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domenica 4 ottobre 2026

San Francesco, il santo che non si lascia addomesticare

 


E no, non ci sto più ad ascoltare parole vuote sulla figura di un grande santo della Chiesa Cattolica. Da decenni è in atto una sorta di rappresentazione mistificata di san Francesco, nella quale vengono continuamente ignorati, quando non addirittura disprezzati, i suoi veri intenti e le sue autentiche intenzioni. Che le persone vengano così ingannate su temi tanto importanti come la fede e la salvezza eterna è profondamente ingiusto e deve essere apertamente denunciato.

Per questo mi preme sottolineare proprio quegli aspetti della sua figura che sono stati maggiormente profanati e deformati. Primo fra tutti, il tentativo di togliere a Francesco ciò che costituiva il centro assoluto della sua esistenza: il suo profondissimo amore per Dio. Francesco non può essere compreso se si mette Dio ai margini della sua vita, perché il suo centro era Dio e soltanto in Lui è possibile leggere fino in fondo la sua breve ma straordinaria esistenza.

Tutta la rivoluzione che Francesco ha lasciato nel mondo nasceva infatti da Dio, dalla Sua grazia e dal Suo beneplacito, che in quel giovane uomo trovò un’anima mite, docile e profondamente abbandonata alla Sua Santissima Volontà. È in questo totale abbassamento di Francesco davanti a Dio che dobbiamo leggere ogni sua azione, ogni sua parola, ogni sua scelta e, in definitiva, tutta la sua eredità.

Se si cancella questo, di Francesco rimane soltanto una maschera: un personaggio buono, innocuo e facilmente adattabile alle idee del momento. Ma il vero Francesco non è questo. Il vero Francesco è l’uomo che ha lasciato che Dio prendesse possesso della sua vita e la trasformasse radicalmente.

Ed è proprio qui che dobbiamo tornare: non al Francesco costruito dalle parole del mondo, ma al Francesco delle fonti; non al Francesco che ci fa comodo, ma a quello che ci mette davanti a Cristo e ci costringe, con la sua stessa vita, a prendere sul serio Dio, il Vangelo, la Chiesa, la conversione e la salvezza.

Solo allora potremo comprendere la realtà meravigliosa che questo santo ci ha donato. Perché Francesco non ci ha lasciato semplicemente un modello di bontà: ci ha mostrato cosa può accadere quando un uomo, senza più riserve, si abbandona nelle mani di Dio.

Nel suo Testamento non dice di essersi costruito da solo il proprio ideale di santità. Dice piuttosto: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza» e «il Signore stesso mi condusse tra loro». La sua non è dunque la storia di un uomo che inventa una nuova filosofia della vita, ma quella di un uomo che si lascia conquistare da Dio.

Un santo cattolico, non un riformatore moderno

Francesco non fondò una religione alternativa al cristianesimo del suo tempo. Non contrappose il “vero Vangelo” alla Chiesa. Al contrario, volle vivere il Vangelo nella Chiesa e sotto la Chiesa. La sua radicalità non fu ribellione: fu obbedienza. E nemmeno la sua povertà fu un programma sociale ante litteram. Francesco non voleva semplicemente possedere meno: voleva appartenere interamente a Cristo. Non cercava una liberazione dalle strutture della società, ma la libertà interiore necessaria per seguire il Signore senza riserve. È questa la chiave senza la quale il Poverello diventa irriconoscibile.

Francesco voleva convertire il mondo a Cristo

C'è poi un altro aspetto che la rappresentazione contemporanea tende spesso a sfumare: Francesco era un missionario. La sua apertura verso i musulmani non nasce dall'inammissibile idea secondo cui tutte le religioni sarebbero semplicemente vie equivalenti verso Dio. Francesco voleva incontrare i «Saraceni e altri infedeli» perché desiderava annunciare loro Cristo. La Regola non bollata è esplicita: i frati possono vivere tra i musulmani senza «liti né contese», ma, quando vedranno che «piace al Signore», devono «annunziare la parola di Dio», affinché gli uomini «credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo» e «siano battezzati e divengano cristiani».

Questa è la missione francescana: carità, mitezza e rispetto della persona, certamente; ma senza rinunciare alla verità del Vangelo. Ed è proprio qui che l'immagine edulcorata di Francesco comincia a incrinarsi.



Francesco e il sultano: una pagina che non si può riscrivere

Nel 1219 Francesco attraversò le linee del conflitto e si presentò al sultano d'Egitto al-Malik al-Kāmil. È uno degli episodi più celebri della sua vita. Ma spesso viene raccontato come se Francesco fosse andato semplicemente a predicare la pace, anticipando il moderno e spesso fuorviante dialogo interreligioso. Le fonti raccontano qualcosa di molto più radicale. Francesco va dal sultano per testimoniare Cristo. 

San Bonaventura descriverà il viaggio come espressione del suo «ardore della carità» e del «desiderio del martirio». Non è un diplomatico moderno: è un miles Christi, un uomo disposto a rischiare la vita per la fede. E soprattutto, nelle Fonti Francescane, troviamo una testimonianza che non può essere semplicemente aggirata o reinterpretata secondo i nostri gusti.

Il sultano gli obietta che, se il Vangelo insegna ai cristiani a non rendere male per male, essi non dovrebbero imbracciare le armi contro i loro nemici. La risposta attribuita a Francesco è sorprendentemente netta.

Dopo aver richiamato l'insegnamento evangelico, egli arriva a dire:

«Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete.»

E subito dopo aggiunge:

«Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi.»

Sono parole difficili da conciliare con il Francesco pacifista assoluto che talvolta viene presentato.

E non occorre edulcorarle.

Francesco non dichiara ingiusta la difesa della Terra Santa. Non rimprovera i cristiani perché combattono. Non sostiene che la fede cristiana imponga di lasciare senza difesa le terre cristiane, le chiese e i cristiani aggrediti. Al contrario, nel testo delle Fonti Francescane egli afferma esplicitamente che i cristiani agiscono «secondo massima giustizia» quando combattono nelle circostanze che egli stesso elenca. Questo non significa trasformare Francesco in un teorico della guerra o attribuirgli una dottrina moderna della “guerra santa”. Significa semplicemente lasciare che sia il testo a parlare. E il testo parla con chiarezza.

Pace non significa resa

Questo episodio permette di comprendere anche un equivoco più generale. Francesco amava la pace, ma non identificava la pace con la resa davanti all'aggressore. Amava il nemico, ma ciò non significava considerare il male innocuo. Desiderava la conversione del musulmano, ma non per questo considerava irrilevante la difesa del cristiano. La frase conclusiva rivela perfettamente questa logica: se i musulmani conoscessero e rispettassero il «Creatore e Redentore del mondo» e lasciassero in pace i cristiani, allora questi ultimi li amerebbero «come se stessi». La carità non cancella la verità. La misericordia non cancella la giustizia. La pace non cancella il diritto alla difesa. Questo è il Francesco delle fonti, non quello costruito dalle nostre categorie.




Il creato non è Dio

Lo stesso errore si compie quando si trasforma Francesco nel precursore dell'ambientalismo contemporaneo. Francesco amava profondamente il creato. Ma proprio perché credeva nel Creatore. Il Cantico delle creature non è un inno alla natura separata da Dio. Comincia con la lode all'«Altissimo, onnipotente, bon Signore». Il sole, l'acqua, il fuoco, la terra sono fratelli e sorelle perché sono creature dello stesso Dio. Francesco non adorava il creato: adorava il Creatore. E la stessa logica vale per il povero, il lebbroso e l'uomo sofferente. Francesco non li amava perché avesse elaborato una teoria sociale dell'emarginazione. Li amava perché aveva incontrato Cristo.

Un uomo che non può essere ridotto

Ecco allora perché Francesco continua a sfuggire alle nostre categorie.

Possiamo chiamarlo uomo della pace, ma dobbiamo ricordare che difese la legittimità della guerra contro chi aggrediva la cristianità. Possiamo chiamarlo uomo del dialogo, ma dobbiamo ricordare che quando andò dal sultano fu solo per annunciargli Cristo e convertirlo. Possiamo chiamarlo uomo della fraternità, ma dobbiamo ricordare che la sua fraternità nasceva dalla comune appartenenza al Creatore, non dall'indifferenza verso la verità. Possiamo chiamarlo uomo del creato, ma dobbiamo ricordare che per lui ogni creatura conduceva al Creatore. Possiamo chiamarlo uomo dei poveri, ma dobbiamo ricordare che nel povero egli cercava Cristo. E soprattutto possiamo chiamarlo uomo della pace, purché non trasformiamo la sua pace in un idolo moderno che renda incomprensibili le sue stesse parole.

Francesco non ha bisogno di essere corretto

La vera grandezza di Francesco sta proprio qui: non ha bisogno di essere reso più moderno per essere attuale. Non abbiamo bisogno di trasformarlo in ciò che vorremmo che fosse. Non abbiamo bisogno di strappargli il Crocifisso per consegnarlo alla cultura contemporanea come icona dell'ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso, Francesco è infinitamente più grande di queste riduzioni. 

Soprattutto non dobbiamo strappargli il Crocifisso per consegnare il santo alla cultura contemporanea come icona dell’ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso. È proprio questa rilettura selettiva a rischiare di tradirne l’identità: si conserva il Francesco che piace al nostro tempo e si dimentica il Francesco radicalmente conformato a Cristo crocifisso.

La sua povertà, la fraternità, la pace e l’amore per il creato non sono valori autonomi, separabili dalla sua fede, ma scaturiscono tutti dalla sequela del Crocifisso. Tutta la sua vita è stata una conformazione a Cristo, fino alle stimmate, segno visibile di questa identificazione con la Passione. Per questo non si può celebrare il Francesco della fraternità e del creato cancellando il Francesco della Croce: sarebbe ridurlo a un’icona innocua e contemporanea, mentre la sua figura autentica continua a provocare e a chiedere conversione.

È l'uomo che ha incontrato Cristo e che, dopo quell'incontro, ha preso sul serio il Vangelo. È l'uomo che ha baciato il lebbroso, ma anche quello che ha desiderato il martirio. È l'uomo che ha chiamato fratello il sole, ma che adorava il Dio dal quale il sole proviene. È l'uomo che ha attraversato le linee nemiche per parlare con il sultano, ma che non esitò a dire che i cristiani combattevano «secondo massima giustizia». È l'uomo della pace, sì — ma della pace di Cristo, non della semplice assenza di conflitto.

Ed è precisamente per questo che Francesco è ancora oggi una figura tanto potente: perché non è uno specchio nel quale possiamo contemplare noi stessi. È un uomo che ci costringe a guardare a Cristo.

È Cristo l'origine.
È Cristo il centro.
È Cristo il fine.

E soltanto quando Francesco viene ricondotto a Cristo, il Poverello d'Assisi torna a essere quello che realmente fu: non il santo addomesticato dalle categorie del nostro tempo, ma un cristiano radicale, conformato a Cristo crocifisso, figlio fedele della Chiesa, missionario del Vangelo, amante della pace e, quando necessario, consapevole della legittimità della difesa della cristianità.

Il vero Francesco oltre le caricature del mondo

Alla fine, bisogna avere il coraggio di dirlo: il Francesco che oggi viene raccontato dalle parole vuote del mondo non è il Francesco delle fonti. È un Francesco selezionato, addomesticato e privato proprio di ciò che lo rende santo. Si prendono la sua pace, il suo amore per gli ultimi, la sua fraternità e il suo amore per il creato, ma si elimina accuratamente Cristo, che la Fonte di tutta l'esistenza del santo, perché un Francesco senza Cristo è molto più facile da applaudire.

Ma Francesco non era un ambientalista ante litteram, né un pacifista secondo le categorie moderne, né un profeta dell’indifferentismo religioso. Era un uomo conquistato da Cristo. La sua povertà nasceva da Cristo, la sua carità nasceva da Cristo, il suo amore per ogni creatura conduceva al Creatore, la sua missione nasceva dal desiderio che gli uomini conoscessero Cristo e persino il suo modo di intendere la pace non può essere separato dalla verità e dalla giustizia.

Per scoprire Francesco nella sua autentica interezza, dobbiamo respingere le letture edulcorate che vogliono separarlo dal suo centro e dal suo tutto: Cristo. La vita di questo Santo può essere compresa solo alla luce di questo centro; è infatti da Cristo e dall'amore per Cristo che scaturisce il suo amore per l’intera creazione. La sua eredità, infine, si comprende nella radicalità con cui conformò tutta la sua esistenza alla Croce di Cristo, fino a farne la forma stessa della propria vita.

E forse è proprio questo che il mondo non riesce ad accettare: per capire Francesco bisogna arrivare a Dio. E per arrivare al Francesco vero bisogna avere il coraggio di passare oltre quello falso che il mondo si è costruito. Non dobbiamo quindi rendere Francesco più moderno. Dobbiamo renderci noi abbastanza umili da ascoltarlo. Perché quando finalmente cadono le caricature, quando tacciono le parole vuote e quando lasciamo parlare le fonti, davanti a noi non rimane l’innocua icona che il mondo vorrebbe, ma un santo radicale, interamente conquistato da Cristo.

È questo il Francesco che dobbiamo riscoprire.
Ed è proprio questo il Francesco che il mondo, troppo spesso, ha cercato di nascondere.


foto dal web

mercoledì 20 agosto 2025

L’antropologia spirituale e la difesa della domenica nel Magistero della Chiesa

 


L’antropologia spirituale parte da un dato fondamentale: l’uomo non si esaurisce nel lavoro, nella produzione o nel consumo. Come ricorda il Concilio Vaticano II, “l’uomo… non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, 24). Ciò significa che la persona ha bisogno di aprirsi a Dio e agli altri, trovando nel tempo del riposo e del culto lo spazio privilegiato per questo incontro.

Quando la società cancella la domenica, essa non priva solo i cittadini di un giorno di pausa, ma snatura la stessa struttura spirituale dell’uomo, che ha necessità di un tempo “gratuito”, non finalizzato al profitto.

La domenica, giorno del Signore, nasce dal comandamento sabbatico: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo” (Es 20,8). Per i cristiani, questo precetto trova compimento nella Risurrezione di Cristo, avvenuta nel primo giorno della settimana, che diventa così il nuovo giorno del Signore (dies Domini).

San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Dies Domini (1998), afferma con chiarezza: “Non abbiate paura di dare tempo a Cristo! Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo, perché Egli lo illumini e lo orienti” (n. 7). Questo tempo, che la domenica rappresenta in modo unico, non appartiene al mercato né alla logica del consumo, ma è segno della libertà del cristiano.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro: “La domenica e gli altri giorni di festa di precetto i fedeli sono tenuti ad astenersi da quei lavori e attività che impediscono di rendere culto a Dio, di godere della letizia propria del giorno del Signore, di fare le opere di misericordia e di avere il giusto riposo della mente e del corpo” (CCC, 2185).

Questo precetto non è solo un dovere morale, ma anche una protezione della dignità umana. La Chiesa si oppone al lavoro domenicale sistematico perché esso:

  • distrugge il tempo della famiglia e della comunità,

  • riduce l’uomo a produttore e consumatore,

  • cancella il segno pubblico della fede e dell’appartenenza cristiana

  • mina nel profondo il senso e il significato della Resurezione di Cristo dalla morte.


Papa Benedetto XVI ricordava che “senza Dio l’uomo non sa dove andare né riesce a capire chi egli stesso sia” (Deus Caritas Est, 28). Proprio per questo, la perdita della domenica conduce inevitabilmente all’indifferentismo religioso: se il tempo non è più aperto a Dio, Dio diventa irrilevante nella vita quotidiana.

Alla luce dell’antropologia spirituale e del Magistero, la missione della Chiesa è chiara: custodire la domenica come patrimonio di umanità e di fede. I sacerdoti, in particolare, hanno la responsabilità di:

  • Educare i fedeli a comprendere che la domenica non è un optional, ma il cuore della vita cristiana.

  • Denunciare profeticamente le logiche economiche che schiavizzano l’uomo e annullano la sua apertura a Dio.

  • Proporre alternative comunitarie, valorizzando la Messa domenicale, le opere di carità, i momenti di condivisione familiare e parrocchiale.

  • Contrastare l’indifferentismo religioso, mostrando che senza la domenica l’uomo perde se stesso e la società si impoverisce spiritualmente e umanamente. Difendere la Domenica significa custodire la nostra identità cristiana e umana, riscoprirne il significato e restituire il nostro tempo a Dio.

La domenica non è un semplice giorno di pausa: è il segno della libertà dell’uomo che sceglie di orientarsi verso Dio. Ma se oggi lo stesso clero abdica a questo annuncio, alla possibilità di fare riscoprire al popolo il significato del riposo come mezzo per giungere ad una maggiore intimità e amicizia con Dio, se lo stesso clero ammicca di fronte all'invadenza del mercato che mercifica l'uomo e lo utilizza come mezzo di lucro per affari milionari, come potrà l'uomo liberarsi dal gioco del mercato? Come potrà Dio ritornare al PRIMO posto nel flusso della vita quotidiana? La Domenica serve proprio per ricaricare le energie disperse nella frenesia della settimana e aiutare i fedeli a ri-orientarsi verso Dio. 

Come scrive San Giovanni Paolo II:
“Non abbiate paura di vivere la domenica come giorno del Signore e dell’uomo” (Dies Domini, 7).

Ecco perché "Difendere la domenica significa in definitiva difendere l’uomo".

D.D.


foto dal web


giovedì 7 maggio 2020

APPELLO PER LA CHIESA E IL MONDO



APPELLO PER LA CHIESA E IL MONDO

Ai cattolici e a tutte le persone di buona volontà

Veritas liberabit vos. Gv 8:32
In questo momento di grande crisi, noi pastori della Chiesa cattolica, in virtù del nostro mandato, consideriamo il nostro sacro dovere fare un appello ai nostri fratelli nell'episcopato, al clero, ai religiosi, al santo popolo di Dio e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Questo appello è stato inoltre sottoscritto da intellettuali, medici, avvocati, giornalisti e professionisti che concordano con il suo contenuto e possono essere sottoscritti da coloro che desiderano farlo proprio.
I fatti hanno dimostrato che, con il pretesto dell'epidemia di Covid-19, i diritti inalienabili dei cittadini sono stati in molti casi violati e le loro libertà fondamentali, incluso l'esercizio della libertà di culto, espressione e movimento, sono state limitate in modo sproporzionato e ingiustificato . La salute pubblica non deve e non può diventare un alibi per violare i diritti di milioni di persone in tutto il mondo, figuriamoci per privare l'autorità civile del suo dovere di agire saggiamente per il bene comune. Ciò è particolarmente vero in quanto emergono dubbi crescenti da più parti sull'attuale contagio, pericolo e resistenza del virus. Molte voci autorevoli nel mondo della scienza e della medicina confermano che l'allarmismo dei media su Covid-19 sembra essere assolutamente ingiustificato.
Abbiamo motivo di credere, sulla base di dati ufficiali sull'incidenza dell'epidemia in relazione al numero di morti, che vi siano poteri interessati a creare panico tra la popolazione mondiale con l'unico scopo di imporre in modo permanente inaccettabili forme di restrizione su le libertà, il controllo delle persone e il monitoraggio dei loro movimenti. L'imposizione di queste misure illiberali è un preoccupante preludio alla realizzazione di un governo mondiale al di fuori di ogni controllo .
Riteniamo inoltre che in alcune situazioni le misure di contenimento adottate, inclusa la chiusura di negozi e aziende, abbiano fatto precipitare una crisi che ha fatto crollare interi settori dell'economia. Ciò incoraggia l'interferenza da parte di potenze straniere e ha gravi ripercussioni sociali e politiche. Le persone con responsabilità governative devono bloccare queste forme di ingegneria sociale, adottando misure per proteggere i loro cittadini che rappresentano e nei cui interessi hanno un serio obbligo di agire. Allo stesso modo, lascia che aiutino la famiglia, la cellula della società, non penalizzando irragionevolmente i deboli e gli anziani, costringendoli a una dolorosa separazione dai loro cari. Anche la criminalizzazione delle relazioni personali e sociali deve essere giudicata una parte inaccettabile del piano di coloro che sostengono l'isolamento delle persone al fine di manipolarle e controllarle meglio.

lunedì 30 ottobre 2017

Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.



La notizia, anticipata da “La Verità”, è stata confermata in occasione del convegno sull’Humanae Vitae, promosso alla Pontificia Università “Angelicum” da Voice of the Family.Un gruppo di membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), creata nel 1994 da Giovanni Paolo II e recentemente “ripulita” e trasformata nei suoi obiettivi da papa Francesco, ha deciso di dare vita ad una John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF), che inevitabilmente si pone come contraltare della nuova accademia bergogliana.

Della nuova Accademia fanno parte, Joseph Seifert, Christine de Marcellus Vollmer, Thomas Ward, Philippe Schepens, Mercedes Arzú de Wilson, Luke Gormally, Michael Schooyans (tutti ex componenti della Pontificia Accademia per la Vitae), Paul Byrne, Judie Brown, Carlos Casanova, Roberto de Mattei, Claudio Pierantoni, John-Henri Westen. Caratteristica comune di queste personalità è l’attaccamento al Magistero della Chiesa e il rifiuto di tutti i tentativi di “rivedere” o trasformare questo insegnamento immutabile:

“Il fine di questa Accademia – ha detto il prof. Seifert – è quello di rifiutare tutti gli orribili mali ed errori che caratterizzano la società moderna e sono perfino entrati all’interno del santuario della Chiesa, opponendo ad essi la chiara esposizione della verità sulla vita umana e la famiglia. Ciò comporta il chiamare l’aborto omicidio e non semplicemente interruzione di gravidanza, ed evitare di usare parole disoneste che oscurano la verità. (…) 

Nel testimoniare così la bontà e la difesa della vita, la nuova Accademia ritiene importante considerare ciascuno di questi aspetti alla luce della vita eterna“. Perciò, afferma il prof. Seifert: “LaJAHLF non si limita a considerare la vita umana da un punto di vista meramente biologico. Riconosce altresì ed afferma la realtà dell’anima umana che è all’origine della vita. Pertanto, la JAHLF si occupa anche, parlando in termini generali, dei fondamenti metafisici ed antropologici della verità etica”. (T.M.)

domenica 1 ottobre 2017

Maria, catechismo, martirio: la regola di Burke.



Come può un semplice cattolico vivere la propria fede in una situazione di crescente confusione quale quella attuale? È la domanda cui ha risposto il cardinale Raymond Leo Burke in una lezione magistrale svolta a Louisville (Kentucky) lo scorso 21 luglio, ma che vale la pena riprendere per la sua estrema attualità (QUI IL TESTO INTEGRALE). Senza fare sconti sulla verità dei pericoli presenti, Burke ha spiegato come sfuggire lo spirito mondano dello scisma, fino a chiedere la prontezza di donare la vita per la Chiesa.


«È un momento - ha cominciato il cardinale - che può semplicemente essere descritto come una confusione, una divisione e un errore». Poi ha parlato di un giovane sacerdote che lo aveva avvicinato chiedendogli: «Cardinale, pensa che siamo giunti alla fine dei tempi?». «L’espressione sul suo volto - ha detto Burke - mi ha fatto comprendere la sincerità della sua domanda e la preoccupazione profonda che lo animava. Non ho quindi esitato a rispondere: “Potrebbe essere”». Perché «viviamo nei tempi più travagliati del mondo ma anche della Chiesa». Poi Burke ha citato l’ideologia gender dilagante e distruttiva dell’uomo, la negazione della libertà religiosa per vietare ogni discorso pubblico su Dio, la contraccezione, l’eutanasia, l’indottrinamento dei bambini. Nello stesso tempo la ricerca spregiudicata «del piacere e del potere mentre il ruolo della legge, dettato dalla giustizia, viene calpestato», per cui vige «una legittima paura di uno scontro globale», perché «la situazione attuale del mondo non può proseguire se non portando ad un annientamento totale».
Per questo, ha continuato Burke, «il mondo mai come oggi ha avuto così bisogno dell’insegnamento solido e della direzione che Nostro Signore... vuole dare al mondo attraverso la Chiesa». Ma non si può non constatare che, «in modo diabolico, la confusione e l’errore…sono entrati anche anche nella Chiesa», che «non sembra conoscere più la sua identità e missione» né «avere la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e del Divino Amore».

mercoledì 9 agosto 2017

Fai come se fossi a casa tua!



DI  FRANCESCO ARNALDI

Un paio di giorni fa il quotidiano Avvenire, tramite la sua pagina Facebook, ci ha regalato un’interessante notizia. Un parroco ha esposto fuori dalla sua chiesa il cartello di cui sopra. L’intento sembrerebbe essere chiaro: far sentire accolti tutti, in qualunque momento, in qualunque circostanza, in qualunque condizione. Meritevole l’intento, disastroso il metodo.

Non me ne voglia il tizio in pantaloncini e canottiera che, mentre portava a spasso il cane sui pattini – sui pattini lui, non il cane – ha deciso di entrare a sdraiarsi un attimo sulla panca mangiando lì il suo panino perché ha visto che in chiesa poteva tenere il cellulare acceso mentre alla libreria di fronte no.

Quando dico che il metodo è disastroso lo dico perché l’effetto principale di un tale cartello, l’effetto più subdolo, è quello di far nascere un astio verso certe regole e verso chi continua ad imporle. Pedagogia spicciola: perché mamma e papà devono concordare una linea educativa comune? Perché se la mamma proibisce la marmellata e il papà appena torna a casa dice al figlio che può tranquillamente mangiarla, l’effetto negativo non sarà certo il boom di zuccheri nel sangue del pargolo. No, l’effetto terribilmente negativo sarà una perdita di fiducia del figlio verso la madre.

Quindi, tornando a noi, l’intento di quel cartello non è far sentire tutti accolti: è dire a tutti coloro che sono lontani dalla Chiesa che se lo sono la colpa non è loro, ma della Chiesa.

Secondo problema: l’educazione attraverso le regole. Questo modo di pensare implica che le regole siano cose per gente “arrivata”, per chi è già inserito, e che non debbano valere per coloro che invece si stanno avvicinando. Come se le regole segnino il passaggio da advanced a professional, e che per un beginner non siano solo inutili ma persino dannose.

Così facendo però si toglie qualunque ruolo educativo alla regola. Una regola infatti dà frutti positivi anche se la persona che la rispetta non sa ancora bene razionalmente perché deve rispettarla. Si impara a pregare dopo essere stati ore e ore in silenzio senza aver ancora capito bene a cosa serva il silenzio. È difficilissimo fare il contrario. Uno che aspetta di saper pregare bene per cimentarsi con un’ora di adorazione silenziosa, non imparerà mai a pregare, o comunque avrà serie difficoltà a farlo. Allo stesso modo, se quando introduciamo una persona in un luogo sacro non imponiamo a questa persona di comportarsi come se fosse in un luogo sacro, ecco che costui o costei ne percepirà molto difficilmente la sacralità.

Ormai siamo abituati a sacerdoti che hanno talmente tanta paura a giudicare le persone da lasciargli persino usare le panche di una chiesa come tavoli da pic-nic. Posso solo sperare che la sua insistenza nell’incentivare i flash sia dettata dal fatto che la sua chiesa è così brutta da non rischiare di rovinare alcuna opera d’arte. Ma un sacerdote che passa il tempo a dire che lui non può giudicarti, ti sta praticamente dicendo che lui per te non ha nessuna utilità: dagli retta!

venerdì 7 luglio 2017

L’ospedale di Londra chiede un’altra udienza per Charlie dopo i possibili nuovi trattamenti



Il Great Ormond Street Hospital di Londra si è rivolto all’Alta Corte per una nuova udienza sul caso del piccolo Charlie Gard «alla luce delle richieste relative a possibili altri trattamenti». Lo riportano Bbc e Sky News dopo che il Bambino Gesù di Roma ha inviato una lettera all’ospedale londinese chiedendo ufficialmente ai medici inglesi di poter somministrare al bimbo un protocollo sperimentale «che può funzionare». I medici londinesi ritengono che sia «giusto tentare» e «ringraziano le offerte di aiuto da Casa Bianca, Vaticano e dai nostri colleghi in Italia e Usa e altrove».




«Mi è giunta notizia che i ricercatori hanno messo a disposizione il loro trattamento per l’ospedale di Londra il quale pensa di poterlo verificare», ha spiegato in un videomessaggio dalla Repubblica Centrafricana, dove si sta occupando di bambini bisognosi, la presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Mariella Enoc, confermando che il Great Ormond Street Hospita sta pensando di verificare il protocollo.



L’ospedale pediatrico della Santa Sede aveva infatti inviato all’ospedale una lettera firmata da un gruppo di più di cinque scienziati internazionali in cui informavano la clinica di aver elaborato una terapia sperimentale per il bambino affetto da una grave malattia rara. Secondo il team di medici, guidati dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la terapia studiata per il piccolo potrebbe funzionare.



Intanto la mamma del bimbo, Connie Yates, non demorde e continua sui vari media del Regno Unito a lottare per suo figlio. In una serie di interviste ha detto che il neonato di 11 mesi ricoverato a Londra non sta soffrendo e che lei non potrebbe in nessun modo vederlo patire. La donna ha lanciato un appello direttamente alla premier britannica Theresa May: «Ci sostenga come stanno facendo gli altri», ha detto.

Fonte: La Stampa

sabato 1 luglio 2017

Caso Charlie Gard: I medici non sono demiurghi

Charlie Gard


Luglio 1, 2017 Caterina Giojelli
Intervista al genetista Domenico Coviello
Luglio 1, 2017 Caterina Giojelli

«La scienza non sa tutto. La storia di Charlie Gard è la storia di un potere violento, quello esercitato dalla scienza di fronte all’ignoto: la scienza che non sa, non può aiutare Charlie, si avvale della legge per eliminarlo, eliminare un problema. Ma nessun medico può arrogarsi il diritto di emanare un simile verdetto. Non può sospendere la vita di un bambino solo perché “non è possibile guarirlo”, perché non sa “se soffre”, perché non sa “quali effetti potrebbe avere una terapia sperimentale sul bambino”. Altrimenti si aprono scenari di onnipotenza sull’ignoto». 

Domenico Coviello è il direttore del Laboratorio di Genetica Umana dell’Ospedale Galliera di Genova. 

Pur condividendo il parere di molti colleghi che hanno descritto come disperata la situazione di Charlie Gard, arriva però alla conclusione opposta: «Charlie Gard, stando alle conoscenze di cui disponiamo oggi, non si può guarire. E allora? Se non possono guarirlo, se la sua malattia è irreversibile – e questa pare essere l’unica certezza degli inglesi –, i medici si devono arrendere al loro compito che è quello di assistere il malato, fino alla fine. Non quello di accelerare l’esito finale e fatale della sua vita. I medici non sono demiurghi».

lunedì 22 maggio 2017

Il fallimento della legge 194.


di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.
Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).
Per la tutela della salute della donna

lunedì 5 dicembre 2016

La veggente per cui la Polonia ha incoronato Cristo come Re.


5 dicembre 2016

 Al fine di segnare la conclusione dell’Anno della Misericordia il 20 novembre, 2016, in occasione della solennità di Cristo Re, un evento piuttosto notevole ha avuto luogo in Polonia il 19 novembre, quando il governo polacco, insieme con la gerarchia della Chiesa ha riconosciuto ufficialmente Cristo come il re di Polonia. L’atto della ricezione di Cristo come Re e Signore è stato poi ripetuto il giorno successivo in tutte le parrocchie in Polonia il 20 novembre. 

Questa iniziativa, che è stata effettuata dalla Conferenza episcopale polacca, sembra essere stato inteso come un gesto in gran parte profetico legato alla devozione della Divina Misericordia, e l’impeto iniziale per questa azione simbolica può essere saldamente attribuito a certe rivelazioni private date alla Serva di Dio [quindi si tratta di una veggente riconosciuta dalla Chiesa] Rozalia Zelkova nel 20esimo secolo, poco prima della seconda guerra mondiale. Rozalia Zelkova aveva avuto una visione in cui Cristo chiedeva di essere proclamato re dalla nazione polacca per risparmiare il paese dalla guerra imminente: ‘Se la Polonia vuole salvare se stessa, deve annunciare Gesù come suo Re attraverso l’atto di intronizzazione. Deve essere effettuata da tutta la nazione, e in particolare da parte delle autorità statali e la chiesa, che dovrebbero condurre la cerimonia, a nome della nazione.‘ 

Polonia. Atto di accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano.







Fonte: Zenith

Davanti a migliaia di fedeli da tutta la Polonia, ai vescovi polacchi, alle autorità dello Stato con il presidente, Andrzej Duda, si sono tenute lo scorso 19 novembre a Cracovia-Lagiewniki, presso il Santuario della Divina Misericordia, le celebrazioni dell’Atto di accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano, a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia. Oggi, domenica 20 novembre, lo stesso Atto sarà celebrato presso tutte le parrocchie della Polonia.

La Santa Messa è stata presieduta dal cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanislaw Dziwisz: l’omelia l’ha tenuta il vescovo Andrzej Czaja di Opole, presidente del Comitato dei Movimenti di Intronizzazzione. “Non è nostro il compito di scegliere Cristo come Re, ma riconoscere la sua signoria e arrendersi alla Sua legge, affidare a Lui la nostra patria e la nazione, noi stessi e le nostre famiglie”, ha detto il vescovo Andrzej Czaja.

“Tale Atto di Accoglimento in occasione del Giubileo della Misericordia e nel 1050° anniversario del Battesimo della Polonia non può rimanere soltanto nelle cronache e negli annali”, ha aggiunto il presule, “dobbiamo svolgere un lavoro di trasformazione e regolare la nostra vita secondo la Volontà di Dio, come ci ha insegnato Gesù e il suo Vangelo”.

Mons. Czaja ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, ‘Spalancate le porte a Cristo per la sua potenza salvifica. Non abbiate paura’, utili – ha detto – “per confessare la fede che Gesù è il nostro Re, Signore e Salvatore”.

“Il Governo di Dio si deve realizzare oggi nel cuore degli uomini. Esiste una necessità di armonia e amore tra di noi. Abbiamo bisogno dello Spirito di Dio, lo Spirito di verità e di unità, e anche degli altri frutti dello Spirito: la bontà, la dolcezza, il controllo, la fedeltà e la pazienza”, ha sottolineato il vescovo Czaja.

“In Polonia – ha proseguito – si vede la necessità di maggior rispetto per la legge di Dio. Oggi tutti dobbiamo invocare Dio e lo Spirito Santo per aprirci a Gesù, arrendersi alla sua legge e ai suoi disegni. Apriamo le porte a Gesù, alla potenza del suo amore misericordioso”.

Alla fine della Santa Eucaristia davanti al Santissimo Sacramento si è svolto quindi l’Atto di Accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano. L’atto è stato recitato dal presidente della Conferenza Episcopale Polacca, l’arcivescovo Stanislaw Gądecki.

Già l’11 ottobre in una lettera pastorale i vescovi polacchi spiegavano che “non è necessario intronizzare Cristo nel senso di elevazione al trono e dandogli il potere di essere proclamatore. Dopo tutto, egli è il Re dei re e Signore dei signori, per sempre.”

L’Atto di Accettazione di Cristo come Re e Signore in Polonia realizza l’insegnamento di Papa Pio XI, che nella sua enciclica Quas Primas sottolineava la necessità nei nostri tempi “che Cristo regni”.




mercoledì 2 novembre 2016

La distruzione della famiglia.

Individualismo, consumismo, edonismo, ma non solo, i fattori della distruzione della famiglia.





La drammaticità dei dati italiani delle nascite sta finalmente imponendosi. Speriamo che ora non tutto il problema venga visto sotto la luce della mancanza di lavoro, delle insufficienti prospettive dei giovani, delle difficoltà materiali delle famiglie, dei costi di mantenimento dei figli e così via. Non perché non ci siano anche questi elementi nella patologicamente bassa natalità degli italiani, ma perché le nascite flettono tendenzialmente, salvo sobbalzi di scarsa entità e di ancor più mediocre durata, da oltre mezzo secolo a questa parte. Quando un fenomeno attraversa periodi così lunghi in cui tutte le situazioni economiche si succedono e accavallano, dalle migliori alle peggiori, senza però mai mutare la direzione di fondo, allora il segnale è chiaro: non sono quelli i fattori che più contano nel determinare quella direzione. Contano, è indubbio, ma non così tanto, non in modo così decisivo come contano altri fattori invece sin qui quasi dimenticati. Certo, i dati delle nascite cui siamo di fronte sono impressionanti. Ma non lo sono da oggi, anche se oggi si è toccato un fondo che non pensavamo mai che sarebbe stato neppure sfiorato. Lo sono da trenta anni almeno. Oggi, anzi, vengono al pettine i dati sulle nascite che da tanti, troppi anni non fanno che diminuire senza che ci si fermi a interrogarci davvero sulle cause più profonde del fenomeno. Perché il primo fattore che grava sulle così poche nascite è, intanto, un fattore strutturale: sempre meno donne, a seguito di una denatalità che viene da tanto lontano, entrano nell’età riproduttiva. E ancor meno ne entreranno nei prossimi anni. Sempre meno donne nell’età di fare figli arriveranno sulla scena riproduttiva italiana: occorre saperlo e, se possibile, cominciare ad attrezzarci per cercare di compensare questa carenza strutturale del passato, del presente e che ci accompagnerà anche nel futuro. 

domenica 1 maggio 2016

La santificazione del lavoro e la cristianizzazione della società


Questo articolo sul lavoro approfondisce il principale messaggio di san Josemaría: il proprio lavoro ben fatto e offerto al Signore è un mezzo per avvicinarsi a Dio e cristianizzare la società.

                               









fonte: Opus Dei

Le luci e le ombre del periodo che stiamo vivendo sono sotto gli occhi di tutti. I progressi umani e le piaghe che li infettano, il progresso civile sotto molti aspetti e la barbarie sotto altri...: sono contrasti che tanto san Giovanni Paolo II quanto i suoi successori hanno segnalato ripetutamente[1], invitando i cristiani a illuminare la società con la luce del Vangelo. Tuttavia, anche se tutti noi siamo chiamati a trasformare la società secondo la Volontà di Dio, non tutti sanno come farlo. Pensano che questo sia un compito pressoché esclusivo dei governanti o di chi ha la possibilità di esercitare un'influenza dovuta alla posizione sociale o economica, mentre essi possono fare soltanto da spettatori: applaudire o fischiare, ma senza entrare sul terreno di gioco, senza intervenire nella partita.

L'atteggiamento di un cristiano non può essere questo, perché non ha nulla a che vedere con la vocazione alla quale è chiamato.

Il Signore vuole che noi cristiani – poiché abbiamo la responsabilità soprannaturale di cooperare con il potere di Dio, visto che Egli così ha disposto nella sua infinita misericordia – ci adoperiamo per ristabilire l'ordine sconvolto e restituire alle strutture temporali, in tutte le nazioni, la loro funzione naturale di strumento per il progresso dell'umanità, e la loro funzione soprannaturale di mezzo per arrivare a Dio, grazie alla Redenzione[2].

domenica 24 aprile 2016

800.969.878 - Primo Numero Verde Nazionale per curare la ferita dell'aborto.



Un Numero di telefono aperto a tutti e in tutto il territorio nazionale per parlare della ferita dell'aborto. Non lasciamoci scoraggiare, non lasciamoci andare.


È stato presentato a Milano, giovedì 14 aprile, il progetto "Fede e Terapia" , promosso dall'Associazione "Difendere la vita con Maria" di Novara su tutto il territorio nazionale: l'obiettivo è l'accompagnamento delle famiglie che devono fare i conti con una genitorialità ferita, come nel caso dell'aborto. 



Il numero verde 800 969 878 è attivo 24 ore al giorno



di Francesco Morrone 

La perdita di un figlio, in qualsiasi modo avvenga, richiede sempre un’elaborazione molto complicata e dolorosa. Sia che si tratti di un aborto procurato, di uno spontaneo oppure di una morte prenatale. Un episodio emblematico è quello di una donna che decise di abortire il terzo figlio perché concepito in un momento difficile per tutta la famiglia. Una sera, a nove anni di distanza, quando i problemi sembravano ormai alle spalle, seduta sul divano di casa, quella donna improvvisamente si è chiesta: “Mio Dio, cos’ho fatto?”. 
Ecco allora che quella ferita in apparenza guarita si riapre e torna a far male. In Italia sono tantissime le famiglie che vivono storie come questa e che non sanno con chi confidarsi. Adesso c’è un numero verde (800 969 878) a cui poterle raccontare senza alcun pudore né vergogna. Si può chiamare per chiedere perdono, o più semplicemente per ricevere un consiglio. 
Questo nuovo servizio è fornito dall’Associazione “Difendere la vita con Maria” , che lo ha inaugurato a novembre scorso e lo ha esteso a tutto il territorio nazionale. Dall’altra parte della cornetta, per 24 ore al giorno, c’è un’équipe di volontari che ascolta con attenzione le storie di queste persone.
E in tanti, quando chiamano, ammettono di vergognarsi o di sentirsi a disagio a raccontare al telefono certe cose. Accanto al gruppo di volontari, lavora in silenzio anche una rete nazionale di professionisti, fatta di sacerdoti, psicologi, psicoterapeuti e ginecologi. Tutti insieme per stare accanto a chi ha vissuto il dramma dell’aborto, e continua a soffrirne. Fede e terapia.
“Chi ha abortito – ha spiegato monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e vicepresidente per l’Italia settentrionale della Conferenza episcopale italiana – soffre profondi sensi di colpa, da cui è necessario guarire. Questa cura, però, non porta a una piena guarigione se non si apre il cuore alla dimensione spirituale e cristiana”.
Il progetto, presentato giovedì 14 aprile nella sede milanese del quotidiano Avvenire, si chiama “Fede e Terapia” e si propone di offrire un percorso di accompagnamento alle famiglie che devono fare i conti con una genitorialità ferita. Si tratta di un programma che nasce dalla ventennale esperienza dell’Associazione “Difendere la vita con Maria” , fondata a Novara e riconosciuta dall’ordinario diocesano nel 2004, che da anni si occupa di dare sepoltura ai bimbi non nati a causa di aborti. 
“Con questo numero verde – ha raccontato Carlo Casini, presidente onorario del Movimento per la vita – vogliamo continuare a salvare molte vite umane, tentando di offrire il perdono a tutti coloro che hanno attraversato l’incubo dell’aborto. Le telefonate che riceviamo sono per lo più notturne e anonime, segno che molti hanno difficoltà e timore a parlare del proprio calvario. Ma non dobbiamo dimenticare che siamo nell’anno della Misericordia e che non bisogna mai stancarsi di chiedere perdono”.
La sofferenza dei papà. A rivolgersi all’assistenza del numero verde non sono soltanto le donne. Ci sono anche tanti uomini che non riescono a elaborare il lutto e che si domandano senza pace che fine abbia fatto il loro bambino. Secondo i dati dell’associazione, il 41% di chi telefona è composto dai papà. E loro, si sa, sono tendenti per natura a seppellire il dolore, a nasconderlo più che condividerlo. 

“Con gli uomini bisogna tentare un approccio diverso – precisa don Maurizio Gagliardini, presidente dell’Associazione Difendere la vita con Maria – perché hanno un’emotività diversa rispetto alle donne. Anche loro però vengono travolti dal dolore provocato dalla perdita di un figlio, ed è attraverso un lavoro di squadra che cerchiamo di affrontare il disagio che li tormenta”. 

La chiave, in molti casi, è riuscire a passare dal senso di colpa al senso del peccato. Stabilendo un percorso di razionalizzazione che permetta alle famiglie di condividere il dolore insieme agli operatori. Ma a causa di pregiudizi e luoghi comuni, non sempre questo passaggio avviene con spontaneità. “La nostra società – spiega ancora monsignor Brambilla, che ha scritto l’introduzione al manuale in uso tra gli operatori del numero verde – di solito non riconosce l’aborto come una perdita. Spesso, anzi, viene considerato come una ‘non­esperienza’. 

Il problema della cultura dominante è che conaidera l’aborto come la aoluzione di un problema, ignorando che invece è la causa di enormi disagi”.

Fonte: Agenzia SIR

giovedì 17 marzo 2016

Ambientalismo, nuova religione mondiale




di Andrea Zambrano
17-03-2016

Caustico, ma rigoroso. L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe “Un mestiere del diavolo” (scritto con Paolo Gambi per l’editore Giubilei Regnani). Già parlare del diavolo in questa confusa contemporaneità è cosa assai impopolare. Peggio ancora se al principe delle tenebre si attribuisce una prerogativa sostanzialmente umana: quella della pensione. Eh sì, perché secondo l’ex presidente dello Ior, che da molti anni ormai si interroga con curiosità e competenza sulla crisi morale e di fede dell'umanità, ormai a Satana non resta un gran lavoro perché il grosso del suo sforzo, quello di perdere le anime, lo ha già fatto. Gotti Tedeschi lo chiama il grande pensionato e in questo libro intervista non esita a individuare i campi in cui la mano potente dell’angelo ribelle è intervenuta per distruggere e confondere le acque con ricadute sociali devastanti. La Bussola lo ha intervistato.

Professore, il tema centrale del libro è il demonio e l’influsso che questi ha avuto sulla nostra società. Allora esiste “ancora”?

Non solo esiste “ancora”, ma il suo influsso è talmente potente da riuscire a confondere la sua esistenza, facendo “razionalmente” pensare che non esiste né lui, né il peccato. Pertanto la confessione è inutile. E’ così che cresce il “riscaldamento globale”, quello vero…

Chi sono stati i suoi alleati?

venerdì 12 febbraio 2016

La famiglia vista da un economista - Ettore Gotti Tedeschi


Condivido questo video tratto dal convegno promosso dall'associazione Papa Giovanni XXIII nel quale, il famoso economista, evidenzia i punti salienti attraverso i quali la famiglia oggi è - di fatto- combattuta in tutto l'occidente.

venerdì 29 gennaio 2016

MARCIA PER LA VITA: ROMA 8 MAGGIO 2016



ROMA, DOMENICA 8 MAGGIO 2016

PARTECIPA ANCHE TU!



Fonte: Marcia per la Vita

Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.

Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.

La ​Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.

Con la Marcia per la Vita intendiamo:
affermare la sacralità della vita umana e perciò la sua assoluta intangibilità dal concepimento alla morte naturale, senza alcuna eccezione, alcuna condizione, alcun compromesso;
combattere contro qualsiasi atto volto a sopprimere la vita umana innocente o ledere la sua dignità incondizionata e inalienabile.

Per questo:
chiamiamo a raccolta tutti gli uomini di buona volontà per difendere il diritto alla vita come primo dei principi non negoziabili, iscritti nel cuore e nella ragione di ogni essere umano e -per i cattolici – derivanti anche dalla comune fede in Dio Creatore;
esortiamo ogni difensore della vita a reagire, sul piano politico e culturale, contro ogni normativa contraria alla legge naturale, e contro ogni manipolazione mediatica e culturale che la sostenga. E qualora ci si trovi nella impossibilità politica di abolire tali leggi per mancanza di un consenso popolare sufficiente, ci si impegna a denunciarne pubblicamente l’intrinseca iniquità, che le rende non vincolanti per le coscienze dei singoli.
La sesta edizione della marcia sarà a Roma, centro della cristianità e del potere politico. Le strade della capitale sono state attraversate, anche recentemente, da numerosi cortei indecorosi e blasfemi; il nostro corteo vuole invece affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo.

L’iniziativa sarà una “marcia” e non una processione religiosa e come tale aperta anche ai pro life non credenti e a tutti i gruppi che potranno partecipare con i loro simboli ad esclusione di quelli politici.

Abbiamo però bisogno dell’aiuto di tutti!
Con la preghiera, che smuove le montagne (1 Cor. 13,2) e vince ogni difficoltà
Con la costituzione, in ogni città italiana, di centri locali che ci aiutino sul piano organizzativo (fotocopiando e diffondendo materiale, organizzando pullman per venire a Roma, preparando striscioni, bandiere, cartelli…)
Con il sostegno economico che può moltiplicare le nostre possibilità. Si può versare un contributo sul conto corrente postale allegato oppure tramite bonifico bancario a:






Comitato per la Marcia Nazionale per la Vita :
Banca Etruria,
Iban: IT26 M053 9003 2170 0000 0092 314
Bic: ARBAIT33134

Chiunque volesse aiutare e per qualsiasi informazione scrivere a: info@marciaperlavita.it, oppure telefonare a : 06-3233370 / 06-3220291

Figli di coppie omogenitoriali. Numeri sbandierati e statistiche a confronto.






Fonte: Avvenire

Le persone, certo, non sono numeri. Ma le cifre aiutano a mettere qualche punto fermo. E soprattutto a definire la platea di riferimento della stepchild adoption, più o meno temperata che sia. Dati precisi di bambini che potrebbero essere interessati alle 'novità' del ddl Cirinnà non ce ne sono. Ma esiste un ordine di grandezza che viene fuori dal censimento Istat del 2011: 529, ricordava ieri l’agenzia Redattore sociale.Queste, infatti, sarebbero le coppie dello stesso sesso con figli tra le 7.513 conviventi. Il numero viene fuori sottraendo ai 16 milioni 648 mila nuclei familiari in Italia quelli monogenitoriali (2 milioni 651mila); dei 13 milioni 997mila restanti la quasi totalità, cioè 13 milioni 990mila, hanno dichiarato di essere eterosessuali. 

Ma qui la statistica si ferma, certamente molto lontano dai «100mila figli di coppie omosessuali» che viene talvolta citato, a sproposito, nel dibattito serrato di questi giorni. E sostenuto più volte anche dal Corriere della Sera. In più gli italiani, cinque anni fa, furono molto chiari anche sull’adozione di un bambino da parte di omosessuali. Chiudendo totalmente – 4 su 5 – a questa possibilità. Anche i giovani tra i 18 e i 34 anni, di solito più disponibili alle novità, in misura superiore ai tre quarti.

Al di là, comunque, dell’opinione diffusa tornano in aiuto i numeri per arrivare alla conclusione che l’articolo 5 del ddl Cirinnà nasconda in realtà la volontà di far rientrare dalla finestra una pratica vietata in Italia: l’utero in affitto.

lunedì 18 gennaio 2016

FERMIAMO IL DDL CIRINNÀ!





FERMIAMO IL DDL CIRINNÀ!

Roma - Sabato 30 Gennaio 2016 appuntamento ore 10,00 al Circo Massimo arrivo piazza San Giovanni.

Italia Cristiana da sempre in campo in difesa della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e del diritto di ogni bambino ad avere un papà e una mamma, contro il riconoscimento giuridico di unioni/matrimoni/adozioni omosessuali e delle unioni di fatto parteciperà al corteo organizzato dal “Comitato Difendiamo i nostri figli” contro il ddl Cirinnà.

NOI PARTECIPIAMO, PARTECIPA ANCHE TU!
Per info: info@italiacristiana.it - Tel. 06.69.30.65.43
INVITA TUTTI I TUOI CONTATTI A QUESTO EVENTO

venerdì 15 gennaio 2016

Maternità surrogata. La nuova frontiera dei crimini contro l'umanità.



Vi invito alla visione di questo video che mostra la nuova frontiera degli egoismi umani.
I desideri devono diventare diritti e per fare questo nessun ostacolo, morale, etico o civile può essere frapposto.
Un orrore al quale vorrebbero farci assistere silenti.
Ma noi non ci stiamo e parliamo.
Buona visione!

Fonte: Comunity La Croce