giovedì 1 ottobre 2026

«Non abbandonarci»? Perché la nuova formula del Padre Nostro ferisce la Tradizione



Quante volte, nell’intimità della Santa Messa, vi è capitato di avvertire una strana nota stonata sul finale del Padre Nostro? Quel «non abbandonarci alla tentazione», introdotto di recente nel Messale, continua a suonare alieno a molti fedeli. E non è una questione di pigrizia intellettuale, né una sterile nostalgia per le abitudini del passato. Dietro quella che è stata presentata come una semplice carezza pastorale per l’uomo moderno si nasconde, in realtà, una ferita profonda inferta sia alla fedeltà della Scrittura, sia all’architettura stessa della teologia cattolica.
Cerchiamo di guardare la questione da vicino, con la schiettezza che si deve alle cose sacre, per capire perché questa scelta non è solo discutibile, ma profondamente fuorviante.

Il tradimento della Parola ispirata
Il primo nodo da sciogliere riguarda l'onestà verso il testo. Nei Vangeli di Matteo e di Luca, scritti in greco, l'espressione consegnata da Cristo è καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Il verbo cardine è eisférō, la cui traduzione letterale non lascia spazio a equivoci: significa "introdurre", "condurre dentro", "portare verso". Non esiste alcun dizionario di greco antico che permetta di tradurre questo termine con "abbandonare".
Quando San Girolamo affrontò la monumentale impresa della Vulgata – la traduzione latina della Bibbia dichiarata autentica e priva di errori dogmatici dal Concilio di Trento –, si mantenne rigorosamente fedele all'originale: et ne nos inducas in tentationem. Da qui il nostro secolare «non ci indurre in tentazione».
Sostituendo il verbo originale con "non abbandonarci", non si è compiuta un'opera di traduzione, ma una riscrittura ideologica. Si è preferito sovrapporre un’interpretazione umana alla Parola ispirata da Dio. Ma la liturgia ha il compito di custodire il Testo Sacro, non di correggerlo per renderlo più accomodante.

Il mistero della prova e il silenzio del deserto
La giustificazione avanzata per sostenere il cambiamento è nota: l'idea che un Dio buono non possa spingere i propri figli verso il peccato. Questo argomento, sebbene mosso da un intento rassicurante, finisce per appiattire la complessa profondità della dottrina cattolica, che da sempre distingue tra la volontà positiva di Dio e la Sua volontà permissiva. Dio non desidera il male, ma permette la prova.
I Vangeli sono chiarissimi su questo punto. Subito dopo il Battesimo nel Giordano, Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4,1). È lo Spirito Santo a guidarlo verso quel perimetro di scontro. Nella prospettiva cristiana, infatti, la prova non è un tranello sadico teso dal Creatore, ma il terreno necessario del combattimento spirituale, una scuola di purificazione in cui la fede si tempra.
Con la formula tradizionale chiedevamo: «Padre, non portarci dentro quel combattimento se sai che le nostre forze vacilleranno; non permettere che siamo messi alla prova oltre ciò che possiamo sopportare». Con il nuovo "non abbandonarci", la vertigine di questo totale affidamento alla Provvidenza svanisce, sostituita da un concetto radicalmente diverso.

La lezione di Benedetto XVI: l'umiltà del limite
Su questo crinale teologico, la riflessione più limpida ci è stata lasciata da Papa Benedetto XVI. Nel suo saggio «Gesù di Nazaret», Joseph Ratzinger affrontò la sesta domanda del Padre Nostro rifiutando categoricamente l'idea di alterare le parole di Cristo, e mostrandone invece la straordinaria densità spirituale.
Ratzinger spiegava che il «non ci indurre» è l'invocazione di un figlio che conosce la propria miseria. È il grido di chi dice a Dio:
«So che la mia natura ha bisogno di essere provata per farsi pura. Ma se decidi di aprirmi la strada del deserto, ti prego, commisura la prova alle mie spalle. Tieni salda la fune, non allentare la presa».
Per offrire un'immagine concreta, il Papa emerito evocava il Libro di Giobbe. In quelle pagine, Dio concede a Satana il permesso di mettere alla prova il Suo servo, ma traccia un confine invalicabile: il demonio può colpire i suoi beni e la sua carne, ma non può toccare la sua vita.
Il senso profondo dell'originale risiede precisamente in questo: chiedere a Dio di porre un limite fisso e invalicabile al potere del Maligno. Scegliendo di cancellare il verbo causativo, si è preferito eliminare il problema testuale piuttosto che prendersi la briga di spiegarlo ai fedeli nei banchi.

Lo spostamento della responsabilità
La formula «non abbandonarci alla tentazione» produce anche un sottile ma pericoloso ribaltamento psicologico. Sembra suggerire che il pericolo maggiore per il fedele sia l’inconstanza di Dio, il rischio che il Padre possa improvvisamente voltarsi dall'altra parte e lasciarci soli.
Ma l'abbandono di Dio è un'impossibilità teologica. Cristo ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il problema non è mai la fedeltà del Creatore, ma la fragilità della creatura. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al paragrafo 2846) rammenta che il nucleo della domanda è chiedere di «non permettere di entrare» nella logica del peccato.
Sostituire la drammaticità di questa implorazione con una formula morbida e rassicurante finisce per anestetizzare la percezione della lotta contro il male e ad attutire il senso della responsabilità umana.

Una scelta di fedeltà interiore
La Tradizione della Chiesa non è un relitto archeologico da ammirare con distacco, ma una roccia viva su cui poggiare i piedi. Modificare una preghiera millenaria, pronunciata da generazioni di santi e martiri nella sua forma causativa originale, per inseguire una presunta leggibilità contemporanea, si è rivelato un errore di prospettiva che ha impoverito la liturgia e privato la preghiera della sua necessaria tensione biblica.
L'obbedienza ecclesiale richiede il rispetto delle norme comunitarie, ma l'obbedienza alla Verità storica e teologica custodita per secoli chiede qualcosa di più profondo. Per questa ragione, pur sedendo tra i banchi durante la Messa domenicale, io continuerò a pronunciare e non sottovoce le parole di sempre: «Non ci indurre in tentazione». È il mio modo per non interrompere quel filo invisibile che mi lega alla fede dei padri, per guardare in faccia il mistero della prova e per invocare il Padre sapendo che Lui non mi abbandona, ma che a me spetta il compito di restare vigilante nel glorioso combattimento della vita cristiana.

giovedì 27 agosto 2026

Aborto. Quando la legge pretende di decidere chi è persona


(Il contenuto di questo articolo è tratto da un intervento del professore Daniele Trabucco).

La questione dell’aborto non può essere ridotta al solo diritto della donna di scegliere. Prima di parlare di autodeterminazione, occorre stabilire chi è il soggetto coinvolto nella scelta.

La domanda fondamentale è quindi una sola: che cos’è l’embrione?

1. L’embrione è già un essere umano

Con la fecondazione nasce un nuovo organismo umano, distinto sia dal padre sia dalla madre.

Non si tratta di una semplice massa di cellule che, in un secondo momento, diventerà un essere umano. È già un individuo umano che deve ancora svilupparsi.

La differenza è fondamentale.

Un pezzo di marmo può diventare una statua, ma il marmo non possiede in sé il processo che lo trasformerà nella statua: serve un intervento esterno.

L'embrione, invece, si sviluppa autonomamente secondo la propria organizzazione biologica. Non deve ricevere dall'esterno qualcosa che lo trasformi in un essere umano. È un essere umano che sta attraversando la prima fase del proprio sviluppo.

Per questo embrione, feto, neonato, bambino e adulto non sono esseri diversi. Sono lo stesso individuo umano nelle diverse fasi della sua vita.

2. Lo sviluppo non significa diventare umani

Dire che l'embrione è “in sviluppo” non significa dire che sia “in procinto di diventare umano”.

Significa che è un essere umano che sta sviluppando progressivamente le proprie capacità.

Un neonato non sa parlare, non sa leggere, non ragiona come un adulto e non è autonomo. Nessuno, però, conclude da questo che non sia una persona.

La stessa logica deve essere applicata all'embrione.

La coscienza, la capacità di provare sensazioni, la capacità di ragionare, la relazione con gli altri e l'autonomia non sono ciò che rende umano un individuo. Sono capacità che un individuo umano sviluppa nel corso della propria vita.

La persona viene prima delle sue capacità.

Non è una persona perché è cosciente; è cosciente perché è una persona capace, nel corso del proprio sviluppo, di acquisire e utilizzare quella facoltà.

3. Il concepimento segna l'inizio di un nuovo individuo

Prima della fecondazione esistono due cellule riproduttive appartenenti agli organismi dei genitori.

Con la fecondazione nasce invece un nuovo organismo.

Non è il padre, non è la madre e non è semplicemente la somma delle due cellule precedenti. È un nuovo individuo biologicamente distinto, dotato di una propria continuità di sviluppo.

Da quel momento non occorre aggiungere qualcosa perché diventi umano.

Occorre soltanto che continui a svilupparsi.

La differenza tra embrione e adulto è quindi una differenza di sviluppo, non di natura.

L'adulto non è un essere umano diverso dall'embrione: è lo stesso individuo che ha raggiunto un diverso grado di maturazione.


La ricostruzione in 3D di un bambino alla 32ma settimana di gestazione



4. La legge non può decidere quando una persona esiste

Questo punto porta direttamente al problema giuridico.

La legge può stabilire quali comportamenti siano leciti o illeciti. Può stabilire quando un comportamento debba essere punito e quando non debba esserlo.

Ma la legge non può modificare la realtà dell'essere.

Se un individuo è umano, una norma non può renderlo non umano.

Se una persona esiste, una maggioranza parlamentare non può farla cessare di essere persona semplicemente stabilendo che, in determinate condizioni, non debba essere considerata tale.

La legge può riconoscere una realtà oppure negarla. Non può crearla.

5. Il problema della legge 194

Questo rende particolarmente importante il rapporto tra gli articoli 1 e 4 della legge n. 194 del 1978.

L'articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio.

L'articolo 4 consente però, entro i primi novanta giorni e alle condizioni previste dalla legge, l'interruzione volontaria della gravidanza.

Se il concepito è già un individuo umano, emerge una contraddizione precisa: lo Stato riconosce l'esistenza della vita umana fin dal suo inizio, ma consente in determinate condizioni di interromperla volontariamente.

Il problema, dunque, non è soltanto il conflitto tra due diritti.

È qualcosa di più radicale: lo Stato riconosce una vita umana e contemporaneamente ne ammette la soppressione in determinate circostanze.

6. La legalità non cambia la natura dell'atto

Il fatto che una condotta sia legalmente consentita non cambia ciò che quella condotta è.

Una legge può togliere una sanzione, stabilire un'eccezione o modificare le conseguenze giuridiche di un comportamento.

Non può però cambiare la natura dell'individuo coinvolto.

Se il concepito è un individuo umano, l'interruzione volontaria della sua vita rimane la soppressione deliberata di un individuo umano innocente.

La legge può stabilire che tale atto, in determinate condizioni, non costituisca reato. Non può stabilire che l'individuo soppresso non fosse umano.

Per questo il problema non viene risolto semplicemente definendo l'aborto “legale”.

La legalità riguarda ciò che l'ordinamento permette o vieta. La questione dell'essere umano riguarda invece chi viene coinvolto dall'azione.

7. Anche il linguaggio dei diritti viene dopo

Parlare esclusivamente di “diritto all'autodeterminazione” rischia quindi di saltare il passaggio fondamentale.

Ogni diritto appartiene a qualcuno.

L'autonomia appartiene a una persona. La libertà appartiene a una persona. Il diritto alla vita appartiene a una persona.

Perciò, prima di stabilire quale diritto debba prevalere, bisogna stabilire chi sono i soggetti dei diritti in gioco.

La donna è certamente una persona e possiede diritti.

Ma anche il concepito, se è già un individuo umano, è un soggetto distinto dalla madre.

Non si può quindi risolvere il problema semplicemente dicendo che la donna deve poter decidere sul proprio corpo, perché nell'aborto non è coinvolto esclusivamente il corpo della donna: è coinvolto anche un altro individuo umano.

8. Nessuna maggioranza può stabilire chi è persona

La conseguenza politica è inevitabile.

Una maggioranza può approvare una legge. Può modificarla o abrogarla. Può stabilire quali comportamenti siano punibili e quali no.

Ma non può decidere, attraverso una votazione, che cosa sia un essere umano.

Se l'individuo umano esiste dal concepimento, la sua esistenza non dipende dal riconoscimento dello Stato.

Non diventa persona perché una legge lo dichiara tale e non smette di esserlo perché una legge gli nega protezione.

La persona precede la legge.

La legge, se è giusta, deve riconoscere questa realtà e proteggerla.

Conclusione

Il punto decisivo dell'aborto non è quindi stabilire quale maggioranza politica sostenga la legge 194, né semplicemente discutere quanto debba essere ampia l'autodeterminazione della donna.

Il punto decisivo è stabilire che cosa esiste dal momento del concepimento.

Dal concepimento esiste un nuovo individuo umano. Quell'individuo non diventa umano in una fase successiva: si sviluppa come l'essere umano che già è.

La coscienza, la sensibilità, l'autonomia, la capacità di ragionare e la possibilità di vivere indipendentemente dalla madre compaiono successivamente, ma non costituiscono il fondamento della sua umanità.

L'essere viene prima delle sue capacità.

Di conseguenza, se il concepito è un individuo umano, nessuna legge può trasformare la sua natura. Può stabilire che la sua soppressione sia legalmente consentita in determinate circostanze, ma non può trasformare quella soppressione in qualcosa di diverso da ciò che è: la deliberata eliminazione di un individuo umano innocente.

È questo il punto che viene prima di ogni discussione politica sull'aborto.

La legge può decidere ciò che è legalmente permesso. Non può decidere chi è persona.

(foto dal web)

venerdì 17 luglio 2026

Il Paradiso davanti all'altare

 

                     
La chiesa del Carmelo

   
                       

Un ricordo di grazia, di Eucarestia e di speranza nella vita eterna

Ci sono persone che attraversano la nostra vita senza attirare particolarmente la nostra attenzione. Le incontriamo per anni, magari ogni domenica, le vediamo entrare in chiesa con il passo lento di chi ha già percorso molta strada, le osserviamo mentre recitano il Rosario con le mani raccolte e lo sguardo rivolto a Dio, ma spesso non ci fermiamo davvero a conoscerle. Sono presenze discrete, silenziose, quasi nascoste. Non occupano spazio, non cercano riconoscimenti, non fanno parlare di sé. Eppure, proprio queste anime semplici e fedeli sono spesso quelle che, agli occhi di Dio, hanno un valore immenso.

Noi uomini siamo portati a misurare la grandezza secondo criteri visibili: ciò che appare, ciò che emerge, ciò che lascia un segno nella storia. Dio, invece, guarda nel profondo. Egli vede ciò che rimane nascosto, conosce il peso di ogni preghiera pronunciata nel silenzio, raccoglie ogni atto d'amore compiuto senza che nessuno lo sappia. Ciò che agli occhi del mondo può sembrare piccolo e insignificante, davanti a Lui può avere un valore eterno.

Questa verità l'ho compresa in modo particolare attraverso un'esperienza che ancora oggi custodisco nel cuore come una grazia ricevuta. Non l'ho mai cercata, non ho mai desiderato vivere fenomeni straordinari e, soprattutto, non ho mai fondato la mia fede su di essi. La mia fede nasce da Cristo, dalla Sua Parola, dai Sacramenti e dalla vita della Chiesa. Tuttavia, ci sono momenti in cui il Signore, nella sua infinita libertà e bontà, concede a una persona un segno particolare, non perché ne abbia bisogno, ma perché Egli sa che quel segno potrà accompagnarla nel cammino.

Era un mercoledì mattina quando mia sorella mi disse che una nostra anziana parrocchiana era morta. Era una di quelle tante donne che ogni giorno frequentavano la chiesa con una fedeltà semplice e silenziosa: partecipava alla Santa Messa, recitava il Rosario, viveva la sua fede senza clamore, quasi nascosta agli occhi del mondo.

Quando mia sorella mi parlò di lei, però, accadde una cosa che ancora oggi mi fa riflettere: non riuscivo a ricordarla.

Provai a cercare il suo volto nella memoria, ma non ci riuscii. Pensavo ai tanti volti incontrati in chiesa la domenica, alle tante persone che vedevo sedute nei banchi, e cercavo inutilmente di associare un volto al nome che mia sorella aveva pronunciato. Alla fine rinunciai. Recitai una preghiera per lei e affidai quell'anima al Signore.

Poi la settimana continuò. Gli impegni quotidiani, il lavoro e le tante cose da fare presero il sopravvento e quella notizia, come spesso accade, si perse tra le molte altre vicende della vita. Non ci pensai più.

La domenica successiva decisi di partecipare alla Santa Messa in una chiesa vicina alla mia parrocchia. Era una domenica come tante altre. Nulla lasciava presagire che quel momento sarebbe rimasto impresso nella mia memoria per sempre.

Partecipai alla celebrazione, la Liturgia della Parola, l'Offertorio e arrivò il momento della Comunione. Mi alzai insieme agli altri fedeli e mi misi in fila per ricevere il Corpo di Cristo. Avanzavo normalmente, con il cuore rivolto a quel momento così grande e misterioso che troppe volte non si riesce a vivere pienamente.

Quando fu il momento di trovarmi davanti al sacerdote, accadde qualcosa che ancora oggi faccio fatica a raccontare con parole adeguate. L'immagine del sacerdote scomparve davanti ai miei occhi.




Al suo posto c'era, all'altezza del mio viso, un cerchio dai bordi netti e luminosi e, al centro di quella luce, il volto sorridente di quella stessa anziana parrocchiana di cui mia sorella mi aveva parlato pochi giorni prima. La riconobbi immediatamente.

Fu una cosa sorprendente, perché pochi giorni prima non ero stata nemmeno capace di ricordare il suo volto. Invece, in quel momento, la vedevo con una chiarezza impressionante. Riconobbi i suoi capelli ordinatamente pettinati, il fermaglio che le teneva la frangia, quei particolari semplici che forse avevo visto tante volte senza mai soffermarmi veramente.

Ma ciò che più mi colpì fu il suo sorriso perchè mi resi conto che per quanto cercassi di ricordare, non l'avevo mai vista sorridere durante la sua vita terrena. So soltanto che quel sorriso, in quel momento, aveva qualcosa di indescrivibile. Non era semplicemente la gioia di una persona felice. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che sembrava venire da una realtà completamente diversa dalla nostra.

Il suo volto era circondato da una luce candida e dolce, una luce che non aveva nulla di abbagliante o di inquietante, ma che trasmetteva una pace profonda. Dietro di lei vi era una luminosità che mi ricordava la purezza delle nuvole illuminate dal sole, qualcosa di delicato e allo stesso tempo impossibile da ricondurre alle immagini della nostra esperienza quotidiana.

Durante tutto il tempo che la guardai, lei non parlava. Non pronunciava nessuna parola. Mi guardava dolcemente e semplicemente negli occhi e sorrideva.

Quel momento, nella mia percezione, sembrò durare molto tempo, anche se so bene che nella realtà si trattò soltanto di pochi secondi. Per un lasso di tempo che evidentemente si era straordinariamente dilatato, ebbi la possibilità di guardare quel volto, di osservare quella serenità, quella gioia, quella luce che sembrava avvolgere completamente la scena.

Poi improvvisamente vidi una mano. Era la mano del sacerdote che mi stava porgendo la Santa Eucaristia. In quell'istante l'immagine si dissolse. Rividi il sacerdote davanti a me, ricevetti Gesù nel Santissimo Sacramento e tornai al mio posto tra i banchi con il cuore profondamente turbato e commosso.

Ricordo ancora il pensiero che attraversò la mia mente in quel momento:

"Signora Maria è in Cielo. Dio ha voluto che lo sapessi."

Non fu una conclusione alla quale arrivai dopo una riflessione. Non fu un ragionamento costruito a posteriori. Fu una certezza che nacque immediatamente dentro di me, davanti a ciò che avevo appena visto. E quella certezza, a distanza di anni, non si è mai affievolita.


(continua nella seconda parte)




Il Paradiso davanti all'Altare (seconda parte)


Il mistero dell'Eucaristia e quella inattesa carezza di Dio

Sono trascorsi molti anni da quella domenica, ma il ricordo di ciò che accadde davanti all'Altare è rimasto dentro di me con una chiarezza che il tempo non ha attenuato. Non ho più vissuto un'esperienza simile e, soprattutto, non ho mai desiderato che si ripetesse. Ho sempre pensato, infatti, che il cuore della vita cristiana non sia la ricerca di eventi straordinari, ma la fedeltà quotidiana a Cristo, vissuta attraverso la preghiera, la partecipazione ai Sacramenti e l'appartenenza alla Chiesa. Le esperienze particolari, quando Dio permette che accadano, non possono mai diventare il fondamento della fede, ma soltanto un dono gratuito che il Signore concede secondo i Suoi disegni.

Proprio per questo, con il passare degli anni, ho compreso sempre più chiaramente che ciò che mi accadde non aveva come scopo quello di attirare la mia attenzione su un fenomeno particolare, quasi fosse un evento da custodire per la sua eccezionalità, ma quello di farmi comprendere qualcosa di molto più grande. La vera profondità di quella mattina non stava soltanto nell'avere visto il volto sorridente di quella donna, ma nel fatto che Dio aveva scelto un momento preciso, il più significativo che potesse scegliere: l'istante nel quale stavo per ricevere la Santissima Eucaristia.

Questo particolare mi ha accompagnato per anni e ancora oggi è ciò che maggiormente mi colpisce. Se il Signore avesse voluto semplicemente mostrarmi che quella persona era nella gloria del Cielo, avrebbe potuto farlo in qualsiasi altro momento della mia vita. Avrebbe potuto concedermi quella grazia durante una preghiera personale, durante una riflessione, in un momento apparentemente lontano dalla dimensione religiosa. Invece volle che accadesse proprio mentre ero davanti al sacerdote, nell'attimo che precedeva la Comunione, quando stavo per accostarmi al Mistero più grande della fede cristiana.

Con il tempo ho capito che quella scelta non poteva essere casuale. L'Eucaristia è infatti il luogo nel quale il Cielo e la terra si incontrano; è il Sacramento attraverso il quale Cristo stesso, morto e risorto, si rende realmente presente in mezzo al Suo popolo. Ogni volta che un cristiano si accosta alla Santa Comunione non riceve semplicemente un ricordo, un simbolo o un segno della presenza divina, ma accoglie il Signore stesso, Colui che ha vinto la morte e che ha aperto all'uomo la strada verso la vita eterna.

Forse il Signore volle proprio questo: farmi intuire, attraverso un'immagine che potessi comprendere con la mia sensibilità umana, ciò che la fede già insegna. La donna che vidi era come una testimonianza vivente della destinazione ultima di ogni anima che rimane unita a Cristo; subito dopo, il sacerdote mi avrebbe consegnato proprio Colui che rende possibile quella gloria. Prima mi fu concesso di vedere, per un istante, il frutto della promessa; immediatamente dopo mi veniva donato il principio e la sorgente di quella promessa.

Soltanto con gli anni ho compreso la profondità di quel momento. La visione non era il centro dell'esperienza; il centro era Cristo. Quella donna non era lì per attirare l'attenzione su di sé, ma quasi per indicare una direzione. Il suo sorriso sembrava dire che la vita terrena, quando è vissuta nell'amore di Dio, non termina nel nulla, ma trova il proprio compimento nella gioia eterna. E subito dopo Gesù veniva a me nell'Eucaristia, come a ricordarmi che quella gioia non è un'illusione lontana, ma nasce dall'unione con Lui.

Questo è forse ciò che più mi ha colpito ripensando a quella giornata: Dio non volle soltanto consolarmi mostrandomi che un'anima era in Cielo; volle soprattutto ricordarmi che il Cielo ha un volto e un nome, e che quel volto e quel nome appartengono a Cristo. La signora Maria è nella gloria perché Cristo aveva vinto la morte anche per lei. La sua gioia non nasce da una perfezione umana raggiunta con le proprie forze, ma dal dono della Redenzione ricevuto e custodito durante tutta la sua vita.

Ed è proprio qui che quell'esperienza si collega alla grandezza della vita nascosta. Noi siamo spesso portati a valutare le persone secondo ciò che riescono a realizzare, secondo la loro visibilità, secondo il posto che occupano nella società. Ma il Signore guarda in modo diverso. Egli vede ciò che nessuno vede: le preghiere recitate quando nessuno ascolta, le rinunce offerte nel silenzio, la fedeltà mantenuta anche quando non produce alcun riconoscimento umano.

La signora Maria apparteneva a quella moltitudine di anime semplici che il mondo difficilmente celebra, ma che il Cielo conosce profondamente. La sua vita, apparentemente ordinaria, era stata segnata da una fedeltà che aveva un valore eterno. Andava in chiesa, pregava il Rosario, partecipava alla Santa Messa. Erano gesti che potevano sembrare piccoli agli occhi di chi misura tutto secondo criteri umani, ma erano invece il linguaggio attraverso il quale quell'anima costruiva giorno dopo giorno la propria comunione con Dio.

Da quel momento ho iniziato a guardare con occhi diversi molte delle persone che incontro nelle nostre chiese. Quando vedo un anziano pregare in silenzio, quando noto una persona che partecipa fedelmente alla Messa senza attirare attenzione, mi torna alla mente quella domenica e penso che forse tante delle anime che noi consideriamo semplici e comuni sono invece preziose agli occhi di Dio in una misura che non possiamo nemmeno immaginare.

Racconto questa esperienza con la consapevolezza che nessuno è obbligato ad accoglierla come io l'ho vissuta. La fede della Chiesa non si fonda sulle esperienze private, ma sulla Rivelazione di Dio culminata in Gesù Cristo, nella Sua morte e nella Sua Risurrezione. Tuttavia, proprio perché sono consapevole della solidità della fede ricevuta, non sento di dover ridimensionare ciò che ho visto o trasformarlo in qualcosa di diverso da quello che è stato per me. Sarebbe come negare una grazia che il Signore ha voluto donarmi.

Quello che porto nel cuore non è il desiderio di raccontare una cosa straordinaria, né quello di suscitare curiosità verso il soprannaturale. Ciò che desidero trasmettere è piuttosto la certezza che Dio è infinitamente più grande dei nostri schemi, che la realtà visibile non esaurisce tutto ciò che esiste e che il Signore, quando vuole, può concedere a una creatura un piccolo squarcio della Sua gloria per rafforzarne la fede e orientarne il cuore verso ciò che conta davvero.

Quel giorno, mentre stavo per ricevere la Santa Eucaristia, Dio volle farmi comprendere che il Paradiso non è una semplice consolazione per affrontare la paura della morte, ma la vera destinazione dell'uomo redento da Cristo. Volle mostrarmi che dietro la semplicità di una vita nascosta può esserci una santità conosciuta soltanto da Lui e che ogni Santa Comunione è già un misterioso anticipo di quella comunione eterna alla quale siamo chiamati.

Ancora oggi, quando mi accosto all'altare, porto con me quel ricordo. Non come chi cerca di rivivere un'esperienza straordinaria, ma come chi ha ricevuto una carezza dal Signore e desidera custodirne il significato. La visione è durata pochi istanti, ma il suo insegnamento continua ad accompagnarmi:  Cristo che riceviamo nell'Eucaristia è lo stesso Cristo che accoglie le anime nella gloria, e il Cielo che un giorno speriamo di contemplare già viene incontro a noi ogni volta che, con fede e amore, ci avviciniamo al Suo altare.

Forse è questo il dono più grande che Dio volle affidarmi quella domenica: non soltanto farmi vedere per un momento una realtà celeste, ma farmi comprendere che quella realtà ha già iniziato a farsi presente in quello che è il cuore della Chiesa, proprio lì dove il Signore continua a donarsi agli uomini nel silenzio umile e straordinario della Santa Eucaristia.


(Qui la prima parte)

domenica 5 luglio 2026

Il mio primo pellegrinaggio a Lourdes: dove il cuore impara ad ascoltare

 Tra il silenzio della Grotta, la bellezza del creato e quella pace che solo Dio sa donare.


Ci sono viaggi che si programmano con mesi di anticipo e altri che, pur essendo organizzati nei dettagli, sembrano essere stati preparati da Dio molto prima che noi ne fossimo consapevoli. Il mio primo pellegrinaggio a Lourdes è stato così. Sapevo che sarei arrivata in uno dei luoghi mariani più importanti del mondo, ma non immaginavo che sarei tornata con un cuore diverso.

Quando penso a quei giorni, mi accorgo che il ricordo più vivo non è la Grotta delle Apparizioni e nemmeno la maestosità delle basiliche. È qualcosa di ancora più semplice.

Ricordo perfettamente il momento in cui ho varcato i cancelli del Santuario. Mi aspettavo di essere subito travolta dall'emozione della fede, dall'imponenza dei luoghi sacri, dal continuo pellegrinare di migliaia di persone. Invece, ciò che mi ha colpito per primo è stata la natura.

Provengo da una città di provincia piuttosto anonima, dove il paesaggio è ormai parte della quotidianità e difficilmente riesce a sorprendere. A Lourdes, invece, ho avuto la sensazione di entrare in un luogo custodito dalla creazione stessa. I boschi, i prati, il fiume Gave che scorre con la sua calma rassicurante: tutto sembrava proteggere quel lembo di terra benedetto, quasi fosse un abbraccio silenzioso attorno al luogo scelto dalla Vergine Maria.

Mi sono ritrovata a immaginare la giovane Bernadette percorrere quei sentieri oltre centosessant'anni fa. Quegli alberi, quel fiume, quelle montagne sembravano conservare ancora la memoria della sua storia, delle sue fatiche, della sua umiltà e di quell'incontro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita e quella di milioni di pellegrini.


Solo dopo è arrivato tutto il resto.

È arrivata la pace, quella pace profonda che non dipende dalle circostanze, ma che sembra nascere naturalmente in un luogo dove ogni cosa parla di Dio. È arrivata la preghiera, quasi senza accorgermene, non come un dovere da compiere, ma come la risposta spontanea del cuore davanti a tanta bellezza e a una Presenza che si percepisce, anche nel silenzio. E con esse è arrivato il desiderio di rallentare, di ascoltare, di lasciare che il Signore parlasse alla mia anima.

Poi si arriva davanti alla Grotta.

Avevo immaginato tante volte quel momento, ma quando mi sono trovata lì ogni pensiero è svanito. La Grotta delle Apparizioni non ha bisogno di parole per raccontare ciò che è accaduto. È un luogo che parla da sé. Migliaia di persone passano ogni giorno davanti a quella roccia, eppure ciascuno sembra vivere un incontro personale. Mi sono fermata in silenzio. Non c'era nulla da chiedere, nulla da dimostrare. Solo il desiderio di restare. Di lasciare che fosse Dio a parlare.

Alzando lo sguardo, la grande basilica costruita sopra la Grotta appare come un abbraccio immenso. È sorprendente pensare che l'uomo abbia saputo realizzare un'opera tanto grandiosa senza togliere nulla alla semplicità del luogo scelto dalla Vergine Maria. Anzi, sembra quasi che quella basilica custodisca e protegga il piccolo angolo di roccia dove tutto ebbe inizio.

Una delle cose che più mi ha stupita è stata vedere migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo e, allo stesso tempo, percepire un raccoglimento che raramente ho sperimentato altrove. A Lourdes nessuno sembra avere fretta. Anche quando la folla è numerosa, il silenzio riesce a trovare il suo spazio. Ognuno porta con sé una storia, una croce, una speranza. Eppure nessuno disturba la preghiera dell'altro.

Forse è proprio questo il miracolo più grande di Lourdes: permettere all'anima di riposare.

Durante quei giorni mi sono accorta che stavo facendo qualcosa che nella vita quotidiana riesce sempre più difficile: ascoltare. Ascoltare davvero.

Ascoltare il Signore nel silenzio della Grotta. Ascoltare il mio cuore, senza le distrazioni che spesso lo riempiono. Ascoltare le testimonianze di altri pellegrini, molti dei quali portavano sulle spalle sofferenze ben più grandi delle mie, ma avevano negli occhi una serenità difficile da spiegare.

Ogni giornata era scandita dalla preghiera. La Santa Messa non era semplicemente un appuntamento del programma, ma il centro del pellegrinaggio. Ritrovarsi insieme a migliaia di fedeli, provenienti da Paesi e culture diverse, faceva percepire con forza la bellezza della Chiesa universale.

L'Adorazione Eucaristica è stato uno dei momenti che custodisco più gelosamente nel cuore. Restare davanti a Gesù, nel silenzio, senza dover dire nulla, mi ha fatto comprendere quanto spesso siamo noi a complicare il dialogo con Dio. Lui, invece, aspetta semplicemente che ci fermiamo.

E poi è arrivata la sera della Fiaccolata Mariana.

Quando le luci iniziano ad abbassarsi e migliaia di candele si accendono una dopo l'altra, accade qualcosa di difficile da raccontare. Le voci si uniscono nella preghiera del Rosario e nei canti dedicati alla Vergine. Persone che non si conoscono camminano insieme come un'unica famiglia. In quel momento ho sentito davvero cosa significa appartenere a un popolo unito dall'amore per Gesù e per Maria.

È una sensazione che non si dimentica.

Quando è arrivato il momento di ripartire, mi sono resa conto che il bagaglio più prezioso non era fatto di fotografie o di ricordi materiali. Portavo con me una pace nuova. Non una pace che cancella le difficoltà della vita, ma quella che nasce dall'aver affidato tutto nelle mani di Dio.

Si dice spesso che a Lourdes si torni sempre. Dopo aver vissuto il mio primo pellegrinaggio, oggi capisco il perché. Non si torna semplicemente in un luogo. Si torna in quella parte di sé che, davanti alla Grotta, ha ritrovato il silenzio, la fiducia e la speranza.

Credo che ogni cristiano dovrebbe vivere almeno una volta l'esperienza di un pellegrinaggio a Lourdes. Non perché lì la fede sia diversa da quella che possiamo vivere nelle nostre parrocchie, ma perché in quel luogo tutto aiuta a riscoprirne l'essenziale.

Si parte come semplici viaggiatori e si ritorna pellegrini, con uno sguardo nuovo e un cuore più aperto alla grazia.

Io so soltanto che, tornando a casa, non ho lasciato Lourdes alle mie spalle. L'ho portata con me. Ogni volta che ripenso al silenzio della Grotta, al canto della Fiaccolata, allo scorrere del Gave, ai boschi che sembrano custodire ancora il ricordo di santa Bernadette, sento riaffiorare quella stessa pace che lì ho imparato a conoscere.


Ed è forse questo il dono più grande che Lourdes lascia a chi la visita: il desiderio di tornare. Non per cercare qualcosa di nuovo, ma per ritrovare quella vicinanza a Dio che, attraverso lo sguardo materno di Maria, continua ancora oggi a trasformare il cuore di chi si mette in cammino.



Visuale multimediale della Basilica

Nota dell'autore: 

L'unico appunto di tutto il pellegrinaggio è stato constatare l'assenza degli inginocchiatoi nella Cappella Del Santissimo Sacramento. Come si sia decisa questa scelta mi lascia molto perplessa e triste. Inoltre tutte le sedute, e dico tutte le sedute delle Chiese e Basiliche presenti nel santuario sono scomode.... forse volutamente o forse no, ma questa cosa mi ha colpito. 

domenica 14 giugno 2026

Ricordati di Santificare le Feste

Chiesa di nostra Signora di Bancali

Dei 10 Comandamenti, il terzo è l'unico che utilizza la parola "Ricordati". 

Vediamo come deve essere interpretato.

Il verbo "ricordati" è estremamente significativo sia nel testo originale ebraico sia nell'interpretazione della Tradizione cattolica.

Nel testo di Esodo 20,8 leggiamo:

«Ricordati del giorno di sabato per santificarlo».

L'ebraico usa il verbo זָכוֹר (zākhôr), che significa precisamente "ricorda", "tieni a mente", "fa' memoria". Non è un errore di traduzione: la Bibbia greca dei Settanta traduce con mnēsthēti ("ricordati"), e la Vulgata latina con "Memento", anch'essa "ricordati". La tradizione testuale è quindi unanime.

Perché Dio dice "ricordati"?

Qui entriamo nel significato teologico.

Nella mentalità biblica, il "ricordo" non è un semplice atto psicologico. Quando Dio dice "ricordati", chiede qualcosa di più profondo: fare memoria attiva, rendere presente una realtà salvifica.

Pensiamo ad altri esempi:

  • Israele deve ricordare la liberazione dall'Egitto.
  • Deve ricordare l'Alleanza.
  • Deve ricordare le opere di Dio.

"Ricordare" significa vivere nel presente ciò che Dio ha fatto.

Per questo il Catechismo afferma che il sabato è un memoriale della Creazione e della liberazione dall'Egitto. Non è soltanto un giorno di riposo, ma una memoria viva delle opere divine.

Un'osservazione interessante: solo questo comandamento inizia con "ricordati"

Molti Padri e commentatori hanno notato che il terzo comandamento (quarto nella numerazione ebraica) è l'unico che inizia con "ricordati".

Il motivo tradizionalmente addotto è che questo precetto è particolarmente esposto all'oblio: il lavoro, gli affari e le preoccupazioni quotidiane tendono a occupare tutta la settimana. Perciò Dio ammonisce preventivamente il suo popolo: non dimenticare di riservare un tempo che appartiene a Dio. Un'antica spiegazione riportata nella tradizione catechistica sottolinea proprio che il "ricordati" è un monito continuo contro la dimenticanza delle cose divine.

La lettura dei Padri della Chiesa

I Padri spesso vedono in questo "ricordati" un richiamo a due memorie:

  1. La Creazione: Dio si riposò il settimo giorno.
  2. Il fine ultimo dell'uomo: il riposo eterno in Dio.

Sant'Agostino, ad esempio, collega il riposo sabbatico al "riposo del cuore" che trova pace solo in Dio. Il comandamento non è quindi un semplice obbligo cultuale, ma un richiamo a ricordare continuamente il nostro destino soprannaturale.

E per i cristiani?

La Chiesa insegna che il precetto morale permane, ma viene vissuto nella Domenica, il giorno della Risurrezione di Cristo. Il Catechismo conserva tuttavia la formulazione biblica originaria:

«Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»,

e spiega che la domenica cristiana raccoglie e porta a compimento il significato del sabato come memoriale delle opere di Dio e della nuova creazione inaugurata dalla Risurrezione.

Dal punto di vista della Tradizione e del Magistero possiamo dunque interpretare questo termine secondo alcuni elementi specifici:

  • "Ricordati" è la traduzione corretta dell'ebraico zākhôr.
  • Non significa semplicemente "non dimenticare".
  • Indica una memoria attiva e liturgica, tipica della Bibbia.
  • Richiama la Creazione, l'Alleanza e la salvezza operata da Dio.
  • Sottolinea che il tempo consacrato a Dio tende facilmente a essere trascurato dall'uomo.
  • Per i cristiani, questo "ricordati" trova il suo compimento nella santificazione della Domenica, memoriale della Risurrezione.

Si può dire che Dio non dice semplicemente: "santifica il giorno santo", ma prima ancora: "non dimenticare chi sei, da dove vieni e a Chi appartiene il tuo tempo". Questa sfumatura è precisamente ciò che il verbo "ricordati" aggiunge al comandamento.