domenica 4 ottobre 2026

San Francesco d’Assisi: tutto in lui parla di Cristo

 

La vita del Poverello d’Assisi, la sua vocazione nella Chiesa e il suo amore per ogni creatura, ricondotti alla sorgente dalla quale tutto ebbe origine: l’incontro con Cristo e il desiderio di vivere integralmente il suo Vangelo.

Per comprendere Francesco bisogna tornare a Cristo

Tra le figure della storia cristiana che più facilmente sono state accolte, reinterpretate e, talvolta, trasformate secondo le sensibilità delle diverse epoche, san Francesco d'Assisi occupa certamente un posto singolare. Il suo nome è conosciuto ben oltre i confini della Chiesa, la sua immagine è familiare anche a chi non pratica la fede e molti degli aspetti della sua vita sono diventati patrimonio di un immaginario universale nel quale Francesco appare come l'uomo della povertà, della fraternità, della pace, degli animali e della natura. Tutto questo contiene elementi autentici della sua esperienza, ma rischia di diventare fuorviante quando tali elementi vengono separati dalla sorgente dalla quale scaturirono e trasformati in categorie autonome, quasi che Francesco fosse stato, molti secoli prima della loro nascita, un sostenitore dell'ambientalismo, dell'animalismo o del pacifismo intesi secondo il significato che queste parole hanno assunto nel mondo contemporaneo.

Il problema non consiste nel negare l'amore di Francesco per il creato, la sua attenzione verso gli uomini, il suo desiderio di pace o la sua particolare familiarità con le creature; al contrario, proprio questi aspetti della sua vita possono essere compresi in tutta la loro profondità soltanto quando vengono ricondotti alla loro origine. Francesco non ama la natura perché ha elaborato una concezione ecologica del mondo, così come non ama gli animali perché abbia sviluppato una particolare ideologia sulla loro condizione e non cerca la pace semplicemente perché rifiuta ogni forma di conflitto. Egli guarda il creato, gli uomini e la propria stessa esistenza alla luce di una realtà che per lui precede e illumina ogni altra cosa: Cristo. È da Cristo che Francesco parte, ed è a Cristo che ogni cosa ritorna. Il suo rapporto con la povertà, con i lebbrosi, con i fratelli, con i musulmani che incontra, con la Chiesa, con l'Eucaristia, con il Crocifisso e persino con il sole, l'acqua, il fuoco e la terra non può essere compreso se si perde di vista questa origine. Francesco non è semplicemente un uomo che ha amato molte cose; è un uomo che, dopo aver incontrato Cristo, ha imparato a guardare ogni cosa alla luce di Lui. Per questo, se vogliamo comprendere veramente il Poverello d'Assisi, dobbiamo avere il coraggio di liberarlo dalle immagini che gli abbiamo sovrapposto e tornare alla domanda essenziale: chi era Cristo per Francesco?

Una vita iniziata come risposta a una chiamata

Francesco non nacque santo e non trascorse la giovinezza cercando deliberatamente quella radicale povertà che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua esistenza. Era figlio di un ricco mercante di Assisi e, come molti giovani del suo tempo, conosceva il desiderio della gloria, il fascino della vita cavalleresca e l'ambizione di conquistare un posto importante nel mondo. La sua conversione fu dunque un cammino nel quale le aspirazioni iniziali vennero progressivamente attraversate e trasformate da un'iniziativa divina che Francesco stesso, molti anni più tardi, avrebbe ricordato con parole di grande semplicità.

Nel suo Testamento, infatti, Francesco non presenta la propria conversione come il risultato di un progetto elaborato autonomamente, ma la racconta come un'opera nella quale Dio stesso lo aveva condotto. Parlando del periodo della sua vita nel quale la presenza dei lebbrosi gli appariva particolarmente difficile da accettare, scrive: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza», e poco dopo aggiunge: «E il Signore stesso mi condusse tra loro».

Queste parole sono preziose perché ci permettono di entrare nel cuore della sua esperienza. Francesco riconosce che, dietro il cammino che lo conduceva lontano dalle sue antiche aspirazioni, vi era una chiamata che veniva da Dio. Ciò che egli avrebbe compreso progressivamente era dunque che la santità non consiste anzitutto nel costruire se stessi secondo un ideale personale, ma nel lasciarsi raggiungere da Dio e nel permettere alla sua grazia di trasformare il proprio modo di vedere, di desiderare e di vivere. Anche l'episodio dell'incontro con il lebbroso acquista, in questa prospettiva, un significato molto più profondo di quello che potrebbe avere se lo leggessimo soltanto come una storia di solidarietà verso gli emarginati. Francesco racconta che ciò che prima gli sembrava amaro gli fu trasformato in dolcezza, e questa trasformazione interiore è uno dei segni più evidenti della sua conversione: non è semplicemente cambiata la realtà esterna, ma è cambiato lo sguardo con il quale egli la contempla. Il povero che prima suscitava ripugnanza diventa un fratello; l'uomo che prima era percepito come qualcuno da evitare diventa una persona da accogliere. Francesco comincia così a comprendere che, quando Cristo entra realmente nella vita di un uomo, non gli offre soltanto nuove idee, ma gli dona un cuore capace di riconoscere nell'altro una presenza che prima non riusciva a vedere.

Francesco e la Chiesa

Questo cammino di conversione conduce Francesco verso una forma di vita che non vuole essere separata dalla Chiesa, ma vissuta pienamente al suo interno. È importante ricordarlo perché, nel corso del tempo, la sua figura è stata talvolta utilizzata per costruire l'immagine di un uomo spirituale che avrebbe trovato la propria autenticità contrapponendosi alle istituzioni ecclesiastiche del suo tempo. Una simile interpretazione, però, non rende ragione della sua vicenda. Francesco non fonda una religione alternativa, non propone un cristianesimo costruito secondo la propria sensibilità personale e non considera la Chiesa un ostacolo alla purezza del Vangelo. Quando comprende di essere chiamato a una vita evangelica radicale, cerca piuttosto di sottoporre la propria esperienza al discernimento e all'autorità della Chiesa, chiedendo che la forma di vita che sta nascendo attorno a lui venga riconosciuta e accolta. Questo atteggiamento non è un elemento secondario della sua spiritualità, ma ne costituisce una parte essenziale. Francesco vuole seguire Cristo e proprio per questo vuole vivere nella Chiesa di Cristo; desidera osservare il Vangelo e, proprio per questo, non ritiene di poter trasformare la propria esperienza personale in una misura superiore alla comunione ecclesiale. La sua radicalità non nasce dunque dalla ribellione, ma dall'obbedienza, e la libertà che ricerca non è la libertà da ogni vincolo, bensì quella libertà interiore che gli permette di appartenere interamente a Dio. La sua vita mostra così una realtà che la sensibilità moderna tende talvolta a separare: è possibile vivere una radicale esigenza evangelica senza uscire dalla Chiesa, e anzi proprio la comunione con la Chiesa può diventare il luogo nel quale una radicalità autenticamente cristiana trova la propria forma e il proprio orientamento.

Prendere sul serio il Vangelo

Francesco non fu un uomo che si limitò ad ammirare il Vangelo, né uno di quegli uomini religiosi che cercano nella Scrittura un insieme di insegnamenti morali da applicare secondo le proprie possibilità. Egli volle prendere sul serio le parole di Cristo e lasciarsi plasmare da esse fino al punto che il Vangelo diventasse la forma concreta della sua esistenza.

La povertà, in questo senso, non può essere separata dalla sequela di Cristo. Francesco non sceglie di vivere poveramente perché considera la ricchezza in quanto tale un male o perché intende proporre un programma sociale; egli vuole liberarsi di ciò che potrebbe impedirgli di appartenere totalmente a Cristo e desidera conformare la propria vita a quella del Signore che ha scelto la via dell'umiltà e della povertà. È questo che conferisce alla sua povertà una profondità che non può essere ridotta a un ideale sociale. Francesco non vuole semplicemente avere meno; vuole appartenere di più. Non vuole possedere meno cose per sentirsi più libero in senso individuale, ma desidera essere libero per seguire Cristo senza riserve. La povertà francescana, dunque, non può essere separata dall'amore. Se Francesco lascia ciò che possiede, lo fa perché ha trovato qualcosa che considera infinitamente più prezioso; se rinuncia alle sicurezze del mondo, è perché vuole affidarsi a una sicurezza diversa, quella della Provvidenza e dell'appartenenza a Dio.

Una vocazione missionaria

La stessa logica permette di comprendere un aspetto della sua vita che rischia di essere oscurato dall'immagine del santo contemplativo e amante della natura: Francesco fu profondamente animato dal desiderio di evangelizzare. La sua vita non è una fuga dal mondo, ma un movimento verso il mondo, perché chi ha incontrato Cristo non può considerare la fede come una realtà privata da custodire soltanto per sé. Francesco comprende che il Vangelo è una buona notizia destinata a tutti e che il compito dei cristiani è quello di portarlo agli uomini, non soltanto attraverso le parole, ma attraverso una vita capace di rendere visibile ciò che annuncia. I frati che si raccolgono attorno a lui non costituiscono semplicemente una comunità dedita alla preghiera o alla vita fraterna; sono uomini che devono essere disponibili ad andare là dove il Vangelo li conduce. La fraternità francescana nasce quindi con una dimensione missionaria che appartiene alla sua stessa natura.



“Fedeli e infedeli”: l’orizzonte universale della missione

Il desiderio di Francesco di portare il Vangelo oltre i confini della cristianità non nasce da un interesse per l’esotico, né dal semplice desiderio di incontrare uomini appartenenti a una cultura e a una religione differenti. Esso nasce dalla convinzione, profondamente radicata nella sua vocazione, che Cristo debba essere annunciato anche a coloro che ancora non lo conoscono e che la salvezza offerta dal Vangelo non possa essere considerata un bene riservato soltanto a coloro che già appartengono alla Chiesa. È precisamente per questo che Francesco desidera raggiungere i «Saraceni e altri infedeli» e che, nel corso della sua vita, tenta più volte di recarsi presso di loro, fino a giungere nel 1219 davanti al sultano d’Egitto, al-Malik al-Kamil, nel pieno della guerra tra l’esercito crociato e quello musulmano.

La testimonianza più importante per comprendere il significato di questa missione è tuttavia lo stesso testo scritto da Francesco nella Regola non bollata, dove il capitolo XVI è dedicato proprio ai frati che intendono recarsi «tra i Saraceni e gli altri infedeli». Francesco vi prescrive anzitutto che essi non provochino «liti né contese», ma sappiano vivere in mezzo a quelle popolazioni con umiltà, confessando di essere cristiani; subito dopo, però, indica una seconda modalità, che rende esplicita la finalità evangelizzatrice della presenza francescana: «quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio», affinché gli uomini ai quali si rivolgono «credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo» e siano «battezzati e divengano cristiani» (Regola non bollata, XVI, 5-7).

Queste parole non lasciano molto spazio a interpretazioni che riducano la missione francescana a una semplice testimonianza di convivenza pacifica o a un incontro fondato sulla reciproca valorizzazione delle differenze religiose. La pace, la mitezza e il rifiuto della violenza appartengono certamente al modo nel quale Francesco vuole che il Vangelo sia annunciato, ma non costituiscono il fine ultimo della missione. Il fine è l’annuncio della verità cristiana: che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, che il Figlio è Redentore e Salvatore e che l’uomo è chiamato a rinascere mediante l’acqua e lo Spirito Santo. Francesco non separa dunque la carità dall’evangelizzazione, né considera l’una un’alternativa all’altra; proprio perché desidera il bene eterno di coloro che incontra, desidera che anch’essi conoscano Cristo.

È in questa prospettiva che deve essere compreso anche il viaggio verso il sultano. Tommaso da Celano racconta che, nel tredicesimo anno della sua conversione, Francesco si recò verso la Siria e non ebbe timore di presentarsi davanti al sultano dei Saraceni, affrontando anche coloro che «insultavano la legge cristiana» e parlando davanti al sovrano con grande fermezza. Il racconto di Celano non presenta quindi Francesco come un semplice viaggiatore che cerca un incontro umano con il rappresentante di un’altra civiltà, ma come un uomo che porta con sé la propria fede e che desidera annunciare ciò in cui crede, tanto che il biografo conclude l’episodio osservando che il Signore non gli concesse allora di vedere compiuto il suo desiderio. (Vita prima, XX, 57).

La tradizione biografica successiva, soprattutto attraverso san Bonaventura, esplicita ulteriormente ciò che era già presente nella testimonianza di Celano. Nella Legenda maior il viaggio di Francesco verso i musulmani viene inserito nel quadro del suo ardente desiderio di offrire la propria vita per la diffusione della fede nella Trinità, e l’incontro con il sultano viene descritto come un momento nel quale Francesco annuncia con fermezza «Dio uno e trino» e «Gesù Cristo, Salvatore di tutti». Non si tratta, dunque, di attribuire a Francesco una mentalità estranea al suo tempo, né di trasformarlo in un precursore delle categorie religiose contemporanee: al contrario, per comprenderlo è necessario prendere sul serio ciò che egli stesso scrive e ciò che le fonti più antiche raccontano della sua missione.

Questo non significa che Francesco concepisca l’evangelizzazione come una forma di imposizione religiosa o come una conquista ottenuta attraverso la forza. Proprio qui sta una delle caratteristiche più significative della sua missione: egli vuole portare Cristo agli infedeli, ma vuole farlo secondo la forma evangelica della testimonianza, dell’umiltà, della povertà e, se necessario, del martirio. La Regola non bollata mette insieme queste due dimensioni che oggi vengono spesso artificialmente contrapposte: da una parte ordina ai frati di non fare «liti né contese» e di sottomettersi «ad ogni creatura umana per amore di Dio»; dall’altra stabilisce con altrettanta chiarezza che, quando sarà opportuno, essi dovranno annunciare la Parola affinché coloro che l’ascoltano "credano, siano battezzati e divengano cristiani".



Francesco va incontro al sultano come miles Christi, mosso dalla carità e dalla fede nella Trinità, disposto a rischiare la vita pur di portare la propria testimonianza cristiana. Non è dunque un caso che san Bonaventura, narrando questo episodio, intitoli il capitolo proprio De fervore caritatis et desiderio martyrii: Francesco non si presenta davanti al sultano semplicemente per incontrare un uomo di fede diversa, ma perché arde del desiderio di testimoniare Cristo, fino alla disponibilità suprema a donare la propria vita. 

«Ardendo ancora nel fuoco della carità, per la fede nella Trinità e per la diffusione del proprio sangue, tentò per la terza volta di recarsi tra gli infedeli. [...] Nell’anno tredicesimo della sua conversione, dirigendosi verso la Siria, si espose con costanza a molti pericoli, per poter giungere alla presenza del Sultano di Babilonia. [...] E così, il soldato intrepido di Cristo Francesco, sperando di poter raggiungere finalmente il suo proposito, si mise in cammino, non atterrito dal timore della morte, ma spinto dal desiderio del martirio.» — San Bonaventura, Legenda maior, IX, 7, 1-5.

La mitezza, pertanto, non sostituisce l’annuncio, così come il rispetto della persona non comporta per Francesco la rinuncia alla verità della fede. Il cristiano deve avvicinarsi all’infedele senza odio e senza violenza, ma proprio perché lo ama non può considerare indifferente il fatto che egli conosca o non conosca Cristo. In Francesco la missione nasce precisamente da questa certezza: se Gesù Cristo è realmente il Redentore e il Salvatore, allora annunciare Cristo a chi non lo conosce non significa sottrarre qualcosa all’altro, ma desiderare per lui il bene più grande che il cristiano conosce. Per questo Francesco è disposto a mettersi in cammino verso i musulmani, a esporsi al pericolo e persino a desiderare il martirio: non per affermare se stesso, non per ottenere una vittoria personale e nemmeno per costruire una contrapposizione culturale, ma perché vuole che anche coloro che sono lontani dalla fede cristiana possano giungere alla conoscenza di Cristo e alla salvezza che Egli offre.

Il viaggio al sultano acquista così il suo autentico significato soltanto quando viene ricondotto al centro della vita di Francesco: Cristo. È Cristo che lo spinge verso i poveri, Cristo che lo conduce tra i lebbrosi, Cristo che lo porta a vivere radicalmente il Vangelo e Cristo che lo spinge anche verso i popoli non cristiani. La sua apertura verso l’altro non nasce quindi dall’indifferenza nei confronti della verità religiosa, ma dall’esatto contrario: dalla certezza che la verità di Cristo è così grande e il bene della sua salvezza così prezioso da dover essere annunciato anche a coloro che ancora non lo conoscono. In questo senso, la missione verso i «Saraceni e gli altri infedeli» non costituisce un episodio marginale della sua vita, ma una delle espressioni più coerenti della sua radicale appartenenza a Cristo e della sua volontà di vivere fino in fondo il mandato evangelico.

“Andate e fate discepoli tutti i popoli”

Alla radice di questa tensione missionaria vi è il comando stesso di Cristo agli apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste parole permettono di comprendere perché non sia sufficiente descrivere Francesco come un uomo che desiderava rendere il mondo più fraterno, più pacifico o più rispettoso della natura. Tutto questo appartiene alla sua vita, ma non ne costituisce il centro. Il centro è la missione ricevuta da Cristo e vissuta nella Chiesa. Francesco desidera che gli uomini conoscano Gesù Cristo, che si convertano, che entrino nella vita della Chiesa e che ricevano la grazia dei sacramenti. Non gli interessa soltanto trasmettere un sistema di valori, perché il cristianesimo non è, per lui, un insieme di valori astratti: è l'incontro con una Persona, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la salvezza del mondo. È proprio per questo che la sua fraternità non può essere ridotta a una generica fraternità universale nella quale tutte le differenze vengono semplicemente cancellate. Francesco desidera incontrare ogni uomo perché ogni uomo è chiamato a conoscere Cristo. La sua apertura verso l'altro non nasce dall'indifferenza nei confronti della verità, ma dalla convinzione che la verità cristiana sia un dono da offrire con umiltà e carità.

Il creato visto con gli occhi del credente

Solo a questo punto possiamo comprendere adeguatamente il rapporto di Francesco con il creato. È certamente vero che Francesco amava profondamente le creature e che il suo linguaggio, soprattutto nel Cantico delle creature, attribuisce al sole, alla luna, all'acqua, al fuoco e alla terra il nome di fratelli e sorelle. Tuttavia, per comprendere questo linguaggio, dobbiamo evitare di trasferirvi significati che appartengono alla nostra epoca e ascoltare invece la logica interna della sua fede. Francesco non confonde mai il Creatore con le creature. Il sole non è una divinità, l'acqua non è una presenza sacra autonoma, la terra non è un'entità da adorare. Tutto è creatura e, proprio perché creatura, tutto può diventare motivo di lode verso olui dal quale ogni cosa proviene. Il Cantico delle creature comincia infatti con la lode rivolta a Dio: «Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so' le laude, la gloria e l'onore et onne benedictione». Il centro non è dunque la natura, ma il Signore. Le creature sono chiamate fratelli e sorelle perché appartengono all'ordine della creazione e perché, contemplandole, Francesco riconosce la bontà, la bellezza e la grandezza del Creatore. Il suo sguardo non si arresta alla creatura, ma attraverso la creatura risale a Dio. La natura diventa così un libro nel quale il credente può leggere le tracce della presenza divina, non perché Dio si identifichi con il mondo, ma perché il mondo porta impressa la memoria di colui che lo ha creato.

Quando Francesco parla di fratello Sole e di sorella Luna, non sta semplicemente attribuendo sentimenti umani agli elementi naturali; sta esprimendo una visione nella quale l'intera creazione appare raccolta in un'unica grande fraternità creaturale davanti a Dio. Il sole è fratello perché è creatura dello stesso Signore che ha creato Francesco. L'acqua è sorella perché è dono di Dio. Il fuoco è fratello perché partecipa alla bontà della creazione. La terra è madre perché da essa l'uomo riceve il nutrimento e verso di essa ritorna. Persino la morte può essere chiamata sorella, perché Francesco la contempla alla luce della fede cristiana e non come l'ultima parola sull'esistenza. La morte rimane una realtà dolorosa, ma per chi appartiene a Cristo può essere attraversata nella speranza della vita eterna. In questa prospettiva, l'amore francescano per il creato non potrà mai essere considerato una forma primitiva di ambientalismo, né può essere separato dalla fede nella creazione e nella redenzione. Francesco ama ciò che Dio ha creato perché ama Dio, e proprio per questo riconosce nelle creature un dono che non gli appartiene in modo assoluto, ma che deve essere accolto con gratitudine e restituito nella lode.

Il povero e il lebbroso: vedere Cristo nell'uomo

Lo stesso vale per il rapporto di Francesco con i poveri e con gli emarginati. È facile descriverlo come un uomo che, con grande sensibilità umana, si mise dalla parte degli ultimi. Ma questa descrizione, pur non essendo falsa, rimane incompleta se non spiega perché egli arrivò a vivere in quel modo. Francesco riconosce Cristo nel povero. Il lebbroso non è soltanto una persona socialmente esclusa; è un uomo nel quale Francesco impara a incontrare il Signore. È proprio questo incontro che trasforma ciò che prima gli appariva amaro in dolcezza. La carità francescana nasce dunque dall'Incarnazione. Se il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne e si è fatto uomo, allora ogni uomo acquista agli occhi del cristiano una dignità che non può essere cancellata dalla povertà, dalla malattia, dal peccato o dall'emarginazione. Francesco non ama il povero perché vuole sostituire la fede con l'impegno sociale. Lo ama perché ha incontrato Cristo povero, umile e crocifisso.


Il Crocifisso e il desiderio di conformarsi a Cristo

Tutta la vita di Francesco conduce verso il Crocifisso. Il suo desiderio più profondo non è quello di diventare semplicemente un uomo buono, né quello di essere ricordato come un esempio di virtù. Egli desidera conformarsi a Cristo, fino a condividere, per quanto gli è possibile, la forma della sua vita e della sua Passione. La sua esperienza alla Verna e la ricezione delle stimmate rappresentano il punto culminante di questa conformazione. Il corpo di Francesco porta i segni della Passione, come se la contemplazione del Crocifisso fosse diventata una realtà inscritta nella sua stessa carne. Questo particolare è essenziale per comprendere quanto fosse cristocentrica la sua spiritualità. Francesco non cerca semplicemente un ideale di perfezione morale, ma desidera appartenere al Crocifisso e lasciarsi trasformare da Lui. È davanti a Cristo che comprende la povertà, il servizio, l'umiltà, il sacrificio, la fraternità e la missione. Tutto ritorna a quel volto.


L'Eucaristia e l'amore per la Chiesa

Accanto al mistero dell’Incarnazione e alla contemplazione di Cristo Crocifisso, vi è un altro centro essenziale della spiritualità di Francesco, senza il quale sarebbe difficile comprendere fino in fondo la sua appartenenza alla Chiesa: il mistero della Santissima Eucaristia. Per Francesco, infatti, Cristo non è una figura appartenente al passato, un grande maestro spirituale da imitare o semplicemente un modello morale al quale conformare la propria vita. È il Figlio di Dio vivo, morto e risorto per la salvezza degli uomini, che continua a rendersi realmente presente e a donarsi alla sua Chiesa nel Sacramento dell’Altare. La sua fede eucaristica è perciò intimamente legata alla sua fede nell’Incarnazione: lo stesso Signore che un giorno si è degnato di assumere la nostra carne nel grembo della Vergine continua, per amore dell’uomo, a umiliarsi e a venire incontro a lui sotto le umili apparenze del pane e del vino.

Francesco esprime questa convinzione con parole di straordinaria forza nella Prima Ammonizione, quando afferma che coloro che vedono il Sacramento consacrato dalle mani del sacerdote e non riconoscono, secondo lo spirito e la divinità, «che sia veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo» non comprendono ciò che accade sull’altare. E subito dopo pronuncia una delle affermazioni più significative della sua spiritualità eucaristica: «ogni giorno egli si umilia [...] ogni giorno viene a noi in umili apparenze; ogni giorno discende dal seno del Padre [...] sull’altare nelle mani del sacerdote». Per Francesco, dunque, l’Eucaristia è inseparabile dal mistero dell’abbassamento di Cristo: Colui che si è fatto uomo, che ha scelto la povertà, che si è consegnato sulla Croce, continua a rendersi presente nell’umiltà del Sacramento per incontrare l’uomo e donarsi a lui.

Questa contemplazione dell’Eucaristia permette di comprendere anche un aspetto che oggi rischiamo facilmente di perdere: il carattere concreto e reale della fede di Francesco. Egli non si accontenta di parlare genericamente della presenza di Dio nel mondo, nella coscienza o nella natura, perché il suo sguardo torna continuamente a Cristo e al modo concreto nel quale Cristo ha scelto di rimanere con la sua Chiesa. Il Signore è presente nell'Eucaristia e viene ricevuto dai fedeli attraverso il ministero sacerdotale; per questo Francesco non può concepire una spiritualità autenticamente cristiana separata dalla Chiesa, dai suoi sacramenti e da coloro ai quali Cristo ha affidato il ministero sacramentale. Proprio per questo l'Eucaristia costituisce anche una risposta alla solitudine spirituale dell'uomo moderno. In una cultura che tende a concepire la fede come un'esperienza privata, costruita secondo le convinzioni personali e vissuta indipendentemente dalla comunità ecclesiale, Francesco indica invece un cristianesimo nel quale Cristo si riceve, si adora e si incontra nella Chiesa. Il credente non si dà da sé il Cristo che desidera, ma riceve il Cristo "dalla Chiesa"; non costruisce autonomamente il proprio rapporto con Dio, ma entra nella comunione sacramentale nella quale il Signore stesso continua a donarsi.

Una fraternità che nasce dalla paternità di Dio

Anche la fraternità francescana, così spesso celebrata in termini puramente umanistici, acquista il suo vero significato quando viene ricondotta alla fede. Francesco chiama fratello il sole e sorella l'acqua perché riconosce un unico Creatore; chiama fratello il povero e il lebbroso perché riconosce nell'uomo una creatura amata da Dio; cerca la pace perché sa che tutti gli uomini sono chiamati alla riconciliazione con il Padre. La fraternità non nasce quindi dall'eliminazione delle differenze, ma dal riconoscimento di una comune origine e di una comune destinazione. Non significa affermare che tutte le religioni siano uguali, né che la verità non abbia importanza. Francesco può incontrare con rispetto anche chi non conosce Cristo proprio perché desidera che quell'uomo possa conoscere Cristo. La sua carità non cancella la verità, ma rende possibile annunciarla senza superbia.

Un santo che il mondo ha interpretato molte volte

È comprensibile che, nel corso dei secoli, uomini appartenenti a culture diverse abbiano riconosciuto in Francesco qualcosa di universale. La sua semplicità, la sua fraternità, il suo amore per il creato e la sua capacità di incontrare persone diverse da lui possono parlare a uomini di ogni epoca. Ma proprio questa universalità comporta un rischio: quello di trasformare Francesco in uno specchio nel quale ogni epoca vede riflesso ciò che desidera trovare. Il nostro tempo può leggere in lui l'ambientalista, il pacifista, l'animalista, il riformatore sociale o l'uomo del dialogo universale. Altri tempi hanno visto in lui altre figure ancora. Eppure Francesco sfugge a tutte queste riduzioni perché la sua identità non nasce da una categoria umana. Nasce da una vocazione e da una precisa chiamata da parte del Signore. E quella vocazione ha un centro preciso: seguire Cristo nella Chiesa, vivere il Vangelo nella sua radicalità e annunciarlo agli uomini.

Tutto in lui conduce a Cristo

A questo punto diventa possibile comprendere anche il senso più autentico della relazione di Francesco con il mondo creato, perché il suo sguardo non si ferma mai alle realtà che incontra, ma attraverso di esse risale continuamente a Dio e al mistero di Cristo: contemplando il sole, egli riconosce la grandezza e la bellezza del Creatore, mentre nell’acqua, nel fuoco, nella terra e nelle altre creature riconosce i doni attraverso i quali la bontà di Dio si manifesta all’uomo; quando poi incontra il lebbroso, comprende che proprio attraverso quell’uomo il Signore lo sta conducendo verso un fratello che fino a poco tempo prima gli era estraneo e ripugnante, mentre nel povero riconosce colui che richiama alla sua memoria Cristo stesso, il Figlio di Dio che ha scelto di farsi povero per noi. Anche nell’incontro con il musulmano il suo sguardo rimane rivolto a Cristo, perché non si limita a riconoscere nell’altro una persona appartenente a una cultura e a una fede differenti, ma desidera che anch’egli possa conoscere il Vangelo e giungere alla fede in Gesù Cristo, Salvatore degli uomini. Quando contempla il Crocifisso, Francesco non vede soltanto un’immagine capace di suscitare commozione, ma riconosce il Signore che ha dato la propria vita per la salvezza del mondo e desidera conformarsi a Lui; quando contempla il Bambino di Betlemme, si lascia conquistare dal mistero dell’Incarnazione, riconoscendo in quel Bambino il Figlio eterno di Dio che ha assunto la nostra carne; e quando si accosta all’Eucaristia, sa di trovarsi davanti a quello stesso Cristo realmente presente, il Signore vivo che continua a donarsi alla sua Chiesa sotto le umili apparenze del pane e del vino. Per questo, quando Francesco entra in una chiesa, non entra semplicemente in un edificio consacrato né soltanto in un luogo nel quale si riuniscono i cristiani: entra in un luogo nel quale sa che è presente il suo Signore, realmente e corporalmente, custodito nel Sacramento dell’Altare; davanti al tabernacolo egli riconosce la presenza di Gesù Cristo e per questo si ferma, adora, prega e rende grazie, consapevole che Colui che un giorno ha incontrato nel Vangelo e che ha contemplato sulla Croce è lo stesso Signore che continua a rimanere in mezzo agli uomini nell’Eucaristia. È dunque sempre Cristo il punto verso il quale converge il suo sguardo: Cristo contemplato nella creazione attraverso le sue creature, Cristo incontrato nel povero e nel lebbroso, Cristo annunciato a coloro che ancora non lo conoscono, Cristo adorato sulla Croce, Cristo contemplato nel mistero della sua Incarnazione, Cristo realmente presente nell’Eucaristia e custodito nel tabernacolo della sua Chiesa. Tutto in Francesco conduce a Cristo, perché Cristo è il centro dal quale ogni cosa riceve il proprio significato e verso il quale ogni cosa, nel suo sguardo, ritorna.

È Cristo l'origine.

È Cristo il centro.

È Cristo il fine.

Per questo non possiamo comprendere Francesco se lo separiamo dalla sua fede cristiana e cattolica, così come non possiamo comprendere il suo amore per il creato se lo separiamo dalla fede nel Creatore.

Francesco non è lontano da noi

Forse è proprio per questo che san Francesco continua a essere così attuale, anche se la sua attualità non consiste nel renderlo simile a noi. Al contrario, Francesco ci è utile proprio quando ci costringe a uscire dalle nostre categorie e a confrontarci nuovamente con l'esigenza radicale del Vangelo. Ci ricorda che la fede non può essere ridotta a un insieme di valori condivisibili anche senza Cristo, perché il cristianesimo nasce dall'incontro con una Persona. Ci ricorda che la carità non può essere separata dalla verità. Ci ricorda che la pace non può essere costruita soltanto attraverso formule umane, ma deve cominciare dalla conversione del cuore. Ci ricorda che il creato non è Dio e che proprio per questo può essere amato con gratitudine, rispetto e meraviglia. Ci ricorda che il povero non è soltanto qualcuno da assistere, ma un fratello nel quale possiamo incontrare Cristo. E soprattutto ci ricorda che la Chiesa non è un elemento accidentale della vita cristiana, ma il luogo nel quale Cristo continua a vivere e a chiamare uomini e donne alla santità e alla missione.

Il santo che ci insegna a guardare ogni cosa con occhi nuovi

San Francesco d'Assisi non ci consegna quindi una semplice lezione sul modo di rapportarci alla natura, né un programma sociale, né una teoria sulla pace e nemmeno un modello di fraternità separato dalla fede. Ci consegna una testimonianza cristiana radicale. Ci mostra che quando un uomo incontra veramente Cristo, il suo sguardo cambia e, cambiando il suo sguardo, cambia anche il modo nel quale egli entra in relazione con il mondo.

Il creato non è più soltanto qualcosa da utilizzare, ma un dono da ricevere e una realtà attraverso la quale lodare il Creatore; il povero non è più soltanto qualcuno che chiede aiuto, ma un fratello da accogliere; il nemico non è più soltanto colui da combattere, ma un uomo per il quale Cristo è morto; colui che non conosce il Vangelo non è più semplicemente uno straniero, ma una persona alla quale desiderare di offrire la buona notizia della salvezza. Francesco non allontana il cristiano dal mondo: gli insegna a guardarlo con gli occhi di Cristo. Ed è proprio per questo che la sua figura conserva una forza che nessuna reinterpretazione contemporanea può esaurire. Possiamo chiamarlo uomo della pace, della povertà, della fraternità e della creazione, ma tutte queste definizioni rimangono incomplete se non conducono alla sorgente. Quella sorgente è Cristo. E Francesco, dopo averlo incontrato, non ha più voluto appartenere a nessun altro. Per questo la sua vita continua a parlare alla Chiesa e al mondo, non semplicemente perché ci insegna ad amare ciò che ci circonda, ma perché ci ricorda che solo quando l'uomo riconosce Dio come Creatore e Cristo come Signore può imparare a guardare veramente il mondo, gli altri e se stesso secondo la verità e la carità del Vangelo. 

Questa è la grande eredità del Poverello d'Assisi: non una spiritualità costruita attorno alla natura, non un'ideologia della pace, non una filosofia della fraternità, ma una vita interamente consegnata a Cristo e, proprio per questo, capace di abbracciare nella carità gli uomini e l'intera creazione. San Francesco ci ricorda, infine, che la strada cristiana non consiste nel cercare Dio in ciò che abbiamo deciso che Dio debba essere, ma nel lasciarci incontrare da Lui, ascoltare la sua Parola, entrare nella sua Chiesa, seguirlo nella povertà del cuore e diventare, come Francesco, uomini nei quali ogni cosa, persino il modo di guardare il mondo, possa finalmente tornare a parlare di Cristo.

Preghiera a san Francesco d'Assisi

O san Francesco, uomo del Vangelo e figlio fedele della Chiesa, tu che hai lasciato ogni cosa per seguire Cristo e hai imparato a riconoscere in ogni creatura un dono del Creatore, insegnaci a cercare Dio sopra ogni cosa e a non fermarci mai alle realtà che incontriamo lungo il cammino, ma a riconoscere in esse i segni della sua presenza e della sua bontà.

Ottienici un cuore semplice e libero, capace di accogliere la Parola di Dio senza modificarla secondo i nostri desideri e disposto a lasciarsi trasformare dalla grazia, perché anche noi possiamo comprendere che la vera libertà non consiste nell'appartenere a noi stessi, ma nel consegnare la nostra vita a Cristo.

Insegnaci ad amare la Chiesa, a vivere nella sua comunione, a custodire con fede i Sacramenti e a riconoscere nell'Eucaristia la presenza reale del Signore che hai amato sopra ogni cosa.

Donaci il tuo ardore missionario, perché non ci vergogniamo del Vangelo e sappiamo annunciare Cristo con umiltà e carità a coloro che ci sono vicini e a coloro che ancora non lo conoscono, ricordando che ogni uomo è chiamato alla salvezza e che il comando del Signore di andare e fare discepoli tutti i popoli appartiene alla missione stessa della Chiesa.

Insegnaci a guardare i poveri con gli occhi di Cristo, ad accogliere chi soffre, a non fuggire davanti alla fragilità dell'uomo e a riconoscere che la carità cristiana nasce dall'amore per colui che per primo ci ha amati.

Fa' che sappiamo contemplare il creato senza confondere il Creatore con le sue creature e che, come te, possiamo riconoscere nel sole, nell'acqua, nel fuoco, nella terra e in ogni realtà che ci circonda la bontà di Dio, trasformando la meraviglia in gratitudine e la gratitudine in lode.

Quando incontriamo la divisione, rendici strumenti della pace di Cristo; quando incontriamo la sofferenza, rendici capaci di portare consolazione; quando incontriamo chi è lontano dalla fede, donaci la carità e il coraggio necessari per testimoniare la verità senza superbia e senza paura.

E quando la strada della sequela diventa difficile, insegnaci a guardare il Crocifisso, affinché comprendiamo che non esiste amore più grande di quello con cui Cristo ha donato se stesso per la salvezza del mondo.

San Francesco, aiutaci a vivere come hai vissuto tu, non cercando di costruire una nostra immagine di Dio, ma lasciandoci trasformare da Dio; non cercando la nostra gloria, ma la sua; non desiderando semplicemente essere buoni agli occhi degli uomini, ma diventando santi davanti a Lui.

Fa' che la nostra mente, il nostro cuore, le nostre parole e le nostre opere conducano a Cristo e che, al termine della nostra vita, possiamo riconoscere con gratitudine che tutto ciò che abbiamo ricevuto viene da Lui e a Lui deve ritornare.

Amen.


foto dal web

San Bonaventura da Bagnoregio: il santo che cercò Dio con la mente e con il cuore


 

La vita, la spiritualità e il cammino interiore di un grande francescano, teologo e Dottore della Chiesa, che comprese come la vera conoscenza di Dio non possa che diventare amore.

Ci sono uomini che attraversano la storia lasciando dietro di sé libri, incarichi, opere importanti; e ci sono uomini nei quali, oltre a tutto questo, rimane qualcosa che continua a parlare al cuore anche quando sono trascorsi molti secoli. San Bonaventura da Bagnoregio appartiene certamente a questa seconda categoria. La sua vita si svolse nel pieno del Medioevo, in un'epoca lontana dalla nostra per cultura, linguaggio e sensibilità, eppure le domande che lo accompagnarono sono le stesse che, in forme diverse, continuano ad abitare il cuore dell'uomo: da dove veniamo, verso che cosa camminiamo, che cosa può dare un significato alla nostra esistenza e, soprattutto, dove possiamo incontrare Dio?

Bonaventura cercò le risposte attraverso lo studio, la preghiera, la vita francescana e il servizio alla Chiesa. Fu un uomo di straordinaria intelligenza, ma non fece mai dell'intelligenza un idolo. Studiò molto, insegnò, scrisse opere teologiche profonde, ricoprì responsabilità importanti e arrivò a essere cardinale e vescovo. E tuttavia, più si entra nel suo pensiero, più si scopre che tutto questo non era per lui il punto di arrivo. La conoscenza aveva senso soltanto se conduceva a qualcosa di più grande: all'incontro con Dio e all'amore per Lui. È forse proprio qui che si trova il filo che unisce tutta la sua esistenza: Bonaventura non volle soltanto sapere qualcosa di Dio, ma cercò di comprendere come l'uomo possa arrivare a vivere alla sua presenza.

Per questo la sua figura continua a essere così affascinante. Egli ci ricorda che si può cercare Dio anche attraverso l'intelligenza, purché l'intelligenza non rimanga chiusa in se stessa; che si può studiare la fede senza perdere il senso del mistero; che si può essere profondamente contemplativi senza smettere di servire gli altri. E, soprattutto, ci ricorda che ogni autentico cammino verso Dio, prima o poi, chiede alla persona intera di mettersi in movimento.

Un bambino chiamato alla vita

All'inizio di questa storia c'è un bambino di nome Giovanni Fidanza, nato a (Civita di) Bagnoregio intorno al 1217. Di lui, nei primi anni, sappiamo relativamente poco. La tradizione francescana, però, ha conservato un racconto che nei secoli ha accompagnato la memoria del santo e che ancora oggi contribuisce a dare un significato particolare al suo nome.

Si racconta che Giovanni, quando era ancora bambino, si ammalò gravemente. La situazione appariva così seria che la madre decise di affidarlo all'intercessione di san Francesco d'Assisi. Secondo il racconto tradizionale, il bambino guarì e Francesco, vedendolo, avrebbe pronunciato le parole: «Bona ventura!», quasi a riconoscere in quella guarigione una «buona ventura», un destino posto sotto una particolare benevolenza divina. Da quelle parole sarebbe nato il nome Bonaventura.

Non possiamo sapere con certezza storica se l'episodio sia avvenuto esattamente in questo modo. È un racconto agiografico, nato e tramandato nella tradizione francescana. Ma forse il suo significato più profondo non dipende soltanto dalla possibilità di ricostruirlo nei suoi particolari. Ci consegna infatti un'immagine che sembra anticipare qualcosa della vita futura di Bonaventura: quella di un'esistenza ricevuta come dono.

E l'idea del dono, in effetti, sembra accompagnarlo per tutta la vita. La sua intelligenza, la sua cultura, gli incarichi che riceverà e persino la sua stessa vocazione religiosa non saranno mai vissuti come qualcosa da possedere per sé, ma come realtà da mettere a disposizione degli altri. È un tratto che diventerà sempre più evidente con il passare degli anni e che permette già di comprendere una delle caratteristiche più profonde della sua spiritualità: ciò che viene da Dio non è mai veramente nostro finché non diventa, a sua volta, dono.

Forse è anche per questo che il legame con san Francesco, pur essendo segnato da una distanza cronologica, diventerà così importante.

Un uomo che incontrò Francesco senza averlo conosciuto

C'è infatti un particolare quasi paradossale nella storia di Bonaventura. Il santo che sarebbe diventato uno dei più importanti interpreti di san Francesco non ebbe modo di conoscerlo veramente. Francesco era morto nel 1226, quando Bonaventura era ancora un bambino. Non ci fu dunque, tra i due, quella lunga frequentazione personale che potremmo immaginare ascoltando parlare del loro legame.

Eppure, qualche anno più tardi, la strada di Giovanni Fidanza si sarebbe incrociata con quella tracciata dal Poverello d'Assisi. Entrando nell'Ordine dei Frati Minori, Bonaventura scelse infatti di vivere secondo quella forma evangelica che Francesco aveva inaugurato con la sua radicale sequela di Cristo. Ciò che non aveva potuto ricevere direttamente dalla voce di Francesco, avrebbe cercato di riceverlo dalla vita dei suoi frati, dalla memoria dell'Ordine e, soprattutto, dalla testimonianza di quell'uomo che aveva fatto del Vangelo la forma concreta della propria esistenza.

Possiamo allora immaginare il giovane Bonaventura mentre cerca di comprendere chi fosse davvero quell'uomo di Assisi del quale tutti parlavano, quell'uomo capace di spogliarsi di tutto, di chiamare fratello il lebbroso, di vivere nella povertà e di rivolgere ogni cosa verso Cristo. Francesco non era più lì, ma la sua presenza continuava a essere percepibile nella comunità che aveva generato. La sua vita era diventata una domanda rivolta alle generazioni successive: è davvero possibile vivere il Vangelo fino in fondo?

Bonaventura avrebbe cercato di rispondere non soltanto con la propria vita, ma anche con la propria intelligenza.

Quando divenne ministro generale dell'Ordine, scrisse la Legenda Maior, la grande biografia spirituale di san Francesco. Non si limitò a raccogliere episodi della sua vita: cercò di mostrare il significato profondo della sua esistenza. Francesco, nella lettura di Bonaventura, è l'uomo che ha preso sul serio il Vangelo fino a lasciare che Cristo diventasse la forma stessa della sua vita.

Così, dietro il racconto di Francesco, Bonaventura sembra intravedere una domanda che riguarda ogni cristiano: che cosa accade a un uomo quando prende veramente sul serio Dio?

La risposta non è formulata anzitutto in una teoria. È una vita che cambia.

Ed è proprio questa attenzione alla trasformazione dell'uomo che ci conduce al cuore del pensiero di Bonaventura.

La mente che si mette in cammino

Bonaventura, infatti, non era soltanto un religioso desideroso di vivere secondo il Vangelo. Aveva ricevuto un'intelligenza straordinaria e sentiva profondamente il bisogno di comprendere la propria fede. Studiò a Parigi, uno dei grandi centri culturali dell'Europa medievale, e vi insegnò teologia. Si trovò così immerso in un mondo nel quale la fede cristiana dialogava continuamente con la filosofia, con la ricerca razionale e con le grandi domande sull'uomo, sul mondo e su Dio.

Non ebbe paura di questo confronto. Al contrario, era convinto che la fede non avesse nulla da temere dalla ricerca sincera della verità. La ragione poteva mettersi in cammino, interrogare, cercare, distinguere; poteva persino arrivare ai confini delle proprie possibilità. Ma proprio lì, davanti a ciò che non riusciva più a contenere, avrebbe dovuto riconoscere di non essere arrivata alla fine del viaggio.

Perché, mentre la sua intelligenza si addentrava nei problemi più profondi della teologia, Bonaventura non perdeva di vista ciò che per lui rimaneva essenziale: conoscere Dio non significa semplicemente sapere qualcosa su Dio.

Questa convinzione è alla base dell'Itinerarium mentis in Deum, l'Itinerario della mente verso Dio, una delle sue opere spirituali più celebri. Il titolo stesso sembra già raccontare il movimento della sua spiritualità. Non parla soltanto di una verità da conoscere, ma di un cammino da percorrere. La mente non è chiamata a rimanere ferma davanti a un concetto: è invitata a mettersi in viaggio.

E, sorprendentemente, questo viaggio non comincia lontano.

Comincia da ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Imparare a vedere ciò che abbiamo davanti

Bonaventura invita innanzitutto l'uomo a guardare il mondo. Può sembrare un gesto semplice, quasi banale, eppure tutto dipende dal modo in cui guardiamo. Possiamo attraversare una giornata intera senza vedere veramente ciò che ci circonda; oppure possiamo fermarci davanti a una bellezza, a un tramonto, a un albero, alla luce che entra da una finestra, alla vastità del cielo, e lasciare che quella bellezza susciti in noi una domanda.

Per Bonaventura il creato è pieno di segni. Le creature sono come impronte che rimandano a Colui che le ha create. Non sono Dio, naturalmente, ma possono condurre lo sguardo verso Dio. Il mondo diventa così il primo luogo nel quale l'uomo può imparare a riconoscere una presenza che non si impone, ma si lascia intuire.

È come se il mondo fosse un libro aperto davanti ai nostri occhi e noi dovessimo imparare lentamente a leggerlo. La bellezza può diventare una domanda, l'ordine può diventare una domanda, perfino la nostra meraviglia davanti all'esistenza può diventare una preghiera. Il creato non viene così abbandonato per cercare Dio altrove; viene guardato più profondamente, fino a scoprire che ciò che vediamo può diventare un segno di ciò che ancora non vediamo.

Ma proprio quando l'uomo comincia a riconoscere le tracce di Dio fuori di sé, Bonaventura gli chiede di compiere un passo ulteriore. Perché non basta guardare ciò che è intorno a noi. Prima o poi, chi cerca Dio deve avere il coraggio di guardare anche dentro di sé.

E poi il viaggio entra nel cuore

A un certo punto, dunque, il viaggio cambia direzione. Dopo aver contemplato il mondo, l'uomo è invitato da Bonaventura a rientrare in se stesso.

È qui che il cammino diventa più intimo e anche più difficile. Perché guardare dentro il proprio cuore significa incontrare non soltanto ciò che ci piace di noi stessi, ma anche ciò che preferiremmo non vedere: i desideri più profondi, le paure, le fragilità, le contraddizioni e le ferite.

Eppure è proprio lì che Bonaventura invita a cercare.

L'uomo porta dentro di sé l'immagine di Dio. La memoria, l'intelligenza e la volontà possono diventare luoghi nei quali riconoscere quella presenza. Ma questa immagine è stata ferita dal peccato, e l'uomo non riesce più a contemplarla con chiarezza. Il viaggio, allora, non può limitarsi a un esercizio dell'intelligenza. Deve diventare un cammino di conversione, perché vedere veramente ciò che abita nel cuore significa anche lasciarsi illuminare da Dio e permettergli di guarire ciò che è ferito.

In questo modo, quasi senza accorgercene, il viaggio verso Dio diventa anche un viaggio verso la verità su noi stessi. E più l'uomo scende nel proprio cuore, più comprende di non essere sufficiente a se stesso. Ha bisogno di essere raggiunto.

E nel cuore del cammino appare Cristo

Bonaventura sa che l'uomo può cercare Dio nella creazione e nella propria interiorità, ma sa anche che Dio ha fatto qualcosa di infinitamente più grande: ha cercato Lui per primo l'uomo.

In Gesù Cristo, Dio si è fatto vicino.

Per questo Cristo non è semplicemente una tappa del viaggio di Bonaventura. È la via stessa. Tutto ciò che l'uomo può intuire attraverso il creato e scoprire nella profondità del proprio cuore trova in Cristo il suo compimento e la sua luce. Ed è allora che lo sguardo si posa sulla Croce.

Il volto di Cristo che Bonaventura contempla con particolare intensità è quello del Crocifisso. Davanti alla Croce, tutta la ricerca intellettuale sembra improvvisamente trovare il proprio centro. Le domande diventano più semplici e, nello stesso tempo, più profonde. Che cosa significa l'amore di Dio? Quanto vale l'uomo ai suoi occhi? Fino a dove è arrivato Dio per cercarlo?

La risposta non è più contenuta soltanto in una formula teologica. È davanti agli occhi. È un uomo inchiodato alla Croce. È Cristo.

Per Bonaventura, la Croce è dunque il luogo nel quale l'amore di Dio diventa visibile. E davanti a quel mistero l'intelligenza non viene umiliata, ma condotta oltre se stessa. Dopo aver cercato, interrogato e ragionato, la mente si trova davanti a qualcosa che non può possedere e che, proprio per questo, può soltanto accogliere. È qui che si comprende perché, per Bonaventura, la conoscenza di Dio non possa mai essere separata dall'amore.

Quando sapere non basta più

Forse è proprio a questo punto che il pensiero di Bonaventura diventa sorprendentemente vicino anche a noi. Possiamo conoscere molte cose sulla fede. Possiamo leggere libri, ascoltare conferenze, studiare la Scrittura, conoscere la storia della Chiesa, imparare le formule della dottrina. Tutto questo è prezioso e Bonaventura non lo disprezza affatto. Al contrario, egli stesso è uno dei grandi testimoni della tradizione cristiana che ha cercato di unire fede e intelligenza.

Eppure sa che esiste una differenza enorme tra il sapere molte cose su Dio e il conoscere Dio.

La conoscenza autentica è quella che, lentamente, cambia il modo di vivere. Se conoscere Dio ci rende più umili, più misericordiosi, più capaci di perdonare, più disponibili a servire, allora quella conoscenza ha cominciato a diventare sapienza. Se invece ci rende soltanto orgogliosi di ciò che sappiamo, abbiamo forse imparato molte cose, ma non abbiamo ancora compiuto il viaggio.

Così la mente, che all'inizio sembrava essere il principale strumento della ricerca, scopre di avere bisogno del cuore. Non perché debba rinunciare alla ragione, ma perché la verità, quando è veramente incontrata, non può rimanere estranea alla vita. La mente cerca la verità; il cuore si lascia raggiungere dalla verità; e la vita, lentamente, comincia a cambiare. Ma anche questo non è ancora l'ultimo passo. Perché quando l'uomo si avvicina al mistero di Dio, arriva un momento nel quale comprende che le parole, per quanto importanti, non sono più sufficienti.

Il momento in cui la mente si ferma

Ed è proprio qui che accade qualcosa di ancora più profondo.

Bonaventura, il grande teologo, l'uomo abituato alle dispute, ai libri e alle parole, sa che arriva un momento nel quale anche le parole devono tacere. Non perché la ragione non serva più, ma perché il mistero di Dio è infinitamente più grande di ciò che la ragione può contenere.

Il cammino della mente verso Dio conduce così, quasi naturalmente, al silenzio.

È il silenzio della contemplazione, nel quale l'uomo non pretende più di spiegare Dio, ma rimane davanti a Lui. Dopo aver cercato le tracce di Dio nel creato, dopo essere entrato nella profondità del proprio cuore e dopo aver fissato lo sguardo su Cristo Crocifisso, l'uomo scopre che l'ultimo movimento non consiste nel dire qualcosa, ma nel rimanere.

È un'esperienza che può essere difficile da raccontare. Forse è simile a ciò che accade quando si ama veramente qualcuno: dopo aver parlato a lungo, arriva un momento nel quale la presenza dell'altro diventa sufficiente. Così, davanti a Dio, l'anima impara semplicemente a rimanere.

Ed è forse proprio in quel rimanere che comprende qualcosa che nessun libro avrebbe potuto insegnarle: Dio non è soltanto una verità da conoscere, ma una Presenza davanti alla quale lasciarsi trasformare. E tuttavia, proprio perché la contemplazione è autentica, non può chiudersi in se stessa.

La contemplazione diventa servizio

La vita di Bonaventura mostra infatti che l'uomo che cerca Dio non viene sottratto alla realtà, ma vi ritorna con uno sguardo diverso.

Nel 1257 viene eletto ministro generale dell'Ordine francescano. È un incarico delicato, perché i Frati Minori sono ormai diventati una grande realtà e al loro interno non mancano tensioni e discussioni sul modo di vivere l'eredità di Francesco.

Bonaventura deve dunque governare, mediare, prendere decisioni, custodire l'unità. Deve fare i conti con uomini concreti, con problemi concreti, con una comunità che cresce e che non sempre è facile da guidare. La sua santità, a questo punto, non può più essere cercata soltanto nei libri o nei momenti di preghiera: deve misurarsi con la fatica quotidiana delle relazioni, delle responsabilità e delle scelte.

Ed è proprio qui che la sua esperienza spirituale acquista una nuova luce. Il contemplativo non è necessariamente colui che si allontana dagli uomini; può essere, al contrario, colui che, avendo imparato a cercare Dio, torna verso gli uomini con maggiore disponibilità al servizio.

Più tardi Bonaventura diventerà vescovo e cardinale e parteciperà al Concilio di Lione. Morirà proprio durante il Concilio, nel 1274, mentre ancora svolgeva il compito che la Chiesa gli aveva affidato.

La sua vita, dunque, non si conclude in un ritiro solitario, lontano dalla storia. Si conclude nel mezzo di una missione, tra le responsabilità della Chiesa e le vicende concrete degli uomini.

Ed è una conclusione che illumina tutto il cammino precedente: la strada verso Dio non lo ha portato lontano dagli uomini, ma lo ha riportato continuamente verso di loro.

Francesco e Bonaventura: la vita e la sapienza

Alla luce di questo, possiamo forse comprendere meglio anche il legame profondo tra san Francesco e san Bonaventura.

Francesco era stato soprattutto un uomo che aveva vissuto il Vangelo. Bonaventura fu l'uomo che cercò di comprendere e trasmettere ciò che quella vita significava. Francesco aveva mostrato con i gesti che cosa può accadere quando un uomo si affida completamente a Cristo; Bonaventura cercò di mostrare, con la teologia, perché quella vita fosse capace di condurre a Dio.

Uno parlava soprattutto attraverso la vita; l'altro attraverso la riflessione.

Ma la distinzione non deve farci pensare a due strade diverse. Al contrario, più si entra nel pensiero di Bonaventura, più ci si accorge che egli considera la vita di Francesco come una testimonianza concreta di ciò che la teologia cerca di esprimere. La riflessione non deve sostituire la vita: deve aiutarci a comprenderla e, attraverso quella comprensione, a viverla.

Per questo Bonaventura sentì così profondamente il bisogno di raccontare Francesco. Non voleva semplicemente conservare il ricordo di un grande uomo. Voleva custodire la testimonianza di qualcuno nel quale il Vangelo era diventato vita.

E, in fondo, anche qui ritorna la stessa domanda che aveva accompagnato il suo cammino: che cosa accade quando Cristo non rimane soltanto un'idea, ma diventa il centro dell'esistenza? La vita di Francesco gli aveva offerto una risposta. La sua stessa vita avrebbe cercato di offrirne un'altra.

Una strada ancora aperta

Quando si legge Bonaventura oggi, si potrebbe avere l'impressione di entrare in un mondo molto lontano. Eppure, dopo aver percorso per un po' il suo itinerario, ci si accorge che le distanze si accorciano.

Anche noi abbiamo davanti un mondo da guardare. Anche noi portiamo dentro di noi una domanda che non si lascia facilmente mettere a tacere. Anche noi conosciamo la fatica di cercare Dio e, nello stesso tempo, di sentirlo lontano. Anche noi possiamo accumulare conoscenze e rimanere interiormente affamati.

Forse è proprio questa la ragione per cui il cammino di Bonaventura continua a parlarci. Non perché ci offra una scorciatoia, né perché pretenda di eliminare la fatica della ricerca, ma perché ci ricorda che la ricerca stessa può diventare una strada verso Dio.

Si può cominciare dalle cose che abbiamo davanti agli occhi, imparando nuovamente a meravigliarsi. Si può poi rientrare nel silenzio del cuore, là dove incontriamo ciò che siamo veramente. E da lì volgere lo sguardo verso Cristo, scoprendo che il Dio che stavamo cercando è già venuto incontro a noi.

Non è un percorso da attraversare tutto in una volta. È un cammino nel quale la mente impara a cercare, il cuore impara ad amare e la vita impara lentamente a conformarsi a Colui che ha incontrato.

Forse, in fondo, è proprio questo che significa diventare santi: non diventare persone straordinarie agli occhi del mondo, ma permettere a Dio di trasformare, giorno dopo giorno, ciò che siamo.

La sapienza che diventa amore

Alla fine di questo lungo itinerario possiamo allora tornare al punto dal quale eravamo partiti. Bonaventura fu un uomo di grande intelligenza, un teologo raffinato, un uomo di governo e un pastore della Chiesa. Ma nessuna di queste cose, presa da sola, spiega la sua santità.

La sua santità sta nel fatto che cercò di tenere insieme ciò che spesso noi separiamo: la mente e il cuore, lo studio e la preghiera, la contemplazione e il servizio, la ricerca della verità e l'amore.

La sua intelligenza non lo allontanò dal mistero, ma lo condusse verso di esso. Il suo studio non lo rese orgoglioso, ma lo portò a riconoscere quanto grande fosse ciò che non poteva comprendere. La sua contemplazione non lo separò dagli uomini, ma lo rese capace di servirli. Alla fine del suo itinerario, la mente non ha conquistato Dio. Ha scoperto di essere stata cercata da Lui.

E forse è proprio questa la sorpresa più grande del viaggio cristiano: mentre noi pensiamo di essere alla ricerca di Dio, scopriamo che, da sempre, è Dio a cercare noi.

San Bonaventura ci accompagna fino a questa soglia. Ci invita a guardare il creato, poi a guardare dentro di noi, quindi a volgere lo sguardo verso Cristo. Ci insegna che la Croce è la misura dell'amore di Dio e che la conoscenza, quando è autentica, non può rimanere soltanto nella mente. Deve scendere nel cuore. E dal cuore deve arrivare alla vita.

Così il viaggio continua. Non termina con una risposta, ma con una Presenza; non con il possesso di una verità, ma con l'incontro con una Persona; non con la pretesa di aver finalmente compreso Dio, ma con la gioia di sapere che possiamo continuare a cercarlo, amarlo e lasciarci trasformare da Lui.

Forse è per questo che, a distanza di otto secoli, la voce di san Bonaventura non ci sembra affatto lontana. Ci ricorda semplicemente che la strada verso Dio può cominciare in un luogo molto vicino: nello stupore davanti a ciò che esiste, nel silenzio del nostro cuore e nello sguardo rivolto a Cristo.

E che, alla fine di quella strada, ciò che cerchiamo con la mente è Colui che il cuore desiderava già da sempre.

Una preghiera a san Bonaventura

Signore Gesù, insegnami a guardare il mondo con occhi nuovi, perché sappia riconoscere nelle tue creature le tracce della tua presenza; insegnami poi a rientrare nel silenzio del mio cuore, senza paura di incontrare le mie fragilità, le mie ferite e tutto ciò che ancora attende la tua misericordia.

Donami una mente che sappia cercare la verità con umiltà e un cuore capace di accogliere il mistero senza pretendere di possederlo. Fa' che lo studio mi renda più sapiente, ma soprattutto più umile; che la conoscenza mi conduca alla contemplazione e che la contemplazione mi renda più capace di amare.

Quando guarderò la tua Croce, fa' che sappia riconoscere non soltanto il dolore, ma l'amore con cui hai voluto raggiungere ogni uomo. Quando le parole non saranno più sufficienti, insegnami il silenzio della preghiera e la fiducia di chi sa semplicemente rimanere alla tua presenza.

Come san Bonaventura, fa' che la mia mente ti cerchi, che il mio cuore ti ami e che la mia vita possa diventare, giorno dopo giorno, una risposta al tuo amore.

Conducimi, Signore, dalla conoscenza all'amore, dall'amore alla contemplazione e dalla contemplazione al servizio.

E fa' che, lungo ogni strada della mia vita, io non smetta mai di cercare Te.

Amen.

giovedì 1 ottobre 2026

Il Papa a Lourdes- Omelia Domenica 27 Settembre 2026



Nell'omelia pronunciata durante la Santa Messa celebrata a Lourdes, Papa Leone XIV è tornato sulla parola conversione, senza cercare di renderla più facile di quanto sia e, soprattutto, senza ridurla a un generico invito a essere persone migliori. La conversione, nel cristianesimo, non è una versione religiosa del miglioramento personale. Non consiste nel mettere ordine nella propria vita per poter finalmente presentarsi davanti a Dio con la coscienza tranquilla. È qualcosa di più radicale e, nello stesso tempo, di più consolante: significa lasciarsi raggiungere da Dio là dove ci si trova, anche quando quel luogo interiore non è affatto quello che avremmo voluto mostrare agli altri.

È questo il primo pensiero che l'omelia sembra consegnare a chi ascolta: Dio non chiede all'uomo di diventare degno del suo amore prima di avvicinarsi a lui; lo chiama, invece, perché proprio il suo amore possa trasformarlo. Perché, prima ancora di domandarci che cosa significhi convertirsi, dovremmo forse ricordare che cosa sia, propriamente, il cristianesimo. 

L'uomo, in ogni tempo e sotto ogni cielo, ha cercato Dio; ha guardato il mistero del mondo, ha avvertito la propria finitezza, ha cercato una risposta alla morte, al dolore, alla colpa, alla domanda sul significato dell'esistenza. Le religioni testimoniano, in forme diverse e secondo percorsi storici differenti, questa inesauribile tensione dell'uomo verso il Mistero. Il cristianesimo, però, annuncia qualcosa che non nasce anzitutto da una ricerca dell'uomo. Annuncia un accadimento. Annuncia che, nella storia, è accaduto qualcosa che l'uomo non avrebbe potuto produrre con la propria ricerca religiosa: Dio ha preso l'iniziativa, ha cercato l'uomo, gli è venuto incontro, gli ha parlato, fino al punto di assumere la nostra carne. Il cristianesimo non comincia dunque con l'uomo che sale verso Dio, ma con Dio che scende verso l'uomo. Non è anzitutto il racconto dell'umanità che finalmente riesce a trovare la strada per raggiungere il cielo; è il racconto del cielo che, per amore, ha deciso di entrare nella storia degli uomini.

Il cristianesimo non è soltanto un insieme di insegnamenti che Gesù avrebbe lasciato agli uomini, né una particolare visione del mondo elaborata da una comunità religiosa. Prima ancora di essere una dottrina, è l'annuncio di una Persona e di una storia: «il Verbo si fece carne». Dio è entrato nel tempo. Ha avuto un volto umano. È nato, ha camminato sulle strade della Galilea, ha parlato, ha chiamato degli uomini per nome, ha pianto, ha sofferto, è stato condannato, è morto ed è risorto.

Il Catechismo definisce l'Incarnazione un evento unico e singolare: il Figlio di Dio è veramente diventato uomo, rimanendo veramente Dio. È questo il centro irriducibile della fede cristiana.

Ed è precisamente per questo che la fede cristiana non può essere ridotta a una ricerca religiosa fra le altre, come se tutte le religioni fossero semplicemente strade equivalenti costruite dall'uomo per arrivare a Dio. La Chiesa può e deve riconoscere con rispetto ciò che nelle altre religioni è vero e santo, come insegna il Concilio Vaticano II; ma, nello stesso tempo, non può tacere la propria fede: in Cristo Dio stesso si è comunicato definitivamente all'uomo e Cristo è la pienezza della Rivelazione. Questa è la grande originalità cristiana: non siamo noi ad avere trovato Dio; è Dio che ci ha trovati.

E allora anche Lourdes acquista un significato più profondo. Maria non appare per raccontare una nuova religione. Non porta gli uomini lontano da Cristo, ma li riconduce a Lui. Il pellegrino che arriva alla Grotta pensando di dover cercare Dio scopre, in qualche modo, di essere stato preceduto da Dio stesso. È questo il paradosso cristiano della grazia: la ricerca dell'uomo è preceduta dalla ricerca di Dio.

Lo aveva ricordato anche Leone XIV, in una catechesi dedicata alla Dei Verbum, quando ha spiegato che con l'Incarnazione Dio è venuto a cercarci nel Figlio e che, attraverso Cristo, il dialogo interrotto dal peccato viene ristabilito in modo definitivo. Dio non rimane dunque un oggetto lontano della nostra ricerca religiosa: si rivela come Colui che prende l'iniziativa e chiama l'uomo all'amicizia con Lui.

Il giorno in cui Dio ci chiede di ricominciare

Quando il Vangelo ci chiede di cambiare vita, non ci sta semplicemente domandando di compiere uno sforzo morale per avvicinarci a un Dio che rimane lontano, come se la salvezza fosse il premio riservato a chi riesce, con sufficiente disciplina, a percorrere tutta la distanza che lo separa dal cielo. La logica cristiana è esattamente opposta: Dio ha già attraversato quella distanza, e l'ha attraversata nella maniera più radicale possibile, assumendo la nostra stessa natura e entrando nella nostra storia. La conversione, allora, non è il tentativo dell'uomo di conquistare Dio, ma la risposta dell'uomo a Dio che lo ha già cercato.

Per questo il Papa insiste sulla parola «oggi», che nel Vangelo conserva sempre qualcosa di urgente e insieme di misterioso. Non esiste, nella vita cristiana, un momento futuro nel quale finalmente saremo pronti a rispondere a Dio, perché Dio non ci incontra in una vita ideale, depurata dalle nostre contraddizioni e dalle nostre fragilità, ma nella vita reale che stiamo vivendo, con tutto ciò che essa porta con sé. È lì che la grazia ci raggiunge, è lì che la libertà viene interpellata, è lì che può cominciare un cambiamento che forse avevamo rimandato per anni.

Questo rende la conversione molto più concreta di quanto talvolta siamo disposti ad ammettere. Non si tratta soltanto di desiderare una vita spirituale più intensa, né di nutrire buoni propositi durante un pellegrinaggio, quando l'atmosfera stessa del luogo sembra favorire sentimenti che nella vita ordinaria diventano più difficili da custodire. Si tratta piuttosto di lasciare che ciò che abbiamo incontrato davanti alla Grotta entri nelle nostre relazioni, nelle nostre responsabilità, nel modo in cui parliamo, giudichiamo, perdoniamo e chiediamo perdono; significa consentire alla fede di raggiungere proprio quei luoghi della nostra esistenza nei quali siamo più inclini a difenderci, a giustificarci o semplicemente a fingere di non vedere.

È anche per questo che la conversione cristiana non coincide con la perfezione. Il cristiano non è l'uomo che ha smesso di cadere, ma colui che ha scoperto che, dopo la caduta, esiste ancora una strada per tornare al Padre. La misericordia, infatti, non consiste nel dichiarare che il male non è male, né nel convincerci che il peccato sia irrilevante; consiste nel sapere che il peccato, per quanto reale e doloroso, non possiede l'ultima parola sull'uomo quando l'uomo si lascia raggiungere dalla grazia.

È la storia del figlio prodigo, e forse anche per questo è una delle pagine del Vangelo che non finiscono mai di parlarci. Il figlio parte convinto di poter vivere senza il padre e torna quando comprende di avere perduto se stesso; ma ciò che rende sconvolgente il racconto non è soltanto il suo ritorno, bensì il fatto che il padre lo riconosca da lontano e gli corra incontro. La parabola non racconta semplicemente la conversione di un uomo: racconta, attraverso l'immagine di un padre, l'ostinazione dell'amore di Dio.

La Chiesa davanti allo sguardo di Cristo

A questo punto diventa più comprensibile anche il passaggio nel quale Leone XIV parla della necessità, per la Chiesa, di riconoscere i propri errori e di porsi umilmente sotto lo sguardo purificatore del Signore. È un passaggio che merita di essere sottratto tanto alle letture apologetiche quanto a quelle polemiche, perché il suo significato è anzitutto spirituale: una Chiesa che annuncia la misericordia non può avere paura di chiedere misericordia, e una Chiesa che proclama la conversione non può pensare di esserne dispensata.

La santità della Chiesa, del resto, non deriva dalla perfezione morale di tutti i suoi membri, come se la comunità cristiana fosse una società composta da uomini immuni dal peccato. La sua santità deriva da Cristo, dal quale essa riceve la vita, la Parola, i sacramenti e la grazia; ed è proprio per questo che la Chiesa, nel corso della storia, ha potuto riconoscere le proprie infedeltà senza concludere che esse annullassero la fedeltà di Dio. Anzi, la capacità di riconoscere il peccato è parte della sua stessa testimonianza. Non c'è bisogno, allora, di trasformare ogni errore della Chiesa in un argomento contro il cristianesimo, così come non c'è bisogno di negare gli errori della Chiesa per difendere il cristianesimo. Entrambe le posizioni finiscono per dimenticare che il centro della fede non è la perfezione degli uomini, ma la fedeltà di Dio. Ed è una verità che riguarda ciascuno personalmente. Perché è molto facile desiderare una Chiesa pura quando con quella purezza intendiamo soprattutto che siano gli altri a cambiare; assai più difficile è accettare che la purificazione richiesta dal Vangelo possa passare anche attraverso di noi, attraverso il nostro modo di giudicare, di parlare degli altri, di difendere la nostra immagine, di coltivare risentimenti che abbiamo imparato a considerare legittimi. La conversione ecclesiale, se non diventa anche conversione personale, rimane una formula; e la conversione personale, se non conduce a una maggiore carità verso la Chiesa e verso gli uomini, rischia a sua volta di diventare soltanto un esercizio di perfezionamento individuale. E' davanti a Cristo che ogni cosa torna nella sua giusta proporzione.

Il dolore che non viene cancellato

Ma Lourdes impedisce anche di ridurre la conversione a una questione morale. Qui il dolore non è un concetto, non è un capitolo della teologia della sofferenza: ha un volto, un corpo, una voce. Lo si incontra nelle persone che arrivano accompagnate, nei malati che vengono condotti verso la Grotta, negli occhi di chi prega senza sapere più bene che cosa domandare, e forse proprio questa presenza rende impossibile una concezione superficiale della fede, come se credere significasse essere protetti dalle ferite della vita. Il cristianesimo non promette questo. La promessa cristiana è più difficile e più grande: non che l'uomo non soffrirà, ma che la sofferenza non riuscirà a separarlo da Dio; non che ogni ferita sarà guarita nel modo che noi desideriamo, ma che nessuna ferita, se affidata a Cristo, sarà necessariamente priva di significato.

È una distinzione che diventa particolarmente importante davanti alla sofferenza innocente. Il cristiano non può permettersi di pronunciare spiegazioni facili davanti al letto di un malato, come se conoscesse i disegni della Provvidenza e potesse indicare con sicurezza il motivo per cui una determinata persona debba soffrire. Il Vangelo non ci autorizza a questo genere di presunzione. Cristo stesso, davanti alla morte e alla sofferenza, non offre una teoria capace di eliminare il mistero; entra nel mistero e lo attraversa.

Nel Getsemani chiede che il calice passi, e proprio questa preghiera impedisce di trasformare la sofferenza in qualcosa di astrattamente desiderabile. La Croce non è buona perché il dolore sarebbe buono; è il luogo nel quale l'amore di Cristo rimane fedele anche quando il dolore è diventato inevitabile. È per questo che la sofferenza, unita a Cristo, può diventare offerta e comunione, senza che per questo il cristiano sia chiamato a cercarla o a considerarla un bene in se stessa. Forse è qui che Lourdes mostra uno dei suoi aspetti più profondamente cristiani: davanti alla Grotta non viene chiesto all'uomo di comprendere tutto, ma di affidare a Dio anche ciò che non comprende. E questa è una forma altissima di fede.



La penitenza come ritorno alla verità

Nel messaggio di Lourdes, accanto alla preghiera, ritorna una parola che oggi appare quasi estranea al nostro vocabolario: penitenza. «Penitenza! Penitenza! Penitenza!», secondo quanto Bernadette riferì delle parole della Vergine. Non è un invito a cercare il dolore per il dolore, né una celebrazione della mortificazione fine a se stessa; è piuttosto l'invito a riconoscere che l'uomo, per tornare alla verità di se stesso, deve avere il coraggio di lasciarsi correggere da Dio. La penitenza, in questo senso, è l'opposto dell'autogiustificazione. È il momento nel quale smettiamo di costruire argomenti a nostra difesa e accettiamo di dire semplicemente: ho sbagliato.

Una parola tanto semplice può diventare difficilissima quando siamo abituati a considerare ogni nostra azione come il risultato inevitabile delle circostanze, delle ferite ricevute, del comportamento degli altri. La fede cristiana non nega tutto questo, ma ci restituisce una cosa che spesso perdiamo: la responsabilità della libertà. Posso avere ricevuto un torto e tuttavia essere responsabile del male che scelgo di restituire; posso avere ragioni per essere ferito e tuttavia essere chiamato a non trasformare quella ferita in odio; posso avere sbagliato molte volte e tuttavia non essere condannato a ripetere per sempre il mio errore. La penitenza è precisamente il luogo nel quale questa libertà ricomincia a respirare. E ancora una volta la grazia precede. Se il cristiano può confessare il proprio peccato senza disperare, è perché sa che davanti a lui non c'è il nulla, ma Cristo; non un giudizio impersonale, ma una misericordia che lo precede e che non cancella la verità della colpa, bensì la attraversa per aprire la possibilità del perdono.

Una promessa che non riguarda soltanto questa vita

Fra le parole ricordate nell'omelia vi è anche quella che Bernadette attribuì alla Vergine: «Non ti prometto di essere felice in questo mondo, ma nell'altro». È difficile immaginare una frase più lontana dalla mentalità che misura la riuscita di un'esistenza sulla quantità di benessere, di sicurezza e di soddisfazione che essa riesce a garantire. Eppure proprio per questo essa restituisce alla fede cristiana una delle sue verità fondamentali. Il cristianesimo non è la promessa che, se crediamo abbastanza, la vita terrena finirà per adattarsi ai nostri desideri. Non è una tecnica spirituale per evitare il dolore, né una garanzia contro la malattia, il lutto, il fallimento o la morte. Se così fosse, basterebbe una smentita della vita per far crollare la fede. La speranza cristiana poggia invece su qualcosa che è accaduto prima di noi e che non dipende dalla nostra capacità di essere ottimisti: Cristo è morto ed è risorto.

Qui ritorniamo ancora una volta alla parola sulla quale abbiamo iniziato la riflessione: fatto.

La Chiesa nasce dall'annuncio di un avvenimento che essa riconosce come reale: il Crocifisso è risorto. E da questo annuncio dipende tutto il resto, perché se Cristo è veramente risorto allora la morte non è più l'orizzonte definitivo dell'uomo e la promessa della vita l'ottimismo di chi immagina un futuro migliore; è la fiducia di chi si affida a una promessa fondata su un evento eterna non è una consolazione inventata per rendere sopportabile la finitudine. La speranza cristiana, in altre parole, non è l'ottimismo di chi immagina un futuro migliore; è la fiducia di chi si affida a una promessa fondata su un evento.

Tornare a casa con una speranza ricevuta

Alla fine di ogni pellegrinaggio arriva inevitabilmente il momento del ritorno. Si torna alla casa di sempre, alle occupazioni ordinarie, alle responsabilità, alle relazioni che non sono diventate improvvisamente più semplici soltanto perché per qualche giorno abbiamo respirato l'aria di un santuario. È proprio nel momento del ritorno che si comprende se ciò che abbiamo vissuto è stato soltanto un'emozione religiosa oppure un incontro.

Leone XIV parla dei pellegrini come di «missionari della speranza», e questa espressione può essere compresa soltanto ricordando che il cristiano non porta agli altri semplicemente una propria opinione religiosa. Non annuncia se stesso, non propone una filosofia personale, non pretende di aver scoperto con le proprie forze una risposta al mistero dell'esistenza. Annuncia ciò che ha ricevuto: che Dio è entrato nella storia, che il Figlio si è fatto uomo, che Cristo è morto ed è risorto e che, attraverso di Lui, ogni uomo è chiamato alla comunione con Dio. È questa la ragione per cui la missione cristiana può essere insieme umile e audace. Umile, perché nessun cristiano può considerarsi proprietario della verità che annuncia; audace, perché non può neppure ridurre quella verità a una semplice opinione personale senza tradire la natura stessa del Vangelo.

Il dialogo con chi crede diversamente trova qui il suo fondamento più autentico. La Chiesa può riconoscere con rispetto ciò che è vero e santo nelle altre tradizioni religiose, può ascoltare le domande dell'uomo contemporaneo e può camminare accanto a persone che hanno una concezione diversa della vita senza trasformare la fede in una guerra religiosa; ma proprio perché sa che Cristo è un avvenimento e non una costruzione dell'uomo, non può fingere che l'Incarnazione sia una possibilità fra tante. Se Dio si è realmente fatto uomo, allora questo fatto ha una pretesa universale: riguarda ogni uomo, e riguarda la storia intera.

La missione cristiana, dunque, non nasce dal desiderio di conquistare l'altro, ma dalla responsabilità di testimoniare ciò che si è ricevuto. La Verità, quando è quella di Cristo, non ha bisogno della manipolazione, della paura o della violenza psicologica per affermarsi; ha bisogno di testimoni che siano abbastanza liberi da poterla proporre senza nascondere né la sua esigenza né la sua misericordia.

Maria, la donna che conduce a Cristo

Forse è per questo che tutto ciò che Lourdes rappresenta trova nella figura di Maria una sintesi così limpida. La Vergine non trattiene a sé il pellegrino, non si sostituisce al Figlio, non diventa il punto conclusivo della ricerca religiosa; tutto, nella sua presenza, conduce oltre lei, verso Cristo. Maria è colei che ha ricevuto Dio prima ancora di poter comprendere pienamente ciò che quella chiamata avrebbe significato, colei che ha pronunciato il proprio sì senza possedere la mappa dell'intera strada, colei che ha seguito il Figlio fino alla Croce e che ha custodito nel cuore anche ciò che non riusciva a comprendere. In questo senso, Maria è la figura stessa della fede cristiana: non l'uomo che pretende di raggiungere Dio con le proprie forze, ma l'uomo che accoglie un'iniziativa che viene dall'alto e permette che quella grazia trasformi la propria vita.

Anche Lourdes, allora, può essere letto come un lungo invito a tornare all'essenziale. Il pellegrino arriva portando le proprie domande e scopre che, prima ancora delle sue domande, c'è una Presenza che lo attende; arriva cercando una risposta e incontra una Persona; arriva con il desiderio di chiedere una guarigione e viene posto davanti a un mistero più grande, quello di una vita che non trova il proprio significato soltanto nella salute del corpo, ma nella comunione con Dio.

È questo il fatto dal quale tutto nasce e al quale tutto ritorna: il Verbo si è fatto carne, Dio è entrato nella nostra storia, ha preso su di sé la nostra umanità, ha attraversato il dolore, la morte e la solitudine, ed è risorto. Da allora la fede cristiana non è semplicemente il desiderio dell'uomo di elevarsi verso il cielo, ma la risposta stupita a un Dio che, per amore, ha deciso di scendere fino a noi.

Ed è forse proprio qui che l'omelia di Leone XIV trova la sua domanda più personale. Non soltanto: «Che cosa devo cambiare?», ma prima ancora: sono disposto a lasciarmi trovare da Dio? Perché la conversione comincia quando l'uomo comprende che Dio lo sta già cercando. E allora anche il ritorno diventa possibile. Non perché finalmente abbiamo imparato a percorrere da soli la strada verso casa, ma perché, sulla strada, ci accorgiamo che Qualcuno ci viene incontro.

«Non abbandonarci»? Perché la nuova formula del Padre Nostro ferisce la Tradizione



Quante volte, nell’intimità della Santa Messa, vi è capitato di avvertire una strana nota stonata sul finale del Padre Nostro? Quel «non abbandonarci alla tentazione», introdotto di recente nel Messale, continua a suonare alieno a molti fedeli. E non è una questione di pigrizia intellettuale, né una sterile nostalgia per le abitudini del passato. Dietro quella che è stata presentata come una semplice carezza pastorale per l’uomo moderno si nasconde, in realtà, una ferita profonda inferta sia alla fedeltà della Scrittura, sia all’architettura stessa della teologia cattolica.
Cerchiamo di guardare la questione da vicino, con la schiettezza che si deve alle cose sacre, per capire perché questa scelta non è solo discutibile, ma profondamente fuorviante.

Il tradimento della Parola ispirata
Il primo nodo da sciogliere riguarda l'onestà verso il testo. Nei Vangeli di Matteo e di Luca, scritti in greco, l'espressione consegnata da Cristo è καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Il verbo cardine è eisférō, la cui traduzione letterale non lascia spazio a equivoci: significa "introdurre", "condurre dentro", "portare verso". Non esiste alcun dizionario di greco antico che permetta di tradurre questo termine con "abbandonare".
Quando San Girolamo affrontò la monumentale impresa della Vulgata – la traduzione latina della Bibbia dichiarata autentica e priva di errori dogmatici dal Concilio di Trento –, si mantenne rigorosamente fedele all'originale: et ne nos inducas in tentationem. Da qui il nostro secolare «non ci indurre in tentazione».
Sostituendo il verbo originale con "non abbandonarci", non si è compiuta un'opera di traduzione, ma una riscrittura ideologica. Si è preferito sovrapporre un’interpretazione umana alla Parola ispirata da Dio. Ma la liturgia ha il compito di custodire il Testo Sacro, non di correggerlo per renderlo più accomodante.

Il mistero della prova e il silenzio del deserto
La giustificazione avanzata per sostenere il cambiamento è nota: l'idea che un Dio buono non possa spingere i propri figli verso il peccato. Questo argomento, sebbene mosso da un intento rassicurante, finisce per appiattire la complessa profondità della dottrina cattolica, che da sempre distingue tra la volontà positiva di Dio e la Sua volontà permissiva. Dio non desidera il male, ma permette la prova.
I Vangeli sono chiarissimi su questo punto. Subito dopo il Battesimo nel Giordano, Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4,1). È lo Spirito Santo a guidarlo verso quel perimetro di scontro. Nella prospettiva cristiana, infatti, la prova non è un tranello sadico teso dal Creatore, ma il terreno necessario del combattimento spirituale, una scuola di purificazione in cui la fede si tempra.
Con la formula tradizionale chiedevamo: «Padre, non portarci dentro quel combattimento se sai che le nostre forze vacilleranno; non permettere che siamo messi alla prova oltre ciò che possiamo sopportare». Con il nuovo "non abbandonarci", la vertigine di questo totale affidamento alla Provvidenza svanisce, sostituita da un concetto radicalmente diverso.

La lezione di Benedetto XVI: l'umiltà del limite
Su questo crinale teologico, la riflessione più limpida ci è stata lasciata da Papa Benedetto XVI. Nel suo saggio «Gesù di Nazaret», Joseph Ratzinger affrontò la sesta domanda del Padre Nostro rifiutando categoricamente l'idea di alterare le parole di Cristo, e mostrandone invece la straordinaria densità spirituale.
Ratzinger spiegava che il «non ci indurre» è l'invocazione di un figlio che conosce la propria miseria. È il grido di chi dice a Dio:
«So che la mia natura ha bisogno di essere provata per farsi pura. Ma se decidi di aprirmi la strada del deserto, ti prego, commisura la prova alle mie spalle. Tieni salda la fune, non allentare la presa».
Per offrire un'immagine concreta, il Papa emerito evocava il Libro di Giobbe. In quelle pagine, Dio concede a Satana il permesso di mettere alla prova il Suo servo, ma traccia un confine invalicabile: il demonio può colpire i suoi beni e la sua carne, ma non può toccare la sua vita.
Il senso profondo dell'originale risiede precisamente in questo: chiedere a Dio di porre un limite fisso e invalicabile al potere del Maligno. Scegliendo di cancellare il verbo causativo, si è preferito eliminare il problema testuale piuttosto che prendersi la briga di spiegarlo ai fedeli nei banchi.

Lo spostamento della responsabilità
La formula «non abbandonarci alla tentazione» produce anche un sottile ma pericoloso ribaltamento psicologico. Sembra suggerire che il pericolo maggiore per il fedele sia l’inconstanza di Dio, il rischio che il Padre possa improvvisamente voltarsi dall'altra parte e lasciarci soli.
Ma l'abbandono di Dio è un'impossibilità teologica. Cristo ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il problema non è mai la fedeltà del Creatore, ma la fragilità della creatura. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al paragrafo 2846) rammenta che il nucleo della domanda è chiedere di «non permettere di entrare» nella logica del peccato.
Sostituire la drammaticità di questa implorazione con una formula morbida e rassicurante finisce per anestetizzare la percezione della lotta contro il male e ad attutire il senso della responsabilità umana.

Una scelta di fedeltà interiore
La Tradizione della Chiesa non è un relitto archeologico da ammirare con distacco, ma una roccia viva su cui poggiare i piedi. Modificare una preghiera millenaria, pronunciata da generazioni di santi e martiri nella sua forma causativa originale, per inseguire una presunta leggibilità contemporanea, si è rivelato un errore di prospettiva che ha impoverito la liturgia e privato la preghiera della sua necessaria tensione biblica.
L'obbedienza ecclesiale richiede il rispetto delle norme comunitarie, ma l'obbedienza alla Verità storica e teologica custodita per secoli chiede qualcosa di più profondo. Per questa ragione, pur sedendo tra i banchi durante la Messa domenicale, io continuerò a pronunciare sottovoce le parole di sempre: «Non ci indurre in tentazione». È il mio modo per non interrompere quel filo invisibile che mi lega alla fede dei padri, per guardare in faccia il mistero della prova e per invocare il Padre sapendo che Lui non mi abbandona, ma che a me spetta il compito di restare vigilante nel glorioso combattimento della vita cristiana.