martedì 11 aprile 2017

LA CRISI DELLA CHIESA E LA CRISI LITURGICA



«Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la messa»


di Lorenzo Bertocchi
02-04-2017


Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé (QUI l'originale in francese).

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI

Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».

Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

giovedì 16 marzo 2017

Il mondo alla rovescia



Stiamo costruendo un mondo alla rovescia che non sopravviverà

 per più di due generazioni.






di Francesco Lamendola - 10/06/2009

Le persone che hanno almeno cinquant'anni sono in grado di misurare l'enorme differenza di comportamenti, di mentalità e di valori che separa le ultime generazioni da quelle precedenti; e fino a che punto lo smarrimento esistenziale, l'incapacità di affrontare i sacrifici, l'edonismo becero di tante persone, contrastino con il forte senso del dovere, con lo spirito di sacrificio e con la chiarezza dei punti di riferimento, caratteristici della società prima che fosse spazzata con violenza dai venti del cosiddetto miracolo economico e, in generale, della tarda modernità.
Questo è un discorso che, oggi, non piace, perché sa di passatismo e sembra improntato unicamente alla dimensione della nostalgia e del rimpianto, al tempo stesso antistorico e inconcludente, per un supposto paradiso perduto che avrebbe caratterizzato la società occidentale pre-moderna o, quantomeno, nella fase iniziale della modernità.
Non piace, inoltre, perché sembra un discorso accusatorio nei confronti dei giovani, e quindi incorre nell'accusa di leso giovanilismo, una delle forme caratteristiche che ha preso la sfrenata demagogia della cultura attuale; anzi, una delle forme della religiosità laica post-moderna: mentre è chiaro che l'accusa, semmai, è rivolta agli adulti che non hanno saputo trasmettere ai propri figli niente di meglio del consumismo più idiota e dell'arrivismo più smodato e cialtrone (culminato nei tristissimi fasti odierni del «velinismo», per cui la discussione sociale e perfino politica sembra ruotare intorno all'ombelico di qualche diciottenne un po' belloccia).
Eppure, se si analizzano le cose in maniera onesta e spassionata, non si tarda ad accorgersi che non di nostalgia del passato si tratta, ma di una obiettiva valutazione dei fatti e di un doveroso grido di allarme, che è necessario lanciare prima che sia troppo tardi.
Troppo tardi per cosa? A costo di essere tacciati (anche) di catastrofismo e, come si usa dire, di terrorismo psicologico, non esitiamo ad affermare che rischia di essere troppo tardi per salvare il nostro mondo, il mondo che - a parole - diciamo di amare e rispettare. La società occidentale è matura per il crollo: non fra mille o fra cento anni, ma entro trenta o cinquant'anni al massimo: lo spazio di una o due generazioni.

l’Italia a testa in giù.





Di Marcello Veneziani

Il mondo capovolto, il diritto a rovescio, l’Italia a testa in giù. I figli non li vuole più nessuno eccetto i gay, le lesbiche e le donne anziane. E via con gli uteri in affitto, le maternità surrogate, l’eterologa, le adozioni di coppie dello stesso sesso. E se la politica tentenna, la magistratura accelera, non applica le leggi ma le crea.

A passo di carica, come non accade per la gran parte dei processi. Ma è sempre colpa della legge che non c’è, la legge come la vogliamo noi; e allora il giudice pietoso con sensibilità sartoriale, l’inventa su misura, per l’occorrenza.

Se un medico è obiettore di coscienza sull’aborto allora si assumono solo medici abortisti, e intanto spopolano il suicidio assistito e l’eutanasia, c’è una vasta tifoseria per i morituri volontari: perché il diritto di vivere di chi nasce si può negare ma non si può nemmeno discutere il diritto di morire a norma di legge, col consenso del prete e con l’aiutino di Stato.

Si possono strappare i figli ai genitori, i nipotini ai nonni, ma vanno autorizzati i figli comprati dalle coppie omosex. Si affrettano i tribunali di Roma, di Firenze e di Trento – quegli stessi tribunali dove tanti processi anche urgenti languono per anni – ad assicurare adozioni e figli di uteri affittati a coppie omosessuali; si mette in marcia il Parlamento per votare il primo step dell’eutanasia, per ora nella forma rassicurante di testamento biologico. Poi per gradi si arriverà al resto.

domenica 12 marzo 2017

Gender: I fatti, non le ideologie, determinano la realtà.



Pubblichiamo di seguito la traduzione del documento adottato nel gennaio di quest’anno 2017 dal Collegio americano dei Pediatri. E’ un testo durissimo contro l’ideologia gender e i suoi perversi corollari, quali l’impiego di ormoni sessuali e della chirurgia e proviene da una dell più autorevoli istituzioni in materia.

Qui il testo originale con note [RS]:


https://www.acpeds.org/the-college-speaks/position-statements/gender-ideology-harms-children



Il Collegio Americano dei Pediatri sollecita professionisti della salute educatori e legislatori a rigettare tutte le politiche che condizionino i bambini ad accettare come normale una vita di impersonificazione chimica o chirurgica dell’altro sesso. I fatti, non le ideologie, determinano la realtà.
La sessualità umana è un carattere oggettivo, biologicamente binario: “XY” e “XX” sono indicatori genetici del maschio e della femmina, rispettivamente – non marcatori genetici di un disordine. La norma per l’uomo è di essere concepito maschio o femmina. La sessualità umana è binaria per progetto con l’ovvio proposito della riproduzione e la continuazione della nostra specie. Questo principio è autoevidente.I rari e marginali disordini nello sviluppo sessuale (DSD), come ad esempio, ma non solo, la femminilizzazione testicolare o l’iperplasia adrenale congenita sono tutte deviazioni, medicalmente identificabili, dalla norma della duplicità sessuale e sono correttamente riconosciuti come disordine rispetto al disegno umano. Individui con DSD (anche indicati come “intersex”) non costituiscono un terzo sesso.

domenica 5 marzo 2017

Ridateci i Tabernacoli



Aldo Maria Valli

Non so se succede anche a voi. Quando entro in una chiesa, sempre più spesso fatico a capire dov’è il tabernacolo. Mi tocca cercarlo, come in una caccia al tesoro. E qualche volta non lo trovo proprio.

Così come la fantasia degli architetti si sbizzarrisce nel progettare ed edificare chiese che sembrano tutto tranne che chiese cattoliche (possono andare benissimo come palazzetti dello sport o come sale protestanti, ma non come luoghi di culto cattolici), allo stesso modo gli arredatori degli interni, presi da irrefrenabile voglia di novità e cambiamento, spostano il tabernacolo negli angoli più strani e a volte più remoti.

Ora io so di non avere occhi di falco. Sono miope e, quando arrivo dalla luce esterna, impiego un po’ di tempo per adattarmi alla penombra della chiesa. Però molto spesso non è questione di scarsa vista e di luce. In tante chiese, purtroppo, il tabernacolo si trova in posizioni improbabili, quasi che non fosse lui il padrone di casa, quasi che lo si volesse nascondere come si fa con qualcuno di cui ci si deve un po’ vergognare.

Mi è successo anche oggi. Entro e non vedo. Va bene, mi dico, saranno gli occhi. Guardo, riguardo. E non vedo. Perché il tabernacolo non c’è. O, per lo meno, non è lì dove dovrebbe essere. È spostato a lato, molto defilato, senza la luce rossa, nascosto dentro una specie di gabbia d’acciaio. Perché c’è da dire anche questo: più viene messo ai margini, più il tabernacolo, in quanto oggetto, diventa strano e assume fogge inverosimili e assurde.

lunedì 20 febbraio 2017




"Esprimo la mia riconoscenza a Giacinta per i sacrifici per il Santo Padre, che aveva visto soffrire"(Giovanni Paolo II).



 
La sera del 20 febbraio 1920, sola, come la Madonna le aveva annunciato, moriva la più piccola dei veggenti di Fatima, Giacinta Marto.

Nel mese di febbraio ricorreva dunque l’anniversario della sua partenza per il Cielo e la Chiesa celebra la sua memoria da quando, il 13 maggio 2000, a Fatima, è stata proclamata Beata da Giovanni Paolo II insieme al fratello Francesco, anch’egli testimone e protagonista delle apparizioni di Fatima.

Chi era la piccola Giacinta Marto? E come è possibile che una bambina di soli dieci anni – ne aveva sette al tempo delle apparizioni – possa aver scalato in così poco tempo la vetta della santità tanto da indurre la Chiesa a elevarla alla gloria degli altari?


«Io prometto...» 

Il Quinto Spirito - Docu-film su Pier Giorgio Frassati




UN FUTURO DA INGEGNERE
Per comprendere il film-documentario è dunque necessario comprendere il cammino di Pier Giorgio, che nasce a Torino il 6 aprile 1901 in una famiglia dell’alta borghesia; il padre, Alfredo, è giornalista e proprietario de La Stampa. Affascinato dal Vangelo e ispirato da Cristo, il giovane si spende per i più bisognosi. Sceglie di studiare ingegneria meccanica con specializzazione in mineraria per poter lavorare al fianco dei minatori della zona (una delle classi sociali più disagiate di quel tempo), e vuole tentare di migliorare le loro condizioni di lavoro (sanvincenzoitalia.it).

TRA AZIONE CATTOLICA E FUCI
Pier Giorgio vive il suo cammino di fede nell’Azione Cattolica, frequenta la Fuci durante il periodo universitario e si iscrive al terz’ordine domenicano. Per descrivere il suo percorso di fede occorre approfondire il suo amore per lo sport, in particolare per la montagna (Azionecattolica.it). L’abilità sportiva dello scalatore è paradigma della spiritualità di Pier Giorgio; la sintesi tra vita contemplativa e vita attiva trova un felice slogan nella sua regola Verso l’alto, che indica un continuo esercizio di crescita, di ricerca, di allenamento.

LA METAFORA DELLA MONTAGNA
L’intreccio tra preghiera, partecipazione ai sacramenti, lettura della Parola ed esercizio della carità si misura attorno all’intensità di questa tensione a crescere, a “salire”. La montagna in questo senso è metafora straordinariamente chiara per spiegare la spiritualità laicale, il movimento parte perché è la vetta che ti “chiama”, ma anche il cammino diventa passo dopo passo più gustoso; non mancano certo gli ostacoli e gli scoraggiamenti tra una roccia particolarmente pericolosa e un sentiero che sembra bloccato.

SANTITA' COME VOCAZIONE PER TUTTI
Pier Giorgio muore molto giovane, a soli 24 anni, per una grave malattia. Il 20 maggio 1990 Papa Giovanni Paolo II lo proclama beato. La sua vita, si legge ancora su Azionecattolica.it, ci incoraggia e ci dona una certezza: la santità non è cosa per pochi eroi, ma una vocazione per tutti. Siamo invitati a vivere anche oggi questo dinamismo verso l’alto. Pier Giorgio ci ispira fiducia perché ci ricorda che se a volte siamo scalatori un po’ affannati comunque è sempre l’Altezza che in ogni epoca storica e in ogni vissuto personale affascina e chiama.




Fonte: Aleteia

mercoledì 25 gennaio 2017

Testimonianza di un amico del Beato Pier Giorgio Frassati



"Pier Giorgio era cordialissimo, ma terribilmente sincero, non ci risparmiavamo a vicenda le più chiare parole. Quando gli facevo notare che qualche volta era testardo e a volte perditempo, lui mi ricordava con precisione tutti i miei difetti, dalla distrazione all'orgoglio, passando per altri maggiori. Su certi poi si accaniva veramente e mi dimostrava come e quando li rivelavo. Noi dicevamo che questo era toglierci la polvere a vicenda, e non ne abbiamo mai conservato amarezza, anzi tanta e maggiore cordialità".



La provvidenza di Dio supera la giustizia dell'uomo.




«Un monaco di nome Serafino chiedeva con insistenza al Signore di poter prendere il suo posto sulla croce, perché voleva condividere in tutto il ruolo di Cristo.
Un giorno il Crocifisso accettò, ma a un patto. Il Signore Gesù gli disse: “Che tu stia zitto!”.
Serafino, essendo monaco, abituato al rigore, all’osservanza del silenzio, promise immediatamente. Il Cristo scese allora dalla croce, che era in chiesa, e vi salì invece il monaco Serafino.
Entrò un uomo ricco a pregare e, mentre pregava, gli scivolò giù il sacchetto dei soldi. Si alzò per andarsene e Serafino, che aveva visto, avrebbe voluto dirgli che gli era caduto il sacchetto, però si era impegnato a tacere e quindi tacque. 
Subito dopo entrò un uomo povero, cominciò a pregare, ma gli caddero subito gli occhi su quel sacchetto di soldi; si guardò intorno, non c’era nessuno che lo vedesse, prese il sacchetto, se lo mise in tasca e scappò. Serafino avrebbe voluto dirgli che non doveva prenderli, perché non erano suoi, ma si era impegnato a star zitto e dunque tacque. 
Poi entrò un giovanotto che si mise devotamente in ginocchio ai piedi del crocifisso chiedendo aiuto e protezione perché stava per mettersi in viaggio per mare. In quel mentre entrò l’uomo ricco con i gendarmi dicendo che aveva lasciato in chiesa il sacchetto dei soldi. L’unica persona presente era quel giovanotto, i gendarmi lo presero e lo arrestarono.
A quel punto Serafino non riuscì più a stare zitto e gridò:
“È innocente”. 
Figuratevi! Il crocifisso parlante salvò quel giovane dalla galera, perché in forza di quella voce fecero meglio le indagini, lasciarono andare il giovanotto che si imbarcò, e arrestarono il povero che aveva preso i soldi, ed il sacchetto coi denari fu restituito al ricco.
Alla sera il Cristo tornò con la faccia scura e rimproverò severamente Serafino: “Così non va proprio bene!”. 
“Ma come, Signore?”. 
Ti avevo detto di stare zitto”. 
“Ma ho rimesso a posto le cose, ho fatto giustizia”. 
Disse allora il Signore: “No, Serafino, tu hai sbagliato tutto; il tuo impegno era quello di tacere; me lo avevi promesso. 
Invece, parlando, tu hai rovinato la mia azione. 
Quel ricco stava per fare un’opera cattiva con quei soldi e io glieli ho fatti perdere; quel povero ne aveva bisogno e io glieli ho fatti trovare; quel giovanotto ora sta naufragando in mare, e mi aveva chiesto aiuto: se fosse andato in prigione, almeno per un giorno, avrebbe perso la nave e non sarebbe morto. Hai rovinato tutto, non sei in grado di metterti al mio posto, caro Serafino! Anche se sei un monaco, e ti consideri avanti nella vita spirituale, la Mia Provvidenza guida le cose meglio di voi, anche quando sembrano andare per storto

Morale:
spesso vorremmo risposte da Dio e ce la prendiamo con il Crocifisso che non ci parla! 
Lui non parla, ma invece sempre opera secondo il nostro miglior bene. Ringraziamolo allora, perché ci aiuta lo stesso.

Fonte: dal web

domenica 15 gennaio 2017

“pastoralismo” o "catto-pietismo"?



di Stefano Fontana
13-01-2016

Le incertezze e le paralisi che la Chiesa italiana ha reso evidenti nella confusione sulla linea da prendere a proposito del disegno di legge Cirinnà hanno un nome: pastoralismo. Una Chiesa che si è così a lungo macerata e lacerata su una cosa in vero molto semplice da fare, come opporsi ad una legge disumana da tutti i punti di vista, richiede una ragione culturale: il pastoralismo. Il pastoralismo ha fatto dire a tanti vescovi e sacerdoti che le manifestazioni di piazza rompono il dialogo e non costruiscono. 

Il pastoralismo ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone. Il pastoralismo ha fatto pensare che la Chiesa debba solo formare – chissà poi chi, dove e come – e poi ognuno entra nella pubblica piazza con la propria coscienza. Il pastoralismo fa ritenere a tanti preti che la Chiesa non debba dire mai di no, ma piuttosto debba accompagnare tutti e sempre.

Intervista al cardinale Caffarra 14 Gennaio 2017



"Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione". 



La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco. Non il suo effetto. Insulti e minacce di sanzioni canoniche sono cose indegne”. “Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante”.



di Matteo Matzuzzi (14-01-2017)

Bologna – «Credo che vadano chiarite diverse cose. La lettera – e i dubia allegati – è stata lungamente riflettuta, per mesi, e lungamente discussa tra di noi. Per quanto mi riguarda, è stata anche lungamente pregata davanti al Santissimo Sacramento».

Il cardinale Carlo Caffarra premette questo, prima di iniziare la lunga conversazione con Il Foglio sull’ormai celebre lettera “dei quattro cardinali” inviata al Papa per chiedergli chiarimenti in relazione all’Amoris laetitìa, l’esortazione che ha tirato le somme del doppio Sinodo sulla famiglia e che tanto dibattito – non sempre con garbo ed eleganza – ha scatenato dentro e fuori le mura vaticane. «Eravamo consapevoli che il gesto che stavamo compiendo era molto serio. Le nostre preoccupazioni erano due. La prima era di non scandalizzare i piccoli nella fede. Per noi pastori questo è un dovere fondamentale. La seconda preoccupazione era che nessuna persona, credente o non credente, potesse trovare nella lettera espressioni che anche lontanamente suonassero come una benché minima mancanza di rispetto verso il Papa. Il testo finale quindi è il frutto di parecchie revisioni: testi rivisti, rigettati, corretti».

Fatte queste premesse, Caffarra entra in materia. «Che cosa ci ha spinto a questo gesto? Una considerazione di carattere generale-strutturale e una di carattere contingente-congiunturale. Iniziamo dalla prima. Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. È un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitìa. In questi mesi sta accadendo che sulle stesse questioni fondamentali riguardanti l’economia sacramentale (matrimonio, confessione ed eucaristia) e la vita cristiana, alcuni vescovi hanno detto A, altri hanno detto il contrario di A. Con l’intenzione di interpretare bene gli stessi testi».

E «questo è un fatto, innegabile, perché i fatti sono testardi, come diceva David Hume. La via di uscita da questo “conflitto di interpretazioni” era il ricorso ai criteri interpretativi teologici fondamentali, usando i quali penso che si possa ragionevolmente mostrare che Amoris laetitìa non contraddice Famìliaris consortio. Personalmente, in incontri pubblici con laici e sacerdoti ho sempre seguito questa via». Non è bastato, osserva l’arcivescovo emerito di Bologna. «Ci siamo resi conto che questo modello epistemologico non era sufficiente. Il contrasto tra queste due interpretazioni continuava. C’era un solo modo per venirne a capo: chiedere all’autore del testo interpretato in due maniere contraddittorie qual è l’interpretazione giusta. Non c’è altra via. Si poneva, di seguito, il problema del modo con cui rivolgersi al Pontefice. Abbiamo scelto una via molto tradizionale nella Chiesa, i cosiddetti dubia». Perché? «Perché si trattava di uno strumento che, nel caso in cui secondo il suo sovrano giudizio il Santo Padre avesse voluto rispondere, non lo impegnava in risposte elaborate e lunghe. Doveva solo rispondere “Sì” o “No”. E rimandare, come spesso i Papi hanno fatto, ai provati autori (in gergo: probati auctores) o chiedere alla Dottrina della fede di emanare una dichiarazione congiunta con cui spiegare il Sì o il No. Ci sembrava la via più semplice. L’altra questione che si poneva era se farlo in privato o in pubblico. Abbiamo ragionato e convenuto che sarebbe stata una mancanza di rispetto rendere tutto pubblico fin da subito. Così si è fatto in modo privato, e solo quando abbiamo avuto la certezza che il Santo Padre non avrebbe risposto, abbiamo deciso di pubblicare».

mercoledì 28 dicembre 2016

Erode è ancora tra noi.

Un bell'articolo di Clauda Cirami pubblicato nella pagina di Notizie Provita 




Chi celebra la festa dei Martiri Innocenti, il 28 dicembre, pensa alla famosa strage come a un evento lontano, passato, simbolico. Invece ci sono moderni Erode – vivi e con un certo seguito – che sostengono l’aborto perché ritengono le vite dei bambini senza valore.

Immaginare i bambini ancora nel grembo andare incontro alla morte causata da un aborto volontario è terribile. Negli anni, però, è stata oltrepassata anche un’altra terrificante frontiera: il divieto di sopprimere un bambino già nato. L’infanticidio a tutti gli effetti viene perpetrato in modo legale, con il consenso di medici e genitori, principalmente a causa di gravi malattie o disabilità permanenti, ma già c’è chi lo giustifica per cause più futili.

In molti hanno pensato subito al paragone con Sparta. Secondo la tradizione, nella città-stato del Peloponneso il gruppo sociale più potente, gli spartiati, abbandonava sul monte Taigeto i figli nati con problemi fisici, condannandoli a morte. Un criterio di efficienza motivava questa scelta: gli spartiati, guerrieri, che detenevano il potere, erano numericamente inferiori agli altri gruppi sociali. Erano dunque “condannati” alla perfezione e a ben dosare tempi e risorse.

Il paragone è azzardato? No. Anche oggi un sottinteso criterio di efficienza motiva i sostenitori dell’aborto e di questa pratica turpe: in una società fondata su “valori” quali bellezza, giovinezza, salute – in cui malattia e disabilità sono messe al bando – chiunque non è in linea con questa pressante richiesta di perfezione è guardato con sospetto e, spesso, fatto oggetto di proposte da “soluzione finale”. A Sparta, però, non si trinceravano dietro motivi umanitari, né soprattutto abbiamo la certezza che ciò avvenisse davvero: recenti studi sembrano disconfermare questa tradizione. Ciò che invece accade oggi è reale e, in nome di una presunta libertà individuale e di un malinteso senso di pietà, si pretende di disporre della propria vita e di quella altrui con arroganza prometeica. Già Giovanni Paolo II aveva sottolineato: «Si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e — se possibile — ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da par- te dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie» (Evangelium Vitae, n. 4).

lunedì 12 dicembre 2016

La meravigliosa storia della Madonna di Guadalupe



LE APPARIZIONI E IL MIRACOLO DELL’IMMAGINE DI “MADRE INCINTA DI TRE MESI” STAMPATASI SUL MANTELLO DI SAN JUAN DIEGO
LA STORIA STRAORDINARIA DELLE APPARIZIONI E DELL’IMMAGINE MIRACOLOSA



Un giorno in cui contemplava una riproduzione dell’Immagine di Nostra Signora di Guadalupe, Papa Giovanni Paolo II fece questa confidenza: «Mi sento attirato da quest’Immagine, perché il viso è pieno di tenerezza e di semplicità; mi chiama…». Più tardi, il 6 maggio 1990, in occasione di un pellegrinaggio in Messico, il Santo Padre beatificava il messaggero di Nostra Signora, Juan Diego, e diceva: «La Vergine ha scelto Juan Diego fra i più umili, per ricevere quella manifestazione affabile e benigna che fu l’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe. Il suo viso materno sulla santa Immagine che ci lasciò in dono ne è un ricordo imperituro». Nel secolo XVI, la Santa Vergine, piena di pietà per il popolo azteco che, vivendo nelle tenebre dell’idolatria, offriva agli idoli innumerevoli vittime umane, si è degnata di prendere in mano essa medesima l’evangelizzazione degli Indiani dell’America Centrale che erano anch’essi suoi figli. Un dio degli Aztechi, cui era attribuita la fertilità, si era trasformato, con l’andar del tempo, in dio feroce. Simbolo del sole, quel dio, in lotta permanente con la luna e le stelle, aveva bisogno – così si credeva – di sangue umano per restaurare le proprie forze, poiché, se fosse perito, la vita si sarebbe spenta. Sembrava dunque indispensabile offrigli, in perpetuo sacrificio, sempre nuove vittime.

Trasformare la Fede in Cultura - intervista a Aldo Maria Valli








dal Blog di  Aldo Maria Valli

Il papa Giovanni Paolo II, in molte occasioni, ha insegnato che la fede deve farsi cultura. La fede “trasforma” l’uomo che, quindi, diventa capace di una nuova cultura, una nuova visione della realtà, un nuovo modo di vivere. Da questo devono scaturire anche dei criteri per un giudizio sugli avvenimenti e sui fenomeni sociali. In concreto, dal suo punto di vista, come si deve esprimere questo insegnamento?

Il punto di vista dal quale mi pongo è soprattutto quello del genitore di sei figli: due giovani adulti, tre universitarie, un’adolescente. Quando si affronta questo argomento, da alcuni di loro arriva un’obiezione: la religione impone troppi obblighi, inventa troppi tipi di obbedienza, costringe la persona in un percorso artificioso, che non sa fare i conti con la realtà. Mi accorgo che questi giovani si concentrano sull’idea di religione, vista come insieme di norme espresse da un’istituzione chiamata Chiesa, e tralasciano il discorso sulla fede in un Dio padre che ci ha voluti per amore, che ci ha pensati proprio così come siamo, con il nostro nome, che conosce tutto di noi ed ha su ognuno un progetto buono, per il nostro bene e per la nostra felicità. Non è facile passare dall’idea di religione a quella di fede, dalla precettistica all’amore. La cultura laicista nella quale siamo inseriti non fa nulla per valorizzare il messaggio essenziale del Vangelo, ma insiste costantemente sulla religione in quanto “gabbia”, in quanto insieme di norme da superare in vista di un’ipotetica libertà. Così diventa molto faticoso mostrare il percorso di fede come un percorso di libertà, che ha come obiettivo la nostra gioia più vera e profonda, con la liberazione da tutti gli idoli mondani. In quanto genitore, e quindi educatore, questa situazione è fonte di una certa frustrazione, di un certo senso di impotenza, perché le forze in campo sembrano davvero sproporzionate e tu, per quanto cerchi di fornire un esempio di vita coerente con la fede che ti nutre, ti senti costantemente superato da un poderoso apparato culturale e massmediatico imbevuto di un illuminismo all’ingrosso. Così, è difficile anche far passare la grande proposta al centro del pontificato di Benedetto XVI, e cioè che la ragione umana è tanto più autenticamente tale quanto più si apre al trascendente e si pone le grandi domande, mentre il razionalismo esasperato, che pretende di limitare l’orizzonte affermando che la questione di Dio non è pertinente per la ragione umana, non fa crescere la persona, non la rende più libera, ma la impoverisce e la rende più vulnerabile di fronte agli attacchi delle ideologie di vario genere e colore.

lunedì 5 dicembre 2016

La veggente per cui la Polonia ha incoronato Cristo come Re.


5 dicembre 2016

 Al fine di segnare la conclusione dell’Anno della Misericordia il 20 novembre, 2016, in occasione della solennità di Cristo Re, un evento piuttosto notevole ha avuto luogo in Polonia il 19 novembre, quando il governo polacco, insieme con la gerarchia della Chiesa ha riconosciuto ufficialmente Cristo come il re di Polonia. L’atto della ricezione di Cristo come Re e Signore è stato poi ripetuto il giorno successivo in tutte le parrocchie in Polonia il 20 novembre. 

Questa iniziativa, che è stata effettuata dalla Conferenza episcopale polacca, sembra essere stato inteso come un gesto in gran parte profetico legato alla devozione della Divina Misericordia, e l’impeto iniziale per questa azione simbolica può essere saldamente attribuito a certe rivelazioni private date alla Serva di Dio [quindi si tratta di una veggente riconosciuta dalla Chiesa] Rozalia Zelkova nel 20esimo secolo, poco prima della seconda guerra mondiale. Rozalia Zelkova aveva avuto una visione in cui Cristo chiedeva di essere proclamato re dalla nazione polacca per risparmiare il paese dalla guerra imminente: ‘Se la Polonia vuole salvare se stessa, deve annunciare Gesù come suo Re attraverso l’atto di intronizzazione. Deve essere effettuata da tutta la nazione, e in particolare da parte delle autorità statali e la chiesa, che dovrebbero condurre la cerimonia, a nome della nazione.‘ 

Polonia. Atto di accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano.







Fonte: Zenith

Davanti a migliaia di fedeli da tutta la Polonia, ai vescovi polacchi, alle autorità dello Stato con il presidente, Andrzej Duda, si sono tenute lo scorso 19 novembre a Cracovia-Lagiewniki, presso il Santuario della Divina Misericordia, le celebrazioni dell’Atto di accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano, a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia. Oggi, domenica 20 novembre, lo stesso Atto sarà celebrato presso tutte le parrocchie della Polonia.

La Santa Messa è stata presieduta dal cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanislaw Dziwisz: l’omelia l’ha tenuta il vescovo Andrzej Czaja di Opole, presidente del Comitato dei Movimenti di Intronizzazzione. “Non è nostro il compito di scegliere Cristo come Re, ma riconoscere la sua signoria e arrendersi alla Sua legge, affidare a Lui la nostra patria e la nazione, noi stessi e le nostre famiglie”, ha detto il vescovo Andrzej Czaja.

“Tale Atto di Accoglimento in occasione del Giubileo della Misericordia e nel 1050° anniversario del Battesimo della Polonia non può rimanere soltanto nelle cronache e negli annali”, ha aggiunto il presule, “dobbiamo svolgere un lavoro di trasformazione e regolare la nostra vita secondo la Volontà di Dio, come ci ha insegnato Gesù e il suo Vangelo”.

Mons. Czaja ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, ‘Spalancate le porte a Cristo per la sua potenza salvifica. Non abbiate paura’, utili – ha detto – “per confessare la fede che Gesù è il nostro Re, Signore e Salvatore”.

“Il Governo di Dio si deve realizzare oggi nel cuore degli uomini. Esiste una necessità di armonia e amore tra di noi. Abbiamo bisogno dello Spirito di Dio, lo Spirito di verità e di unità, e anche degli altri frutti dello Spirito: la bontà, la dolcezza, il controllo, la fedeltà e la pazienza”, ha sottolineato il vescovo Czaja.

In Polonia – ha proseguito – si vede la necessità di maggior rispetto per la legge di Dio. Oggi tutti dobbiamo invocare Dio e lo Spirito Santo per aprirci a Gesù, arrendersi alla sua legge e ai suoi disegni. Apriamo le porte a Gesù, alla potenza del suo amore misericordioso”.

Alla fine della Santa Eucaristia davanti al Santissimo Sacramento si è svolto quindi l’Atto di Accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano. L’atto è stato recitato dal presidente della Conferenza Episcopale Polacca, l’arcivescovo Stanislaw Gądecki.

Già l’11 ottobre in una lettera pastorale i vescovi polacchi spiegavano che “non è necessario intronizzare Cristo nel senso di elevazione al trono e dandogli il potere di essere proclamatore. Dopo tutto, egli è il Re dei re e Signore dei signori, per sempre.”

L’Atto di Accettazione di Cristo come Re e Signore in Polonia realizza l’insegnamento di Papa Pio XI, che nella sua enciclica Quas Primas sottolineava la necessità nei nostri tempi “che Cristo regni”.




domenica 27 novembre 2016

Gli uomini di buona volontà pensano ed agiscono in modo diverso.

Si è perso il senso della vita e del suo vero valore. 
Si attraversa questo passaggio esistenziale come se non ci fosse una meta. E per questo ci si chiude alla possibilità di un traguardo guadagnato con fatica e sudore. Non si vogliono affrontare i rischi e i pericoli delle proprie scelte. Non ci si vuole più impegnare per conseguire un risultato che porti a traguardi che non siano chili persi e muscoli tonici. Invece di sposarsi si preferisce convivere, invece che fare figli sin da giovani ci si chiude alla vita per assaporare i "piaceri" amari di una esistenza sterile ed egoista.
L'uomo e la donna di fede, non fanno così.




di Tommaso Scandroglio.

Il senso di liberazione che ha accompagnato molti commentatori nell’apprendere che ora la cattedra di Pietro ha indicato una strada facilitata, se non una scorciatoia, nell’assolvere il peccato di aborto e nel togliere la relativa scomunica è indice di un atteggiamento mentale abbastanza diffuso in una certa cultura contemporanea. L’atteggiamento mentale proprio dell’arrendevole, di chi appunto se può prende la via più comoda, più confortevole, più esistenzialmente ergonomica.

L’uomo postmoderno infatti da tempo ha rinunciato alla battaglia. Aspetta un bambino malato? Ricorre all’aborto. Non vuole concepire un bambino malato? Opta per la diagnosi genetica pre-impianto. Non riesce ad avere un bambino? Prende la via facile della provetta. Teme di sopportare le conseguenze negative di una sessualità nomade? Fa uso della contraccezione. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Cambia sesso come quando si cambia scuola perchè non ci si trova bene. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Sceglie l’eutanasia. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? Va a convivere. Litiga in famiglia o non si sente realizzato (pur avendo prima convissuto)? Divorzia.