Nell'omelia pronunciata durante la Santa Messa celebrata a Lourdes, Papa Leone XIV è tornato sulla parola conversione, senza cercare di renderla più facile di quanto sia e, soprattutto, senza ridurla a un generico invito a essere persone migliori. La conversione, nel cristianesimo, non è una versione religiosa del miglioramento personale. Non consiste nel mettere ordine nella propria vita per poter finalmente presentarsi davanti a Dio con la coscienza tranquilla. È qualcosa di più radicale e, nello stesso tempo, di più consolante: significa lasciarsi raggiungere da Dio là dove ci si trova, anche quando quel luogo interiore non è affatto quello che avremmo voluto mostrare agli altri.
È questo il primo pensiero che l'omelia sembra consegnare a chi ascolta: Dio non chiede all'uomo di diventare degno del suo amore prima di avvicinarsi a lui; lo chiama, invece, perché proprio il suo amore possa trasformarlo. Perché, prima ancora di domandarci che cosa significhi convertirsi, dovremmo forse ricordare che cosa sia, propriamente, il cristianesimo.
L'uomo, in ogni tempo e sotto ogni cielo, ha cercato Dio; ha guardato il mistero del mondo, ha avvertito la propria finitezza, ha cercato una risposta alla morte, al dolore, alla colpa, alla domanda sul significato dell'esistenza. Le religioni testimoniano, in forme diverse e secondo percorsi storici differenti, questa inesauribile tensione dell'uomo verso il Mistero. Il cristianesimo, però, annuncia qualcosa che non nasce anzitutto da una ricerca dell'uomo. Annuncia un accadimento. Annuncia che, nella storia, è accaduto qualcosa che l'uomo non avrebbe potuto produrre con la propria ricerca religiosa: Dio ha preso l'iniziativa, ha cercato l'uomo, gli è venuto incontro, gli ha parlato, fino al punto di assumere la nostra carne. Il cristianesimo non comincia dunque con l'uomo che sale verso Dio, ma con Dio che scende verso l'uomo. Non è anzitutto il racconto dell'umanità che finalmente riesce a trovare la strada per raggiungere il cielo; è il racconto del cielo che, per amore, ha deciso di entrare nella storia degli uomini.
Il cristianesimo non è soltanto un insieme di insegnamenti che Gesù avrebbe lasciato agli uomini, né una particolare visione del mondo elaborata da una comunità religiosa. Prima ancora di essere una dottrina, è l'annuncio di una Persona e di una storia: «il Verbo si fece carne». Dio è entrato nel tempo. Ha avuto un volto umano. È nato, ha camminato sulle strade della Galilea, ha parlato, ha chiamato degli uomini per nome, ha pianto, ha sofferto, è stato condannato, è morto ed è risorto.
Il Catechismo definisce l'Incarnazione un evento unico e singolare: il Figlio di Dio è veramente diventato uomo, rimanendo veramente Dio. È questo il centro irriducibile della fede cristiana.
Ed è precisamente per questo che la fede cristiana non può essere ridotta a una ricerca religiosa fra le altre, come se tutte le religioni fossero semplicemente strade equivalenti costruite dall'uomo per arrivare a Dio. La Chiesa può e deve riconoscere con rispetto ciò che nelle altre religioni è vero e santo, come insegna il Concilio Vaticano II; ma, nello stesso tempo, non può tacere la propria fede: in Cristo Dio stesso si è comunicato definitivamente all'uomo e Cristo è la pienezza della Rivelazione. Questa è la grande originalità cristiana: non siamo noi ad avere trovato Dio; è Dio che ci ha trovati.
E allora anche Lourdes acquista un significato più profondo. Maria non appare per raccontare una nuova religione. Non porta gli uomini lontano da Cristo, ma li riconduce a Lui. Il pellegrino che arriva alla Grotta pensando di dover cercare Dio scopre, in qualche modo, di essere stato preceduto da Dio stesso. È questo il paradosso cristiano della grazia: la ricerca dell'uomo è preceduta dalla ricerca di Dio.
Lo aveva ricordato anche Leone XIV, in una catechesi dedicata alla Dei Verbum, quando ha spiegato che con l'Incarnazione Dio è venuto a cercarci nel Figlio e che, attraverso Cristo, il dialogo interrotto dal peccato viene ristabilito in modo definitivo. Dio non rimane dunque un oggetto lontano della nostra ricerca religiosa: si rivela come Colui che prende l'iniziativa e chiama l'uomo all'amicizia con Lui.
Il giorno in cui Dio ci chiede di ricominciare
Quando il Vangelo ci chiede di cambiare vita, non ci sta semplicemente domandando di compiere uno sforzo morale per avvicinarci a un Dio che rimane lontano, come se la salvezza fosse il premio riservato a chi riesce, con sufficiente disciplina, a percorrere tutta la distanza che lo separa dal cielo. La logica cristiana è esattamente opposta: Dio ha già attraversato quella distanza, e l'ha attraversata nella maniera più radicale possibile, assumendo la nostra stessa natura e entrando nella nostra storia. La conversione, allora, non è il tentativo dell'uomo di conquistare Dio, ma la risposta dell'uomo a Dio che lo ha già cercato.
Per questo il Papa insiste sulla parola «oggi», che nel Vangelo conserva sempre qualcosa di urgente e insieme di misterioso. Non esiste, nella vita cristiana, un momento futuro nel quale finalmente saremo pronti a rispondere a Dio, perché Dio non ci incontra in una vita ideale, depurata dalle nostre contraddizioni e dalle nostre fragilità, ma nella vita reale che stiamo vivendo, con tutto ciò che essa porta con sé. È lì che la grazia ci raggiunge, è lì che la libertà viene interpellata, è lì che può cominciare un cambiamento che forse avevamo rimandato per anni.
Questo rende la conversione molto più concreta di quanto talvolta siamo disposti ad ammettere. Non si tratta soltanto di desiderare una vita spirituale più intensa, né di nutrire buoni propositi durante un pellegrinaggio, quando l'atmosfera stessa del luogo sembra favorire sentimenti che nella vita ordinaria diventano più difficili da custodire. Si tratta piuttosto di lasciare che ciò che abbiamo incontrato davanti alla Grotta entri nelle nostre relazioni, nelle nostre responsabilità, nel modo in cui parliamo, giudichiamo, perdoniamo e chiediamo perdono; significa consentire alla fede di raggiungere proprio quei luoghi della nostra esistenza nei quali siamo più inclini a difenderci, a giustificarci o semplicemente a fingere di non vedere.
È anche per questo che la conversione cristiana non coincide con la perfezione. Il cristiano non è l'uomo che ha smesso di cadere, ma colui che ha scoperto che, dopo la caduta, esiste ancora una strada per tornare al Padre. La misericordia, infatti, non consiste nel dichiarare che il male non è male, né nel convincerci che il peccato sia irrilevante; consiste nel sapere che il peccato, per quanto reale e doloroso, non possiede l'ultima parola sull'uomo quando l'uomo si lascia raggiungere dalla grazia.
È la storia del figlio prodigo, e forse anche per questo è una delle pagine del Vangelo che non finiscono mai di parlarci. Il figlio parte convinto di poter vivere senza il padre e torna quando comprende di avere perduto se stesso; ma ciò che rende sconvolgente il racconto non è soltanto il suo ritorno, bensì il fatto che il padre lo riconosca da lontano e gli corra incontro. La parabola non racconta semplicemente la conversione di un uomo: racconta, attraverso l'immagine di un padre, l'ostinazione dell'amore di Dio.
La Chiesa davanti allo sguardo di Cristo
A questo punto diventa più comprensibile anche il passaggio nel quale Leone XIV parla della necessità, per la Chiesa, di riconoscere i propri errori e di porsi umilmente sotto lo sguardo purificatore del Signore. È un passaggio che merita di essere sottratto tanto alle letture apologetiche quanto a quelle polemiche, perché il suo significato è anzitutto spirituale: una Chiesa che annuncia la misericordia non può avere paura di chiedere misericordia, e una Chiesa che proclama la conversione non può pensare di esserne dispensata.
La santità della Chiesa, del resto, non deriva dalla perfezione morale di tutti i suoi membri, come se la comunità cristiana fosse una società composta da uomini immuni dal peccato. La sua santità deriva da Cristo, dal quale essa riceve la vita, la Parola, i sacramenti e la grazia; ed è proprio per questo che la Chiesa, nel corso della storia, ha potuto riconoscere le proprie infedeltà senza concludere che esse annullassero la fedeltà di Dio. Anzi, la capacità di riconoscere il peccato è parte della sua stessa testimonianza. Non c'è bisogno, allora, di trasformare ogni errore della Chiesa in un argomento contro il cristianesimo, così come non c'è bisogno di negare gli errori della Chiesa per difendere il cristianesimo. Entrambe le posizioni finiscono per dimenticare che il centro della fede non è la perfezione degli uomini, ma la fedeltà di Dio. Ed è una verità che riguarda ciascuno personalmente. Perché è molto facile desiderare una Chiesa pura quando con quella purezza intendiamo soprattutto che siano gli altri a cambiare; assai più difficile è accettare che la purificazione richiesta dal Vangelo possa passare anche attraverso di noi, attraverso il nostro modo di giudicare, di parlare degli altri, di difendere la nostra immagine, di coltivare risentimenti che abbiamo imparato a considerare legittimi. La conversione ecclesiale, se non diventa anche conversione personale, rimane una formula; e la conversione personale, se non conduce a una maggiore carità verso la Chiesa e verso gli uomini, rischia a sua volta di diventare soltanto un esercizio di perfezionamento individuale. E' davanti a Cristo che ogni cosa torna nella sua giusta proporzione.
Il dolore che non viene cancellato
Ma Lourdes impedisce anche di ridurre la conversione a una questione morale. Qui il dolore non è un concetto, non è un capitolo della teologia della sofferenza: ha un volto, un corpo, una voce. Lo si incontra nelle persone che arrivano accompagnate, nei malati che vengono condotti verso la Grotta, negli occhi di chi prega senza sapere più bene che cosa domandare, e forse proprio questa presenza rende impossibile una concezione superficiale della fede, come se credere significasse essere protetti dalle ferite della vita. Il cristianesimo non promette questo. La promessa cristiana è più difficile e più grande: non che l'uomo non soffrirà, ma che la sofferenza non riuscirà a separarlo da Dio; non che ogni ferita sarà guarita nel modo che noi desideriamo, ma che nessuna ferita, se affidata a Cristo, sarà necessariamente priva di significato.
È una distinzione che diventa particolarmente importante davanti alla sofferenza innocente. Il cristiano non può permettersi di pronunciare spiegazioni facili davanti al letto di un malato, come se conoscesse i disegni della Provvidenza e potesse indicare con sicurezza il motivo per cui una determinata persona debba soffrire. Il Vangelo non ci autorizza a questo genere di presunzione. Cristo stesso, davanti alla morte e alla sofferenza, non offre una teoria capace di eliminare il mistero; entra nel mistero e lo attraversa.
Nel Getsemani chiede che il calice passi, e proprio questa preghiera impedisce di trasformare la sofferenza in qualcosa di astrattamente desiderabile. La Croce non è buona perché il dolore sarebbe buono; è il luogo nel quale l'amore di Cristo rimane fedele anche quando il dolore è diventato inevitabile. È per questo che la sofferenza, unita a Cristo, può diventare offerta e comunione, senza che per questo il cristiano sia chiamato a cercarla o a considerarla un bene in se stessa. Forse è qui che Lourdes mostra uno dei suoi aspetti più profondamente cristiani: davanti alla Grotta non viene chiesto all'uomo di comprendere tutto, ma di affidare a Dio anche ciò che non comprende. E questa è una forma altissima di fede.
La penitenza come ritorno alla verità
Nel messaggio di Lourdes, accanto alla preghiera, ritorna una parola che oggi appare quasi estranea al nostro vocabolario: penitenza. «Penitenza! Penitenza! Penitenza!», secondo quanto Bernadette riferì delle parole della Vergine. Non è un invito a cercare il dolore per il dolore, né una celebrazione della mortificazione fine a se stessa; è piuttosto l'invito a riconoscere che l'uomo, per tornare alla verità di se stesso, deve avere il coraggio di lasciarsi correggere da Dio. La penitenza, in questo senso, è l'opposto dell'autogiustificazione. È il momento nel quale smettiamo di costruire argomenti a nostra difesa e accettiamo di dire semplicemente: ho sbagliato.
Una parola tanto semplice può diventare difficilissima quando siamo abituati a considerare ogni nostra azione come il risultato inevitabile delle circostanze, delle ferite ricevute, del comportamento degli altri. La fede cristiana non nega tutto questo, ma ci restituisce una cosa che spesso perdiamo: la responsabilità della libertà. Posso avere ricevuto un torto e tuttavia essere responsabile del male che scelgo di restituire; posso avere ragioni per essere ferito e tuttavia essere chiamato a non trasformare quella ferita in odio; posso avere sbagliato molte volte e tuttavia non essere condannato a ripetere per sempre il mio errore. La penitenza è precisamente il luogo nel quale questa libertà ricomincia a respirare. E ancora una volta la grazia precede. Se il cristiano può confessare il proprio peccato senza disperare, è perché sa che davanti a lui non c'è il nulla, ma Cristo; non un giudizio impersonale, ma una misericordia che lo precede e che non cancella la verità della colpa, bensì la attraversa per aprire la possibilità del perdono.
Una promessa che non riguarda soltanto questa vita
Fra le parole ricordate nell'omelia vi è anche quella che Bernadette attribuì alla Vergine: «Non ti prometto di essere felice in questo mondo, ma nell'altro». È difficile immaginare una frase più lontana dalla mentalità che misura la riuscita di un'esistenza sulla quantità di benessere, di sicurezza e di soddisfazione che essa riesce a garantire. Eppure proprio per questo essa restituisce alla fede cristiana una delle sue verità fondamentali. Il cristianesimo non è la promessa che, se crediamo abbastanza, la vita terrena finirà per adattarsi ai nostri desideri. Non è una tecnica spirituale per evitare il dolore, né una garanzia contro la malattia, il lutto, il fallimento o la morte. Se così fosse, basterebbe una smentita della vita per far crollare la fede. La speranza cristiana poggia invece su qualcosa che è accaduto prima di noi e che non dipende dalla nostra capacità di essere ottimisti: Cristo è morto ed è risorto.
Qui ritorniamo ancora una volta alla parola sulla quale abbiamo iniziato la riflessione: fatto.
La Chiesa nasce dall'annuncio di un avvenimento che essa riconosce come reale: il Crocifisso è risorto. E da questo annuncio dipende tutto il resto, perché se Cristo è veramente risorto allora la morte non è più l'orizzonte definitivo dell'uomo e la promessa della vita l'ottimismo di chi immagina un futuro migliore; è la fiducia di chi si affida a una promessa fondata su un evento eterna non è una consolazione inventata per rendere sopportabile la finitudine. La speranza cristiana, in altre parole, non è l'ottimismo di chi immagina un futuro migliore; è la fiducia di chi si affida a una promessa fondata su un evento.
Tornare a casa con una speranza ricevuta
Alla fine di ogni pellegrinaggio arriva inevitabilmente il momento del ritorno. Si torna alla casa di sempre, alle occupazioni ordinarie, alle responsabilità, alle relazioni che non sono diventate improvvisamente più semplici soltanto perché per qualche giorno abbiamo respirato l'aria di un santuario. È proprio nel momento del ritorno che si comprende se ciò che abbiamo vissuto è stato soltanto un'emozione religiosa oppure un incontro.
Leone XIV parla dei pellegrini come di «missionari della speranza», e questa espressione può essere compresa soltanto ricordando che il cristiano non porta agli altri semplicemente una propria opinione religiosa. Non annuncia se stesso, non propone una filosofia personale, non pretende di aver scoperto con le proprie forze una risposta al mistero dell'esistenza. Annuncia ciò che ha ricevuto: che Dio è entrato nella storia, che il Figlio si è fatto uomo, che Cristo è morto ed è risorto e che, attraverso di Lui, ogni uomo è chiamato alla comunione con Dio. È questa la ragione per cui la missione cristiana può essere insieme umile e audace. Umile, perché nessun cristiano può considerarsi proprietario della verità che annuncia; audace, perché non può neppure ridurre quella verità a una semplice opinione personale senza tradire la natura stessa del Vangelo.
Il dialogo con chi crede diversamente trova qui il suo fondamento più autentico. La Chiesa può riconoscere con rispetto ciò che è vero e santo nelle altre tradizioni religiose, può ascoltare le domande dell'uomo contemporaneo e può camminare accanto a persone che hanno una concezione diversa della vita senza trasformare la fede in una guerra religiosa; ma proprio perché sa che Cristo è un avvenimento e non una costruzione dell'uomo, non può fingere che l'Incarnazione sia una possibilità fra tante. Se Dio si è realmente fatto uomo, allora questo fatto ha una pretesa universale: riguarda ogni uomo, e riguarda la storia intera.
La missione cristiana, dunque, non nasce dal desiderio di conquistare l'altro, ma dalla responsabilità di testimoniare ciò che si è ricevuto. La Verità, quando è quella di Cristo, non ha bisogno della manipolazione, della paura o della violenza psicologica per affermarsi; ha bisogno di testimoni che siano abbastanza liberi da poterla proporre senza nascondere né la sua esigenza né la sua misericordia.
Maria, la donna che conduce a Cristo
Forse è per questo che tutto ciò che Lourdes rappresenta trova nella figura di Maria una sintesi così limpida. La Vergine non trattiene a sé il pellegrino, non si sostituisce al Figlio, non diventa il punto conclusivo della ricerca religiosa; tutto, nella sua presenza, conduce oltre lei, verso Cristo. Maria è colei che ha ricevuto Dio prima ancora di poter comprendere pienamente ciò che quella chiamata avrebbe significato, colei che ha pronunciato il proprio sì senza possedere la mappa dell'intera strada, colei che ha seguito il Figlio fino alla Croce e che ha custodito nel cuore anche ciò che non riusciva a comprendere. In questo senso, Maria è la figura stessa della fede cristiana: non l'uomo che pretende di raggiungere Dio con le proprie forze, ma l'uomo che accoglie un'iniziativa che viene dall'alto e permette che quella grazia trasformi la propria vita.
Anche Lourdes, allora, può essere letto come un lungo invito a tornare all'essenziale. Il pellegrino arriva portando le proprie domande e scopre che, prima ancora delle sue domande, c'è una Presenza che lo attende; arriva cercando una risposta e incontra una Persona; arriva con il desiderio di chiedere una guarigione e viene posto davanti a un mistero più grande, quello di una vita che non trova il proprio significato soltanto nella salute del corpo, ma nella comunione con Dio.
È questo il fatto dal quale tutto nasce e al quale tutto ritorna: il Verbo si è fatto carne, Dio è entrato nella nostra storia, ha preso su di sé la nostra umanità, ha attraversato il dolore, la morte e la solitudine, ed è risorto. Da allora la fede cristiana non è semplicemente il desiderio dell'uomo di elevarsi verso il cielo, ma la risposta stupita a un Dio che, per amore, ha deciso di scendere fino a noi.
Ed è forse proprio qui che l'omelia di Leone XIV trova la sua domanda più personale. Non soltanto: «Che cosa devo cambiare?», ma prima ancora: sono disposto a lasciarmi trovare da Dio? Perché la conversione comincia quando l'uomo comprende che Dio lo sta già cercando. E allora anche il ritorno diventa possibile. Non perché finalmente abbiamo imparato a percorrere da soli la strada verso casa, ma perché, sulla strada, ci accorgiamo che Qualcuno ci viene incontro.










