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giovedì 27 agosto 2026

Aborto. Quando la legge pretende di decidere chi è persona


(Il contenuto di questo articolo è tratto da un intervento del professore Daniele Trabucco).

La questione dell’aborto non può essere ridotta al solo diritto della donna di scegliere. Prima di parlare di autodeterminazione, occorre stabilire chi è il soggetto coinvolto nella scelta.

La domanda fondamentale è quindi una sola: che cos’è l’embrione?

1. L’embrione è già un essere umano

Con la fecondazione nasce un nuovo organismo umano, distinto sia dal padre sia dalla madre.

Non si tratta di una semplice massa di cellule che, in un secondo momento, diventerà un essere umano. È già un individuo umano che deve ancora svilupparsi.

La differenza è fondamentale.

Un pezzo di marmo può diventare una statua, ma il marmo non possiede in sé il processo che lo trasformerà nella statua: serve un intervento esterno.

L'embrione, invece, si sviluppa autonomamente secondo la propria organizzazione biologica. Non deve ricevere dall'esterno qualcosa che lo trasformi in un essere umano. È un essere umano che sta attraversando la prima fase del proprio sviluppo.

Per questo embrione, feto, neonato, bambino e adulto non sono esseri diversi. Sono lo stesso individuo umano nelle diverse fasi della sua vita.

2. Lo sviluppo non significa diventare umani

Dire che l'embrione è “in sviluppo” non significa dire che sia “in procinto di diventare umano”.

Significa che è un essere umano che sta sviluppando progressivamente le proprie capacità.

Un neonato non sa parlare, non sa leggere, non ragiona come un adulto e non è autonomo. Nessuno, però, conclude da questo che non sia una persona.

La stessa logica deve essere applicata all'embrione.

La coscienza, la capacità di provare sensazioni, la capacità di ragionare, la relazione con gli altri e l'autonomia non sono ciò che rende umano un individuo. Sono capacità che un individuo umano sviluppa nel corso della propria vita.

La persona viene prima delle sue capacità.

Non è una persona perché è cosciente; è cosciente perché è una persona capace, nel corso del proprio sviluppo, di acquisire e utilizzare quella facoltà.

3. Il concepimento segna l'inizio di un nuovo individuo

Prima della fecondazione esistono due cellule riproduttive appartenenti agli organismi dei genitori.

Con la fecondazione nasce invece un nuovo organismo.

Non è il padre, non è la madre e non è semplicemente la somma delle due cellule precedenti. È un nuovo individuo biologicamente distinto, dotato di una propria continuità di sviluppo.

Da quel momento non occorre aggiungere qualcosa perché diventi umano.

Occorre soltanto che continui a svilupparsi.

La differenza tra embrione e adulto è quindi una differenza di sviluppo, non di natura.

L'adulto non è un essere umano diverso dall'embrione: è lo stesso individuo che ha raggiunto un diverso grado di maturazione.


La ricostruzione in 3D di un bambino alla 32ma settimana di gestazione



4. La legge non può decidere quando una persona esiste

Questo punto porta direttamente al problema giuridico.

La legge può stabilire quali comportamenti siano leciti o illeciti. Può stabilire quando un comportamento debba essere punito e quando non debba esserlo.

Ma la legge non può modificare la realtà dell'essere.

Se un individuo è umano, una norma non può renderlo non umano.

Se una persona esiste, una maggioranza parlamentare non può farla cessare di essere persona semplicemente stabilendo che, in determinate condizioni, non debba essere considerata tale.

La legge può riconoscere una realtà oppure negarla. Non può crearla.

5. Il problema della legge 194

Questo rende particolarmente importante il rapporto tra gli articoli 1 e 4 della legge n. 194 del 1978.

L'articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio.

L'articolo 4 consente però, entro i primi novanta giorni e alle condizioni previste dalla legge, l'interruzione volontaria della gravidanza.

Se il concepito è già un individuo umano, emerge una contraddizione precisa: lo Stato riconosce l'esistenza della vita umana fin dal suo inizio, ma consente in determinate condizioni di interromperla volontariamente.

Il problema, dunque, non è soltanto il conflitto tra due diritti.

È qualcosa di più radicale: lo Stato riconosce una vita umana e contemporaneamente ne ammette la soppressione in determinate circostanze.

6. La legalità non cambia la natura dell'atto

Il fatto che una condotta sia legalmente consentita non cambia ciò che quella condotta è.

Una legge può togliere una sanzione, stabilire un'eccezione o modificare le conseguenze giuridiche di un comportamento.

Non può però cambiare la natura dell'individuo coinvolto.

Se il concepito è un individuo umano, l'interruzione volontaria della sua vita rimane la soppressione deliberata di un individuo umano innocente.

La legge può stabilire che tale atto, in determinate condizioni, non costituisca reato. Non può stabilire che l'individuo soppresso non fosse umano.

Per questo il problema non viene risolto semplicemente definendo l'aborto “legale”.

La legalità riguarda ciò che l'ordinamento permette o vieta. La questione dell'essere umano riguarda invece chi viene coinvolto dall'azione.

7. Anche il linguaggio dei diritti viene dopo

Parlare esclusivamente di “diritto all'autodeterminazione” rischia quindi di saltare il passaggio fondamentale.

Ogni diritto appartiene a qualcuno.

L'autonomia appartiene a una persona. La libertà appartiene a una persona. Il diritto alla vita appartiene a una persona.

Perciò, prima di stabilire quale diritto debba prevalere, bisogna stabilire chi sono i soggetti dei diritti in gioco.

La donna è certamente una persona e possiede diritti.

Ma anche il concepito, se è già un individuo umano, è un soggetto distinto dalla madre.

Non si può quindi risolvere il problema semplicemente dicendo che la donna deve poter decidere sul proprio corpo, perché nell'aborto non è coinvolto esclusivamente il corpo della donna: è coinvolto anche un altro individuo umano.

8. Nessuna maggioranza può stabilire chi è persona

La conseguenza politica è inevitabile.

Una maggioranza può approvare una legge. Può modificarla o abrogarla. Può stabilire quali comportamenti siano punibili e quali no.

Ma non può decidere, attraverso una votazione, che cosa sia un essere umano.

Se l'individuo umano esiste dal concepimento, la sua esistenza non dipende dal riconoscimento dello Stato.

Non diventa persona perché una legge lo dichiara tale e non smette di esserlo perché una legge gli nega protezione.

La persona precede la legge.

La legge, se è giusta, deve riconoscere questa realtà e proteggerla.

Conclusione

Il punto decisivo dell'aborto non è quindi stabilire quale maggioranza politica sostenga la legge 194, né semplicemente discutere quanto debba essere ampia l'autodeterminazione della donna.

Il punto decisivo è stabilire che cosa esiste dal momento del concepimento.

Dal concepimento esiste un nuovo individuo umano. Quell'individuo non diventa umano in una fase successiva: si sviluppa come l'essere umano che già è.

La coscienza, la sensibilità, l'autonomia, la capacità di ragionare e la possibilità di vivere indipendentemente dalla madre compaiono successivamente, ma non costituiscono il fondamento della sua umanità.

L'essere viene prima delle sue capacità.

Di conseguenza, se il concepito è un individuo umano, nessuna legge può trasformare la sua natura. Può stabilire che la sua soppressione sia legalmente consentita in determinate circostanze, ma non può trasformare quella soppressione in qualcosa di diverso da ciò che è: la deliberata eliminazione di un individuo umano innocente.

È questo il punto che viene prima di ogni discussione politica sull'aborto.

La legge può decidere ciò che è legalmente permesso. Non può decidere chi è persona.

(foto dal web)

venerdì 19 settembre 2025

L’assassinio di Charlie Kirk e la crisi dell’Occidente

 

Foto tratta dal web
Charlie Kirk

                                   

L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto durante un incontro pubblico in Utah, ha scosso profondamente non solo il mondo politico americano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Non si tratta di una morte come le altre: hanno colpito un uomo, giovane marito e padre, ma anche un simbolo di impegno, di speranza, di dedizione a una causa che, al di là delle appartenenze, aveva il coraggio di interpellare le coscienze.

Charlie Kirk, pur non essendo cattolico, viveva un dialogo quotidiano con la fede della moglie e con tanti credenti che lo hanno incrociato nel suo percorso. La sua vita non era esente da limiti, ma ha tentato con il suo impegno di dare un senso a chi lo aveva perduto, di offrire parole di orientamento a giovani smarriti, a persone disadattate che cercavano una via di ritorno alla preghiera, alla speranza, alla fede.

La brutalità con cui è stato strappato alla vita e le gravissime espressioni di esultanza provenienti da varie parti del mondo alla notizia della sua morte, richiamano un problema che prima di essere politico o di sicurezza, è soprattutto un problema che ha radici molto più profonde. È il sintomo del degrado morale e civile che segna la nostra epoca. In troppe parti del mondo occidentale assistiamo a una progressiva demolizione dei valori universali che dovrebbero essere condivisi da tutti: il bene, la pace, l’amore, la libertà di opinione, il confronto civile. Al loro posto cresce un linguaggio d’odio, una violenza diffusa, un clima di sospetto e di aggressività che disumanizza l’uomo e lo priva della sua dignità più profonda. Questa modalità è oggi diffusa in vastissimi ambiti e raggiunge moltissime fasce della popolazione. Spesso i nostri stessi colleghi, amici e conoscenti sono caduti nella trappola di questa mentalità polarizzante e mortificante che non riesce a oltrepassare i confini della decenza e del rispetto della dignità altrui. Da qui l'inquietante realtà che ci circonda: persone comuni che giustificano il più barbaro degli assassinii. 

Viviamo in un tempo in cui il livello di appiattimento morale ed etico delle masse ha raggiunto proporzioni inquietanti. Non è un fenomeno casuale né spontaneo: esso è il frutto di un disegno coltivato da decenni da élite che hanno come unico scopo la sottomissione dell’uomo. Non parliamo qui di una semplice “influenza culturale” o di un normale confronto di idee, ma di un progetto deliberato di svuotamento interiore, volto a trasformare le persone in una massa informe, priva di senso critico, incapace di discernere il bene dal male, male che, oggi più che mai, viene sostituito, attraverso la menzogna, al bene stesso.

Questa manipolazione avviene attraverso molteplici strumenti: i mezzi di comunicazione che diffondono un pensiero unico; il sistema educativo che spesso abdica al compito di formare coscienze libere e si limita a trasmettere nozioni utili solo al mercato, se non addirittura deleterie della stessa dignità umana; la cultura del consumo che induce dipendenze continue; la politica che, più che difendere l’uomo e i suoi valori, diventa complice di tali dinamiche in nome della stabilità o del consenso. Il tutto viene giustificato con parole nobili — progresso, inclusione, libertà — che però nascondono un vuoto, e spesso un inganno.

Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, ammoniva che una società che non riconosce più valori morali oggettivi si espone a una nuova forma di totalitarismo, magari più sottile, ma non meno oppressivo. Benedetto XVI, con lucidità profetica, ha più volte denunciato la “dittatura del relativismo”, quella mentalità che cancella ogni verità in nome di una libertà apparente, che però lascia l’uomo in balìa del più forte, del più aggressivo, del più rumoroso. Già Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva messo in guardia dall’illusione di un progresso che dimentica Dio e riduce l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo sociale o economico: togliendo il fondamento trascendente, l’edificio civile non può che crollare.

Charlie Kirk, con i suoi limiti e la sua passione, aveva intuito questo meccanismo e non aveva paura di denunciarlo. Per questo molti lo consideravano scomodo. Non si trattava semplicemente di posizioni politiche: egli aveva compreso che dietro la crisi morale e sociale del nostro tempo c’è un attacco radicale alla libertà e alla dignità dell’uomo. La sua voce, rivolta soprattutto ai giovani, cercava di risvegliare coscienze assopite, di smascherare i meccanismi di manipolazione che trasformano gli individui in numeri, in consumatori, in ingranaggi senza identità.

Come difendersi da questo attacco? Innanzitutto tornando a formare coscienze libere, radicate nella verità e non nel relativismo. Difendendosi dall’omologazione che svuota l’individuo di responsabilità e discernimento. Coltivando comunità in cui il confronto sia reale e non pilotato, in cui il bene non sia confuso con il male. Ritornando a Dio, perché solo in Lui l’uomo trova il criterio ultimo della sua dignità e la forza per opporsi all’ingiustizia.

Il Cardinale Sarah ha detto con chiarezza che l’Occidente ha sulla coscienza il rifiuto di Dio. In questo rifiuto affonda le radici la nostra crisi: quando si nega Dio, inevitabilmente si nega anche l’uomo, perché è da Dio che l’uomo riceve la sua dignità inalienabile. È un rifiuto che genera vuoto, che apre la porta all’odio, all’individualismo, alla disgregazione.

L’assassinio di Charlie Kirk non è una semplice tragedia: è la spia di una malattia più ampia. Se persino il confronto politico, che dovrebbe essere palestra di idee e di visioni differenti, diventa terreno di sangue, quale futuro attende le nostre società? Se l’odio viene giustificato, se il male viene travestito da bene, se chi osa professare ideali o valori viene ridotto al silenzio con la violenza, che mondo consegneremo alle generazioni che verranno?

La morte di Charlie Kirk, allora, non può essere solo compianta. Deve diventare per tutti un richiamo a riprendere in mano il timone della storia, a non lasciare che la corrente del disfattismo e dell’odio trascini via il meglio della nostra civiltà. È tempo di agire concretamente, di combattere coloro che odiano l’uomo e vogliono ridurlo a schiavo di ideologie o interessi che lo separano dal bene.

Se oggi non ritroviamo il coraggio di riaffermare i valori veri e universali, se non rimettiamo Dio al centro del nostro vivere sociale e personale, il futuro sarà solo un moltiplicarsi di tragedie come questa. Ma se sapremo riscoprire la forza della fede, il rispetto reciproco, l’amore alla verità, allora il sacrificio di Charlie non sarà stato vano: resterà come testimonianza di una resistenza possibile, di una lotta che vale la pena di combattere.

Caro Charlie, la tua vita non è stata vana. La tua testimonianza porterà frutto. La tua ricompensa sarà eterna e nessuno potrà rubartela mai. 

A Dio caro fratello in Cristo!

(Foto tratta dal web)

giovedì 24 luglio 2025

Difendere la vita, sempre: contro la cultura della morte travestita da libertà


 

In questi giorni si parla molto di eutanasia, ma se ne parla in modo inquietante, come se fosse l’ultimo grande atto di libertà. Giornali e televisioni celebrano con toni epici il gesto di chi sceglie di porre fine alla propria vita, come fosse un trionfo della volontà sull’umana fragilità. Ma siamo davvero sicuri che sia questa la strada della dignità? Che uccidersi o lasciarsi uccidere sia il segno più alto dell’essere padroni di sé?

Come cristiani, non possiamo restare in silenzio di fronte a una simile deriva. Siamo chiamati, oggi più che mai, a dire con chiarezza e carità che la vita è un dono sacro, un bene indisponibile che nessuno può arrogarsi il diritto di spegnere.

La stampa parla di “diritto”, di “scelta lucida”, ma mai — o quasi mai — parla della solitudine, della disperazione, del vuoto e dell’abbandono spirituale che accompagnano il gesto estremo dell'eutanasia.

Si tace soprattutto su ciò che accade in quei Paesi dove l’eutanasia è ormai legalizzata da tempo. In Olanda, nel solo 2024, oltre 9.900 persone sono morte con eutanasia, un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. E crescono i casi di giovani affetti da disturbi psicologici, senza malattie terminali, che ottengono il permesso di morire. Alcuni di loro non volevano morire, ma non hanno trovato nessuno disposto ad accompagnarli nella loro sofferenza.

Una visione ribaltata: la vita come ostacolo, non come dono

Ciò che impressiona è il cambiamento di paradigma: oggi molte vite vengono considerate “non degne” solo perché non rispondono a certi standard di efficienza o autonomia. La vita fragile, dipendente, ferita, viene giudicata “inutile”. Ma inutile per chi? Per una società malata di produttivismo e paura del dolore?

Siamo di fronte a una mentalità profondamente laicista e materialista che riduce l’uomo a una somma di funzionalità. È la negazione dell’ontologia umana, del valore intrinseco di ogni persona, indipendentemente da ciò che può fare o da quanto può durare la sua esistenza.

Di fronte a questa confusione morale, l’insegnamento della Chiesa risuona con chiarezza e misericordia. Il valore della vita non è negoziabile, perché essa è sacra, creata da Dio e destinata all’eternità.

San Giovanni Paolo II – Evangelium Vitae (1995)

“L’eutanasia è una grave violazione della legge di Dio [...]. È un atto intrinsecamente cattivo, in ogni occasione e circostanza.” (n. 65)

Il Papa non si limita alla condanna. Indica anche la via: accompagnare, curare, consolare. Mai abbandonare chi soffre.

Catechismo della Chiesa Cattolica

“Noi siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.” (n. 2280)

“L’eutanasia diretta [...] è moralmente inaccettabile.” (n. 2277)

 Congregazione per la Dottrina della Fede – Samaritanus bonus (2020)

“La scelta dell’eutanasia si presenta come una falsa compassione [...]. La vera compassione sostiene la persona nel dolore, senza sopprimerla.”

Questi insegnamenti non parlano solo ai credenti. Riguardano ogni coscienza aperta alla verità. Perché il rispetto della vita non è un dogma confessionale, ma una verità universale che ogni società giusta dovrebbe riconoscere.

Come cristiani non possiamo tacere. Non possiamo accettare che la morte venga normalizzata come una soluzione. Dobbiamo educare, testimoniare, pregare. Ma anche impegnarci con coraggio nella società per difendere i più fragili. Perché se una civiltà non protegge i suoi malati, i suoi anziani, i suoi deboli, non è più una civiltà: è una barbarie tecnocratica travestita da progresso.

Ogni vita merita di essere vissuta. Anche quella che soffre. Anzi, soprattutto quella che soffre. Perché è lì che Dio si fa vicino, che l’amore si purifica, che il cuore si apre al mistero. Non c’è vita inutile. E non c’è morte “bella”. C’è solo la verità di un’esistenza accolta come dono, accompagnata come vocazione e custodita fino alla fine con speranza.

lunedì 2 giugno 2025

Il Matrimonio: Canone dell’Amore, Fondamento della Speranza — Riflessione sull’Omelia di Papa Leone XIV




Nel cuore di un mondo che sembra voler disgregare ogni legame autentico e smantellare ogni forma di appartenenza stabile, le parole di Papa Leone XIV risuonano come un richiamo profetico alla verità del Vangelo e alla bellezza del disegno di Dio sull’uomo e sulla donna. In una recente omelia, il Pontefice ha parlato con forza e tenerezza dell’importanza della famiglia, ricordandoci che essa è «il canone del vero amore», non un’utopia irraggiungibile, ma la concreta via attraverso cui Dio continua a benedire l’umanità.

Il matrimonio: via della felicità, non utopia

Nell’epoca del relativismo, dove ogni forma di legame sembra sottoposta al giudizio arbitrario del “sentire personale”, il matrimonio sacramentale viene spesso visto come una costrizione, un vincolo arcaico. Eppure, il Papa ci ricorda che il matrimonio «non è un ideale» ma «il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo». In queste parole riecheggia l’insegnamento dell’Humanae Vitae di Paolo VI, che riconosce nel sacramento non solo una chiamata all’unità coniugale, ma un’autentica partecipazione al mistero creativo e redentivo di Dio.

In un mondo frammentato, segnato dalla solitudine e dall’egoismo, la Chiesa riafferma con chiarezza: la famiglia è una via privilegiata verso la felicità. Non perché sia facile, ma perché è vera. È nel dono reciproco e nella fecondità dell’amore che l’uomo e la donna trovano la propria realizzazione. Non è l’autonomia assoluta a rendere felici, ma l’amore donato e ricevuto.

domenica 5 novembre 2017

La completa inversione morale del significato del diritto alla vita.

"Stiamo assistendo a una completa inversione morale del significato del diritto alla vita. Secondo l’ideologia materialista per cui solo coloro che hanno intelligenza e volontà sarebbero veramente umani e, dunque, degni di protezione. Finché non hanno raggiunto questa capacità, sarebbero solo una “materia corporea” sotto il potere di coloro che sono “davvero umani”, intelligenti e dotati di capacità di autodeterminazione. Così, la vita umana non è più una realtà biologica protetta dal diritto internazionale, ma è intelligenza e volontà, cioè forza: la debolezza dei bambini non nati e delle donne in difficoltà hanno una risposta unica: l’eliminazione. La sopravvivenza dei più forti."


                                            


Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani sta per imporre la legalizzazione universale dell’aborto nel nome stesso del diritto alla vita.

Prossimamente si occuperà anche del suicidio assistito e dell’eutanasia, anch’essi necessari ad assicurare il diritto alla vita: per questi signori, evidentemente ” la guerra è pace la libertà è schiavitù l’ignoranza è forza”, come diceva il Grande Fratello di Orwell.

All’inizio di ottobre, l’ECLJ ha presentato al Comitato per i diritti umani un memorandum per la difesa del diritto alla vita con il sostegno di più di 130.000 persone che hanno firmato una petizione per la protezione di ogni vita umana.

Ora apprendiamo dal presidente dell’ECLJ, Gregor Puppink, come stanno andando le cose in seno al Comitato. 

«Questo comitato di esperti indipendenti [che rappresentano gli Stati ma non i popoli: non sono stati mai eletti da nessuno: sono burocrati incaricati di monitorare l’attuazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), ndT], si è riunito a Ginevra nei giorni scorsi al fine di redigere un’interpretazione ufficiale di ciò che si intende per diritto alla vita. Questa interpretazione, questo Commento Generale, ha una certa influenza rispetto alle giurisdizioni e ai legislatori in tutto il mondo, in quanto poi il Comitato giudica gli Stati sul se e come rispettano il trattato.

Alcuni membri del Comitato hanno colto questa opportunità per promuovere un’interpretazione più estesa del diritto all’aborto. In particolare il membro francese del Comitato, Olivier de Frouville, l’americana Sarah Cleveland e il tunisino Yadh Ben Achour. Gli altri membri non si sono espressi, sono stati molto – troppo – passivi su questo tema. Solo Anja Seibert-Fohr, tedesca, ha cercato di ottenere, invano, il riconoscimento del “legittimo interesse degli Stati nel proteggere la vita del feto”, come riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

lunedì 31 luglio 2017

La morte di Charlie Gard e i Mass Media.


Il 28 luglio 2017 al piccolo Charlie Gard è stata sospesa la ventilazione e il bambino è deceduto. La morte indotta è avvenuta in una sala di un hospice per malati terminali il cui indirizzo è rimasto ignoto per disposizione delle autorità giudiziarie.

Quasi tutti gli organi di stampa, purtroppo anche cattolici, hanno informato della morte di Charlie, come se il decesso fosse dovuto al naturale percorso della grave disfunzione che lo aveva colpito, nessuno ha informato correttamente che il bambino è stato ucciso. Si è trattato infatti di un chiaro caso di eutanasia infantile, dato che a Charlie è stata sospesa la ventilazione. Questa non è assolutamente da considerarsi una terapia – come anche  l’idratazione e l’alimentazione – e non provocava dolore. Il piccolo è stato ucciso e non accompagnato da medici e familiari alla sua morte naturale, perché qualcuno ha decretato che la sua vita non aveva più senso.

Alla base c’è una legge e una sentenza giurisprudenziale. Eluana Englaro era stata uccisa in assenza una legge, solo in presenza di una sentenza. La predisposizione di leggi sul fine vita avrebbe dovuto avere la funzione di evitare simili sentenze, invece le cose si  sono rovesciate ed ora questo tipo di sentenze di morte avvengono sotto la protezione della legge.

E’ orrendamente grave che la vita e la morte siano decise per legge dello Stato e tramite una sentenza di una Corte. Le nostre democrazie occidentali hanno ripristinato i Tribunali speciali che avevamo conosciuto durante le dittature totalitarie. Nessuno è padrone della vita, nessuno può decidere quando vale e quando no: se la politica si appropria di questo diritto stabilisce un criterio arbitrario davanti al quale non si potrà pretendere obiezione di coscienza ma solo inchinarsi davanti al potere stesso.

Sul piccolo Charlie non era in atto nessun accanimento terapeutico: non è infatti accanimento terapeutico mantenere in vita una persona o accompagnarla con cure palliative verso la sua morte naturale. La legge ha impedito ai genitori di tentare nuove cure sperimentali, facendo perdere tempo prezioso; ha anche perfino impedito di portare il bambino a casa forse nel timore che poi i genitori non staccassero la spina; ha decretato che la sua uccisione doveva avvenire in un luogo da mantenere ignoto, per evitare manifestazioni di protesta e tenere lontana la stampa che infatti si è poi dimostrata prona e servizievole. Sia il contenuto di tutta questa macchinazione, sia le modalità di esecuzione meritano tutto il nostro sdegno.

 

 Fonte: www.vanthuanobservatory.org

 

venerdì 7 luglio 2017

L’ospedale di Londra chiede un’altra udienza per Charlie dopo i possibili nuovi trattamenti



Il Great Ormond Street Hospital di Londra si è rivolto all’Alta Corte per una nuova udienza sul caso del piccolo Charlie Gard «alla luce delle richieste relative a possibili altri trattamenti». Lo riportano Bbc e Sky News dopo che il Bambino Gesù di Roma ha inviato una lettera all’ospedale londinese chiedendo ufficialmente ai medici inglesi di poter somministrare al bimbo un protocollo sperimentale «che può funzionare». I medici londinesi ritengono che sia «giusto tentare» e «ringraziano le offerte di aiuto da Casa Bianca, Vaticano e dai nostri colleghi in Italia e Usa e altrove».




«Mi è giunta notizia che i ricercatori hanno messo a disposizione il loro trattamento per l’ospedale di Londra il quale pensa di poterlo verificare», ha spiegato in un videomessaggio dalla Repubblica Centrafricana, dove si sta occupando di bambini bisognosi, la presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Mariella Enoc, confermando che il Great Ormond Street Hospita sta pensando di verificare il protocollo.



L’ospedale pediatrico della Santa Sede aveva infatti inviato all’ospedale una lettera firmata da un gruppo di più di cinque scienziati internazionali in cui informavano la clinica di aver elaborato una terapia sperimentale per il bambino affetto da una grave malattia rara. Secondo il team di medici, guidati dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la terapia studiata per il piccolo potrebbe funzionare.



Intanto la mamma del bimbo, Connie Yates, non demorde e continua sui vari media del Regno Unito a lottare per suo figlio. In una serie di interviste ha detto che il neonato di 11 mesi ricoverato a Londra non sta soffrendo e che lei non potrebbe in nessun modo vederlo patire. La donna ha lanciato un appello direttamente alla premier britannica Theresa May: «Ci sostenga come stanno facendo gli altri», ha detto.

Fonte: La Stampa

sabato 1 luglio 2017

Caso Charlie Gard: I medici non sono demiurghi

Charlie Gard


Luglio 1, 2017 Caterina Giojelli
Intervista al genetista Domenico Coviello
Luglio 1, 2017 Caterina Giojelli

«La scienza non sa tutto. La storia di Charlie Gard è la storia di un potere violento, quello esercitato dalla scienza di fronte all’ignoto: la scienza che non sa, non può aiutare Charlie, si avvale della legge per eliminarlo, eliminare un problema. Ma nessun medico può arrogarsi il diritto di emanare un simile verdetto. Non può sospendere la vita di un bambino solo perché “non è possibile guarirlo”, perché non sa “se soffre”, perché non sa “quali effetti potrebbe avere una terapia sperimentale sul bambino”. Altrimenti si aprono scenari di onnipotenza sull’ignoto». 

Domenico Coviello è il direttore del Laboratorio di Genetica Umana dell’Ospedale Galliera di Genova. 

Pur condividendo il parere di molti colleghi che hanno descritto come disperata la situazione di Charlie Gard, arriva però alla conclusione opposta: «Charlie Gard, stando alle conoscenze di cui disponiamo oggi, non si può guarire. E allora? Se non possono guarirlo, se la sua malattia è irreversibile – e questa pare essere l’unica certezza degli inglesi –, i medici si devono arrendere al loro compito che è quello di assistere il malato, fino alla fine. Non quello di accelerare l’esito finale e fatale della sua vita. I medici non sono demiurghi».

lunedì 22 maggio 2017

Il fallimento della legge 194.


di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.
Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).
Per la tutela della salute della donna

domenica 27 novembre 2016

Gli uomini di buona volontà pensano ed agiscono in modo diverso.

Si è perso il senso della vita e del suo vero valore. 
Si attraversa questo passaggio esistenziale come se non ci fosse una meta. E per questo ci si chiude alla possibilità di un traguardo guadagnato con fatica e sudore. Non si vogliono affrontare i rischi e i pericoli delle proprie scelte. Non ci si vuole più impegnare per conseguire un risultato che porti a traguardi che non siano chili persi e muscoli tonici. Invece di sposarsi si preferisce convivere, invece che fare figli sin da giovani ci si chiude alla vita per assaporare i "piaceri" amari di una esistenza sterile ed egoista.
L'uomo e la donna di fede, non fanno così.




di Tommaso Scandroglio.

Il senso di liberazione che ha accompagnato molti commentatori nell’apprendere che ora la cattedra di Pietro ha indicato una strada facilitata, se non una scorciatoia, nell’assolvere il peccato di aborto e nel togliere la relativa scomunica è indice di un atteggiamento mentale abbastanza diffuso in una certa cultura contemporanea. L’atteggiamento mentale proprio dell’arrendevole, di chi appunto se può prende la via più comoda, più confortevole, più esistenzialmente ergonomica.

L’uomo postmoderno infatti da tempo ha rinunciato alla battaglia. Aspetta un bambino malato? Ricorre all’aborto. Non vuole concepire un bambino malato? Opta per la diagnosi genetica pre-impianto. Non riesce ad avere un bambino? Prende la via facile della provetta. Teme di sopportare le conseguenze negative di una sessualità nomade? Fa uso della contraccezione. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Cambia sesso come quando si cambia scuola perchè non ci si trova bene. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Sceglie l’eutanasia. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? Va a convivere. Litiga in famiglia o non si sente realizzato (pur avendo prima convissuto)? Divorzia. 

mercoledì 2 novembre 2016

La distruzione della famiglia.

Individualismo, consumismo, edonismo, ma non solo, i fattori della distruzione della famiglia.





La drammaticità dei dati italiani delle nascite sta finalmente imponendosi. Speriamo che ora non tutto il problema venga visto sotto la luce della mancanza di lavoro, delle insufficienti prospettive dei giovani, delle difficoltà materiali delle famiglie, dei costi di mantenimento dei figli e così via. Non perché non ci siano anche questi elementi nella patologicamente bassa natalità degli italiani, ma perché le nascite flettono tendenzialmente, salvo sobbalzi di scarsa entità e di ancor più mediocre durata, da oltre mezzo secolo a questa parte. Quando un fenomeno attraversa periodi così lunghi in cui tutte le situazioni economiche si succedono e accavallano, dalle migliori alle peggiori, senza però mai mutare la direzione di fondo, allora il segnale è chiaro: non sono quelli i fattori che più contano nel determinare quella direzione. Contano, è indubbio, ma non così tanto, non in modo così decisivo come contano altri fattori invece sin qui quasi dimenticati. Certo, i dati delle nascite cui siamo di fronte sono impressionanti. Ma non lo sono da oggi, anche se oggi si è toccato un fondo che non pensavamo mai che sarebbe stato neppure sfiorato. Lo sono da trenta anni almeno. Oggi, anzi, vengono al pettine i dati sulle nascite che da tanti, troppi anni non fanno che diminuire senza che ci si fermi a interrogarci davvero sulle cause più profonde del fenomeno. Perché il primo fattore che grava sulle così poche nascite è, intanto, un fattore strutturale: sempre meno donne, a seguito di una denatalità che viene da tanto lontano, entrano nell’età riproduttiva. E ancor meno ne entreranno nei prossimi anni. Sempre meno donne nell’età di fare figli arriveranno sulla scena riproduttiva italiana: occorre saperlo e, se possibile, cominciare ad attrezzarci per cercare di compensare questa carenza strutturale del passato, del presente e che ci accompagnerà anche nel futuro. 

domenica 24 aprile 2016

800.969.878 - Primo Numero Verde Nazionale per curare la ferita dell'aborto.



Un Numero di telefono aperto a tutti e in tutto il territorio nazionale per parlare della ferita dell'aborto. Non lasciamoci scoraggiare, non lasciamoci andare.


È stato presentato a Milano, giovedì 14 aprile, il progetto "Fede e Terapia" , promosso dall'Associazione "Difendere la vita con Maria" di Novara su tutto il territorio nazionale: l'obiettivo è l'accompagnamento delle famiglie che devono fare i conti con una genitorialità ferita, come nel caso dell'aborto. 



Il numero verde 800 969 878 è attivo 24 ore al giorno



di Francesco Morrone 

La perdita di un figlio, in qualsiasi modo avvenga, richiede sempre un’elaborazione molto complicata e dolorosa. Sia che si tratti di un aborto procurato, di uno spontaneo oppure di una morte prenatale. Un episodio emblematico è quello di una donna che decise di abortire il terzo figlio perché concepito in un momento difficile per tutta la famiglia. Una sera, a nove anni di distanza, quando i problemi sembravano ormai alle spalle, seduta sul divano di casa, quella donna improvvisamente si è chiesta: “Mio Dio, cos’ho fatto?”. 
Ecco allora che quella ferita in apparenza guarita si riapre e torna a far male. In Italia sono tantissime le famiglie che vivono storie come questa e che non sanno con chi confidarsi. Adesso c’è un numero verde (800 969 878) a cui poterle raccontare senza alcun pudore né vergogna. Si può chiamare per chiedere perdono, o più semplicemente per ricevere un consiglio. 
Questo nuovo servizio è fornito dall’Associazione “Difendere la vita con Maria” , che lo ha inaugurato a novembre scorso e lo ha esteso a tutto il territorio nazionale. Dall’altra parte della cornetta, per 24 ore al giorno, c’è un’équipe di volontari che ascolta con attenzione le storie di queste persone.
E in tanti, quando chiamano, ammettono di vergognarsi o di sentirsi a disagio a raccontare al telefono certe cose. Accanto al gruppo di volontari, lavora in silenzio anche una rete nazionale di professionisti, fatta di sacerdoti, psicologi, psicoterapeuti e ginecologi. Tutti insieme per stare accanto a chi ha vissuto il dramma dell’aborto, e continua a soffrirne. Fede e terapia.
“Chi ha abortito – ha spiegato monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e vicepresidente per l’Italia settentrionale della Conferenza episcopale italiana – soffre profondi sensi di colpa, da cui è necessario guarire. Questa cura, però, non porta a una piena guarigione se non si apre il cuore alla dimensione spirituale e cristiana”.
Il progetto, presentato giovedì 14 aprile nella sede milanese del quotidiano Avvenire, si chiama “Fede e Terapia” e si propone di offrire un percorso di accompagnamento alle famiglie che devono fare i conti con una genitorialità ferita. Si tratta di un programma che nasce dalla ventennale esperienza dell’Associazione “Difendere la vita con Maria” , fondata a Novara e riconosciuta dall’ordinario diocesano nel 2004, che da anni si occupa di dare sepoltura ai bimbi non nati a causa di aborti. 
“Con questo numero verde – ha raccontato Carlo Casini, presidente onorario del Movimento per la vita – vogliamo continuare a salvare molte vite umane, tentando di offrire il perdono a tutti coloro che hanno attraversato l’incubo dell’aborto. Le telefonate che riceviamo sono per lo più notturne e anonime, segno che molti hanno difficoltà e timore a parlare del proprio calvario. Ma non dobbiamo dimenticare che siamo nell’anno della Misericordia e che non bisogna mai stancarsi di chiedere perdono”.
La sofferenza dei papà. A rivolgersi all’assistenza del numero verde non sono soltanto le donne. Ci sono anche tanti uomini che non riescono a elaborare il lutto e che si domandano senza pace che fine abbia fatto il loro bambino. Secondo i dati dell’associazione, il 41% di chi telefona è composto dai papà. E loro, si sa, sono tendenti per natura a seppellire il dolore, a nasconderlo più che condividerlo. 

“Con gli uomini bisogna tentare un approccio diverso – precisa don Maurizio Gagliardini, presidente dell’Associazione Difendere la vita con Maria – perché hanno un’emotività diversa rispetto alle donne. Anche loro però vengono travolti dal dolore provocato dalla perdita di un figlio, ed è attraverso un lavoro di squadra che cerchiamo di affrontare il disagio che li tormenta”. 

La chiave, in molti casi, è riuscire a passare dal senso di colpa al senso del peccato. Stabilendo un percorso di razionalizzazione che permetta alle famiglie di condividere il dolore insieme agli operatori. Ma a causa di pregiudizi e luoghi comuni, non sempre questo passaggio avviene con spontaneità. “La nostra società – spiega ancora monsignor Brambilla, che ha scritto l’introduzione al manuale in uso tra gli operatori del numero verde – di solito non riconosce l’aborto come una perdita. Spesso, anzi, viene considerato come una ‘non­esperienza’. 

Il problema della cultura dominante è che conaidera l’aborto come la aoluzione di un problema, ignorando che invece è la causa di enormi disagi”.

Fonte: Agenzia SIR

giovedì 17 marzo 2016

Ambientalismo, nuova religione mondiale




di Andrea Zambrano
17-03-2016

Caustico, ma rigoroso. L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe “Un mestiere del diavolo” (scritto con Paolo Gambi per l’editore Giubilei Regnani). Già parlare del diavolo in questa confusa contemporaneità è cosa assai impopolare. Peggio ancora se al principe delle tenebre si attribuisce una prerogativa sostanzialmente umana: quella della pensione. Eh sì, perché secondo l’ex presidente dello Ior, che da molti anni ormai si interroga con curiosità e competenza sulla crisi morale e di fede dell'umanità, ormai a Satana non resta un gran lavoro perché il grosso del suo sforzo, quello di perdere le anime, lo ha già fatto. Gotti Tedeschi lo chiama il grande pensionato e in questo libro intervista non esita a individuare i campi in cui la mano potente dell’angelo ribelle è intervenuta per distruggere e confondere le acque con ricadute sociali devastanti. La Bussola lo ha intervistato.

Professore, il tema centrale del libro è il demonio e l’influsso che questi ha avuto sulla nostra società. Allora esiste “ancora”?

Non solo esiste “ancora”, ma il suo influsso è talmente potente da riuscire a confondere la sua esistenza, facendo “razionalmente” pensare che non esiste né lui, né il peccato. Pertanto la confessione è inutile. E’ così che cresce il “riscaldamento globale”, quello vero…

Chi sono stati i suoi alleati?

venerdì 12 febbraio 2016

La famiglia vista da un economista - Ettore Gotti Tedeschi


Condivido questo video tratto dal convegno promosso dall'associazione Papa Giovanni XXIII nel quale, il famoso economista, evidenzia i punti salienti attraverso i quali la famiglia oggi è - di fatto- combattuta in tutto l'occidente.

venerdì 29 gennaio 2016

MARCIA PER LA VITA: ROMA 8 MAGGIO 2016



ROMA, DOMENICA 8 MAGGIO 2016

PARTECIPA ANCHE TU!



Fonte: Marcia per la Vita

Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.

Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.

La ​Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.

Con la Marcia per la Vita intendiamo:
affermare la sacralità della vita umana e perciò la sua assoluta intangibilità dal concepimento alla morte naturale, senza alcuna eccezione, alcuna condizione, alcun compromesso;
combattere contro qualsiasi atto volto a sopprimere la vita umana innocente o ledere la sua dignità incondizionata e inalienabile.

Per questo:
chiamiamo a raccolta tutti gli uomini di buona volontà per difendere il diritto alla vita come primo dei principi non negoziabili, iscritti nel cuore e nella ragione di ogni essere umano e -per i cattolici – derivanti anche dalla comune fede in Dio Creatore;
esortiamo ogni difensore della vita a reagire, sul piano politico e culturale, contro ogni normativa contraria alla legge naturale, e contro ogni manipolazione mediatica e culturale che la sostenga. E qualora ci si trovi nella impossibilità politica di abolire tali leggi per mancanza di un consenso popolare sufficiente, ci si impegna a denunciarne pubblicamente l’intrinseca iniquità, che le rende non vincolanti per le coscienze dei singoli.
La sesta edizione della marcia sarà a Roma, centro della cristianità e del potere politico. Le strade della capitale sono state attraversate, anche recentemente, da numerosi cortei indecorosi e blasfemi; il nostro corteo vuole invece affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo.

L’iniziativa sarà una “marcia” e non una processione religiosa e come tale aperta anche ai pro life non credenti e a tutti i gruppi che potranno partecipare con i loro simboli ad esclusione di quelli politici.

Abbiamo però bisogno dell’aiuto di tutti!
Con la preghiera, che smuove le montagne (1 Cor. 13,2) e vince ogni difficoltà
Con la costituzione, in ogni città italiana, di centri locali che ci aiutino sul piano organizzativo (fotocopiando e diffondendo materiale, organizzando pullman per venire a Roma, preparando striscioni, bandiere, cartelli…)
Con il sostegno economico che può moltiplicare le nostre possibilità. Si può versare un contributo sul conto corrente postale allegato oppure tramite bonifico bancario a:






Comitato per la Marcia Nazionale per la Vita :
Banca Etruria,
Iban: IT26 M053 9003 2170 0000 0092 314
Bic: ARBAIT33134

Chiunque volesse aiutare e per qualsiasi informazione scrivere a: info@marciaperlavita.it, oppure telefonare a : 06-3233370 / 06-3220291

Figli di coppie omogenitoriali. Numeri sbandierati e statistiche a confronto.






Fonte: Avvenire

Le persone, certo, non sono numeri. Ma le cifre aiutano a mettere qualche punto fermo. E soprattutto a definire la platea di riferimento della stepchild adoption, più o meno temperata che sia. Dati precisi di bambini che potrebbero essere interessati alle 'novità' del ddl Cirinnà non ce ne sono. Ma esiste un ordine di grandezza che viene fuori dal censimento Istat del 2011: 529, ricordava ieri l’agenzia Redattore sociale.Queste, infatti, sarebbero le coppie dello stesso sesso con figli tra le 7.513 conviventi. Il numero viene fuori sottraendo ai 16 milioni 648 mila nuclei familiari in Italia quelli monogenitoriali (2 milioni 651mila); dei 13 milioni 997mila restanti la quasi totalità, cioè 13 milioni 990mila, hanno dichiarato di essere eterosessuali. 

Ma qui la statistica si ferma, certamente molto lontano dai «100mila figli di coppie omosessuali» che viene talvolta citato, a sproposito, nel dibattito serrato di questi giorni. E sostenuto più volte anche dal Corriere della Sera. In più gli italiani, cinque anni fa, furono molto chiari anche sull’adozione di un bambino da parte di omosessuali. Chiudendo totalmente – 4 su 5 – a questa possibilità. Anche i giovani tra i 18 e i 34 anni, di solito più disponibili alle novità, in misura superiore ai tre quarti.

Al di là, comunque, dell’opinione diffusa tornano in aiuto i numeri per arrivare alla conclusione che l’articolo 5 del ddl Cirinnà nasconda in realtà la volontà di far rientrare dalla finestra una pratica vietata in Italia: l’utero in affitto.

venerdì 15 gennaio 2016

Maternità surrogata. La nuova frontiera dei crimini contro l'umanità.



Vi invito alla visione di questo video che mostra la nuova frontiera degli egoismi umani.
I desideri devono diventare diritti e per fare questo nessun ostacolo, morale, etico o civile può essere frapposto.
Un orrore al quale vorrebbero farci assistere silenti.
Ma noi non ci stiamo e parliamo.
Buona visione!

Fonte: Comunity La Croce

giovedì 24 dicembre 2015

Dio o Niente. Parla il Cardinale Sarah.

Il 24 Novembre 2015 nella chiesa di Santa Maria in Vallicella di Roma gli amici San Filippo Neri e dell'Oratorio hanno invitato il Card. Robert Sarah a presentare il suo libro "Dio o niente". 

A moderare l'incontro la Prof. Suor Alexandra Diriart.


venerdì 20 novembre 2015

Purezza e castità.

La Chiesa si ostina a proporla, molti giovani non la capiscono, ma è ancora possibile spiegare le ragioni ed i vantaggi della castità prematrimoniale (anche a chi non crede)?


di Mario Palmaro
Un giovane e una giovane si conoscono, si frequentano, si vogliono bene. Scoprono di desiderare una vita insieme e, magari, stabiliscono che un giorno diventeranno solennemente e pubblicamente marito e moglie. Un periodo di tempo - più o meno lungo - li separa dal momento in cui, salvo ripensamenti, si uniranno in matrimonio. Come vivere questa particolarissima stagione della vita che è il fidanzamento? Secondo la mentalità corrente, nulla di più normale che quei giovani si comportino come se fossero già sposati.
Nell'insegnamento della Chiesa, invece, soltanto il matrimonio rende lecito il rapporto sessuale tra l'uomo e la donna. Si tratta di un conflitto acutissimo tra il senso comune dei contemporanei e il Magistero petrino; il divieto dei cosiddetti "rapporti prematrimoniali" rischia di risuonare sempre meno ascoltato e compreso, al punto da suscitare perfino nei pastori la tentazione alto scoraggiamento. Non è raro ascoltare il "lamento" di qualche parroco: "Dissuadere i fidanzati dai rapporti prematrimoniali? Figuriamoci, inutile perfino parlarne, non ci capiscono".

lunedì 16 novembre 2015

Svalutazione del ruolo paterno.



Un’intera psicologia fondata sulle figure del padre e della madre è andata in soffitta. Figure un tempo ritenute obbedienti a ruoli che si riteneva affondati nella profondità della psiche, della biologia e della preistoria si sono rivelate mere funzioni facilmente sostituibili.


L’eccezione è la regola e la regola è l’eccezione, in psicologia. O almeno nella psicologia moderna. Difficile stabilire un canone, difficile tracciare una linea che dica cosa sia normale e cosa meno. Anzi, tracciare questa linea è ormai sospetto, e soprattutto insostenibile, mai retto da prove conclusive. Ad esempio, un’intera psicologia fondata sulle figure del padre e della madre è andata in soffitta. Figure un tempo ritenute metafisiche, obbedienti a ruoli che si riteneva affondati nella profondità della psiche, della biologia e della preistoria si sono rivelate mere funzioni facilmente sostituibili.

Per la vecchia psicologia tradizionale la madre e il padre svolgevano ruoli ben definiti ed entrambi indispensabili nel canovaccio della tragicommedia familiare. Il canovaccio era flessibile e l’esito non necessariamente positivo, ma le parti non prevedevano variazioni. Vi erano tre attori: padre, madre e bimbo. O bimba; le bambine meritano la gentilezza del politicamente corretto, sia detto senza ironia.

E naturalmente la prima figura che è stata abbattuta è stata quella del padre, il cappellaio matto che già da tempo era stato additato come il vilain del racconto, il cattivo della storia. Nel 1999 Silverstein e Auerbach pubblicarono un articolo diventato famoso sulla prestigiosa American Psychologist, articolo intitolato ‘Deconstructing the Essential Father’. Decostruire il padre indispensabile.