, utilizzando la propria pagina personale di facebook, che non è pubblica e non può, quindi, essere vista da chiunque. Secondo, Adrian Smith si è limitato ad esprimere un'opinione, in maniera pacata, non offensiva, e senza ingiuriare nessuno. Terzo, Adrian Smith non ha minacciato o intimidito chicchessia. Quarto, Adrian Smith non ha neppure espresso un giudizio negativo contro l'omosessualità di per sé, dichiarandosi persino non contrario al matrimonio civile tra gay.
La sua colpa è quella di aver criticato l'eventualità di imporre con una legge i matrimoni in chiesa tra persone dello stesso sesso. Poiché la questione è oggetto di ampio e acceso pubblico in Gran Bretagna, allora dovrebbe essere considerata omofoba tutta quella larga fetta dell'opinione pubblica britannica che condivide le perplessità di Smith. Anzi, per essere precisi, insieme a lui dovrebbero essere bollati come omofobi, il Primo Ministro, il Ministro per le Pari Opportunità, e tutta l'alta gerarchia della Chiesa Anglicana. Se è omofobo Adrian Smith, allora sono omofobi anche tutti loro.
Il provvedimento adottato dal THT non è solo illegittimo ma anche odioso. E a renderlo ancora più odioso è stato il tripudio con cui è stato accolto dalla comunità LGBT. Con una meritoria eccezione di riguardo, però. Si tratta di Peter Tatchell, noto attivista gay che si batte per i diritti degli omosessuali.
Tatchell è l'unico che non solo ha criticato pubblicamente l'operato della THT, ma che ha addirittura preso le difese di Smith. Ha, infatti, scritto sul prestigioso blog statunitense Huffinghton Post: «In una società democratica tutti, compreso Adrian Smith hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni anche quando possono apparire ad altri fuorvianti ed errate; la libertà di espressione dovrebbe essere limitata solo in casi estremi, come, ad esempio, quando si concretizza nell'incitazione esplicita alla violenza».
E poi ha sollevato una provocazione che gli fa onore: «Se un dipendente gay fosse stato trattato così duramente da un'organizzazione cristiana per aver scritto commenti in favore degli omosessuali sulla propria pagina personale di facebook, avremmo assistito ad una sollevazione generale ed all'inevitabile accusa di omofobia».
Quando Peter Tatchell ha saputo dell'intenzione di Smith di opporsi alle sanzioni inflittegli rivolgendosi al giudice del lavoro, si è dichiarato pronto a testimoniare in suo favore. Ciò dimostra che il punto non è tanto l'orientamento sessuale di una persona, quanto l'uso ideologico e distorto che di esso se ne fa. E come tutti i frutti velenosi delle degenerazioni ideologiche, anche questa isteria collettiva che tende ad identificare gli omofobi come gli untori manzoniani del XXI secolo, finisce inevitabilmente per tradursi in deprecabili atteggiamenti di intolleranza. E' così che è sempre accaduto nella Storia ogni volta che i discriminati si sono trasformati in discriminatori.
Corrispondenza Romana, Gianfranco Amato 11/01/2012

martedì 15 maggio 2012

MARCIA PER LA VITA/ Quella piazza "diversa" grazie al popolo della vita



ROMA
martedì 15 maggio 2012

Domenica a Roma si è svolta la seconda Marcia Nazionale per la Vita. Era la prima volta nella capitale, ed è stato un grande successo: 15.000 persone che marciano sotto il cielo perfettamente azzurro di Roma, per contestare senza compromessi e sfumature la legge 194, quella che nel 1978 ha reso lecito l’aborto volontario in Italia. Il colpo d’occhio che ne è venuto fuori è stato impressionante: un corteo interminabile, dominato dalle bandiere di decine, forse centinaia di associazioni, e pullulante di cartelli espliciti. Cartelli che ricordavano le cifre dell’aborto legale in Italia – più di 5 milioni di vittime in trent’anni – e che andavano al cuore del problema: ogni aborto comporta l’uccisione di un essere umano. I politici? Alcuni hanno aderito con convinzione, come ad esempio De Lillo, Gasparri, Binetti, Oliveri, Magdi Cristiano Allam. Ma non è stata la politica a “inventare” l’iniziativa. E non è stata nemmeno la Chiesa, che pure è stata al fianco dei manifestanti attraverso le decine di autorevolissime adesioni di Cardinali e di vescovi, e alla presenza fisica nel corteo del Cardinale Leo Burke, Prefetto della Segnatura Apostolica.

La Marcia è stata, realmente, una genuina espressione di popolo. Sul palco, a parlare davanti al Colosseo, la figlia di santa Gianna Beretta Molla; una scelta eloquente, che richiama la testimonianza di una mamma che è morta per dare alla luce la sua creatura, all’interno di una nitida prospettiva di fede.

E’ buona regola non sopravvalutare mai le manifestazioni di piazza: la folla spesso dà alla testa, crea impressioni distorte, evoca prove muscolari. Insomma, si presta a interpretazioni discutibili. Ma chi domenica era presente in mezzo a quei 15.000 ha visto un corteo molto diverso da tutti gli altri, perché il popolo che lo ha animato è diverso. E’ quel “popolo della vita” di cui parlava Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae. Un popolo molto variegato, nel quale si agitano anime, storie, tendenze, sensibilità anche molto diverse fra loro. Migliaia di persone, di famiglie, di giovani, di gruppi organizzati, provenienti da tutta Italia, e dalla Polonia, dalla Germania, dalla Francia e da altri Paesi. Ognuno con il proprio striscione, i propri manifesti, il proprio stile. Questo dato formale è fondamentale per capire la novità di questa manifestazione, e per coglierne tutta la forza dirompente: una coalizione per la vita, molto più ampia e molto più larga di qualunque singola associazione istituzionalizzata. Chi non è capace di accogliere questa varietà e questa ricchezza dimostra di avere un cuore chiuso, e di non saper allargare le prospettive. Peggio ancora chi vorrebbe stabilire una sorta di “patente” o di certificato per consentire solo ad alcuni di manifestare per il diritto alla vita. Non si era detto che l’importante è capire dove uno vuole andare, senza chiedergli da dove viene? E allora, perché non applicare a tutti questo criterio “dialogante” quando si organizza una Marcia per la vita? Possibile che nel 2012 possa ancora funzionare il vecchio trucco con cui nel ‘68 si chiudeva la bocca ai non allineati, soprattutto ai cattolici, accusandoli di essere “fascisti”?

La Marcia per la Vita è un evento che in Italia mancava da decenni, in una sorta di lungo letargo durante il quale il mondo pro life è rimasto nelle catacombe. Lavorava, ma quasi di nascosto. E, soprattutto, taceva, o preferiva parlare solo “in positivo”, evitando toni decisi e fermi contro l’aborto, contro la legge 194, contro la fecondazione artificiale. E tacendo, rischiava di smarrire di giorno in giorno la sua ortodossia, e di perdere la voglia di opporsi senza se e senza ma a leggi come quelle sull’aborto, o sull’eutanasia.

La Marcia per la Vita ha rotto questo incantesimo, portando in piazza una pluralità di sigle e di tradizioni anche molto diverse fra loro. Una vera e propria “marcia ecumenica” che ha portato tante associazioni a unirsi intorno a un obiettivo comune: denunciare l’iniquità della legge 194 e riportare al centro del dibattito pubblico l’essere umano concepito. lavorare per unire sigle e organizzazioni molto diverse fra loro, per farle diventare una forza compatta e nello stesso tempo libera di conservare al proprio interno l’identità di ciascuno.

Normale che i centri di potere che in Italia hanno lottato con successo per l’aborto legale siano stati colti di sorpresa. Normale che siano sotto choc: pensavano che ormai non esistessero più italiani convinti che l’aborto uccide un essere umano innocente, e che di conseguenza le leggi che lo permettono sono solo “leggi in apparenza”, non più vincolanti in coscienza. Pensavano, in questi ambienti, che ormai il fronte pro life fosse identificabile con chi vuole “l’applicazione delle parti buone della 194”. Domenica mattina, questi stessi maestri del pensiero nichilista si sono risvegliati e hanno trovato Roma pavesata di cartelli e manifesti apertamente contro la 194. Hanno visto una piazza dove i giovani erano tantissimi, dove i sacerdoti e le suore erano un numero mai visto in una manifestazione contro l’aborto in Italia. Fra l’altro, preti e suore vestiti da preti e da suore.

Ecco perché penso che la Marcia del 2012 rappresenti una svolta epocale, uno spartiacque fra un prima e un dopo. Ovviamente, nulla è cambiato nei rapporti di forza. La stragrande maggioranza degli italiani continua ad essere favorevole all’aborto legale, e la politica rappresenta in modo molto fedele questa tendenza. Dal canto loro, i grandi quotidiani come Repubblica e il Corriere della sera possono descrivere con toni sprezzanti la manifestazione, e provare a cavarsela dicendo che in piazza c’erano i nazisti e i razzisti. Facendo finta di dimenticare che proprio l’eliminazione degli handicappati “inventata” dal nazionalsocialismo - con il piano T4 voluto da Adolf Hitler - oggi trova una sua coerente prosecuzione nell’uso selettivo della diagnosi prenatale.

Ma cambia tutto se si pensa che si apre una nuova sfida, nella possibilità di organizzare e mobilitare insieme tutti coloro che, credenti o non credenti che siano, ritengono un’ingiustizia insopportabile la legalizzazione dell’uccisione dell’innocente. Nessuno può dire con certezza quante siano queste persone. E quante possano diventare, se il popolo della vita continuerà a marciare compatto.

Mario Palmaro

© Riproduzione riservata.
fonte: ilsussidiario.net

venerdì 11 maggio 2012

Domenica 13 maggio 2012 a Roma - Marcia per la Vita



L' Iniziativa

Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.
Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.
La Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.
L’iniziativa vuole:
  • affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio;
  • chiedere il Suo aiuto, per una società smarrita;
  • deplorare l’iniqua legge 194 che ha legalizzato l’uccisione, sino ad oggi, in Italia, di 5 milioni di innocenti;
  • ribadire che esiste una distinzione tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto;
  • invitare alla mobilitazione i cattolici e gli uomini di buona volontà.
Lo straordinario successo della prima edizione della marcia per la vita di Desenzano, organizzata in breve tempo e con poche risorse a disposizione, ci spinge a moltiplicare le forze e l’impegno profusi per la buona battaglia.
La seconda edizione della marcia sarà a Roma, centro della cristianità e del potere politico. Le strade della capitale sono state attraversate, anche recentemente, da numerosi cortei indecorosi e blasfemi; il nostro corteo vuole invece affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo.
L’iniziativa sarà una “marcia” e non una processione religiosa e come tale aperta anche ai pro life non credenti e a tutti i gruppi che potranno partecipare con i loro simboli ad esclusione di quelli politici.
E’ previsto inoltre un convegno, sempre a Roma, il 12 maggio, sulla vita a cui hanno già dato la loro adesione personalità conosciute del mondo pro life italiano.
Abbiamo però bisogno dell’aiuto di tutti!
- Con la preghiera, che smuove le montagne (1 Cor. 13,2) e vince ogni difficoltà
- Con la costituzione, in ogni città italiana, di centri locali che ci aiutino sul piano organizzativo (fotocopiando e diffondendo materiale, organizzando pullman per venire a Roma, preparando striscioni, bandiere, cartelli…)
- Con il sostegno economico che può moltiplicare le nostre possibilità. Si può versare un contributo sul conto corrente postale allegato oppure tramite bonifico bancario a:
  • Associazione Famiglia Domani:
    Banca:Intesa San Paolo,
    Iban: IT 86 N 03069 03227 100000000810
  • Mevd (Movimento Europeo Difesa Vita):
    Unicredit, Agenzia di Verona,
    Iban: IT 31 R 02008 11796 000101130378
Chiunque volesse aiutare e per qualsiasi informazione scrivere a:
info@marciaperlavita.it, oppure telefonare a : 06-3233370

giovedì 10 maggio 2012

La Cultura della Vita




"E’ vero, il mio domani non è ancora arrivato, ma questo non significa necessariamente che il domani non sia vita. Solo perchè ancora non c'è o non lo vedi, non vuol dire che non potrà arrivare. A meno che tu non lo fermi volontariamente; in quel caso, ahimè, non arriverà."
(Cit. un feto di 10 settimane che vorrebbe diventare una persona ma che non viene considerato vita)


di Aldo Li Volsi

Quale cultura passa sotto i nostri occhi in questi tempi moderni e di progresso ?
Per dare una valutazione della qualità della cultura odierna, analizziamo quali insegnamenti essa contiene.
Tenendo presente che la qualità di una società si valuta (anche e soprattutto) in base alla qualità delle relazioni tra le persone che la compongono.
Oggi non si insegna ai ragazzi come impostare le proprie relazioni con le persone e come vivere i propri rapporti affettivi.
Non si insegna loro a conoscere l’altro, a rispettarlo, a crescere insieme lui in maniera costruttiva, a guardarlo con sguardo contemplativo per goderne la bellezza e l’unicità, a conoscerlo in tutte le sue mille sfaccettature di creatura unica e irripetibile.
Non si insegna a vivere l’Amore come un cammino di dono verso l’altro, in cui l’attesa del cammino stesso ha un significato e un valore immenso; poiché in quel cammino si capirà se l’altro è la persona a cui si vuole donarsi per il resto della vita in una unione totale, assoluta e completa nel matrimonio, esso rappresenta un periodo da vivere con grande serietà, con grande impegno e maturità, con grande senso di responsabilità per sé stessi e per l’altro che potrebbe essere fortemente influenzato da tale frequentazione.
Non si insegna a pensare, discernere e giudicare cosa fa bene e cosa fa male; non si insegna a cercare la verità, la mitezza, la bontà, la misericordia, la pazienza, l’affabilità, il saper perdonare, la fedeltà, il rispetto, la sincerità, la purezza.
Tutte cose che servirebbero per una coppia che voglia amarsi dell’amore più bello, sano e completo che ci possa essere.
Non si insegna il senso di responsabilità e il valore del sacrificio.
Non si insegna l’Amore nel suo significato più vero, che è quello del dono incondizionato e ad ogni costo.
Tutte queste cose non vengono insegnate, salvo poi meravigliarsi per i divorzi in aumento, le liti nelle coppie, le relazioni infelici e vissute male. E si dà la colpa a tutto tranne che alle proprie scelte egoistiche e al proprio stile di vita in cui l’unico soggetto di cui si preoccupa è se stessi. Ci si deprime, si rimane delusi, si pensa che l’Amore vero non esista, si vive alla giornata, si coprono le ferite e ci si chiude a riccio nei confronti di tutte le meraviglie della vita, si diventa più insensibili e meno disponibili al dono di sé.
Tutte queste cose non vengono insegnate, salvo poi suggerire ai giovani di ricorrere a vie semplici e irresponsabili per sbarazzarsi delle proprie scelte sbagliate. Questa pseudo-cultura odierna, che si definisce laica ma intende dire atea e anti-cristiana, insegna a vivere la propria sessualità fin da adolescenti, senza alcun riguardo verso l’altro ma godendo tutta l’istintività e la passione ormonale e il desiderio di piacere sfrenato e fine a se stesso.
Poco importa di inserire un po’ di cervello e di responsabilità nelle scelte che si compiono, poco importa poiché tanto a tutto si troverà rimedio, costi quel che costi.Questa società è impregnata di una cultura di morte.
Non si accetta la sofferenza, non si accetta il sacrificio, non si accetta l’imperfezione, non si accetta persino di invecchiare, non si accettano gli acciacchi o gli handicap, non si accetta che la vita possa andare in una maniera diversa da come la si era idealizzata.
E’ questa la cultura dell’aborto, in cui tutto ciò che non rispecchia i propri desideri idealizzati e le proprie voglie deve essere abortito.
Non esiste nulla che non possa essere sacrificato sull’altare della soddisfazione del proprio ego. Neppure il proprio figlio.
Quali soluzioni propone questa cultura riguardo l’aborto ?
Principalmente ne ho sentito nominare spesso due: l’introdurre dell’educazione sessuale fin dall’infanzia e l’incentivo all’uso dei preservativi da parte dei giovani.
Dunque, anziché educare i ragazzi a comportarsi da adulti insegnando loro:
- a sapere scegliere (vera forma di sapienza),
- a saper dire dei no (vera forma di libertà),
- a sapersi governare e gestire (vera forma di maturità),
- a sapere ricercare ciò che li faccia migliorare nel bene (vera forma di intelligenza),
- a saper discernere e decidere costruttivamente (vera forma di conoscenza)
- a sapersi assumere le responsabilità delle proprie azioni (questo significa essere adulti),
gli si affidano delle opzioni sessuali e gli si lanciano dei preservativi come strumenti di prevenzione. (mentre la vera prevenzione si può fare soltanto con i sani comportamenti)
E’ come dare una pistola ad un bambino di due anni dicendogli: ”Ricordati di mettere la sicura altrimenti potrebbe sparare e potresti uccidere qualcuno”.
Ed in effetti tale esempio calza tristemente bene, giacchè è quanto accade con numerose gravidanze giovanili; giocando ad un’età in cui non si dovrebbe parte un colpo, e qualcuno purtroppo pagherà.
L’era più moderna della storia coincide maldestramente con l’era più povera di sapienza.
L’uomo, pieno di orgoglio e di stolta conoscenza, cambia la verità in menzogna e usa espressioni come "libertà di scelta", "diritto della donna", "ognuno è padrone del proprio corpo" o "un feto non è vita", ma sono tutte menzogne per giustificare le proprie mancanze.
Come si potrebbe chiamare infatti NON VITA un essere o una creatura che, per quanto infinitesima, senza interventi dall’esterno a fermarla, crescerebbe fino a diventare una meravigliosa e unica persona umana ?
Come si può chiamare “NON VITA” quella fase dell’esistenza da cui siamo passati tutti per divenire ciò che siamo oggi ?
Io sono nato passando per la vita, non per la NON VITA!
Ma questa cultura odierna, che è legata alla morte in maniera ormai ontologica, non fa altro che voler distruggere uno dei miracoli più sorprendenti della storia dell’umanità. Sicuramente la gioia più grande che si possa leggere negli occhi di una persona, la nascita di un bambino. Nulla regala sorrisi più luminosi quanto una nuova vita che viene al mondo.
La Chiesa, dal canto suo, viene accusata di essere retrograda e oscurantista, di essere proibizionista e medievale, viene accusata di voler imporre dogmi e precetti morali a chi non vuole seguirli.
Eppure è l’unica che si batte per la Vita di ogni essere umano, è l’unica che protegge i nostri figli.
E’ l’unica che rappresenta la cultura della vita, della bellezza, della comunione, della condivisione e della fratellanza.
È l’unica che, pur con tutti i suoi limiti umani ed i suoi conseguenti errori umani, cerca sempre ciò che fa bene all’uomo senza svendersi mai alla menzogna.
Magari al suo interno ha persone che predicano bene e razzolano male, non vi è dubbio; ma rimane sempre coerente con i suoi principi di Amore per ogni uomo, specialmente per i più poveri, deboli, innocenti e indifesi. Su tutta la terra sono sparsi come semi di speranza i suoi missionari, i suoi fedeli impegnati, i suoi ministri, per dare non solo pane, non solo vicinanza e conforto, ma soprattutto la buona notizia della Risurrezione di Gesù Cristo, universale esempio di Amore Vero.
Quale istituzione può vantarsi di tanto ?
Quale istituzione ha prodotto i vari San Francesco di Assisi o Madre Teresa di Calcutta o Giovanni Paolo II ?
Troppo spesso si evidenziano gli errori, gravissimi ed inescusabili, di alcuni ministri della Chiesa, evidentemente corrotti dal peccato, ma altrettanto spesso si dimentica l’enorme bene che tanti altri ministri portano all’umanità tutta donando la loro esistenza per amore degli uomini.
Difendendo appunto i più deboli.
Difendendo la vita dal suo concepimento alla sua conclusione, in ogni stadio, in ogni momento, difendendo la dignità suprema dell’uomo.
Ebbene, mentre questa società, apparentemente libera e che non giudica, ci spinge verso una vita senza alcun valore, senza alcun principio, senza alcun rispetto per l’autorità, senza alcuna figura paterna o materna di riferimento, senza alcuna crescita in sapienza, cioè verso una vita senza sapore alcuno, la Chiesa ci invita a seguire la strada opposta.
Molti contrabbattono che il bene e il male sono punti di vista e che non si può affermare con tanto fervore quale sia il bene (come fa la Chiesa). Eppure il bene e il male sono tanto evidenti ai giorni nostri.
Basterebbe applicare l’assai saggio criterio insegnatoci da Gesù: ”Dal frutto si riconosce l’albero” (Luca 6,44), per vedere i frutti dei comportamenti umani; basterebbe vedere quanta depressione, frustrazione, noia, tristezza, rabbia, delusione, amarezza, diffidenza e rancore sono così diffusamente presenti nel cuore delle persone di questa società.
Basterebbe aprire gli occhi del proprio cuore e chiedersi: “C’è Amore intorno a me ?”
Sarebbe fin troppo facile chiedere ai ragazzi se davvero si sentono amati quando vengono usati dal proprio fidanzato o dalla propria fidanzata come oggetti sessuali per poi essere abbandonati.
Sarebbe fin troppo facile chiedere loro se l’Amore è davvero quello che hanno vissuto o stanno vivendo, fatto di infedeltà (fedeltà infatti significa restare con l’altro in ogni difficoltà e non solo nelle gioie), di mancanza di rispetto (rispetto significa ascoltare i bisogni dell’altro e non usarlo per i propri), di mancanza della caratteristica principale dell’amore stesso che è il DONARSI VICENDEVOLE, LIBERO e CONSAPEVOLE.
Quante relazioni dei giovani sono così ? O non sembrano piuttosto delle piccole schiavitù nelle quali si cerca reciprocamente di soddisfarsi per poi annoiarsi e abbandonarsi più traumatizzati e sfiduciati (e quindi più egoisti) di prima ?
Sarebbe fin troppo facile vedere queste cose.
Eppure questa cultura della morte ci ha narcotizzati al punto da non renderci conto di come e per cosa viviamo.
Può amarci una società che ci permette con così tanta leggerezza di abortire una meraviglia della natura come può essere il nostro bambino ?
Possibile che sia la Chiesa ad essere cattiva perché vuole invece salvare la Vita del dono più grande che esista al mondo? Davvero siamo convinti di essere sostenuti da una società che invece di darci strumenti per la vita, ci offre strumenti per la morte ?
E tutto questo per cosa ?
Per la goduria di qualche anno di discoteca in più ?
Per una casa o una macchina più grandi ?
A quale comodità, ricchezza o stabilità abbiamo sacrificato il nostro bambino ?
A quale paura? Paura di non poterlo viziare? Paura di vederlo crescere immerso in difficoltà? Per risparmiargli delle sofferenze?
Tutte scuse !
Se così fosse avrebbero dovuto abortire tutte le donne del periodo della guerra o del dopoguerra !
Sono i troppi vizi che fanno soffrire i bambini di oggi, non certo una vita più semplice; di fatto oggi, grazie a tutta la ricchezza che possediamo, abbiamo perduto il senso del valore delle cose.
A quale cultura abbiamo sacrificato i nostri figli dunque ?
Mentre molte persone appartenenti a questa cultura fingono di amarci portandoci ad una scelta che molto spesso si rivela dannosa per la nostra vita, la Chiesa, che magari anche tu come molti, critichi, ci accoglie come figli nella sua casa, ci apre le porte dell’Amore vero e ci insegna come vivere l’esperienza più grande che qualsiasi essere umano possa sperimentare mentre è in vita: l’esperienza dell’Amore Vero nel reale dono di sé.
La Chiesa ci insegna ad avere la forza di vivere ed affrontare ogni avversità, ci insegna a chiedere aiuto a chi ci sta accanto, ci insegna a non mollare mai, ci insegna ad avere speranza anche quando tutto sembra andare storto, ci insegna che ogni muro si presenta lungo il cammino non è un ostacolo ma un’occasione per dare il meglio di sè.
La Chiesa ci insegna che non bisogna preoccuparsi delle eventuali difficoltà che incontreremo, perché le difficoltà ci sono per tutti poichè fanno parte della vita. Ci insegna che la differenza è nel come le affrontiamo, se amando ancora di più o gettando la spugna. Soprattutto ci insegna che non siamo soli a portare qualsiasi peso dovremo portare.
La Chiesa ci insegna a fare la scelta giusta, che a distanza di anni, mentre terremo in braccio il nostro bambino meraviglioso, ci farà sentire orgogliosi di non avere mollato e felici di poter avere avuto l’occasione di trasformare una gravidanza indesiderata nell’opportunità di accogliere con Amore la Vita in tutta la sua grandezza e il suo mistero. La Chiesa ci insegna che non c’è amore più grande che dare la vita. Ci insegna che non vi è nulla di più realizzante per l’uomo, nulla che lo renda più felice, più completo, più vivo. Abbiamo tutti il dovere di annunciare la cultura della vita. Con forza, con gioia, con passione e con tutta la bellezza che appartiene all’essere umano; lasciamo entrare nella nostra vita la cultura della Vita, la cultura dell’Amore. Diventiamo promotori e testimoni della cultura della Vita. Facciamolo per ciò che veramente vale: la Vita.

martedì 8 maggio 2012

Quando Gesù subisce nuovamente l'umiliazione della colonna...

Alcune iniziative musicali mirate a ridicolizzare il Sacrificio Eucaristico.... (e non solo)

In un mio scritto del 2006 denunciai con forza che, prendendo parte ad una celebrazione eucaristica nuziale, provai uno smarrimento d’identità a dir poco grave visto che, nel corso del sacro rito, venne propagata una musica certamente non sacra, lontanissima dai basilari criteri della liturgia cattolica. Infatti, tramite una radio amplificata, vennero utilizzate niente poco di meno che canzoni di Lucio Dalla e di Eros Ramazzotti, durante la processione offertoriale, durante la Comunione e al momento delle firme.
Purtroppo, dopo lo spettacolo indecente messo in scena in occasione delle esequie del calciatore PierMario Morosini, non ci resta che meditare ulteriormente sulla crisi liturgico-musicale che sta investendo buona parte delle comunità parrocchiali e, quindi, tantissimi Sacerdoti.
Com’è noto, ai funerali di Morosini, è stata data l’opportunità di cantare durante la Messa un brano di Luciano Ligabue, forse col tentativo di onorare i gusti del defunto. Iniziativa che, semmai, sarebbe stata più opportuna promuovere al di fuori di un edificio sacro.
Dinnanzi alle numerose critiche, qualcuno ha scritto: cosa c’è di male nel compiere un gesto di “amore” nei confronti di un giovane defunto? Il problema è che un’iniziativa come quella di far cantare una canzone non sacra durante la Messa fa presupporre una chiara mancanza di rispetto nei confronti di Gesù Cristo il quale, umiliandosi e divenendo simile agli uomini, morì in croce, per la salvezza dell’umanità e, risorgendo, è rimasto come cibo e bevanda di salvezza proprio nell’Eucaristia: il mirabile sacramento che viene celebrato nella Santa Messa. Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica “Mane nobiscum Domine”, scrive: “tutto il modo di attrarre l’Eucaristia da parte dei ministri e dei fedeli sia improntato a un estremo rispetto”. E ancora: Il mistero dell’Eucaristia “dev’essere ben celebrato, con una seria attenzione anche all’aspetto di sacralità che deve caratterizzare il canto e la musica liturgica”.
San Pio da Pietrelcina, infatti, affermava che durante la Messa, specie nella consacrazione delle specie eucaristiche, si sentiva come un uomo “crocifisso”, cioè come un uomo che viveva fino in fondo la passione e la morte di Cristo. Altro che barzellette e ridicoli spettacoli! Vivere la Santa Messa senza la consapevolezza del sacrificio di Cristo che si rinnova in modo incruento sull’altare, significa ignorare quanto la Messa sia indispensabile per la salvezza delle nostre anime. Proprio per questo, non si possono giustificare o tollerare forme che possano discostarsi, in modo così palese, come nei casi sopra riportati, dalla sacralità richiesta per un evento straordinario qual è la celebrazione eucaristica. Si! La Messa è un evento straordinario. Tanto è vero che gli “antichi” Sacerdoti, nelle sacrestie, raccomandavano a loro stessi di celebrare ogni Messa come se fosse la prima, l’unica e l’ultima.
La causa di certe assurde iniziative liturgico-musicali, ad umile avviso di chi scrive, vanno ricercate in due componenti: lo smarrimento del concetto puro dell’arte e della bellezza e l’ambiguità nei riguardi dell’Eucaristia.
Nella prima, è da segnalare, prima d’ogni cosa, la volontà di discontinuità con tutto ciò che viene contemplato nella gloriosa tradizione della Chiesa. In termini musicali, ad esempio, si è scelto di abbandonare -tranne in alcune realtà, nelle quali è rimasta accesa qualche fiammella significativa- il patrimonio Gregoriano e quello polifonico, per dare ampio spazio ad un genere cosiddetto “leggero”, che si propone di imitare i brani più sdolcinati dei cantautori vissuti negli ultimi 50 anni, specie quelli degli anni Settanta, accompagnati dalla chitarra o dal pianoforte: due meravigliosi strumenti che, però, non hanno nulla a che fare con la misticità della liturgia e con la sacralità di un luogo di culto nel quale è custodita l’Eucaristia!
A questo punto, qualcuno potrebbe dire che si è in rottura con il Concilio Ecumenico Vaticano II quando di parla di tradizione. Nulla di più sbagliato! Sono proprio queste “nuove” modalità artistiche ad aver tradito il senso originale del Concilio; sono maggiormente quei Sacerdoti, i quali fanno subire certe ridicole novità alla sacra liturgia, che si pongono in palese conflitto con alcuni documenti dello stesso Concilio. Sarebbe importante leggere, a tal proposito, il capitolo VI della costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium”: sono sicuro che molti tra questi “avventurieri di modernità”, che si spacciano oltretutto per “figli del Concilio”, rimarrebbero molto delusi, specie quando si fa riferimento al canto Gregoriano o all’uso dell’organo nella liturgia.
Desidero citare altresì un passaggio dell’istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti “Redemptionis Sacramentum” che, al N. 57, dice testualmente: “E’ diritto della comunità dei fedeli che ci sia regolarmente, soprattutto nella celebrazione domenicale, una adeguata e idonea musica sacra”. Ci sarebbe molto da meditare, specie sugli aggettivi “adeguata” e “idonea”. Probabilmente, sono da riferire all’identità della Santa Madre Chiesa; un’identità costruita con arte e nel puro concetto di bellezza durante i vari secoli e che, purtroppo, si cerca di snaturare, con il pretesto di interpretare ed attuare un Concilio -quello Vaticano II- che, invece, in termini musicali, non ha fatto altro che fare riferimento alla tradizione.
Joseph Ratzinger -il nostro amato Santo Padre Benedetto XVI- in “Rapporto sulla Fede” (2005), a proposito della musica sacra, afferma che “molti liturgisti hanno messo da parte quel tesoro -che per la Chiesa è la musica sacra- dichiarandolo accessibile a pochi, l’hanno accantonato in nome della comprensibilità per tutti e in ogni momento della liturgia postconciliare. Dunque, non più musica sacra -relegata, semmai, per occasioni speciali, nelle cattedrali- ma solo “musica d’uso”, canzonette, facili melodie, cose correnti. E’ divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all’utile. L’esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull’unica categoria del “comprensibile a tutti” non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere. Liturgia “semplice” non significa misera o a buon mercato: c’è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica. Si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome di una “partecipazione attiva”: ma questa “partecipazione” non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi? Non c’è proprio nulla di “attivo” nell’ascoltare, nell’intuire, nel commuoversi?”
Questa “crisi artistica” nelle nostre comunità, e l’ho scritto più volte, deriva dalla mancata formazione musicale nell’ambito del percorso seminariale. Fin quando, nei seminari, i candidati al sacerdozio non saranno messi nelle condizioni di poter seriamente studiare il canto Gregoriano e la musica sacra in generale, sostenendone gli esami, così come si sostiene un normale esame si teologia o di filosofia, le cose non cambieranno mai! Perché, quei Sacerdoti non musicalmente formati, influiranno, nell’ambito delle parrocchie, sulla scelta del repertorio e umilieranno spesso quei laici che, in termini liturgico-musicali, magari, ne sanno più di molti di loro. Spesso, infatti, vari direttori di coro, sono costretti ad avventurarsi in “acrobazie musicali”, solo per soddisfare l’ignoranza di qualche Sacerdote. Ho già avuto modo di scrivere, ad esempio, in merito alla volgare iniziativa legata alla recita del “Padre nostro” nella Santa Messa, durante la quale viene umiliato il ruolo della musica che, come sappiamo, dev’essere al completo servizio del testo, soprattutto per esaltarne il contenuto. Al posto del “Padre nostro”, infatti, viene cantato l’adattamento di un testo -che nulla a che fare con quello della preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato- alla nota canzone “Sound of silence" di Simon & Garfunkel, oppure l’altra versione: “Padre nostro, che sei nei cieli, dona la pace a tutti noi, dacci la forza d’esser sempre più buoni, ecc…”.
Molti, purtroppo, non vogliono capire che la Santa Messa non è uno show e il tempio di Dio non è il teatrino parrocchiale o l’oratorio. E’ tutt’altro! Quella del “Padre nostro” è una preghiera fondamentale, per questo è indispensabile reagire a questa ondata di sentimentalismo sterile che la sta offuscando proprio all’interno della celebrazione eucaristica.
Sulla seconda componente, invece, bisogna affermare che il problema, purtroppo, consiste nel fatto che, in molti casi, non venga data la giusta importanza all’Eucaristia, durante e dopo la Messa, con conseguenti abusi ed oltraggi nei riguardi di Cristo, realmente presente nelle specie eucaristiche.
Qualche anno fa, ad esempio, fui costretto a “scomodare”, senza ottenere alcun esito positivo, varie personalità ecclesiastiche di primissimo piano e gravate da importanti responsabilità, poiché in una piccolissima parrocchia erano state istituite diverse decine di ministri dell’Eucaristia (più di 30!) i quali aprivano e chiudevano il Tabernacolo, anche al di fuori della Messa, come se si trattasse di un frigobar e distribuivano la comunione come quando si distribuiscono caramelle, mentre il celebrante se ne stava comodamente seduto ignorando, evidentemente, il punto n° 88 della “Redemptionis Sacramentum”, nel quale si afferma che “spetta al Sacerdote celebrante, eventualmente coadiuvato da altri Sacerdoti o dai Diaconi, distribuire la Comunione. Soltanto laddove la necessità lo richieda, i ministri straordinari possono, a norma del diritto, aiutare il Sacerdote celebrante”.
Un giorno, in quel contesto, una signora ha distribuito la Comunione mentre teneva in braccio il suo bambino; ad un’altra signora, invece, avendo probabilmente appena terminato le pulizie di casa, puzzavano le mani di candeggina e la gente che si accostava al banchetto eucaristico subiva quella puzza insopportabile, anziché godere del profumo soave dell’Ostia santissima. La cosa più grave è che, pur con delle lettere molto dettagliate, nessuno ha ritenuto opportuno intervenire per porre fine a quello scempio che ridicolizzava l’Eucaristia.
Ed ancora, com’è possibile permettere ad una persona di distribuire l’Eucaristia, aprire e chiudere il Tabernacolo, preparare la mensa eucaristica, purificare i vasi sacri, svolgendo in questo modo le funzioni previste per il Diacono e per l’Accolito, pur sapendo che tale persona, così com’è realmente accaduto, dopo la Messa per le quarant’ore di carnevale, ha preso parte ad una festa in maschera, travestito da “sacerdote-zombi”, con tanto di talare?
In un mio articolo su “Eucaristia e satanismo” ho scritto che il fine principale del demonio -quasi parallelamente alla dannazione delle anime- è quello di cercare di ridicolizzare e sminuire il mirabile sacramento dell’Eucaristia. Proprio attraverso un’attenta opera ambigua, confusionaria e, come vedremo, di totale sacrilegio da parte del diavolo e dei suoi seguaci, l’Eucaristia è costretta a subire abusi di ogni genere. Durante i rituali satanici, Gesù, buon pastore, è nuovamente costretto a subire l’umiliazione della colonna. Ma il suo preziosissimo corpo non è più dilaniato da verghe, da bastoni spinosi con nodi a punta, da cinghie munite di uncini all’estremità, bensì dalle forme più orribili, compiute dalla creatura umana, quando diviene strumento nelle mani del male assoluto. Gesù Eucaristia, pur subendo oltraggi gravissimi, rimane silenzioso, inerme. Il suo splendore e la sua luminosità non si affievoliscono solo perché, quale Agnello mansueto, vuole continuare ad elargire a noi, sue creature, il dono di averlo come nostro nutrimento. Il Corpo di Gesù e il corpo umano vengono sistematicamente contrappuntati, per essere assieme profanati nell’unione più blasfema: un vero contrappunto infernale. Satana combatte concretamente contro la Santissima Trinità profanando l’Eucaristia, servendosi dell’anima malata della creatura”. A questo punto, meditiamo sinceramente su quanto sia altrettanto grave ridicolizzare e spettacolarizzare nelle nostre chiese il sacrificio eucaristico. Del resto, lo stesso Giovanni Paolo II, in Mane nobiscum Domine, ha scritto: “Restiamo prostrati a lungo davanti a Gesù presente nell’Eucaristia, riparando con la nostra fede e il nostro amore le trascuratezze, le dimenticanze e persino gli oltraggi che il nostro Salvatore deve subire in tante parti del mondo”. Desidero concludere, citando una frase, forse profetica, scritta dal Missionario Apostolico Don Matteo Lamanna (1710-1772), nella “sua” regola del 1752, per i “Sacerdoti Missionari figli di Maria Santissima”: “Bisogna dare ripari al Tabernacolo. Anzi, al Laterano quasi cascante!”.
Stefano Cropanese

(www.stefanocropanese.it)

giovedì 3 maggio 2012

'Qui pro vobis et pro multis effundetur'

"SIAMO MOLTI E RAPPRESENTIAMO TUTTI..."

Benedetto XVI ai vescovi tedeschi. E vuole che in tutta la Chiesa si rispettino le parole di Gesù nell'ultima cena, senza inventarne altre come nei messali postconciliari. 
Il testo integrale della lettera del papa.
Eccellenza!
Reverendo, caro arcivescovo!

In occasione della sua visita, il 15 marzo 2012, ella mi ha messo a conoscenza del fatto che, per quanto riguarda la traduzione delle parole "pro multis" nella preghiera del canone della santa messa, tra i vescovi dell'area di lingua tedesca tuttora non esiste consenso.

A quanto pare incombe il pericolo che, nella nuova edizione del "Gotteslob", la cui pubblicazione è attesa presto, alcune parti dell'area linguistica tedesca desiderino mantenere la traduzione "per tutti", sebbene la conferenza episcopale tedesca sia d'accordo nello scrivere "per molti", così come auspicato dalla Santa Sede.

Le ho promesso di pronunciarmi per iscritto in merito a tale importante questione, per prevenire una simile divisione nel luogo più intimo della nostra preghiera. Provvederò a fare inviare questa lettera, che attraverso di lei indirizzo a tutti i membri della conferenza episcopale tedesca, anche agli altri vescovi dell'area di lingua tedesca. 

Permettetemi qualche breve parola su come è sorto il problema.

Negli anni Sessanta, quando il messale romano, sotto la responsabilità dei vescovi, dovette essere tradotto in lingua tedesca, esisteva un consenso esegetico sul fatto che il termine "i molti", "molti", in Isaia 53, 11 s., fosse una forma espressiva ebraica per indicare l'insieme, "tutti". La parola "molti" nei racconti dell'istituzione di Matteo e di Marco era pertanto considerata un semitismo e doveva essere tradotta con "tutti". Ciò venne esteso anche alla traduzione del testo latino, dove "pro multis", attraverso i racconti evangelici, rimandava a Isaia 53 e quindi doveva essere tradotto con "per tutti".

Tale consenso esegetico nel frattempo si è sgretolato; non esiste più. Nel racconto dell'ultima cena della traduzione unificata tedesca della Sacra Scrittura si legge: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti" (Mc 14, 24; cfr. Mt 26, 28). Ciò rende evidente una cosa molto importante: la traduzione di "pro multis" con "per tutti" non è stata una traduzione pura, bensì un'interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione.

Questa fusione fra traduzione e interpretazione per certi versi fa parte dei principi che, subito dopo il Concilio, guidarono la traduzione dei testi liturgici nelle lingue moderne. Si era ben consapevoli di quanto la Bibbia e i testi liturgici fossero distanti dal mondo del linguaggio e del pensiero attuale della gente, per cui anche tradotti avrebbero continuato ad essere incomprensibili per quanti partecipavano alle funzioni. Un rischio nuovo era il fatto che, attraverso la traduzione, i testi sacri sarebbero stati aperti, lì, davanti a quanti partecipavano alla messa, e tuttavia sarebbero rimasti molto distanti dal loro mondo, ed anzi questa distanza sarebbe diventata più che mai visibile. Quindi non ci si sentì solo autorizzati, ma addirittura obbligati a immettere l'interpretazione nella traduzione, così da abbreviare il cammino verso le persone, i cui cuori e le cui menti dovevano essere raggiunti da quelle parole.

In una certa misura il principio di una traduzione contenutistica e non necessariamente letterale dei testi fondamentali continua ad essere giustificato. Poiché pronuncio spesso le preghiere liturgiche nelle varie lingue, noto che talvolta tra le diverse traduzioni quasi non si riscontrano somiglianze e che il testo comune sulle quali si basano spesso è solo lontanamente riconoscibile. Allo stesso tempo si sono verificate delle banalizzazioni che costituiscono vere perdite. Così, nel corso degli anni, io stesso ho compreso sempre più chiaramente che, come orientamento per la traduzione, il principio della corrispondenza non letterale, bensì strutturale, ha i suoi limiti.

Seguendo queste intuizioni, l'istruzione per i traduttori "Liturgiam authenticam", promulgata il 28 marzo 2001 dalla congregazione per il culto divino, ha messo nuovamente in primo piano il principio della corrispondenza letterale, senza naturalmente prescrivere un verbalismo unilaterale.

L'importante intuizione che sta alla base di questa istruzione è la distinzione, già citata all'inizio, fra traduzione e interpretazione. Essa è necessaria sia per le parole della Scrittura, sia per i testi liturgici. Da un lato, la sacra Parola deve emergere il più possibile per se stessa, anche con la sua estraneità e con le domande che reca in sé. Dall'altro, alla Chiesa è affidato il compito dell'interpretazione affinché – nei limiti della nostra rispettiva comprensione – ci giunga il messaggio che il Signore ci ha destinato.

Anche la traduzione più accurata non può sostituire l'interpretazione: fa parte della struttura della Rivelazione il fatto che la Parola di Dio venga letta nella comunità interpretante della Chiesa, che la fedeltà e l'attualizzazione si leghino tra loro. La Parola deve essere presente per se stessa, nella sua forma propria, a noi forse estranea; l'interpretazione deve essere misurata in base alla sua fedeltà alla Parola, ma al tempo stesso deve renderla accessibile a chi l'ascolta oggi. 

In tale contesto, la Santa Sede ha deciso che nella nuova traduzione del messale l'espressione "pro multis" debba essere tradotta come tale, senza essere già interpretata. La traduzione interpretativa "per tutti" deve essere sostituita dalla semplice traduzione "per molti". Vorrei ricordare che sia in Matteo sia in Marco non c'è l'articolo, quindi non "per i molti", bensì "per molti".

Se dal punto di vista della correlazione fondamentale fra la traduzione e l'interpretazione questa scelta è, come spero, del tutto comprensibile, sono però consapevole che essa rappresenta una sfida immensa per tutti coloro ai quali è affidato il compito di spiegare la Parola di Dio nella Chiesa.

Per chi normalmente frequenta la messa, ciò appare quasi inevitabilmente come una frattura al centro stesso del rito sacro. Domanderà: ma Cristo non è morto per tutti? La Chiesa ha modificato la sua dottrina? Può farlo, le è permesso? È all'opera una reazione che vuole distruggere l'eredità del Concilio?

Grazie all'esperienza degli ultimi cinquant'anni, tutti noi sappiamo quanto profondamente la modifica delle forme e dei testi liturgici colpisca l'anima delle persone; e quindi quanto un cambiamento in un punto così centrale del testo debba inquietare le persone. Proprio per questo, quando davanti alla differenza fra traduzione e interpretazione si scelse la traduzione "molti", si stabilì anche che nelle diverse aree linguistiche la traduzione dovesse essere preceduta da una catechesi accurata, con la quale i vescovi dovevano spiegare concretamente ai loro sacerdoti, e tramite loro ai fedeli, di che cosa si trattava.

Questa catechesi previa è il presupposto essenziale per l'entrata in vigore della nuova traduzione. Per quanto mi risulta, nell'area di lingua tedesca una tale catechesi finora non c'è stata. La mia lettera intende essere una richiesta pressante a tutti voi, cari confratelli, a preparare ora una tale catechesi, per poi parlarne con i vostri sacerdoti e al contempo renderla accessibile ai fedeli. 

In questa catechesi bisogna anzitutto chiarire brevemente perché nella traduzione del messale, dopo il concilio, la parola "molti" è stata resa con "tutti": per esprimere in modo inequivocabile, nel senso voluto da Gesù, l'universalità della salvezza che giunge da lui.

Allora, però, sorge subito la domanda: se Gesù è morto per tutti, perché nelle parole dell'ultima cena egli ha detto "per molti"? E perché allora insistiamo su queste parole di Gesù dell'istituzione?

Prima di tutto, a questo punto bisogna ancora precisare che secondo Matteo e Marco Gesù ha detto "per molti", mentre secondo Luca e Paolo ha detto "per voi". Ciò sembra stringere ancora di più il cerchio. Ma proprio a partire da qui ci si può avvicinare alla soluzione. I discepoli sanno che la missione di Gesù trascende loro e il loro gruppo; che egli è venuto per riunire insieme i figli di Dio di tutto il mondo che erano dispersi (Gv 11, 52). Le parole "per voi" rendono però la missione di Gesù molto concreta per i presenti. Essi non sono un qualche elemento anonimo di un insieme immenso, bensì ognuno di loro sa che il Signore è morto proprio per lui, per noi. "Per voi" si protende nel passato e nel futuro, si rivolge a me personalmente; noi, che siamo qui riuniti, siamo conosciuti e amati come tali da Gesù. Quindi questo "per voi" non è un restringimento, bensì una concretizzazione che vale per ogni comunità che celebra l'eucaristia, che la unisce in modo concreto all'amore di Gesù. Il canone romano ha unito tra loro le due espressioni bibliche nelle parole di consacrazione e quindi dice: "per voi e per molti". Questa formula, poi, con la riforma liturgica è stata adottata per tutte le preghiere eucaristiche. 

Però di nuovo: perché "per molti"? Il Signore non è forse morto per tutti? Il fatto che Gesù Cristo, come Figlio di Dio fatto uomo, sia l'uomo per tutti gli uomini, il nuovo Adamo, è una delle certezze fondamentali della nostra fede. Vorrei a questo riguardo ricordare solo tre versi delle Scritture. Dio "ha dato per tutti noi" il proprio Figlio, dice Paolo nella lettera ai Romani (8, 32). "Uno è morto per tutti", afferma nella seconda lettera ai Corinzi a proposito della morte di Gesù (5, 14). Gesù "ha dato se stesso in riscatto per tutti", si legge nella prima lettera a Timoteo (2, 6).

Ma allora bisogna davvero domandare ancora una volta: se questo è tanto ovvio, perché la preghiera eucaristica dice "per molti"? Ora, la Chiesa ha tratto questa formulazione dai racconti dell'istituzione nel Nuovo Testamento. La usa per rispetto della parola di Dio, per essergli fedele fin nella parola. È il timore reverenziale dinanzi alla stessa parola di Gesù la ragione della formulazione della preghiera eucaristica. Allora, però, domandiamo: perché Gesù ha detto così? La ragione vera consiste nel fatto che Gesù in tal modo si è fatto riconoscere come il servo di Dio di Isaia 53, che egli si è rivelato come la figura annunciata dalla profezia. Il timore reverenziale della Chiesa davanti alla parola di Dio, la fedeltà di Gesù alle parole della "Scrittura": è questa doppia fedeltà il motivo concreto della formulazione "per molti". In questa catena di riverente fedeltà, noi ci inseriamo con la traduzione letterale delle parole della Scrittura. 

Come prima abbiamo visto che il "per voi" della tradizione paolino-lucana non restringe ma rende concreto, così ora possiamo riconoscere che la dialettica tra "molti" e "tanti" ha una sua importanza. "Tutti" si muove sul piano ontologico: l'essere e l'agire di Gesù comprende l'intera umanità, il passato, il presente e il futuro. Ma di fatto, storicamente, nella comunità concreta di coloro che celebrano l'eucaristia egli giunge solo a "molti". Si può quindi riconoscere un triplice significato dell'attribuzione di "molti" e "tutti".

Anzitutto, per noi, che possiamo sedere alla sua mensa, deve significare sorpresa, gioia e gratitudine per essere stati chiamati, per poter stare con lui e per poterlo conoscere. "Siano rese grazie al Signore che, per la sua grazia, mi ha chiamato nella sua Chiesa...".

Poi, però, in secondo luogo ciò è anche una responsabilità. La forma in cui il Signore raggiunge gli altri – "tutti" – a modo suo, in fondo rimane un suo mistero. Tuttavia, è indubbiamente una responsabilità essere chiamati direttamente da lui alla sua mensa per poter sentire: per voi, per me egli ha sofferto. I molti hanno la responsabilità per tutti. La comunità dei molti deve essere luce sul candelabro, città sopra il monte, lievito per tutti. È questa una vocazione che riguarda ognuno in modo del tutto personale. I molti, che noi siamo, devono avere la responsabilità per l'insieme, nella consapevolezza della loro missione.

Infine può aggiungersi un terzo aspetto. Nella società attuale abbiamo la sensazione di non essere affatto "molti", bensì molto pochi, una piccola massa che continua a diminuire. E invece no, siamo "molti": "Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Siamo molti e rappresentiamo tutti. Quindi le parole "molti" e "tutti" vanno insieme e fanno riferimento l'una all'altra nella responsabilità e nella promessa. 

Eccellenza, caro confratello nell'episcopato! Con tutto questo ho voluto accennare le linee fondamentali della catechesi, con la quale sacerdoti e laici dovranno essere preparati al più presto alla nuova traduzione. Auspico che tutto ciò possa servire anche a una partecipazione più intensa alla celebrazione della sacra eucaristia, inserendosi in tal modo nel grande impegno che dovremo affrontare con l'"Anno della Fede". Posso sperare che la catechesi venga presto preparata e in tal modo diventi parte del rinnovamento liturgico, per il quale il Concilio ha lavorato sin dalla sua prima sessione.

Con i saluti pasquali di benedizione, suo nel Signore.

Benedictus PP XVI

14 aprile 2012

(Traduzione dall'originale tedesco di Simona Storioni)


sabato 28 aprile 2012

La devozione a Maria Ss. Madre di Cristo è sempre esistita.


Gianpaolo Barra, direttore de "il Timone"

L'apologetica ha molte cose da dire riguardo la Vergine Maria. Sapete che la dottrina cattolica sulla Madonna, il culto che la Chiesa e i cattolici rendono alla Madre di Dio, le verità dogmatiche che La riguardano e che i cattolici sono tenuti a credere vengono contestate, tutte o in parte, dal mondo protestante e dai Testimoni di Geova.

Secondo costoro, la Chiesa altera la verità del Vangelo quando afferma e insegna che ogni cristiano è chiamato a venerare la Madre di Dio, a pregarla, a crederLa mediatrice tra Dio e gli uomini di tutte le grazie.

Per loro, la venerazione della Madre di Dio nasconde o diminuisce il vero culto che si deve prestare soltanto a Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo (per i protestanti), o che è solo Padre (per i Testimoni di Geova).

Naturalmente, ogni cattolico, e ogni apologeta, trae spunto da queste contestazioni per approfondire le ragioni della sua fede e per rispondere punto per punto alle accuse.

Ci serviremo, per questa esegesi, di un opuscolo di Padre Tornese dedicato alla "Madonna contestata" e integrerò quanto scrive Padre Tornese con informazioni e dati che traggo dalla preziosissima - e ormai quasi introvabile - Enciclopedia Cattolica, che ho esaminato alla voce "Maria". Chiederemo alla storia di indicarci che cosa pensavano i primi cristiani della Madre di Dio. Vogliamo sapere se anch'essi veneravano Maria, come noi cattolici oggi. O se, al contrario, hanno "ragione" protestanti e Testimoni di Geova.

Il tema di questa conversazione riguarda, dunque, il culto mariano. Sgomberiamo subito il campo da ogni confusione di carattere dottrinale e spieghiamo bene che cosa intende la dottrina cattolica per culto mariano, per culto prestato alla Vergine Maria.

Il culto di Maria viene definito "iperdulia". È un termine che significa prestare un onore speciale, superiore all'onore che si deve ai santi.

Perché un cattolico presta alla Vergine Maria un onore speciale? La risposta è semplice: a causa della sua singolare eccellenza, della sua eccezionale e singolare dignità, perché è la Madre di Dio ed è la Regina di tutti i santi.

Chiarito che cosa si intende per venerazione di Maria, non possiamo più cadere nel tranello che ci tendono i Testimoni di Geova, quando accusano noi cattolici di "adorare" Maria. I cattolici non adorano Maria, adorano solo Dio. I cattolici venerano Maria, che è cosa ben diversa dall'adorare.

Protestanti e Testimoni di Geova contestano il culto a Maria, insegnato dalla Chiesa cattolica. Per la verità, va detto che molti di loro portano un certo rispetto per la Madre di Gesù, ma non comprendono come sia possibile prestarLe culto.

Torniamo alla nostra domanda: per quale ragione noi cattolici prestiamo un culto a Maria, veneriamo la Vergine Madre di Dio. . Rispondiamo brevemente. In primo luogo: la ragione per la quale i cattolici venerano Maria si trova nel Vangelo. Ivi è raccontato, in modo illuminante, che l'angelo Gabriele e santa Elisabetta hanno rivolto a Maria parole piene di venerazione profonda.

L'angelo Gabriele e santa Elisabetta hanno trattato Maria con autentica venerazione. Dunque noi cattolici - lo ricordino Protestanti o Testimoni di Geova - quando veneriamo Maria non facciamo altro che imitare l'angelo Gabriele e santa Elisabetta.

Conosciamo le parole che l'angelo rivolge a Maria, ricordate da san Luca: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te" . Dunque, quando noi cattolici veneriamo la Madonna pregando l'Ave Maria, non facciamo altro che ripetere il saluto dell'angelo.

Proseguiamo. Conosciamo le parole che santa Elisabetta rivolge a Maria quando la Madre di Gesù va a trovarla, parole anch' esse riportate dal Vangelo di san Luca: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (Lc 1 ,42). Vedete bene che quando veneriamo la Madonna pregando l'Ave Maria, noi cattolici altro non facciamo che aggiungere, al saluto angelico, le parole di santa Elisabetta.

E se ci pensiamo bene! qui delle due; l'una: o queste parole, piene di venerazione, queste affermazioni dell'angelo e di santa Elisabetta erano sbagliate - e allora bisogna concludere che l'angelo inviato da Dio e santa Elisabetta hanno sbagliato, e ha sbagliato anche san Luca, perché non ha contestato quelle parole - oppure quelle parole erano appropriate, erano doverose e allora facciamo bene noi cattolici a ripeterle, a venerare la Madre di Dio pregando l'Ave Maria, imitando l'angelo Gabriele e santa Elisabetta.

In secondo luogo: i cattolici invocano Maria, la credono capace di intercedere presso Dio, le rivolgono preghiere chiedendole di intervenire presso suo Figlio per ottenete i favori di Dio.

Protestanti e Testimoni di Geova contestano questo potere di intercessione della Vergine Maria, contestano che Maria sia Mediatrice tra i cristiani e Dio. Per loro, questa sarebbe una invenzione della Chiesa cattolica e un allontanamento dal Vangelo.

Quali ragioni, quali motivi abbiamo noi cattolici per sostenere, giustificare e difendere dalle contestazioni la verità del potere di intercessione di Maria?

Rispondiamo semplicemente. La prima ragione, come sempre, sta nel Vangelo. Per chi lo sa leggere, l'episodio del primo miracolo di Gesù, compiuto a Cana di Galilea, riportato dal Vangelo di san Giovanni, è illuminante, esemplare e chiarissimo.

Durante il banchetto nuziale, al quale era stato invitato anche Gesù, viene a mancare il vino e Maria interviene, intercede, fa da mediatrice tra gli invitati a nozze e Gesù stesso.

E che cosa succede? Succede che Gesù dice a sua Madre che non è ancora giunta la sua ora, quindi che non aveva in conto di manifestare il suo potere, ma, per l'intercessione di Maria, che si era rivolta a suo Figlio, Gesù rimedia: l'acqua viene trasformata in vino.

Dunque, quando noi cattolici chiediamo l'intercessione di Maria non facciamo altro che chiedere alla Madre di Dio di fare ciò che ha fatto a Cana, è cioè di rivolgersi a suo Figlio per i nostri bisogni.

Qui si potrebbe chiedere a Protestanti e a Testimoni di Geova di spiegarci dove sbagliamo noi cattolici, quando chiediamo a Maria di comportarsi come si è comportata a Cana, ottenendo da suo Figlio Gesù un vero miracolo.

Ma l'apologetica può ricordare anche altre ragioni per giustificare la verità cattolica. Infatti, se passiamo dalla Sacra Scrittura alla storia, vediamo che anche i cristiani dei primi secoli invocavano Maria, La pregavano, consapevoli del suo potere di intercedere presso Dio.

La storia, dunque, conferma la verità cattolica sul culto a Maria.

Pensate che la più antica e famosa preghiera rivolta a Maria, Sub tuum praesidium, è stata trovata in un papiro egiziano, copto, che secondo molti studiosi risale al 111 dopo Cristo, quindi in epoca antichissima. Ed è una preghiera, una richiesta di intercessione rivolta dai primi cristiani alla Vergine Maria.

Ascoltiamo questa preghiera antichissima: "Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio santa Madre di Dio.

Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta".

Dunque, se noi cattolici invochiamo Maria e le chiediamo di intercedere presso Dio, di proteggerci e di liberarci dai pericoli, facciamo quello che hanno sempre fatto i veri cristiani, dalle origini e fino ai nostri giorni.

In terzo luogo, noi cattolici prestiamo culto a Maria cercando di imitarne le virtù. Questo culto è fondato sulla specialissima e singolare santità di Maria, che l'angelo ha chiamato "Piena di Grazia".

La storia offre conferme. Se visitate le catacombe di Priscilla, a Roma, le catacombe dove si radunavano i primi cristiani, troverete una rappresentazione che risale al III secolo dove si vede bene la figura di un vescovo che, nell'atto di imporre il sacro velo ad una vergine cristiana, le addita come modello Maria, che è lì dipinta col bambino Gesù in braccio.

Come vedete, i primi cristiani erano convinti che la Vergine Maria fosse un esempio da imitare, specialmente da coloro che sceglievano la verginità consacrata come stile di vita al servizio di Dio.

La storia conferma che i cattolici, venerando Maria e cercando di imitarla non inventano niente di nuovo, ma ripetono ciò che i veri cristiani hanno sempre fatto.

Proseguiamo nella nostra riflessione. Nella storia della Chiesa, il Concilio di Efeso dell'anno 431, ricopre una tappa importante. È il Concilio nel quale la Chiesa proclama solennemente Maria come "Madre di Dio".

Il Concilio era stato convocato per contrastare la tesi del Patriarca di Costantinopoli Nestorio, che non riconosceva questo titolo a Maria. Se tuttavia teniamo presente che il Concilio di Efeso venne celebrato in un edificio dedicato a Maria, risulta dimostrato che anche prima di quel Concilio il culto a Maria era praticato nella Chiesa.

Noi cattolici dobbiamo respingere come storicamente infondata la tesi che il culto di Maria sarebbe cominciato proprio con il Concilio di Efeso.

Se torniamo nelle catacombe di Priscilla, sulla via Salaria a Roma, possiamo osservare un epitaffio, cioè un'iscrizione che generalmente si poneva sulla tomba di un defunto, posto davanti al loculo di un morto di nome Vericundus. Il nome di questo defunto è tracciato su due tegole tra loro unite, che chiudono il loculo.

Bene, fra queste due tegole, proprio sulla calce che le unisce, spicca, dipinta probabilmente dalla stessa mano che tracciò il nome del defunto, una "M" e secondo la nota studiosa Margherita Guarducci questa "M" rappresenta Maria.

Il nome di Maria veniva così inserito nel nome di Vericundus per augurare al defunto la protezione della Vergine Maria nel mondo ultraterreno, nell'al di là.

Ora, tenete presente che questo epitaffio risale al Il secolo e ci dimostra come fin dai tempi della Chiesa antica i veri cristiani - come facciamo oggi noi cattolici - affidavano anche a Maria l'anima del defunto. Ma vedete bene, con questo esempio, che 300 anni prima del Concilio di Efeso si invocava Maria a protezione delle anime dei defunti.

Ma andiamo avanti. Nel famoso "muro G", che conteneva le ossa dell' apostolo Pietro identificate da Margherita Guarducci, sono state trovate molte scritte, databili all'inizio del IV secolo, quindi antichissime.

Ora, tra questi graffiti. che venivano incisi per impetrare ai cristiani defunti la felicità del Paradiso, si trova molte volte una acclamazione di vittoria di Cristo, di sua Madre Maria e dell'apostolo Pietro. Vi è persino un graffito in cui il nome di Maria appare per intero e non abbreviato, come si usava fare in antichità. Questo vuoi dire che i Cristiani dei primi secoli associavano alla vittoria di Cristo la vittoria di Maria e del principe degli apostoli.

Capite bene che attribuendo a Maria la vittoria sul demonio noi cattolici crediamo ciò che i primi cristiani hanno sempre creduto e che ci è testimoniato da preziosissimi documenti storici.

Non solo. A dimostrazione che il culto di Maria è antichissimo nella Chiesa, si può dire che risulta ormai certo che prima del Concilio di Efeso, dell'anno 431, furono istituite varie feste in onore di Maria, a Betlemme, Gerusalemme e a Nazareth.

Una solennità mariana esisteva a Costantinopoli,prima del Concilio di Efeso: sembra autentico un discorso di san Proclo, patriarca di Costantinopoli nell'anno 429, nel quale si fa cenno chiarissimo ad una solennità della Vergine Maria. Dunque, prima del Concilio di Efeso, Maria veniva festeggiata anche liturgicamente.

Troviamo preghiere bellissime rivolte a Maria, di Atanasio, san Giovanni Crisostomo, sant'Ambrogio, san Gerolamo e di sant'Agostino.

Come si vede, la Vergine Maria era venerata, e a Lei si rivolgevano preghiere, fin dall'antichità.

La devozione a Maria non nasce con il Concilio di Efeso dell'anno 431, ma è sempre stata presente nella Chiesa, fin dalle origini, fin dai primi secoli.

Come possiamo dubitare che i cristiani non abbiano messo in pratica quelle parole così profonde, pronunciate da Maria e tramandate dal vangelo di san Luca: "D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente"?

Ecco, noi cattolici pregando e venerando Maria non facciamo altro che obbedire al Vangelo che ci dice di chiamare, di considerare, di credere "beata" Maria, la Madre di Gesù.

Vorrei concludere questa conversazione dedicata alle ragioni e alle prove del culto mariano, praticato fin dai tempi della Chiesa primitiva, rivolgendo l'attenzione proprio a Nazareth, cioè alla località dove l'angelo Gabriele rivolse a Maria il famoso saluto: "Ave piena di Grazia".

Perché rivolgiamo l'attenzione a Nazareth? Perché proprio in questo luogo santo, dove oggi sorge la famosa Basilica dell'Annunciazione, si sono trovate prove antichissime del fatto che i cristiani pregavano la Vergine Maria, proprio come facciamo oggi noi cattolici.

In una colonna. antichissima, forse del II, massimo del III secolo, è stata trovata un’iscrizione in lingua greca, che è stata scritta da una pellegrina la quale, in ginocchio (così scrive), "sotto il luogo sacro di Maria" ha inciso il proprio nome e quello dei suoi cari, per affidarli alla Madonna.

Abbiamo così la prova che a Nazareth, già nel II, massimo nel III secolo, i cristiani affidavano alla protezione di Maria se stessi e i propri cari. In quella iscrizione, oltretutto, la pellegrina dice di avere eseguito i riti e le preghiere prescritte; o di avere ornato religiosamente l'immagine di Maria (qui il testo greco autorizza l'uno e l'altra interpretazione).

Traggo questa informazione preziosissima, grazie alla quale sappiamo che in età antichissima, a Nazareth, i cristiani pregavano Maria con riti e preghiere, da un opuscolo, intitolato:

"La chiesa primitiva nei ricordi di Nazareth", che ho comprato proprio a Nazareth in occasione del mio viaggio di nozze.

E non solo. Contemporaneamente alla scoperta di questa importantissima e antichissima iscrizione, ne veniva trovata un'altra, sempre del II, massimo del III secolo, che porta la testimonianza sicura del culto mariano che i cristiani prestavano a Maria.

In questa iscrizione si può leggere chiaramente il saluto angelico:

"Ave Maria". Immaginatevi la gioia del famoso Padre Bellarmino Bagatti e del suo gruppo di ricercatori quando trovarono questa antichissima incisione, alla base di una colonna: erano di fronte alla preghiera a Maria della Chiesa primitiva, alla traccia dell'Ave Maria che i cristiani recitavano fin dal secondo, terzo secolo proprio sul luogo dell'Annunciazione.

Quindi, già due secoli prima del Concilio di Efeso abbiamo prove certe della devozione dei primi cristiani verso Maria, la Madre di Gesù.

La storia, i documenti, le prove, le testimonianze danno ragione ai cattolici che, venerando Maria, pregandola, chiedendole aiuto e intercessione presso Dio, fanno ciò che hanno sempre fatto tutti i veri cristiani, dalle origini ai nostri giorni.


IL TIMONE - Gennaio/Febbraio 2003 (pag.64-65-66)