4. Quando si difende una verità dimenticandone un'altra: Eutiche e il rischio di perdere il vero Gesù
Dopo il Concilio di Efeso del 431 molti cristiani pensarono che la questione fosse definitivamente risolta.
Nestorio era stato condannato. La Chiesa aveva ribadito che Gesù Cristo è un unico Signore e che Maria può essere chiamata Madre di Dio.
Sembrava che tutto fosse ormai chiaro. Eppure la storia insegna che spesso gli errori non scompaiono: cambiano semplicemente volto.
Accadde anche allora. Nel tentativo di difendere l'unità di Cristo, alcuni finirono per mettere in pericolo un'altra verità fondamentale: la sua piena umanità.
Ed è proprio qui che entra in scena un personaggio destinato a segnare profondamente la storia della teologia: Eutiche.
Un problema che ritorna continuamente
Nella vita della Chiesa capita spesso che, per reagire a un errore, si finisca per cadere nell'errore opposto.
È un meccanismo che conosciamo bene anche nella vita quotidiana.
Se qualcuno insiste troppo sulla giustizia, può dimenticare la misericordia.
Se qualcuno parla soltanto di misericordia, può trascurare la verità.
La fede cristiana vive sempre di equilibrio.
Lo stesso accadde nel V secolo.
Dopo Efeso molti cristiani erano così preoccupati di evitare il nestorianesimo da rischiare di perdere di vista l'altra faccia del mistero.
Se Gesù è un unico Signore, come dobbiamo parlare della sua umanità?
Chi era Eutiche?
Eutiche non era un teologo di professione.
Era un archimandrita, cioè il superiore di una vasta comunità monastica vicino a Costantinopoli.
Guidava centinaia di monaci ed esercitava una notevole influenza nella capitale dell'Impero.
Era sinceramente convinto di difendere l'insegnamento di Cirillo di Alessandria.
Aveva visto il pericolo rappresentato da Nestorio e voleva evitarlo a ogni costo.
Ma proprio questo desiderio lo condusse su una strada pericolosa.
Una frase apparentemente innocua
Quando Eutiche venne interrogato sulla sua fede pronunciò una formula destinata a suscitare enormi polemiche.
Disse:
«Prima dell'unione Cristo era da due nature; dopo l'unione una sola natura».
A prima vista può sembrare una sottigliezza. Molti fedeli di oggi potrebbero domandarsi: «Che differenza fa?»
In realtà la differenza è enorme.
Se dopo l'Incarnazione esiste una sola natura, che cosa accade all'umanità di Gesù?
Rimane realmente umana?
Oppure viene assorbita dalla divinità?
Questa era la grande preoccupazione dei suoi avversari.
Un esempio per capire
Immaginiamo di versare una goccia di inchiostro in un grande recipiente pieno d'acqua.
Dopo pochi istanti l'inchiostro si disperde completamente.
Non lo distinguiamo più.
Alcuni teologi temevano che il modo di parlare di Eutiche conducesse proprio a una visione simile.
L'umanità di Cristo rischiava di essere "inghiottita" dalla divinità.
Ma se fosse così, Gesù non sarebbe più veramente uomo come noi.
E qui emerge una domanda decisiva.
Perché tutto questo riguarda anche noi?
Molti cristiani immaginano Gesù soprattutto come Dio.
Naturalmente è vero.
Gesù è Dio.
Ma il Vangelo insiste continuamente anche su un'altra verità.
Gesù ha avuto fame.
Ha avuto sete.
Ha conosciuto la stanchezza.
Ha provato tristezza.
Ha pianto.
Ha sofferto.
Ha sperimentato persino l'angoscia davanti alla morte.
Pensiamo al Getsemani.
Gesù non recita una parte.
Non finge di soffrire.
Non attraversa la passione come un essere divino insensibile al dolore.
La sua umanità è reale.
Quando preghiamo un Cristo che comprende le nostre lacrime, i nostri fallimenti, le nostre paure e le nostre ferite, lo facciamo perché Egli è veramente uomo.
Se la sua umanità fosse soltanto apparente o incompleta, il Vangelo perderebbe una parte essenziale della sua forza consolatrice.
La risposta della Chiesa
Nel 448 Eutiche fu convocato davanti a un sinodo a Costantinopoli.
I vescovi esaminarono le sue affermazioni e conclusero che esse mettevano seriamente a rischio la fede della Chiesa.
Eutiche fu condannato.
Ma la controversia non si spense.
Anzi, divenne ancora più accesa.
L'archimandrita trovò appoggi influenti e iniziò a presentarsi come una vittima perseguitata.
Molti pensavano che egli fosse semplicemente un fedele difensore di Cirillo.
La situazione si fece rapidamente esplosiva.
Entra in scena Leone Magno
Mentre in Oriente infuriavano le polemiche, a Roma sedeva uno dei più grandi pontefici della storia cristiana.
Papa Leone I, che la tradizione chiamerà Leone Magno.
Quando ricevette notizia della controversia, comprese subito che era in gioco qualcosa di fondamentale.
Non bastava dire che Cristo è uno.
Bisognava anche spiegare in che modo l'umanità e la divinità continuano a esistere in Lui.
Per questo scrisse una lettera destinata a diventare uno dei documenti più importanti della storia della Chiesa.
È il celebre Tomus a Flaviano.
Un testo che parla ancora oggi
Leone parte da una convinzione semplice e profondissima.
Se Cristo non ha assunto veramente la nostra natura, non può salvarla.
In altre parole:
solo ciò che è realmente assunto può essere realmente redento.
È una frase che merita di essere meditata ancora oggi. Cristo non salva l'uomo dall'esterno. Non salva l'umanità come un osservatore distante. La salva entrando realmente nella sua condizione. Assume la nostra natura. Condivide la nostra storia. Cammina sulle nostre strade. Soffre il nostro dolore. Attraversa la nostra morte. Per aprirci la via della risurrezione. Ecco perché la Chiesa insiste così tanto sulla piena umanità di Gesù. Non è una questione teorica.
È la garanzia della nostra salvezza.
Due nature, una sola Persona
Leone formula con grande chiarezza ciò che la Chiesa va progressivamente comprendendo.
In Cristo esistono due nature complete.
Una divina.
Una umana.
La divinità non annulla l'umanità. L'umanità non limita la divinità. Entrambe rimangono integre. Eppure il soggetto è uno solo.
Gesù non è due persone. Ma una Persona con due nature, umana e divina.
Non è una sorta di alleanza tra Dio e un uomo.
È il Figlio eterno del Padre che vive una vera esistenza umana.
Per questo il Vangelo può mostrarci lo stesso Cristo che dorme nella barca e che comanda alla tempesta. Lo stesso Cristo che muore sulla croce e che risorge glorioso.
Una domanda per il cristiano di oggi
Forse il lettore potrebbe chiedersi perché dedicare tanto tempo a dispute avvenute sedici secoli fa. La risposta è semplice. Perché ogni cristiano, prima o poi, deve rispondere personalmente alla domanda di Gesù: «Voi chi dite che io sia?» Se Gesù è soltanto un grande maestro religioso, la fede cristiana perde il suo centro. Se Gesù è soltanto Dio e non veramente uomo, perde la sua vicinanza a noi. La fede della Chiesa custodisce entrambe le verità.
Gesù è veramente Dio.
Gesù è veramente uomo.
Ed è proprio per questo che può essere il Salvatore.
Verso una nuova crisi
Le parole di Leone sembravano offrire una soluzione convincente. Ma la controversia era ormai troppo accesa per spegnersi facilmente. Nel 449 verrà convocato un nuovo concilio a Efeso.
Quello che doveva portare pace finirà per trasformarsi in uno degli episodi più turbolenti e controversi della storia ecclesiastica.
La tradizione lo ricorderà con un nome sorprendente:
il Concilio dei Briganti.
Nella prossima puntata entreremo in quelle giornate drammatiche, nelle quali la fede della Chiesa sembrò per un momento essere travolta da pressioni politiche, violenze e lotte di potere.






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