E no, non ci sto più ad ascoltare parole vuote sulla figura di un grande santo della Chiesa Cattolica. Da decenni è in atto una sorta di rappresentazione mistificata di san Francesco, nella quale vengono continuamente ignorati, quando non addirittura disprezzati, i suoi veri intenti e le sue autentiche intenzioni. Che le persone vengano così ingannate su temi tanto importanti come la fede e la salvezza eterna è profondamente ingiusto e deve essere apertamente denunciato.
Per questo mi preme sottolineare proprio quegli aspetti della sua figura che sono stati maggiormente profanati e deformati. Primo fra tutti, il tentativo di togliere a Francesco ciò che costituiva il centro assoluto della sua esistenza: il suo profondissimo amore per Dio. Francesco non può essere compreso se si mette Dio ai margini della sua vita, perché il suo centro era Dio e soltanto in Lui è possibile leggere fino in fondo la sua breve ma straordinaria esistenza.
Tutta la rivoluzione che Francesco ha lasciato nel mondo nasceva infatti da Dio, dalla Sua grazia e dal Suo beneplacito, che in quel giovane uomo trovò un’anima mite, docile e profondamente abbandonata alla Sua Santissima Volontà. È in questo totale abbassamento di Francesco davanti a Dio che dobbiamo leggere ogni sua azione, ogni sua parola, ogni sua scelta e, in definitiva, tutta la sua eredità.
Se si cancella questo, di Francesco rimane soltanto una maschera: un personaggio buono, innocuo e facilmente adattabile alle idee del momento. Ma il vero Francesco non è questo. Il vero Francesco è l’uomo che ha lasciato che Dio prendesse possesso della sua vita e la trasformasse radicalmente.
Ed è proprio qui che dobbiamo tornare: non al Francesco costruito dalle parole del mondo, ma al Francesco delle fonti; non al Francesco che ci fa comodo, ma a quello che ci mette davanti a Cristo e ci costringe, con la sua stessa vita, a prendere sul serio Dio, il Vangelo, la Chiesa, la conversione e la salvezza.
Solo allora potremo comprendere la realtà meravigliosa che questo santo ci ha donato. Perché Francesco non ci ha lasciato semplicemente un modello di bontà: ci ha mostrato cosa può accadere quando un uomo, senza più riserve, si abbandona nelle mani di Dio.
Nel suo Testamento non dice di essersi costruito da solo il proprio ideale di santità. Dice piuttosto: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza» e «il Signore stesso mi condusse tra loro». La sua non è dunque la storia di un uomo che inventa una nuova filosofia della vita, ma quella di un uomo che si lascia conquistare da Dio.
Un santo cattolico, non un riformatore moderno
Francesco non fondò una religione alternativa al cristianesimo del suo tempo. Non contrappose il “vero Vangelo” alla Chiesa. Al contrario, volle vivere il Vangelo nella Chiesa e sotto la Chiesa. La sua radicalità non fu ribellione: fu obbedienza. E nemmeno la sua povertà fu un programma sociale ante litteram. Francesco non voleva semplicemente possedere meno: voleva appartenere interamente a Cristo. Non cercava una liberazione dalle strutture della società, ma la libertà interiore necessaria per seguire il Signore senza riserve. È questa la chiave senza la quale il Poverello diventa irriconoscibile.
Francesco voleva convertire il mondo a Cristo
C'è poi un altro aspetto che la rappresentazione contemporanea tende spesso a sfumare: Francesco era un missionario. La sua apertura verso i musulmani non nasce dall'inammissibile idea secondo cui tutte le religioni sarebbero semplicemente vie equivalenti verso Dio. Francesco voleva incontrare i «Saraceni e altri infedeli» perché desiderava annunciare loro Cristo. La Regola non bollata è esplicita: i frati possono vivere tra i musulmani senza «liti né contese», ma, quando vedranno che «piace al Signore», devono «annunziare la parola di Dio», affinché gli uomini «credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo» e «siano battezzati e divengano cristiani».
Questa è la missione francescana: carità, mitezza e rispetto della persona, certamente; ma senza rinunciare alla verità del Vangelo. Ed è proprio qui che l'immagine edulcorata di Francesco comincia a incrinarsi.
Francesco e il sultano: una pagina che non si può riscrivere
Nel 1219 Francesco attraversò le linee del conflitto e si presentò al sultano d'Egitto al-Malik al-Kāmil. È uno degli episodi più celebri della sua vita. Ma spesso viene raccontato come se Francesco fosse andato semplicemente a predicare la pace, anticipando il moderno e spesso fuorviante dialogo interreligioso. Le fonti raccontano qualcosa di molto più radicale. Francesco va dal sultano per testimoniare Cristo.
San Bonaventura descriverà il viaggio come espressione del suo «ardore della carità» e del «desiderio del martirio». Non è un diplomatico moderno: è un miles Christi, un uomo disposto a rischiare la vita per la fede. E soprattutto, nelle Fonti Francescane, troviamo una testimonianza che non può essere semplicemente aggirata o reinterpretata secondo i nostri gusti.
Il sultano gli obietta che, se il Vangelo insegna ai cristiani a non rendere male per male, essi non dovrebbero imbracciare le armi contro i loro nemici. La risposta attribuita a Francesco è sorprendentemente netta.
Dopo aver richiamato l'insegnamento evangelico, egli arriva a dire:
«Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete.»
E subito dopo aggiunge:
«Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi.»
Sono parole difficili da conciliare con il Francesco pacifista assoluto che talvolta viene presentato.
E non occorre edulcorarle.
Francesco non dichiara ingiusta la difesa della Terra Santa. Non rimprovera i cristiani perché combattono. Non sostiene che la fede cristiana imponga di lasciare senza difesa le terre cristiane, le chiese e i cristiani aggrediti. Al contrario, nel testo delle Fonti Francescane egli afferma esplicitamente che i cristiani agiscono «secondo massima giustizia» quando combattono nelle circostanze che egli stesso elenca. Questo non significa trasformare Francesco in un teorico della guerra o attribuirgli una dottrina moderna della “guerra santa”. Significa semplicemente lasciare che sia il testo a parlare. E il testo parla con chiarezza.
Pace non significa resa
Questo episodio permette di comprendere anche un equivoco più generale. Francesco amava la pace, ma non identificava la pace con la resa davanti all'aggressore. Amava il nemico, ma ciò non significava considerare il male innocuo. Desiderava la conversione del musulmano, ma non per questo considerava irrilevante la difesa del cristiano. La frase conclusiva rivela perfettamente questa logica: se i musulmani conoscessero e rispettassero il «Creatore e Redentore del mondo» e lasciassero in pace i cristiani, allora questi ultimi li amerebbero «come se stessi». La carità non cancella la verità. La misericordia non cancella la giustizia. La pace non cancella il diritto alla difesa. Questo è il Francesco delle fonti, non quello costruito dalle nostre categorie.
Il creato non è Dio
Lo stesso errore si compie quando si trasforma Francesco nel precursore dell'ambientalismo contemporaneo. Francesco amava profondamente il creato. Ma proprio perché credeva nel Creatore. Il Cantico delle creature non è un inno alla natura separata da Dio. Comincia con la lode all'«Altissimo, onnipotente, bon Signore». Il sole, l'acqua, il fuoco, la terra sono fratelli e sorelle perché sono creature dello stesso Dio. Francesco non adorava il creato: adorava il Creatore. E la stessa logica vale per il povero, il lebbroso e l'uomo sofferente. Francesco non li amava perché avesse elaborato una teoria sociale dell'emarginazione. Li amava perché aveva incontrato Cristo.
Un uomo che non può essere ridotto
Ecco allora perché Francesco continua a sfuggire alle nostre categorie.
Possiamo chiamarlo uomo della pace, ma dobbiamo ricordare che difese la legittimità della guerra contro chi aggrediva la cristianità. Possiamo chiamarlo uomo del dialogo, ma dobbiamo ricordare che quando andò dal sultano fu solo per annunciargli Cristo e convertirlo. Possiamo chiamarlo uomo della fraternità, ma dobbiamo ricordare che la sua fraternità nasceva dalla comune appartenenza al Creatore, non dall'indifferenza verso la verità. Possiamo chiamarlo uomo del creato, ma dobbiamo ricordare che per lui ogni creatura conduceva al Creatore. Possiamo chiamarlo uomo dei poveri, ma dobbiamo ricordare che nel povero egli cercava Cristo. E soprattutto possiamo chiamarlo uomo della pace, purché non trasformiamo la sua pace in un idolo moderno che renda incomprensibili le sue stesse parole.
Francesco non ha bisogno di essere corretto
La vera grandezza di Francesco sta proprio qui: non ha bisogno di essere reso più moderno per essere attuale. Non abbiamo bisogno di trasformarlo in ciò che vorremmo che fosse. Non abbiamo bisogno di strappargli il Crocifisso per consegnarlo alla cultura contemporanea come icona dell'ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso, Francesco è infinitamente più grande di queste riduzioni.
Soprattutto non dobbiamo strappargli il Crocifisso per consegnare il santo alla cultura contemporanea come icona dell’ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso. È proprio questa rilettura selettiva a rischiare di tradirne l’identità: si conserva il Francesco che piace al nostro tempo e si dimentica il Francesco radicalmente conformato a Cristo crocifisso.
La sua povertà, la fraternità, la pace e l’amore per il creato non sono valori autonomi, separabili dalla sua fede, ma scaturiscono tutti dalla sequela del Crocifisso. Tutta la sua vita è stata una conformazione a Cristo, fino alle stimmate, segno visibile di questa identificazione con la Passione. Per questo non si può celebrare il Francesco della fraternità e del creato cancellando il Francesco della Croce: sarebbe ridurlo a un’icona innocua e contemporanea, mentre la sua figura autentica continua a provocare e a chiedere conversione.
È l'uomo che ha incontrato Cristo e che, dopo quell'incontro, ha preso sul serio il Vangelo. È l'uomo che ha baciato il lebbroso, ma anche quello che ha desiderato il martirio. È l'uomo che ha chiamato fratello il sole, ma che adorava il Dio dal quale il sole proviene. È l'uomo che ha attraversato le linee nemiche per parlare con il sultano, ma che non esitò a dire che i cristiani combattevano «secondo massima giustizia». È l'uomo della pace, sì — ma della pace di Cristo, non della semplice assenza di conflitto.
Ed è precisamente per questo che Francesco è ancora oggi una figura tanto potente: perché non è uno specchio nel quale possiamo contemplare noi stessi. È un uomo che ci costringe a guardare a Cristo.
E soltanto quando Francesco viene ricondotto a Cristo, il Poverello d'Assisi torna a essere quello che realmente fu: non il santo addomesticato dalle categorie del nostro tempo, ma un cristiano radicale, conformato a Cristo crocifisso, figlio fedele della Chiesa, missionario del Vangelo, amante della pace e, quando necessario, consapevole della legittimità della difesa della cristianità.
Il vero Francesco oltre le caricature del mondo
Alla fine, bisogna avere il coraggio di dirlo: il Francesco che oggi viene raccontato dalle parole vuote del mondo non è il Francesco delle fonti. È un Francesco selezionato, addomesticato e privato proprio di ciò che lo rende santo. Si prendono la sua pace, il suo amore per gli ultimi, la sua fraternità e il suo amore per il creato, ma si elimina accuratamente Cristo, che la Fonte di tutta l'esistenza del santo, perché un Francesco senza Cristo è molto più facile da applaudire.
Ma Francesco non era un ambientalista ante litteram, né un pacifista secondo le categorie moderne, né un profeta dell’indifferentismo religioso. Era un uomo conquistato da Cristo. La sua povertà nasceva da Cristo, la sua carità nasceva da Cristo, il suo amore per ogni creatura conduceva al Creatore, la sua missione nasceva dal desiderio che gli uomini conoscessero Cristo e persino il suo modo di intendere la pace non può essere separato dalla verità e dalla giustizia.
Per scoprire Francesco nella sua autentica interezza, dobbiamo respingere le letture edulcorate che vogliono separarlo dal suo centro e dal suo tutto: Cristo. La vita di questo Santo può essere compresa solo alla luce di questo centro; è infatti da Cristo e dall'amore per Cristo che scaturisce il suo amore per l’intera creazione. La sua eredità, infine, si comprende nella radicalità con cui conformò tutta la sua esistenza alla Croce di Cristo, fino a farne la forma stessa della propria vita.
E forse è proprio questo che il mondo non riesce ad accettare: per capire Francesco bisogna arrivare a Dio. E per arrivare al Francesco vero bisogna avere il coraggio di passare oltre quello falso che il mondo si è costruito. Non dobbiamo quindi rendere Francesco più moderno. Dobbiamo renderci noi abbastanza umili da ascoltarlo. Perché quando finalmente cadono le caricature, quando tacciono le parole vuote e quando lasciamo parlare le fonti, davanti a noi non rimane l’innocua icona che il mondo vorrebbe, ma un santo radicale, interamente conquistato da Cristo.





