martedì 27 luglio 2010

Mons. Malcom Ranjith nell'anno dell'Eucarestia della sua diocesi in Sri Lanka



L'arcivescovo di Colombo, Malcom Ranjith, con una recente lettera circolare, ha proclamato dall'agosto 2010 all'agosto 2011 un "anno dell'Eucaristia" per la sua arcidiocesi.

Il card. Antonio Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, si recherà in Sri Lanka per l'apertura ufficiale dell'Anno Eucaristico, il 29 agosto, presso la grande Basilica di Nostra Signora di Lanka a Tewatte.

Ecco, in sintesi, alcuni obiettivi e alcuni indirizzi che Mons. Malcom si propone per quest'anno:

1) Unire la devozione eucaristica all'animazione sociale, ricordando il forte e inscindibile legame tra l'eucaristia celebrata, la carità vissuta e la giustizia sociale perseguita fino all'amore e tutela dell'ambiente (da cui traiamo il pane e il vino che diventano il Corpo e Sangue di Cristo). La proposta è una vita autenticamente eucaristica in tutti i suoi aspetti.

2) "Aiutati e ispirati dalla teologia e spiritualità dell'Eucaristia noi desideriamo accogliere la normativa della celebrazione della liturgia, non come qualcosa che ci viene imposto, ma come qualcosa che scaturisce naturalmente dal mistero che dobbiamo difendere, custodire e salvaguardare."
Per questo ricorda la recente pubblicazione di un manuale per sacerdoti, religiosi e laici dal titolo Liturgical Guardian per la diocesi di Colombo, un testo dove si riassumono le norme e i significati di esse per la celebrazione degna e devota della santa liturgia.

Scrive a questo proposito l'arcivescovo: "Si prega di tener fede alla normativa (espressa nel sussidio Liturgical Guardian) fedelmente, senza cercare di attuare visioni e opinioni personali. Coloro che desiderano fare le cose come vogliono loro mettono se stessi al posto di Dio, e questo è auto-idolatria. Durante quest'anno ci concentreremo specialmente nei confronti dell'eliminazione di tutte le pratiche erronee in merito alla celebrazione della Santissima Eucaristia, i sacramenti e la Liturgia delle Ore"
Un forte richiamo a praticare una diffusa istruzione e formazione liturgica a tutti i livelli è elevato dal prelato Srilankese. Non solo per i laici, ma per sacerdoti e seminaristi: "Mi appello a tutti i rettori dei seminari, gli amministratori dei santuari dell'arcidiocesi, ai superiori degli istituti e ai direttori dell'apostolato perchè cooperino in modo speciale a questo sforzo. Mentre non trascuriamo altri campi di impegno, in queste questioni non possiamo tollerare abusi liturgici". Interessante, poi, il richiamo esplicito che viene fatto ai religiosi, a cui si ricorda che non sono affatto esenti dall'implementare anch'essi, nelle loro case e chiese, le leggi liturgiche accettate nell'Arcidiocesi di Colombo.

Il pezzo forte lo troviamo al num. 2.3 che vi riporto integralmente:

"Verrà fatto uno sforzo, nel corso di quest'anno, per rendere comuni i canti popolari in latino. Con questo obiettivo in mente il coordinatore diocesano per la Liturgia, il sig. Francesco D'Almeida organizzerà prove di canto in tutti i 15 decanati e insegnerà a tutti i cori alcuni canti latini di base che possono essere utilizzati nelle parrocchie e negli istituti. Una volta che queste sessioni di prove saranno state fatte, le parrocchie potranno cantare almeno il Kyrie, Gloria, Sanctus e Agnus Dei nelle Messe parrocchiali della prima Domenica del mese. Il num. 36 della Costituzione sulla Sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium) espone con chiarezza i princìpi stabiliti a questo riguardo. Il Latino rimane ancora la principale lingua liturgica della Chiesa. In Sri Lanka abbiamo fatto un errore ad abbandonare del tutto il linguaggio della nostra liturgia [bisogna pensare che in Sri Lanka ci sono tre lingue che coesistono Cingalese, Tamil e Inglese e le celebrazioni a Colombo devono spesso essere plurilingue per non scontentare nessuno, finendo per essere lunghissime e verbose]. Che questo Anno Eucaristico sia un'occasione per noi per resuscitare,almeno in parte, questa tradizione smarrita. Faccio appello a tutti i sacerdoti, religiosi e laici a collaborare.

Desidero inoltre affermare che, come indicato nel Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, i sacerdoti e le istituzioni sono ormai autorizzati a celebrare, dove è opportuno, la Messa tridentina e i sacramenti in quel rito. In questo caso è meglio che i fedeli siano preparati per questo in anticipo. Mi auguro di celebrare io stesso una solenne Eucaristia in questo rito nel prossimo futuro presso la Cattedrale dell'Arcidiocesi."

Il num. 2.4 della lettera, poi, affronta i nodi (per quanto ho potuto vedere molto urgenti in Sri Lanka) della costruzione delle Chiese e soprattutto delle vesti, vasi, lini liturgici. Particolari non da poco, e che chiariscono la concretezza di Mons. Ranjith. Sembra di sentire un'eco dei richiami di San Francesco ai sacerdoti per gli stessi identici motivi: la bellezza e la pulizia di altari e chiese è la forma esterna della fede nella presenza reale:
"La sotto-commissione per l'Arte Sacra e l'Architettura è stato autorizzato ad individuare alcune chiese per il miglioramento dei presbiteri. Mi rivolgo ai sacerdoti perchè non diano inizio a restaurare o cambiare nulla senza il permesso e la supervisione di questa sotto-commissione. Essa è stato recentemente ricostituita ed è diretta dal Rev. P. Cecil Joy Perera, coordinatore della liturgia. Allo stesso tempo, l'ars celebrandi ci richiede che pensiamo seriamente ai paramenti per la Messa, alla biancheria per l'altare, i vasi sacri e le vesti liturgiche per i vari ministeri liturgici. Che l'Anno della santa Eucaristia sia un'occasione per migliorare tutti questi aspetti della nostra celebrazione"


Fonte: CANTUALEMANTONIANUM.COM

venerdì 23 luglio 2010

La nuova legge sull’aborto in Spagna





Mercoledì 21 Luglio 2010


In Spagna, nel mezzo di una gravissima crisi economica e sociale, il governo socialista del leader Luis Zapatero ha inflitto al Paese un ulteriore durissimo colpo alla civiltà della vita. Dal 5 luglio è entrata in vigore la nuova normativa di riforma sull’aborto, che de facto rende lo stesso una banalissima pratica sciolta del tutto da ogni vincolo etico-morale di rispetto per la persona.

La legge del 1985 che depenalizzò l’aborto in Spagna, rendendo un diritto quello che fino ad allora era un delitto, prevedeva l’autorizzazione solo nelle ipotesi di malformazione del feto, gravi rischi per la salute psichica o fisica della madre, violenza sessuale. Questi pochi scrupoli di coscienza del legislatore sono stati spazzati via dalla riforma Zapatero, che sta suscitando una forte alzata di scudi in tutto il Paese, Partito Socialista compreso, a causa della evidente aggressività a-morale di stampo radicale eugenetico che la legge presenta.

Vediamo i punti cardine succintamente. Con la nuova legge si alza la soglia, fino a 14 settimane, entro cui la donna sarà assolutamente libera di scegliere la soppressione del feto. In caso di malformazione del feto, sarà possibile l’aborto fino alla 22ª settimana. Addirittura, sfidando il ragionevole margine di errore della diagnostica clinica, la legge prevede che – ove venisse diagnostica una patologia incurabile o «incompatibile con la vita del feto» – sarà eliminato ogni limite all’aborto. Ma il punto ancora più preoccupante – per lo sfaldamento di ogni vincolo solidaristico e pubblico della legge – è il fatto che le minorenni, dai sedici anni in su, sono autorizzate ad abortire liberamente, senza più la necessità del parere vincolante dei genitori, ma dietro una mera comunicazione agli stessi: in altri termini, se per un verso il diritto civile ritiene il minorenne privo della capacità giuridica di agire per il semplice acquisto di un bene od una normale transazione patrimoniale – proprio in quanto minore – per converso lo ritiene pienamente capace di agire laddove disponga la soppressione di una vita umana. La disumana aggressione di questa riforma ai pilastri giuridici della tutela della persona ha portato ad una sollevazione dell’opinione pubblica a più livelli.

In Parlamento il Partito Popolare ha già sollevato un’eccezione di illegittimità costituzionale della legge e si auspica la sua possibile sospensione in via cautelare: infatti la Corte Costituzionale spagnola già con sentenza del 1985 aveva creato un precedente affermando che la vita del non nato (sic) sia un bene giuridico costituzionalmente protetto dall’art.50 della Costituzione, Magna Carta spagnola. La liberalizzazione del’aborto fino a 22 settimane lascia praticamente il bimbo in grembo privo di protezione, alla mercè della libertà assoluta della madre.

A livello regionale – essendo la Spagna un Paese che al pari dell’Italia ha introdotto una forte autonomia legislativa e amministrativa alle Generalitat (Regioni, ndr) – la Navarra ha già presentato ricorso costituzionale contro la riforma Zapatero.

A livello sanitario diverse associazioni che rappresentano i medici contestano al governo il peso insopportabile di una responsabilità che non intendono assumere, ovvero la decisione di sopprimere il feto, in luogo dei genitori o in presenza di malformazioni gravi che pregiudicano la vita.

Infine, la dichiarazione di principio della riforma Zapatero, secondo cui l’aborto rientra nei diritti fondamentali della persona, apre un gravissimo vulnus giuridico nel sistema occidentale, e ripropone una questione dirimente che troppi legislatori e politologi – anche e purtroppo nel mondo cattolico – affrontano con evidente disagio se non ritrosia: la affermazione forte e chiara del rapporto necessario tra norma e morale nello Stato laico.

CR n.1152 del 24/7/2010
fonte: Corrispondenza Romana

lunedì 19 luglio 2010

LA DISINFORMAZIONE SULLA CHIESA E SU PAPA BENEDETTO XVI



Lo spunto per questa riflessione viene offerto da quanto sta accadendo in questi mesi in Italia e nel mondo. Tali fatti non possono lasciare indifferente un’Associazione come la nostra che intende promuovere e diffondere i valori e le radici cristiane della nostra civiltà e che fa della ricerca della verità un ideale verso cui tendere.
Partiamo dalla considerazione che sempre più frequentemente la società occidentale mostra un atteggiamento sprezzante, quando non apertamente ostile verso il Cristianesimo .


All’indifferenza che caratterizzava l’atteggiamento di qualche anno fa’ va progressivamente sostituendosi un’aperta aggressività. Il bersaglio vero e maggiore è nella sostanza l’idea cristiana nel suo complesso e quasi sempre il cattolicesimo e la sua Chiesa. Dappertutto, ma, com’è ovvio, in Italia più che altrove. Questo fatto è ormai condiviso da molti attenti osservatori sia cattolici sia non credenti. Tra questi figura ad esempio Marcello Pera, personaggio pubblico di spessore, che riconosce che è in atto una guerra e che questa guerra è fra laicismo e il Cristianesimo.
Il celibato, il maschilismo, la pedofilia, la complicità nella persecuzione degli ebrei, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, l’ostilità all’uso dei preservativi e dunque l’appoggio alla diffusione dell’Aids, la diffidenza verso la scienza a partire dal caso Galileo, il dogmatismo e di conseguenza l’intolleranza congenita come ai tempi delle Crociate e dell’Inquisizione: la lista dei capi d’accusa è pressoché infinita. Ma ciò che colpisce è la naturalezza con la quale viene promossa la posizione anticristiana e la sua diffusione a tutti i livelli. I preti, la Chiesa e la vicenda cristiana sono ormai divenuti oggetto di un tiro al bersaglio quotidiano. Si direbbe che ormai nelle nostre società, la mentalità comune stia diventando di fatto anticristiana anche se essa preferisce perlopiù giustificarsi dietro i soliti luoghi comuni che riguardano le presunte “colpe” o la presunta ”arretratezza” della Chiesa cattolica.
I motivi? Ernesto Galli Della Loggia, un giornalista laico ed intellettualmente onesto, mette al primo posto l’ingenuità modernista divenuta chiacchiera da bar. In altre parole l’uomo d’oggi fa fatica a riflettere, preferisce chiacchierare in modo superficiale e spesso si forma le opinioni con il “sentito dire”. All’uomo d’oggi piace poter fare ciò che desidera senza avere nessun tipo di limite o di norma morale al di fuori di quella che si pone sé stesso. E’ la cultura del desiderio o, per usare parole spesso usate da Papa Ratzinger, la dittatura del relativismo secondo la quale una cultura vale l’altra, una religione vale l’altra, un comportamento vale l’altro. Le vecchie autorità sono morte e al loro posto ha diritto di sedere solo la scienza e la tecnica private di ogni riferimento a norme morali. Poi, ecco il secondo motivo, la Chiesa e tutto ciò che la riguarda ricadono nella diffusa e superficiale condanna del passato. Il che significa non solo che tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è sentito comunemente come estraneo e lontano, ma significa anche che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità. Sono invece sempre più diffusi l’ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni, e l’antistoricismo cioè l’applicazione dei criteri di oggi per giudicare i fatti di ieri. Si preferisce, perche è più comodo e richiede minor sforzo, formarsi le opinioni assistendo ai talk show televisivi piuttosto che attraverso lo studio personale: da qui la ridicola condanna di tutte le vere o presunte malefatte e le incomprensioni addebitabili al Cristianesimo, e di contro la condivisione di un moralismo presuntuoso fondato solo sul rispetto superficiale delle regole e delle leggi. Il caso Galileo ne è un lampante esempio: si colpevolizza la Chiesa accusandola di oscurantismo senza verificare cosa realmente è successo e perché è successo, senza calarsi nell’epoca storica in cui i fatti sono accaduti e prendendo per buone tante falsità vendute per verità.
Questa guerra al Cristianesimo, si diceva, non sarebbe così pericolosa se i cristiani la capissero. Invece all’incomprensione partecipano molti di loro. Vi partecipano quei teologi frustrati dalla supremazia intellettuale di Benedetto XVI, quei Vescovi incerti che vengono a compromesso con il modernismo, quei cardinali in crisi di fede che cominciano ad insinuare che il celibato dei sacerdoti non è un dogma e che forse è meglio ripensarlo, quegli intellettuali cattolici felpati che pensano che esista una questione femminile dentro la Chiesa o, infine, quei cristiani comuni che invece di difendere la Chiesa dagli assalti dei mass media non solo se ne stanno zitti, ma addirittura agiscono come cassa di risonanza delle calunnie e non fanno nessuno sforzo per ricercare la verità. I laicisti sanno benissimo che se uno schizzo di fango arrivasse sulla tonaca bianca del Papa, verrebbe sporcata la Chiesa, e se fosse sporcata la Chiesa allora lo sarebbe anche la religione cristiana.
Quindi assistiamo ad una campagna di disinformazione sistematica, di alterazione dei fatti, un polverone mediatico che riguarda la vita della Chiesa e l’opera del Papa che può certamente essere spiegata ma non giustificata osservando che il moderno sistema dell’informazione si nutre di immediatezza e che spesso ai giornalisti manca il tempo materiale per andarsi ad informare meglio. Tutto ciò non impedisce di riscontrare che alla base della cattiva informazione sulla Chiesa e su Benedetto XVI vi sia anche una ferma volontà di mettere in cattiva luce il Cristianesimo in quanto tale. Guarda caso gli attacchi al Papa per la vicenda dei preti pedofili sono cominciati proprio in Germania, la patria di Benedetto XVI. Attacchi devastanti, avanzati dallo stesso governo nella persona di un ministro. Il Vaticano a suo dire avrebbe ostacolato le indagini su abusi sessuali nelle scuole cattoliche tedesche mentre lo stesso fratello del Papa, Georg, per tanti anni direttore del coro dei Passerotti di Ratisbona, avrebbe taciuto su casi di pedofilia avvenuti durante la sua direzione. Queste accuse infamanti sono cessate dopo la circostanziata rivelazione del Vescovo di Ratisbona che il ministro in questione farebbe parte dell’Unione umanistica che considera normale la pedofilia e che vuole depenalizzarla.
Passato il turno della Germania, ad accusare il Vaticano sono subentrate le principali testate inglesi e americane. L’agenzia Associated Press – una delle più influenti del mondo – si è fatta portavoce di un’inedita implicazione della vicenda “Chiesa-pedofilia”: il Papa potrebbe essere arrestato e processato come criminale contro l’umanità il prossimo settembre, al momento del suo arrivo in Inghilterra. Quella a cui assistiamo è una campagna di disinformazione e criminalizzazione della Chiesa cattolica che, come ci testimonia Mons. Luigi Negri Vescovo di San Marino, è volta a procurare il suo completo discredito e toglierle il diritto di educare. Dice il Vescovo: “Nella mia Diocesi, da quando i media enfatizzano la pedofilia nel clero, i bambini non vengono più portati negli Oratori. A San Marino non abbiamo avuto casi di pedofilia, eppure tanti hanno paura”. Da venti anni don Fortunato Di Noto conduce una battaglia senza frontiere contro la pedofilia, ha denunciato migliaia di siti pornografici, ma nessuno presta attenzione alle sue denunce. Come afferma la storica Angela Pellicciari, don Di Noto parla di 170 milioni di bambini che ogni anno subiscono violenza nel mondo, ma di questo nessuno parla. Si parla invece, e da mesi, di qualche centinaio di preti che si sono macchiati dell’orrendo crimine di pedofilia nei passati decenni. E’ il tentativo di far vergognare ogni sacerdote di essere tale e di mettere sotto accusa la Chiesa cattolica. Stiamo ai fatti: negli Stati Uniti ci sono stati nel 2009 62.000 abusi sessuali su minori. Quanti dovuti a preti? Sei. Lo 0,0097%. Però di cosa si parla sui giornali ed in tv? Non dei 62.000 abusi ma dell’errore di quei sei preti. In altre parole: dei crimini contro i bambini non importa niente a nessuno. Nessuno – Benedetto XVI in primis – nega la gravità dello scandalo pedofilia riguardante singoli ecclesiastici, e nemmeno la necessità di un’azione forte per contrastarlo e fare chiarezza, ma è evidente che esso viene usato da molti media per alimentare la campagna contro la Chiesa e che questo tentativo dovrebbe essere avversato da chiunque, laico o cristiano, abbia a cuore la libertà di pensiero, di religione, di educazione e la sua piena attuazione nelle nostre società cosiddette “civili”. A ciascuno di noi spetta il compito di ricercare la verità partendo da dati reali e dallo studio della storia, più che dalle emozioni e dai ritagli di stampa. Forse ci accorgeremo di come siano appropriati “la vergogna ed il rimorso” cui ci richiama il Papa e di quanto sia luminoso il suo ruolo di avvocato tanto delle vittime quanto di quella stragrande maggioranza di sacerdoti cattolici che non ha niente a che fare con gli abusi e continua in silenzio la sua opera quotidiana per il bene comune dell’umanità.

Stefano Levantino


venerdì 16 luglio 2010

16 Luglio - Beata Vergine Maria del Monte Carmelo




Flos Carmeli

1. Flos Carmeli, vitis florigera,
splendor coeli, Virgo puerpera,
singularis.

2. Mater mitis, sed viri nescia,
carmelitis esto propitia,
stella maris.

3. Radix Iesse, germinans flosculum,
hic adesse me tibi servulum
patiaris.

4. Inter spinas quae crescis lilium,
serva puras mentes fragilium,
tutelaris!

5. Armatura fortis pugnantium,
furunt bella tende praesidium
scapularis

6. Per incerta prudens consilium,
per adversa iuge solatium
largiaris.

7. Mater dulcis, Carmeli domina,
plebem tuam reple laetitia
qua bearis.

8. Paradisi clavis et ianua,
fac nos duci quo, Mater, gloria
coronaris. Amen


Fior del Carmelo

1. Fior del Carmelo, vite fiorita,
splendore del cielo,
tu solamente sei vergine e madre.

2. Madre mite, pura nel cuore,
ai figli tuoi sii propizia,
stella del mare.

3. Ceppo di Jesse, che produce il fiore,
a noi concedi di rimanere
con te per sempre.

4. Giglio cresciuto tra alte spine,
conserva pure le menti fragili
e dona aiuto.

5. Forte armatura dei combattenti,
la guerra infuria, poni a difesa
lo scapolare.

6. Nell’incertezza dacci consiglio,
nella sventura, dal cielo impetra
consolazione.

7. Madre e Signora del tuo Carmelo,
di quella gioia che ti rapisce
sazia i cuori.

8. O chiave e porta del Paradiso,
fa’ che giungiamo dove di gloria
sei coronata. Amen.

PRATICA DELL'ESAME DI COSCIENZA

"Sono stata buona, oggi? Il Signore è contento di me?... E gli Angeli, mi voleranno intorno?"
(S.Teresina all'età di quattro anni, tutte le sere rivolgeva alla sorella Paolina questa domanda)


II. ITINERARI DI ESAME PARTICOLARE SUGLI OSTACOLI DA SUPERARE

9 - IMPULSIVITA', IMPAZIENZA, MALUMORE


Pensieri da meditare

•Beati i pacifici, perchè saranno chiamati figli di Dio (1).
•Ognuno sia pronto ad ascoltare, tento a parlare e tardo all'ira. S. GIACOMO (2)
•La concordia si conserva solo con la pazienza. S. GREGORIO (3).
•Parecchi vorrebbero morire per Gesù Cristo, e poi non vogliono sopportare una parola penosa per Gesù Cristo. Ma chi trema allo stormire d'una foglia, come starà saldo, nell'attesa del colpo di spada sulla testa? Abituatevi a sopportare pazientemente le minime cose per poter soffrire quelle più grandi. S. BONAVENTURA.
•E' grande imperfezione lamentarsi di continuo per i piccoli mali. S. TERESA (4).
•Il vero segno dell'innocenza conservata o ricuperata, è la dolcezza. BOSSUET.
•L'uomo pacifico giova più assai dell'uomo dotto (5).
•Tutti lodano la pazienza, quantunque pochi voglian patire (6).

I ESERCIZIO

1. Quante volte non ho repressi subito, anche stando solo, i piccoli movimenti d'impazienza e di malcontento che sorgono in me?
2. Ho fatto attenzione a tenere tutto in ordine, a posare delicatamente un oggetto, a chiudere senza strepito una porta... ? (Impazienze).
3. Ho saputo attendere qualche tempo, prima di leggere una corrispondenza, un libro, un giornale, una rivista, o vedere qualcosa d'interessante?
4. Ho accettato coraggiosamente l'uniformità e la noia nel seguire il dovere, l'ordine, la disciplina?
5. Quante volte, sentendomi oggi turbato, mi sono arrestato un istante, prima di agire?
6. Ho giudicato gli altri con eccessiva severità ?

II ESERCIZIO

1. Ho saputo reprimere qualche scatto d'impazienza o di malumore?
2. Ho sopportato pazientemente un carattere antipatico o noioso? (Occasioni perdute).
3. Nelle conversazioni odierne, ho interrotto o contraddetto altri? (Mancanze).
4. Ho eseguito con pazienza e costanza, i miei propositi della meditazione e della rivista settimanale?
5. Ho rimproverato o punito per colpe dubbie?
6. Dopo una mancanza di riguardo sfuggitami, ho chiesto scusa?

III ESERCIZIO

1. Ho ricevuto in buona parte qualche mancanza di riguardo, qualche scherzo?
2. Ho sopportato, senza lamentarmi, il freddo, il caldo, il tempo cattivo e qualche indisposizione?
3. Dopo un insuccesso, mi sono mantenuto calmo e rassegnato al volere di Dio?
4. Dopo una mancanza, ho saputo opporre alla stizza dell'amor proprio, un atto di umile pentimento e di fiducia in Dio?
5. Ho sopportato, senza mormorare né lamentarmi, gli sbagli e i difetti degli altri?
6. Nelle pene più sensibili, ho pensato a quanto ha sofferto Gesù nella sua Passione?

PIE ASPIRAZIONI che possono recitarsi a piacere durante il giorno, per tutto il tempo che dura l'esame particolare sulla superbia:

O quam suavis est, Domine, spiritus tuus! (dalla liturgia)
Gesù mite e umile di cuore, rendete il mio cuore simile al vostro!
Cuore di Gesù, fate ch'io Vi ami e Vi faccia amare!
Virgo singularis, inter omnes mitis, nos culpis solutos, mites fac et castos.
(AVE, MARIS STELLA). - Vergine singolare, fra tutte mansuetissima, scioglieteci dalle colpe, fateci miti e casti!

NOTE

(1) Mt 5,9.
(2) Gc 1,19.
(3) 21, in Iob.
(4) Cammino di perfezione, 21.
(5) II Imit. 3,1.
(6) II Imit. 12,3.
(fonte: Flos Carmeli)

mercoledì 14 luglio 2010

Il valore della Santa Messa: il Santo Sacrificio, i suoi fini e le disposizioni dei fedeli

"Su questa terra, niente ha più valore del Sacrificio consumato nella Santa Messa...."

Celebrazione della Santa Messa in una chiesa diroccata

IL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA
Nozioni, fini, effetti e disposizioni


I. Nozioni preliminari

Alcune nozioni dogmatiche:
La Messa è sostanzialmente lo stesso sacrificio della croce. E' diverso solo il modo dell'offerta (Denz. 940)
Essendo un vero sacrificio la Messa ne realizza in modo proprio le finalità: adorazione, ringraziamento, riparazione e petizione (Denz. 948 e 950).
Il valore della Messa è in se stesso rigorosamente infinito. Però i suoi effetti in quanto dipendono da noi non ci vengono applicati se non nella misura delle nostre interne disposizioni.


II. Finalità ed effetti della Santa Messa
La Messa ha gli stessi fini e produce gli stessi effetti del sacrificio della croce, che sono quelli del sacrificio in generale come atto supremo di religione, però di grado infinitamente superiore.

Adorazione.
Il sacrificio della Messa rende a Dio un'adorazione degna di Lui, rigorosamente infinita. Questo effetto è prodotto infallibilmente ex opere operato, anche se celebra un sacerdote in peccato mortale, perché questo valore latreutico o di adorazione dipende dalla dignità infinita del Sacerdote principale che lo offre e dal valore della Vittima offerta.
Con la Messa possiamo dare a Dio tutto l'onore che Gli è dovuto in riconoscimento della Sua infinita maestà e del Suo supremo dominio, nella maniera più perfetta possibile e in grado rigorosamente infinito. Una sola Messa glorifica più Iddio di quanto lo glorificheranno in cielo, per tutta l'eternità, tutti gli angeli, i santi e i beati insieme, compresa Maria Santissima.
Dio risponde a questa incomparabile glorificazione curvandosi amorosamente verso le Sue creature. Di qui l'immenso valore di santificazione che racchiude per noi il santo sacrificio della Messa.

Ringraziamento.
Gli immensi benefici di ordine naturale e soprannaturale che abbiamo ricevuto da Dio ci hanno fatto contrarre verso di Lui un debito infinito di gratitudine che possiamo saldare soltanto con la Messa. Infatti per mezzo di essa offriamo al Padre un sacrificio eucaristico, cioè di ringraziamento, che supera infinitamente il nostro debito; perché è Cristo stesso che, immolandosi per noi, ringrazia Iddio per i benefici che ci concede. A sua volta il ringraziamento è fonte di nuove grazie perché al benefattore piace la gratitudine. Questo effetto eucaristico è sempre prodotto infallibilmente ex opere operato indipendentemente dalle nostre disposizioni.

Riparazione.
Dopo l'adorazione e il ringraziamento non c'è dovere più urgente verso il Creatore che la riparazione delle offese che da noi ha ricevuto. Anche sotto questo aspetto il valore della Messa è assolutamente incomparabile, giacché con essa offriamo al Padre l'infinita riparazione di Cristo con tutta la sua efficacia redentrice.
Questo effetto non ci viene applicato in tutta la sua pienezza - basterebbe infatti una sola Messa per riparare tutti i peccati del mondo e liberare dalle loro pene tutte le anime del Purgatorio - ma ci viene applicato in grado limitato secondo le nostre disposizioni.

Tuttavia:
a) ci ottiene, per sé ex opere operato, se non incontra ostacoli, la grazia attuale necessaria per il pentimento dei nostri peccati. Lo insegna il Concilio di Trento: «Hujus quippe oblatione placatus Dominus, gratiam et donum paenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit» (Denz. 940).
b) rimette sempre, infallibilmente se non incontra ostacoli, almeno la parte della pena temporale che si deve pagare per i peccati in questo mondo o nell'altro. La Messa è quindi utile anche alle anime del Purgatorio (Denz. 940 e 950). Il grado e la misura di questa remissione dipende dalle nostre disposizioni.

Petizione.
Gesù Cristo si offre al Padre nella Messa per ottenerci con il merito della Sua infinita oblazione tutte le grazie di cui abbiamo bisogno. «Semper vivens ad interpelladum pro nobis» (Ebr. 7, 25), e valorizza le nostre suppliche con i Suoi meriti infiniti. La Messa di per sé, ex opere operato, muove infallibilmente Dio a concedere agli uomini tutte le grazie di cui hanno bisogno, ma il dono effettivo di queste grazie dipende dalle nostre disposizioni, la mancanza delle quali può impedire completamente che queste grazie giungano fino a noi.


III. Disposizioni per il Santo Sacrificio della Santa Messa.
Le disposizioni principali per la Santa Messa sono di due specie: esterne ed interne.

Disposizioni esterne
Il sacerdote che celebra dovrà osservare le rubriche e le cerimonie stabilite dalla Chiesa come se quella fosse la prima, l'ultima e l'unica Messa della sua vita.
Il semplice fedele assisterà alla Messa in silenzio, con rispetto e attenzione.

Disposizioni interne
La migliore disposizione interna è quella di identificarsi con Gesù Cristo che si immola sull'altare, offrendoLo al Padre ed offrendosi con Lui, in Lui e per Lui. ChiediamoGli che converta anche noi in pane per essere così a completa disposizione dei nostri fratelli mediante la carità. Uniamoci intimamente con Maria ai piedi della croce, con San Giovanni il discepolo prediletto, col sacerdote celebrante, nuovo Cristo in terra.Uniamoci a tutte le Messe che si celebrano nel mondo intero. La santa Messa celebrata o ascoltata con queste disposizioni è indubbiamente tra i principali strumenti di santificazione.


Tratto da:
Antonio Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana,
ed. Paoline, 1987, pagg. 548-554
(fonte: Totus Tuus)

domenica 11 luglio 2010

Nascono i Coordinamenti del Summorum Pontificum

Nascono i Coordinamenti del Summorum Pontificum a sostegno del nuovo movimento liturgico promosso dal Papa.





Jul 07 2010.
COMUNICATO STAMPA


ROMA, mercoledì 7 Luglio 2010 – In occasione del terzo anniversario di promulgazione del Motu Proprio “Summorum pontificum” nasce il progetto dei Coordinamenti del Summorum Pontificum. L’iniziativa è promossa da alcuni sacerdoti, religiosi e fedeli laici che sono accomunati dalla particolare venerazione per la Sacra Liturgia, “culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (SC).

Coloro che partecipano all’iniziativa, in comunione con il Magistero del Santo Padre Benedetto XVI, si uniscono alla cura che i Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente affinché la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” e condividono il vivo desiderio del Papa che il Messale Romano promulgato da S. Pio V, e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII, debba venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” della Chiesa di rito latino e debba essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico.

Per questo motivo, in obbediente aderenza alle disposizioni del Motu Proprio Summorum Pontificum, i Coordinamenti auspicano in modo particolare che all’interno delle proprie diocesi, oltre ad un rinnovato senso liturgico e del sacro, si diffonda sempre più la celebrazione della forma straordinaria della liturgia romana, “ad utilità di tutta la Santa Chiesa” e a concreto sostegno di un nuovo movimento liturgico che promuova in ogni ambito ‘”l’ermeneutica della riforma nella continuità”.

Al momento, sull’esempio del Coordinamento Toscano “Benedetto XVI” che si è costituito autonomamente nel 2008, vi sono adesioni per le regioni Lombardia, Emilia-Romagna, Sicilia , Puglia, Umbria e Marche. Altri Coordinamenti non ancora ufficializzati sono in preparazione.

In attesa di pubblicare i riferimenti dei relativi Promotori sul sito www.b16network.com , le realtà interessate al progetto possono chiedere ogni informazione alla Segreteria generale scrivendo a info@b16network.com

COORDINAMENTI DEL SUMMORUM PONTIFICUM

Segreteria generale dei Promotori

——————————

Coordinamenti costituendi e costituiti:

- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE TOSCANA “BENEDETTO XVI” costituito


- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE LOMBARDIA “SAN CARLO BORROMEO” costituito

- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE EMILIA – ROMAGNA costituendo

- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE PUGLIA costituendo

- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE SICILIA costituendo

- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE MARCHE costituendo

- COORDINAMENTO DEL SUMMORUM PONTIFICUM PER LA REGIONE UMBRIA costituendo



fonte: http://www.b16network.com/

venerdì 9 luglio 2010

Redemptionis sacramentum - su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia

Di fonte allo scempio che ovunque mostra i danni causati dalle erronee interpretazioni della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, credo sia interessante riproporre l'"Istruzione" Redemptionis Sacramentum che, pubblicata nel 2004, (dopo aimè decenni di abusi liturgici di ogni genere), ha tentato di ricordare alcuni basilari concetti. Ma come fare di fronte alla ..."sordità" di molti sacerdoti e vescovi???

"Il card. Julius Dópfner diceva che la Chiesa del dopo Concilio è un grande cantiere. Ma uno spirito critico ha aggiunto che è un cantiere dove è andato perduto il progetto e ciascuno continua a fabbricare secondo il suo gusto. Il risultato è evidente".

Elevazione durante la Santa Messa secondo il rito romano tradizionale

PROEMIO

[1.] Nella Santissima Eucaristia la Madre Chiesa riconosce con ferma fede, accoglie con gioia, celebra e venera con atteggiamento adorante il sacramento della Redenzione,[1] annunciando la morte di Cristo Gesù, proclamando la sua resurrezione, nell’attesa della sua venuta nella gloria,[2] come Signore e Dominatore invincibile, Sacerdote eterno e Re dell’universo, per offrire alla maestà infinita del Padre onnipotente il regno di verità e di vita.[3]

[2.] La dottrina della Chiesa sulla Santissima Eucaristia, in cui è contenuto l’intero bene spirituale della Chiesa, ovvero Cristo stesso, nostra Pasqua,[4] fonte e culmine[5] di tutta la vita cristiana, il cui influsso causale è alle origini stesse della Chiesa,[6] è stata esposta con premurosa sollecitudine e grande autorevolezza nel corso dei secoli negli scritti dei Concili e dei Sommi Pontefici. Recentemente, inoltre, nella Lettera Enciclica «Ecclesia de Eucharistia» il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha nuovamente esposto sul medesimo argomento alcuni aspetti di grande importanza per il contesto ecclesiale della nostra epoca.[7]

In particolare, il Sommo Pontefice, affinché la Chiesa tuteli debitamente anche al giorno d’oggi un così grande mistero nella celebrazione della sacra Liturgia, ha dato disposizione a questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti[8] di preparare, d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede, la presente Istruzione, in cui fossero trattate alcune questioni concernenti la disciplina del sacramento dell’Eucaristia. Quanto appare in questa Istruzione va, pertanto, letto in continuità con la citata Lettera Enciclica «Ecclesia de Eucharistia».

Tuttavia, non si ha l’intenzione di offrire in essa l’insieme delle norme relative alla Santissima Eucaristia, quanto piuttosto di riprendere con tale Istruzione alcuni elementi, che risultano tuttora validi nella normativa già esposta e stabilita, per rafforzare il senso profondo delle norme liturgiche,[9] e indicarne altri che spieghino e completino i precedenti, illustrandoli ai Vescovi, ma anche ai Sacerdoti, ai Diaconi e a tutti i fedeli laici, affinché ciascuno li metta in pratica secondo il proprio ufficio e le proprie possibilità.

[3.] Le norme contenute in questa Istruzione si considerino inerenti alla materia liturgica nell’ambito del Rito romano e, con le opportune varianti, degli altri Riti della Chiesa latina giuridicamente riconosciuti.

[4.] «Non c’é dubbio che la riforma liturgica del Concilio abbia portato grandi vantaggi per una più consapevole, attiva e fruttuosa partecipazione dei fedeli al santo Sacrificio dell’altare».[10] Tuttavia, «non mancano delle ombre».[11] Non si possono, pertanto, passare sotto silenzio gli abusi, anche della massima gravità, contro la natura della Liturgia e dei sacramenti, nonché contro la tradizione e l’autorità della Chiesa, che non di rado ai nostri giorni in diversi ambiti ecclesiali compromettono le celebrazioni liturgiche. In alcuni luoghi gli abusi commessi in materia liturgica sono all’ordine del giorno, il che ovviamente non può essere ammesso e deve cessare.
[5.] L’osservanza delle norme emanate dall’autorità della Chiesa esige conformità di pensiero e parola, degli atti esterni e della disposizione d’animo. Una osservanza puramente esteriore delle norme, come è evidente, contrasterebbe con l’essenza della sacra Liturgia, nella quale Cristo Signore vuole radunare la sua Chiesa perché sia con lui «un solo corpo e un solo spirito».[12] L’atto esterno deve essere, pertanto, illuminato dalla fede e dalla carità che ci uniscono a Cristo e gli uni agli altri e generano l’amore per i poveri e gli afflitti. Le parole e i riti della Liturgia sono, inoltre, espressione fedele maturata nei secoli dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come lui:[13] conformando a quelle parole la nostra mente, eleviamo al Signore i nostri cuori. Quanto detto nella presente Istruzione intende condurre a tale conformità dei sentimenti nostri con quelli di Cristo, espressi nelle parole e nei riti della Liturgia.



[6.] Tali abusi, infatti, «contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento».[14] In questo modo si impedisce pure «ai fedeli di rivivere in un certo senso l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: “E i loro occhi si aprirono e lo riconobbero”».[15] Davanti alla potenza e alla divinità[16] di Dio e allo splendore della sua bontà, particolarmente visibile nel sacramento dell’Eucaristia, si addice, infatti, che tutti i fedeli nutrano e manifestino quel senso dell’adorabile maestà di Dio, che hanno ricevuto attraverso la passione salvifica del Figlio Unigenito
[7.] Gli abusi non di rado si radicano in un falso concetto di libertà. Dio, però, ci concede in Cristo non quella illusoria libertà in base alla quale facciamo tutto ciò che vogliamo, ma la libertà, per mezzo della quale possiamo fare ciò che è degno e giusto.[18] Ciò vale invero non soltanto per quei precetti derivati direttamente da Dio, ma anche, considerando convenientemente l’indole di ciascuna norma, per le leggi promulgate dalla Chiesa. Da ciò la necessità che tutti si conformino agli ordinamenti stabiliti dalla legittima autorità ecclesiastica.

[8.] Si deve, inoltre, notare con grande amarezza la presenza di «iniziative ecumeniche che, pur generose nelle intenzioni, indulgono qua e là a prassi eucaristiche contrarie alla disciplina nella quale la Chiesa esprime la sua fede». Il dono dell’Eucaristia, tuttavia, «è troppo grande per sopportare ambiguità e diminuzioni». È, pertanto, opportuno correggere e definire con maggiore accuratezza alcuni elementi, di modo che anche in questo ambito «l’Eucaristia continui a risplendere in tutto il fulgore del suo mistero».[19]

[9.] Gli abusi trovano, infine, molto spesso fondamento nell’ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità. Infatti, «dell’afflato e dello spirito» della stessa sacra Scrittura «sono permeate» appieno «le preghiere, le orazioni e gli inni e da essa derivano il loro significato le azioni e i segni sacri».[20] Quanto ai segni visibili, «di cui la sacra Liturgia si serve per significare le realtà divine invisibili, essi sono stati scelti da Cristo o dalla Chiesa».[21] Infine, le strutture e le forme delle sacre celebrazioni, secondo la tradizione di ciascun rito sia d’Oriente sia d’Occidente, sono in sintonia con la Chiesa universale anche per quanto riguarda usi universalmente accolti dalla ininterrotta tradizione apostolica,[22] che è compito proprio della Chiesa trasmettere fedelmente e con cura alle future generazioni. Tutto ciò viene sapientemente custodito e salvaguardato dalle norme liturgiche.

[10.] La stessa Chiesa non ha alcuna potestà rispetto a ciò che è stato stabilito da Cristo e che costituisce parte immutabile della Liturgia.[23] Se fosse, infatti, spezzato il legame che i sacramenti hanno con Cristo stesso, che li ha istituiti, e con gli eventi su cui la Chiesa è fondata,[24] ciò non sarebbe di nessun giovamento per i fedeli, ma nuocerebbe a loro gravemente. La sacra Liturgia, infatti, è intimamente collegata con i principi della dottrina[25] e l’uso di testi e riti non approvati comporta, di conseguenza, che si affievolisca o si perda il nesso necessario tra la lex orandi e la lex credendi.[26]

[11.] Troppo grande è il Mistero dell’Eucaristia «perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale».[27] Chi al contrario, anche se Sacerdote, agisce così, assecondando proprie inclinazioni, lede la sostanziale unità del rito romano, che va tenacemente salvaguardata,[28] e compie azioni in nessun modo consone con la fame e sete del Dio vivente provate oggi dal popolo, né svolge autentica attività pastorale o corretto rinnovamento liturgico, ma priva piuttosto i fedeli del loro patrimonio e della loro eredità. Atti arbitrari, infatti, non giovano a un effettivo rinnovamento,[29] ma ledono il giusto diritto dei fedeli all’azione liturgica che è espressione della vita della Chiesa secondo la sua tradizione e la sua disciplina. Inoltre, introducono elementi di deformazione e discordia nella stessa celebrazione eucaristica che, in modo eminente e per sua natura, mira a significare e realizzare mirabilmente la comunione della vita divina e l’unità del popolo di Dio.[30] Da essi derivano insicurezza dottrinale, perplessità e scandalo del popolo di Dio e, quasi inevitabilmente, reazioni aspre: tutti elementi che nel nostro tempo, in cui la vita cristiana risulta spesso particolarmente difficile in ragione del clima di «secolarizzazione», confondono e rattristano notevolmente molti fedeli.[31]

[12.] Tutti i fedeli, invece, godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme. Allo stesso modo, il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa Messa, in piena conformità con la dottrina del Magistero della Chiesa. È, infine, diritto della comunità cattolica che per essa si compia la celebrazione della Santissima Eucaristia in modo tale che appaia come vero sacramento di unità, escludendo completamente ogni genere di difetti e gesti che possano generare divisioni e fazioni nella Chiesa.[32]

[13.] Tutte le norme e i richiami esposti in questa Istruzione si connettono, sia pure in vario modo, con il compito della Chiesa, a cui spetta di vigilare sulla retta e degna celebrazione di questo grande mistero. Dei vari gradi con cui le singole norme si raccordano con la legge suprema di tutto il diritto ecclesiastico, che è la cura per la salvezza delle anime, tratta l’ultimo capitolo della presente Istruzione.[33]

mercoledì 7 luglio 2010

In difesa del crocifisso l’Europa si risveglia!




Giovedì 01 Luglio
In attesa della pubblicazione della sentenza della Corte di Strasburgo, cristiani ed ebrei si ritrovano uniti nella difesa del principale simbolo della nostra civiltà

di Antonio Gaspari

La sentenza sarà nota solo tra sei o dodici mesi. Potrebbe anche essere negativa nei confronti del ricorso presentato dall’Italia, ma la discussione sul diritto di affiggere il crocifisso nelle scuole e nei luoghi pubblici ha svegliato il popolo europeo. Proprio nel momento in cui l’ideologia anticristiana avrebbe voluto imporre una sentenza contro il più importante simbolo della nostra civiltà, cristiani, cattolici ed ebrei si sono uniti in difesa della croce.

La storia è nota. Su richiesta di Soile Lauti, cittadina originaria della Finlandia, coniugata con un italiano, la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo aveva sostenuto, in una sentenza del 3 novembre 2009, che la presenza del crocifisso in spazi pubblici e scolastici “costituisce un attentato alla libertà di coscienza e al diritto del singolo di ricevere una formazione conforme ai suoi convincimenti religiosi o filosofici”.

Soile Lautsi aveva già chiesto nel 2002 che i crocifissi venissero tolti dalle scuole frequentate dai figli ad Abano Terme, in provincia di Padova. Quella decisione suscitò la rivolta del popolo italiano. Centinaia di comuni votarono mozioni che impedivano la rimozione dei crocifissi. Croci di notevoli dimensioni vennero piantate in luoghi pubblici, piazze e fabbriche. In moltissimi istituti e licei, gruppi di studenti si prodigarono per appendere i crocifissi nelle aule dove mancavano. La rivolta fu di carattere trasversale. Le divisioni politiche furono cancellate da un sentimento di identità nazionale fondato sul Crocifisso. Sulla base della spinta popolare, il 29 gennaio 2010, il governo italiano ha presentato un ricorso ribadendo che “il crocifisso è uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità” e che “la cristianità rappresenta le radici della nostra cultura, quello che oggi siamo”.

La difesa italiana del crocifisso ha suscitato la mobilitazione anche delle chiese cattoliche, evangeliche ed ortodosse. Il 3 febbraio i rappresentanti della Conferenza Episcopale Italiana, della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e della Sacra Arcidiocesi ortodossa d'Italia, si sono incontrati a Roma per discutere sul tema "Il crocifisso e gli altri simboli della cristianità, tra tradizioni religiose e spazio pubblico". E nella memoria conclusiva dell’incontro è stato sottolineato che il crocifisso “è un simbolo religioso fondamentale”, esprime i valori “della solidarietà, dell’accoglienza, della sofferenza umana”. “Per questa ricchezza di significati, la sua esposizione nei luoghi pubblici assume particolare rilievo non solo per la comunità dei credenti ma per l’intera società civile”. Nonostante le antiche e secolari divisioni, dal sito della BBC è rimbalzata la notizia secondo cui il Primate della Chiesa ortodossa autocefala di Grecia, Ieronymos II, si è detto pronto a convocare un Sinodo straordinario per rispondere alla sentenza che chiede di rimuovere il crocefisso dalle aule scolastiche.

Per il Primate ortodosso questa sentenza può rappresentare un precedente anche per la nazione ellenica, ed è una circostanza che mette in pericolo la presenza del crocefisso anche in Grecia. Per questo motivo la Chiesa ortodossa greca ha esortato i cristiani di tutta Europa ad unirsi in un ricorso contro il divieto di esporre crocefissi nelle aule scolastiche in Italia. Anche il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill, ha inviato una lettera aperta al premier italiano Silvio Berlusconi, dove ha espresso la sua piena solidarietà, a proposito della sentenza con la quale la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo vorrebbe vietare il simbolo religioso nelle scuole. Nella lettera inviata a Berlusconi il Patriarca Kirill, ha scritto: “La tradizione cristiana dell’Italia e degli altri Paesi europei non può essere oggetto di esame da parte di istituzioni europee dei diritti umani. I simboli religiosi cristiani, presenti negli spazi pubblici d’Europa, sono parte dell’identità comune europea, senza la quale è impensabile sia il passato, sia il presente e sia anche il futuro di questo continente. (…) Dichiariamo un pieno e incondizionato appoggio all’intenzione dell’Italia di presentare ricorso nei riguardi della sentenza. La democrazia europea non deve incoraggiare la cristianofobia, mettendosi sullo stesso piano dei regimi atei del passato. La Chiesa ortodossa russa intende in collaborazione con la Chiesa cattolica romana, portare all’attenzione del pubblico europeo e mondiale il suo rifiuto categorico a tali decisioni”.

Alla protesta delle chiese è seguita quella degli Stati, così, per la prima volta nella storia della Corte europea dei Diritti dell'Uomo, dieci Stati membri, tra cui la Russia, si sono dichiarati amicus curiae, cioè parte terza, davanti alla sentenza emessa contro lo Stato italiano che proibisce l'esposizione del crocifisso nelle aule. Il Tribunale ha comunicato la lista dei membri che si sono schierati in difesa dell'Italia: Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, San Marino, Romania e Federazione Russa.
Per concludere, ieri, mercoledì 30 giugno, Joseph Weiler, professore ebreo di Diritto presso la New York University School of Law, ha difeso il crocifisso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani. Weiler, che è anche professore onorario presso la London University, ha rappresentato nell'udienza i Governi di Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Federazione Russa e San Marino, che si sono presentati come “parti terze”.

Morale della favola: la cancellazione del crocifisso che doveva rappresentare un colpo mortale per l’identità cristiana dell’Europa si sta rivelando come il segno del risveglio.

E la Croce sta ritornando ad essere punto di riferimento per l’intero popolo europeo.

(fonte: L'Ottimista.com)

mercoledì 30 giugno 2010

Cum Petro, Sub Petro


Un omaggio al Papato romano

"Habemus pontificem!
Abbiamo il Maestro infallibile che non può essere ingannato nè ingannare, che sa sciogliere i nostri dubbi, rispondere ai problemi più vitali, dir l'ultima parola che invano si aspetta dai sapienti e dalle cattedre del mondo: parola infallibile, parola purissima come argento passato al crogiuolo, sette volte raffinato.
Habemus pontificem! cioè un Maestro infallibile col quale siamo sicuri di essere sulla retta via, di non sbagliare, di dire sempre la verità giacchè anche noi, stando col Papa, diventiamo, in certo qual modo, infallbili. Come i satelliti che si aggirano attorno al Sole, così noi, seguendo il Papa, veniamo a risplendere della sua stessa luce e, con tutta ragione possiamo dire: "Io sono infallibile!". Si, affermando in materia di Fede e costumi, quello che afferma il Papa, la mia affermazione è infallibile: negando quello che nega il Papa, la mia negazione è infallibile; giudicando sempre come giudica il Papa, il mio giudizio è sempre infallibile.
Habemus Pontificem! Abbiamo il Maestro infallibile. Egli sorge gigante e fulgido qual faro sulla buia e interminabile riva di questo mare magnum che è il mondo...I flutti non possono offenderlo, le nubi oscurarlo, la distanza nasconderlo; gli altri luminari si esclissano intorno: "Muore ogni astro in faccia al sol".
O uomini, o popoli, che navigate sopra il mare procelloso e torbido della vita, volete voi la verità? la soluzione chiara e certa dei grandi problemi che vi agitano? la guida che conduce al porto sicuro?
Non badate ai luminari tremolanti qua e là nelle tenebre come lucciole, dirigetevi tutti verso il faro che splende sul colle Vaticano.
E Tu, o Maestro infallibile, parla! Oh parla! In mezzo al dissolvimento universale dell'ora presente, allo scetticismo di un secolo che dubita di tutto, ad una società che si sfascia, a tante dottrine che si combattono, a scuole che succedono a scuole, a sistemi che distruggono sistemi, a opinioni che s'incalzano per finir tutte nel nulla...noi abbiamo bisogno di una voce autorevole e sicura che riveli quella verità la quale insegna la via che conduce alla vita! Oh parla dunque, Maestro infallibile! TU SOLO hai parola di verità e vita...Dove andremo noi a cercarle lontano da te? Forse nei libri, nelle teorie, nei sistemi dei filosofi? Nelle scuole di Parigi, d'Oxford, di Ginevra? Nella politica, nelle massime del mondo? Ah! Tacete tutti...voci dell'umana sapienza, voci di cattedre menzognere, voci di sette malvage, voci discordi della pubblica opinione, della politica, degl'interessi del mondo...tacete, tacete! Lasciate che ascolti la voce che viene da Roma.
Oh! Parla, parla dunque, Maestro infallibile, io ti ascolto in ginocchio come si ascolta Iddio, e mi si paralizzi il braccio, muta diventi la lingua, ciechi gli occhi, prima che mi dimentichi dei tuoi insegnamenti!
O Maestro infallibile! parla, che con me Ti ascolta e crede tutta la Chiesa Cattolica, nè potenza mai del mondo o dell'inferno potrà separarci da Te, come nessuna forza potrà mai separar Te dalla verità, poichè Gesù Cristo per questo ha pregato: Ego rogavi pro te ut non deficiat fides tua".

Da "Il Triregno. Autorità, Infallibilità, Santità papale" (1929) di Padre Angelico Arrighini

martedì 29 giugno 2010

Benedetto XVI la "Roccia" nella Chiesa







Ogni volta che la Chiesa ha incoraggiato il progresso della scienza e delle arti, la società tutta ne ha sempre beneficato




di Antonio Gaspari




È anziano, delicato, parla con voce dolce e suadente, sembra gracile ma ha la forza, la saggezza, il coraggio e la competenza di un gigante. Lo attaccano, lo criticano, i mezzi di comunicazione di massa gli lanciano contro montagne di fango, ma il Vescovo di Roma, va avanti, non recede.

Chiama a raccolta i suoi, con rigore chiede purificazione, obbedienza, umiltà e spirito di servizio. Gli attacchi esterni non lo scalfiscono, quelli interni lo amareggiano, ma lui procede saldo e veloce con il piglio di chi sta compiendo azioni che segneranno la storia.
Il Pontefice Benedetto XVI sta rivoluzionando la Chiesa cattolica, purificandola e preparandola alle sfide epocali di questo primo inizio di terzo Millennio. Come è accaduto sempre nella storia, c’è da sperare che il rinnovamento della Chiesa Cattolica porti sostegno e speranza a coloro che vogliono rinnovare anche il mondo, le modalità e le finalità della politica.
Quando i cristiani sfidavano la scienza, le conoscenze e le tecniche del tempo, costruendo cattedrali che svettavano verso il cielo, il potere civile cercò di stare al passo costruendo splendidi Palazzi Comunali. Quando la Chiesa istituiva le scuole e incoraggiava le arti, fondando università e commissionando opere d’arte, la società tutta se ne avvantaggiò, frequentando le accademie e realizzando la rinascenza. Insegnando a praticare la carità, con la cura degli uomini nel corpo e nelle anime, la Chiesa cattolica fondò gli hospitales e interi ordini religiosi si dedicarono a curare i malati.
La società civile capì la lezione e ne trasse subito giovamento, imparando a porre attenzione verso i deboli ed i malati che venivano precedentemente cacciati, isolati e abbandonati. Di fronte alla crisi di civiltà che sfida il mondo intero, quello avanzato in particolare, c’è una luce sempre più luminosa che potrebbe illuminare il buio che spaventa l’umanità. Papa Benedetto XVI ha spiegato con chiarezza le cause morali, culturali e di mancanza di fede che stanno alla base della crisi che attanaglia l’umanità, ma al tempo stesso sta indicando la via per uscirne. Una strada fatta di purificazione, di riscoperta e pratica delle virtù.
Benedetto XVI sa bene che non si tratta di una battaglia facile. Riaccendere e ravvivare la fiamma della fede nei cuori e nelle menti di popoli che sono vittime della secolarizzazione e che adorano gli idoli, non è affatto semplice. In molti casi la decadenza morale è avanzata e la resistenza al rinnovamento è caparbia. Ma il Pontefice non demorde, ed anzi incalza con argomentazioni sempre più profonde e ardite. Nell’omelia che ha pronunciato venerdì 11 giugno, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, presiedendo in piazza San Pietro la concelebrazione eucaristica con i Cardinali, i Vescovi e i presbiteri a conclusione dell’Anno sacerdotale, il Vescovo di Roma ha invitato a non avere paura perché: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23).
Per non precipitare, per non sperperare la vita nella mancanza di senso, il Papa ha chiesto di tornare ai Dieci comandamenti, attraverso i quali Dio ha indicato la via della vita. “Come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta”, ha aggiunto. Parlando della via buia che ogni persona umana deve attraversare il Pontefice ha fatto riferimento alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova. Secondo Benedetto XVI non bisogna mai disperare, perché “anche in queste valli tenebrose della vita il Signore è presente”. Per questo ha invocato “nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la Tua luce”.
Contro i nemici esterni alla Chiesa il Papa ha parlato del “pastore che ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino”. Per questo motivo ha affermato che “anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti”. Rivolgendosi ai nemici il Pontefice ha rilevato che “proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede”. Da notare che erano molti decenni che un Pontefice non pronunciava la parola eresia.
Per chiarire ulteriormente il suo pensiero il Papa Benedetto XVI, nell'omelia pronunciata domenica 20 giugno, ha precisato: “Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso. Il sacerdozio - ricordiamolo sempre - si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, «immersi» in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero”.
Quest’ultima parte dell’omelia del Papa dovrebbe ricordare ad ogni uomo politico che non è stato eletto per diventare membro di una casta, per gestirsi privilegi e potere, ma per servire il bene comune. Forse stiamo gridando al vento ma, essendo ottimisti, speriamo che siano in tenti coloro che prenderanno spunto dalle parole del Pontefice per purificare e rinnovare il modo e le finalità della vita pubblica.



sabato 26 giugno 2010

Diritti civili e umani ai palestinesi del Libano


Libano: dove i palestinesi sono veramente discriminati ma nessuno, ipocritamente, ne parla

La proposta lanciata da Salvatore Lombardo, direttore del UNRWA in Libano, di concedere ai rifugiati palestinesi nel paese dei cedri, i Diritti Civili e Umani, ha aperto uno squarcio nell’ipocrita silenzio che avvolge la situazione nei campi profughi palestinesi in Libano.

E si, perché di silenzio ipocrita si tratta, ipocrita perché tutti si guardano bene di parlare di come vengono trattati i palestinesi in Libano e più in generale nei Paesi arabi che ospitano questi strani profughi che, secondo le regole internazionali applicate dal UNHCR non sarebbero da considerarsi come tali ma come cittadini del paese dove sono nati, ma che per un perverso meccanismo messo in piedi ad hoc per lo UNRWA nascono e vivono con lo status di profughi, un fatto questo che non esiste da nessun’altra parte del mondo e per nessun altro popolo. Lo stesso UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees) è un caso più unico che raro in quanto svolge gli stessi compiti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu (UNHCR) ma con regole completamente diverse ed esclusivamente per un popolo che non esisteva fino al 1947. Per capire meglio, non esiste una agenzia Onu per i Kurdi benché siano un popolo millenario. Tant’è, allo stato attuale, secondo le regole del UNRWA i profughi palestinesi sparsi in diversi Paesi arabi sono oltre tre milioni (qualcuno dice 5 milioni) mentre secondo le regole internazionali applicate dal UNHCR non sarebbero più di 100.000 (quelli cioè che rimangono degli originali 540.000).

Da qui la proposta di Salvatore Lombardo di ripristinare lo stato di Diritto e di equipararsi alle regole dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu e quindi di riconoscere ai palestinesi nati in territorio straniero i Diritti Civili e Umani riconosciuti ai cittadini di quei Paesi. Lombardo, nel suo ragionamento, parte dal Libano in quanto direttore del UNRWA di quel Paese. L’analisi che fa della situazione è fredda e inoppugnabile: la situazione nei campi profughi palestinesi in Libano è diventata insostenibile e centinaia di migliaia di persone vengono discriminate rischiando di finire nel vortice del terrorismo islamico.

Secondo Lombardo, sono 425.000 i profughi palestinesi registrati come tali dal UNRWA in Libano, suddivisi in 12 campi. Essi non possono aprire attività commerciali, non possono possedere niente, non possono lavorare in quanto non sono cittadini libanesi, non hanno alcun Diritto Civile. Questa condizione favorisce il loro reclutamento da parte dei gruppi estremisti islamici quali Al Qaeda e Hamas. Molti di loro negli ultimi mesi sono stati reclutati da Hezbollah. Le condizioni di vita nei campi sono intollerabili e vige la completa anarchia. Nemmeno l’esercito libanese può entrare nei campi. In particolare Lombardo porta l’esempio del campo di Ain el -Hilweh, il più grande campo profughi nel sud del Libano, dove le armi sono più numerose degli abitanti e dove negli ultimi mesi sono state segnalate pesanti infiltrazioni di Al Qaeda che approfitta delle condizioni disperate di molti giovani che non vedono sbocchi per la loro condizione. La proposta di Salvatore Lombardo è semplicissima: concedere a questa gente gli stessi Diritti di cui godono i cittadini libanesi. Questo permetterebbe loro di uscire dai campi, di trovare un lavoro, di aprire attività commerciali ecc. ecc. Secondo Lombardo, che cita uno studio fatto da esperti delle nazioni Unite, questo porterebbe una maggiore stabilità del Libano in quanto sottrarrebbe moltissimi giovani alla nefanda influenza dei gruppi terroristi. Il primo a beneficiarne sarebbe quindi il paese dei cedri.

Nonostante il ragionamento del Direttore del UNRWA fili perfettamente liscio, la proposta ha subito trovato l’opposizione di Hezbollah e di una parte del Governo Libanese, in particolare dei partiti cristiani che temono che la concessione dei Diritti Civili ai palestinesi porterà alla loro naturalizzazione. I cristiani e gli Hezbollah temono che la cosa possa in qualche modo infrangere il delicato equilibrio esistente in Libano tra le varie confessioni religiose. I cristiani non si dimenticano del ruolo svolto dai fedayyìn di Arafat durante la guerra civile che insanguinò il Libano mentre gli sciiti di Hezbollah non vogliono una invasione di sunniti nel territorio da loro controllato. E poi al momento i palestinesi potrebbero far comodo come carne da macello se dovesse scoppiare un conflitto con Israele.

Salvatore Lombardo tuttavia non desiste e per domenica prossima (domani n.d.r.) ha organizzato, insieme ad alcune organizzazioni libanesi per i Diritti Umani, una marcia su base nazionale per chiedere al Governo libanese di concedere i Diritti Civili ai palestinesi nati e cresciuti in Libano.

Quello che risulta strano è come in occidente, le migliaia di sigle di organizzazioni filo-palestinesi che sostengono di difendere i Diritti del popolo palestinese, non parlino per niente della proposta di Salvatore Lombardo e della discriminazione araba di cui sono vittime i palestinesi nei Paesi arabi. La cosa mi sembra francamente satura di ipocrisia. Certo che far sapere al mondo come gli arabi trattano i palestinesi potrebbe rompere le uova nel paniere di parecchie organizzazioni ideologizzate, potrebbe evidenziare come i palestinesi in Cisgiordania godano di Diritti e dei vantaggi dello sviluppo economico mentre in altre parti sono pesantemente discriminati. Infine la cosa potrebbe togliere una freccia importante dall’arco dei fautori del no ad ogni costo ad un accordo con Israele, quello del fantomatico Diritto al ritorno. Se non è ipocrisia questa…….

Miriam Bolaffi

© 2010, Secondo Protocollo

domenica 20 giugno 2010

Dio è umiltà perché è Amore.


TU SEI UMILTÀ


E’ proprio di Francesco vedere Dio come umiltà. Di fatto l’umiltà, come la povertà, appare piuttosto una condizione perché l’uomo possa vivere un rapporto con Dio; anzi è la condizione essenziale a viverlo. Non appare, almeno immediatamente, una caratteristica di Dio, come invece la vede san Francesco.

Vediamo allora come l’umiltà in san Francesco sia dapprima il fondamento della vita spirituale.

Dobbiamo infatti riconoscere che se Dio è creatore, la creatura — indipendentemente da Dio — è nulla, non è; e deve riconoscere questo suo nulla davanti a Dio. Là dove non è avvenuta una rivelazione di Dio come creatore, l’umiltà non può essere il fondamento della vita spirituale, perché l’uomo rimane «qualcosa » nei confronti di Dio. Allora si imporrà la modestia, non l’umiltà; si imporrà «la misura», come dicevano i greci, non l’umiltà. L'umiltà, invece, è essenziale a chi si riconosce creatura. Riconoscendosi creatura, Dio è tutto e la creatura in sé medesima è niente. La vita spirituale implica sempre il sentimento del proprio nulla nei confronti di Dio, un nulla che non esclude il fatto che la creatura esista. Esclude però ogni sentimento di opposizione, ogni sentimento di alterità, ogni sentimento che dia all’uomo la coscienza di essere qualche cosa indipendentemente da Lui e non in Lui e per Lui. La creatura per tutto quello che è, è da Dio ed è in Dio.

Col riconoscimento di Dio è implicato dunque un certo annientamento interiore del nostro io. Nella luce infinita di Dio, l’uomo scompare; come il sole, che non appena sale all'orizzonte, eclissa le stelle.

«Tutte le nazioni sono davanti a Lui come un nulla... contano come il pulviscolo sulla bilancia», dice il profeta Isaia nella Bibbia (cap. 40). Questo sentimento è all'origine della spiritualità islamica. L'uomo deve sentire il proprio nulla come creatura nell'essere e nell'operare. Se io sono, Dio non è; se Dio è, io non sono.

E’ quanto dicono anche i mistici cristiani, perché evidentemente «io sono », ma in Lui; perciò non posso dire «io sono » indipendentemente da Lui. «Io sono » è proprio di Dio, è il suo nome. Così Gesù medesimo nel quarto Vangelo proclama e si afferma: «Io sono ». Dandosi il nome che Dio si era dato nell'Antico Testamento, Gesù proclama la sua divinità.

Ma non è questa l’umiltà di Francesco. L'umiltà ha un altro fondamento. L'umiltà non è in Francesco solo dell’uomo, ma, prima ancora, è in Dio. Dio stesso è Umiltà.

Dio si rivela a noi attraverso la creazione, ma la sua rivelazione più perfetta è Gesù Cristo. E Cristo, per Francesco, è umiltà. Egli non sa riaversi dallo stupore provocato da una sua contemplazione del mistero cristiano come mistero di suprema umiltà: l’umiltà del Cristo nella sua nascita, nella sua passione, nell’Eucaristia.

Ma questa umiltà potrebbe essere ancora l’espressione della natura umana assunta dal Verbo che si è incarnato. In questo caso tornerebbe ad essere umiltà della crea­tura, perché anche la natura umana del Cristo è creata. E infatti Gesù la vive in quanto è creatura, nella dipendenza totale della sua volontà umana dalla Volontà divina: «Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato». Si può dunque pensare all'umiltà di Gesù in quanto come creatura Egli vive questa eclisse di sé nei confronti del Padre.

Ma san Francesco va ancora più in là. L'umiltà in Fran­cesco — ed ecco la grande novità, la meravigliosa scoperta di san Francesco — è la stessa rivelazione dell'amore. Dio è amore e l’amore non può essere che umiltà.

Dio è amore in se stesso: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella sua vita intima è l’infinita comunione di amore che passa da una Persona all'altra, perché ogni Persona divina è puro rapporto di sé all'altra Persona correlativa. Questo amore implica che ogni Persona divina in sé e per se non è: il Padre indipendentemente dal Figlio non è. Ci può essere un padre senza un figlio? Tuttavia fra gli uomini un padre non è mai padre soltanto, è anche sposo e può essere un medico, uno scrittore o qualche altra cosa. Ma il Padre celeste è esclusivamente Padre in rapporto al Figlio unigenito.

In sé e per sé ogni Persona divina non è; è totalmente, infinitamente per l’altra Persona correlativa: il Padre è tutto per il Figlio e nel Figlio; il Figlio è tutto nel Padre e per il Padre. Ogni Persona divina è pura relazione di amore; e proprio per questo è pura, assoluta umiltà. Dunque Dio è gia umiltà in se stesso, perché è amore. Così si è detto che l’umiltà di Gesù non è soltanto in Lui come uomo, ma è in Lui come Figlio che tutto riceve dal Padre e tutto al Padre riporta.

Ma Francesco contempla più stupende rivelazioni di amo­re. La sua anima sembra come smarrirsi in un'estasi dalla quale non riesce a riaversi: Gesù è umiltà nei confronti dell’uomo medesimo. L'ha detto Egli stesso: Egli è fra i suoi come colui che serve.

Se nella natura divina il Figlio unigenito è in relazione col Padre, nella natura umana assunta viene incontro all'uomo, si fa tutto per gli uomini, per i peccatori — è loro via, loro vita, loro salvezza; si fa «pane» per essere cibo.

E Francesco contempla l’umiltà del Cristo come espressione suprema di amore. La sua umiltà è rivelazione dell’amore di un Dio che si fa totalmente per l'uomo, per la sua salvezza. Si ordina all'uomo al punto che per sé sceglie il silenzio, la morte, sceglie l’ultimo posto. Si fa «nulla » perché l’uomo sia tutto.

Così avviene ogni volta che Egli si fa presente nella Messa sotto le specie del pane e del vino per donarsi, per essere mangiato: la Messa trova il suo compimento nella comunione eucaristica nella quale Egli totalmente si dà, cosi da sparire. E tutto per te e in te: “Per noi e per la nostra salvezza…”.

Il Verbo si sarebbe incarnato anche senza il peccato dell’uomo, ma sempre motivo dell'Incarnazione è la nostra sal­vezza! “Per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo…”.. Il Figlio di Dio si incarna per essere lo sposo che si dà tutto alla sposa. Il disegno divino si realizza nell’alleanza. Dio si fa uomo per donarsi a tutta l’umanità, anzi a ciascun uomo. Nell'atto stesso che Egli si incarna, Egli diviene rapporto a Maria. Alla grandezza del mistero per il quale il Padre dall'eternità dice: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato», risponde il mistero di una creatura, che può dire al suo Dio: «Tu sei mio figlio», e il mistero più grande ancora di un Dio che deve dire ad una creatura: «Tu sei la mia madre!».

Questo è Dio che a noi si è rivelato: un amore che si svuota di sé per donarsi, perché l’amore è dono. Dio si rivela all'uomo e si fa presente in quanto si dà così da perdersi in colui che Egli ama. Francesco conosce l’umiltà del Cristo nella natività, la contempla nella passione, ma soprattutto la vede nell'Eucaristia. Nell’Eucaristia è l’umiltà di un Dio che, amandoti, si nasconde, si annienta per essere la tua vita, per essere la tua ricchezza, e tutto si ordina a te e tutto si dona.

Quanto è bello quello che Francesco scrive nella Lettera al Capitolo Generate e a tutti i Frati; che è uno dei testi più belli degli scritti francescani:

« Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti, e siate santi perché Egli è santo. E come il Signore Dio onorò voi sopra tutti gli uomini, per questo mistero, cosi voi più di ogni altro uomo amate, riverite e onorate Lui.

Grande miseria sarebbe, e miserevole male se, avendo lui così presente, vi curaste di ogni altra cosa che fosse nell'universo intero!

L'umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo.

O ammirabile altezza, o degnazione stupenda! o umiltà su­blime! o sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane.

Guardate, frati, L’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto» (FF 220).

L'umiltà in san Francesco è veramente la rivelazione dell’amore; per questo è la rivelazione suprema di Dio. Fran­cesco non conosce una rivelazione più alta di Dio di questa umiltà. Il creato rivela la bellezza, ma solo l’umiltà di Cristo rivela l’amore di Dio. L'umiltà senza fondo, un'umiltà senza fine.

(tratto dal libro: D.Barsotti, Le lodi di Dio Altissimo, Ed. O.R)

mercoledì 16 giugno 2010

L’eucaristia domenicale e la testimonianza della carità.


La sera di martedì 15 giugno, per la seconda volta in pochi giorni, Benedetto XVI ha riportato in uso a proposito dell’eucaristia una parola fuori moda, ma dogmaticamente pregnante: “transustanziazione”.

L’ha fatto introducendo – da vescovo di Roma – un convegno della diocesi su “L’eucaristia domenicale e la testimonianza della carità”, nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Dopo aver premesso che la dottrina sull’eucaristia “oggi, purtroppo, non è sufficientemente compresa nel suo valore profondo e nella sua rilevanza per l’esistenza dei credenti”, papa Joseph Ratzinger ha detto:

“Nell’offerta che Gesù fa di se stesso troviamo tutta la novità del culto cristiano. [...] Egli stesso in persona diventa quel sacrificio che la liturgia offre nella santa messa. Infatti, con la consacrazione il pane e il vino diventano il suo vero corpo e sangue. Sant’Agostino invitava i suoi fedeli a non soffermarsi su ciò che appariva alla loro vista, ma ad andare oltre: ‘Riconoscete nel pane – diceva – quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco’. Per spiegare questa trasformazione, la teologia ha coniato la parola ‘transustanziazione’, parola che risuonò per la prima volta in questa basilica durante il IV Concilio Lateranense, di cui fra cinque anni ricorrerà l’ottavo centenario. In quell’occasione furono inserite nella professione di fede le seguenti espressioni: ‘il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il sangue nel vino per divino potere’. È dunque fondamentale che negli itinerari di educazione alla fede dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, come pure nei ‘centri di ascolto’ della Parola di Dio, si sottolinei che nel sacramento dell’eucaristia Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente”.

Passando poi dalla dogma della transustanziazione alla sua attuazione e celebrazione nella liturgia, Benedetto XVI ha così proseguito, rivolto a sacerdoti e fedeli spesso inclini a modernismi assembleari “creativi”:

“Nella celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro e presente. Questa apertura universale, questo incontro con tutti i figli e le figlie di Dio è la grandezza dell’eucaristia: andiamo incontro alla realtà di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi. Quindi, le prescrizioni liturgiche dettate dalla Chiesa non sono cose esteriori, ma esprimono concretamente questa realtà della rivelazione del corpo e sangue di Cristo e così la preghiera rivela la fede secondo l’antico principio ‘lex orandi, lex credendi’. E per questo possiamo dire che ‘la migliore catechesi sull’eucaristia è la stessa eucaristia ben celebrata’. È necessario che nella liturgia emerga con chiarezza la dimensione trascendente, quella del mistero, dell’incontro con il divino, che illumina ed eleva anche quella ‘orizzontale’, ossia il legame di comunione e di solidarietà che esiste fra quanti appartengono alla Chiesa. Infatti, quando prevale quest’ultima non si comprende pienamente la bellezza, la profondità e l’importanza del mistero celebrato”.

Ha detto inoltre il papa che anche il calendario va messo in pari:

“Teniamo anche presente che l’eucaristia ha dettato una nuova struttura al nostro tempo. Il Risorto si era manifestato il giorno dopo il sabato, il primo giorno della settimana, giorno del sole e della creazione. Dall’inizio i cristiani hanno celebrato il loro incontro con il Risorto, l’eucaristia, in questo primo giorno, in questo nuovo giorno del vero sole della storia, il Cristo Risorto. E così il tempo inizia sempre di nuovo con l’incontro con il Risorto e questo incontro dà contenuto e forza alla vita di ogni giorno. Perciò è molto importante per noi cristiani, seguire questo ritmo nuovo del tempo, incontrarci col Risorto nella domenica e così ‘prendere’ con noi questa sua presenza, che ci trasformi e trasformi il nostro tempo”.

Da ultimo, Benedetto XVI ha esortato a far sì che “la celebrazione della santa messa sia effettivamente il culmine, la ’struttura portante’ della vita di ogni comunità parrocchiale” e l’anima delle opere di carità, senza le quali “non manifesta la verità che racchiude”.

Il testo integrale del discorso è nel sito del Vaticano.

Sulla transustaziazione, vedi tre post più sotto la riflessione di Francesco Arzillo in occasione della festa del “Corpus Domini”.


(fonte: sandro magister)

Quando Gorbaciov andò ad Assisi


Credo valga la pena ricordare questa storia....

Così l’uomo che rinunciò al suo arsenale nucleare per la pace si è inginocchiato davanti al santo che lasciò le armi per servire Dio. I frati di Assisi raccontano la visita a sorpresa di Michail Gorbaciov.

Sabato 15 marzo, vigilia della Domenica delle Palme. Un uomo prega inginocchiato tra gli altri fedeli nella basilica di Assisi. Prega intensamente, con gli occhi chiusi, per oltre mezz’ora. Accanto a lui una giovane donna e altre persone, sembrano slave. Un frate di origine lituana, padre Miroslavo, li nota un po’ stupito. C’è qualcosa di familiare in quella figura. Si avvicina, i frati qui sono abituati a sorprendenti incontri, e alla fantasia di Dio che propone occasioni che sarebbero francamente inimmaginabili. Ma questa è davvero grossa. Inginocchiato davanti alla tomba di san Francesco, il più povero tra i poveri, c’è un uomo che fu tra i più potenti del mondo, l’ultimo imperatore dell’Unione Sovietica, l’ultimo segretario del Partito comunista dell’Urss, dello Stato dove il socialismo reale per sessant’anni ha abolito ogni educazione religiosa, l’uomo che ha avuto a sua disposizione immensi arsenali atomici e poi ha imboccato la strada che ha portato al crollo dell’impero comunista, alla caduta del Muro di Berlino, agli sconvolgimenti che hanno cambiato la vita di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. E ora è lì, umile e anonimo pellegrino: Michail Gorbaciov. La donna accanto a lui è la figlia. Gli altri uomini sono anonimi amici che lo hanno accompagnato in questi viaggio. Nessuno sa di quella visita. Il frate lituano, emozionato, chiama i suoi superiori, il custode del Sacro Convento, padre Vincenzo Coli e padre Enzo Fortunato. «Mi ha colpito quel modo di pregare – racconta padre Miroslavo – intenso e raccolto, tipico del mondo orientale. Ma mai e poi mai avrei immaginato di trovarmi davanti Gorbaciov». L’ex presidente sovietico parla con i frati per ore. Non tutto si può dire di quell’incontro, ovviamente, e non tutto ci è stato raccontato, perché i religiosi vogliono e sanno custodire le confidenze di un uomo. «Ci ha raccontato che si è avvicinato da tempo alla fede – dice padre Coli – attraverso la figura di san Francesco. Lui, da sempre ateo, ha iniziato un cammino, un percorso spirituale dopo aver scoperto la forza della religione cristiana guardando la figura del Poverello. E quando morì la moglie Raissa volle per lei i funerali religiosi». Una forza operava da tempo, dunque, nel cuore di Michail Gorbaciov, e qualcosa o Qualcuno lo ha chiamato all’inizio della Settimana Santa a questo misterioso appuntamento nella basilica di Assisi. Lui, cittadino di quella Russia dove tanto il comunismo imperante quanto l’ortodossia hanno sempre visto con estremo sospetto il cattolicesimo, fino ad impedire, a tutt’oggi, quella visita del Papa a Mosca che è rimasto il sogno irrealizzato di Giovanni Paolo II. Sappiamo che Michail Gorbaciov ha trascorso l’intero pomeriggio con i frati del convento: «Una tappa significativa in un cammino profondo», dice a Tempi padre Fortunato, che, almeno per ora, non vuol pronunciare la parola “conversione”. Un cammino personalissimo che va rispettato con il dovuto silenzio ma anche un segno che stupisce per la profondità di quanto ha detto l’ex leader sovietico ai frati attoniti per quello che sentivano: «Francesco per me è l’alter Christus, l’altro Cristo. Il mio avvicinamento alla fede è stata una scoperta progressiva, dovuta proprio a san Francesco». Poi, insieme ai padri francescani, è salito nella Basilica Superiore, ha guardato a lungo un quadro che, ha detto, «sento particolarmente vicino». L’icona del Sogno delle armi di Spoleto, quando Francesco, sul punto di arruolarsi per andare a combattere i Mori, mentre dorme sogna un palazzo pieno di uomini armati e vede Cristo che gli chiede: «Vuoi servire il servo o il padrone?». Lui, Gorbaciov, che fu tra padroni del mondo, che fu signore delle armi più potenti che si siano viste sulle Terra, la sua scelta sembra averla fatta. In un giorno, in un’ora, in un momento a noi vicino del tempo e della storia.

Reagan e le parole della Madonna

Così, qui ad Assisi, davanti a quella tomba dove si sono inginocchiati altri potenti del mondo, assumono un diverso e più alto significato tanti eventi, scelte e parole pronunciate negli anni passati dal presidente sovietico. Quando si assunse la responsabilità di avviare quel processo di cambiamento che ancora non è terminato («La Russia ha davanti ancora un lungo percorso sulla strada della democrazia, dell’unificazione e della giustizia sociale», ha detto ai frati Gorbaciov, che poi ha anche discusso della possibilità di una visita del Papa e della sofferta divisione tra ortodossi e cattolici in Russia). Forse si svela ora la fonte vera di quel coraggio che gli è stato dato per cominciare a cambiare la storia, al di là di molte, sia pur legittime, letture politiche e sociali.C’è un altro piccolo fatto, molto poco noto, che vale la pena di raccontare così come ce lo ha riferito Marja Pavlovic, una delle veggenti di Medjugorie che ora vive in Italia. Nel 1987, pochi giorni prima della storica firma del trattato tra Reagan e Gorbaciov sulla riduzione degli armamenti nucleari, l’accordo che avviò la caduta della Cortina di ferro, la ragazza incontrò davanti alla sua casa, in quel paesino della Bosnia, una coppia di americani. Erano venuti a pregare per la loro figlia, affetta dalla sindrome di Down. Pioveva a dirotto, erano bagnati fradici e Marja li invitò a bere un tè. Quando l’uomo le raccontò che era uno dei consiglieri militari del presidente americano e che si trovava in Europa per preparare l’incontro con i sovietici, Marja, sia pur po’ intimorita, pensò di consegnare al diplomatico una lettera per Reagan, in cui riferiva i messaggi della Madonna, che nelle apparizioni invitava a pregare per la pace. Dopo la firma del trattato le arrivò una telefonata a casa. «Qui è la Casa Bianca…». «Va a prendere in giro qualcun altro», rispose la ragazza, e mise giù la cornetta. Altro squillo, e Marja riconobbe la voce dell’americano che aveva incontrato: «Guarda che è proprio vero, volevo solo dirti che quando ha firmato il trattato il presidente Reagan aveva con sé la tua lettera e l’ha mostrata a Gorbaciov». Qualche giorno dopo, un’altra telefonata. Era l’ambasciata russa a Belgrado: «Il presidente Gorbaciov vorrebbe una copia dei messaggi della Madonna». Anche la Provvidenza ha la sua par condicio… Forse non è estraneo questo piccolo episodio a quanto è avvenuto dopo, e forse Gorbaciov, in questi giorni il cui il nuovo Signore della Russia, Putin, mette in discussione il disarmo, si è ricordato della potenza della preghiera. Di quell’arma più grande delle sue atomiche che gli è stata consegnata vent’anni fa da una ragazzina bosniaca. Ed è andato a deporla davanti all’uomo che per primo lasciò le sue armi per servire il Vero Signore, e non più i servi.

di Giancarlo Giojelli da Tempi 16.04.08