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domenica 4 ottobre 2026

San Francesco, il santo che non si lascia addomesticare

 


E no, non ci sto più ad ascoltare parole vuote sulla figura di un grande santo della Chiesa Cattolica. Da decenni è in atto una sorta di rappresentazione mistificata di san Francesco, nella quale vengono continuamente ignorati, quando non addirittura disprezzati, i suoi veri intenti e le sue autentiche intenzioni. Che le persone vengano così ingannate su temi tanto importanti come la fede e la salvezza eterna è profondamente ingiusto e deve essere apertamente denunciato.

Per questo mi preme sottolineare proprio quegli aspetti della sua figura che sono stati maggiormente profanati e deformati. Primo fra tutti, il tentativo di togliere a Francesco ciò che costituiva il centro assoluto della sua esistenza: il suo profondissimo amore per Dio. Francesco non può essere compreso se si mette Dio ai margini della sua vita, perché il suo centro era Dio e soltanto in Lui è possibile leggere fino in fondo la sua breve ma straordinaria esistenza.

Tutta la rivoluzione che Francesco ha lasciato nel mondo nasceva infatti da Dio, dalla Sua grazia e dal Suo beneplacito, che in quel giovane uomo trovò un’anima mite, docile e profondamente abbandonata alla Sua Santissima Volontà. È in questo totale abbassamento di Francesco davanti a Dio che dobbiamo leggere ogni sua azione, ogni sua parola, ogni sua scelta e, in definitiva, tutta la sua eredità.

Se si cancella questo, di Francesco rimane soltanto una maschera: un personaggio buono, innocuo e facilmente adattabile alle idee del momento. Ma il vero Francesco non è questo. Il vero Francesco è l’uomo che ha lasciato che Dio prendesse possesso della sua vita e la trasformasse radicalmente.

Ed è proprio qui che dobbiamo tornare: non al Francesco costruito dalle parole del mondo, ma al Francesco delle fonti; non al Francesco che ci fa comodo, ma a quello che ci mette davanti a Cristo e ci costringe, con la sua stessa vita, a prendere sul serio Dio, il Vangelo, la Chiesa, la conversione e la salvezza.

Solo allora potremo comprendere la realtà meravigliosa che questo santo ci ha donato. Perché Francesco non ci ha lasciato semplicemente un modello di bontà: ci ha mostrato cosa può accadere quando un uomo, senza più riserve, si abbandona nelle mani di Dio.

Nel suo Testamento non dice di essersi costruito da solo il proprio ideale di santità. Dice piuttosto: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza» e «il Signore stesso mi condusse tra loro». La sua non è dunque la storia di un uomo che inventa una nuova filosofia della vita, ma quella di un uomo che si lascia conquistare da Dio.

Un santo cattolico, non un riformatore moderno

Francesco non fondò una religione alternativa al cristianesimo del suo tempo. Non contrappose il “vero Vangelo” alla Chiesa. Al contrario, volle vivere il Vangelo nella Chiesa e sotto la Chiesa. La sua radicalità non fu ribellione: fu obbedienza. E nemmeno la sua povertà fu un programma sociale ante litteram. Francesco non voleva semplicemente possedere meno: voleva appartenere interamente a Cristo. Non cercava una liberazione dalle strutture della società, ma la libertà interiore necessaria per seguire il Signore senza riserve. È questa la chiave senza la quale il Poverello diventa irriconoscibile.

Francesco voleva convertire il mondo a Cristo

C'è poi un altro aspetto che la rappresentazione contemporanea tende spesso a sfumare: Francesco era un missionario. La sua apertura verso i musulmani non nasce dall'inammissibile idea secondo cui tutte le religioni sarebbero semplicemente vie equivalenti verso Dio. Francesco voleva incontrare i «Saraceni e altri infedeli» perché desiderava annunciare loro Cristo. La Regola non bollata è esplicita: i frati possono vivere tra i musulmani senza «liti né contese», ma, quando vedranno che «piace al Signore», devono «annunziare la parola di Dio», affinché gli uomini «credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo» e «siano battezzati e divengano cristiani».

Questa è la missione francescana: carità, mitezza e rispetto della persona, certamente; ma senza rinunciare alla verità del Vangelo. Ed è proprio qui che l'immagine edulcorata di Francesco comincia a incrinarsi.



Francesco e il sultano: una pagina che non si può riscrivere

Nel 1219 Francesco attraversò le linee del conflitto e si presentò al sultano d'Egitto al-Malik al-Kāmil. È uno degli episodi più celebri della sua vita. Ma spesso viene raccontato come se Francesco fosse andato semplicemente a predicare la pace, anticipando il moderno e spesso fuorviante dialogo interreligioso. Le fonti raccontano qualcosa di molto più radicale. Francesco va dal sultano per testimoniare Cristo. 

San Bonaventura descriverà il viaggio come espressione del suo «ardore della carità» e del «desiderio del martirio». Non è un diplomatico moderno: è un miles Christi, un uomo disposto a rischiare la vita per la fede. E soprattutto, nelle Fonti Francescane, troviamo una testimonianza che non può essere semplicemente aggirata o reinterpretata secondo i nostri gusti.

Il sultano gli obietta che, se il Vangelo insegna ai cristiani a non rendere male per male, essi non dovrebbero imbracciare le armi contro i loro nemici. La risposta attribuita a Francesco è sorprendentemente netta.

Dopo aver richiamato l'insegnamento evangelico, egli arriva a dire:

«Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete.»

E subito dopo aggiunge:

«Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi.»

Sono parole difficili da conciliare con il Francesco pacifista assoluto che talvolta viene presentato.

E non occorre edulcorarle.

Francesco non dichiara ingiusta la difesa della Terra Santa. Non rimprovera i cristiani perché combattono. Non sostiene che la fede cristiana imponga di lasciare senza difesa le terre cristiane, le chiese e i cristiani aggrediti. Al contrario, nel testo delle Fonti Francescane egli afferma esplicitamente che i cristiani agiscono «secondo massima giustizia» quando combattono nelle circostanze che egli stesso elenca. Questo non significa trasformare Francesco in un teorico della guerra o attribuirgli una dottrina moderna della “guerra santa”. Significa semplicemente lasciare che sia il testo a parlare. E il testo parla con chiarezza.

Pace non significa resa

Questo episodio permette di comprendere anche un equivoco più generale. Francesco amava la pace, ma non identificava la pace con la resa davanti all'aggressore. Amava il nemico, ma ciò non significava considerare il male innocuo. Desiderava la conversione del musulmano, ma non per questo considerava irrilevante la difesa del cristiano. La frase conclusiva rivela perfettamente questa logica: se i musulmani conoscessero e rispettassero il «Creatore e Redentore del mondo» e lasciassero in pace i cristiani, allora questi ultimi li amerebbero «come se stessi». La carità non cancella la verità. La misericordia non cancella la giustizia. La pace non cancella il diritto alla difesa. Questo è il Francesco delle fonti, non quello costruito dalle nostre categorie.




Il creato non è Dio

Lo stesso errore si compie quando si trasforma Francesco nel precursore dell'ambientalismo contemporaneo. Francesco amava profondamente il creato. Ma proprio perché credeva nel Creatore. Il Cantico delle creature non è un inno alla natura separata da Dio. Comincia con la lode all'«Altissimo, onnipotente, bon Signore». Il sole, l'acqua, il fuoco, la terra sono fratelli e sorelle perché sono creature dello stesso Dio. Francesco non adorava il creato: adorava il Creatore. E la stessa logica vale per il povero, il lebbroso e l'uomo sofferente. Francesco non li amava perché avesse elaborato una teoria sociale dell'emarginazione. Li amava perché aveva incontrato Cristo.

Un uomo che non può essere ridotto

Ecco allora perché Francesco continua a sfuggire alle nostre categorie.

Possiamo chiamarlo uomo della pace, ma dobbiamo ricordare che difese la legittimità della guerra contro chi aggrediva la cristianità. Possiamo chiamarlo uomo del dialogo, ma dobbiamo ricordare che quando andò dal sultano fu solo per annunciargli Cristo e convertirlo. Possiamo chiamarlo uomo della fraternità, ma dobbiamo ricordare che la sua fraternità nasceva dalla comune appartenenza al Creatore, non dall'indifferenza verso la verità. Possiamo chiamarlo uomo del creato, ma dobbiamo ricordare che per lui ogni creatura conduceva al Creatore. Possiamo chiamarlo uomo dei poveri, ma dobbiamo ricordare che nel povero egli cercava Cristo. E soprattutto possiamo chiamarlo uomo della pace, purché non trasformiamo la sua pace in un idolo moderno che renda incomprensibili le sue stesse parole.

Francesco non ha bisogno di essere corretto

La vera grandezza di Francesco sta proprio qui: non ha bisogno di essere reso più moderno per essere attuale. Non abbiamo bisogno di trasformarlo in ciò che vorremmo che fosse. Non abbiamo bisogno di strappargli il Crocifisso per consegnarlo alla cultura contemporanea come icona dell'ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso, Francesco è infinitamente più grande di queste riduzioni. 

Soprattutto non dobbiamo strappargli il Crocifisso per consegnare il santo alla cultura contemporanea come icona dell’ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso. È proprio questa rilettura selettiva a rischiare di tradirne l’identità: si conserva il Francesco che piace al nostro tempo e si dimentica il Francesco radicalmente conformato a Cristo crocifisso.

La sua povertà, la fraternità, la pace e l’amore per il creato non sono valori autonomi, separabili dalla sua fede, ma scaturiscono tutti dalla sequela del Crocifisso. Tutta la sua vita è stata una conformazione a Cristo, fino alle stimmate, segno visibile di questa identificazione con la Passione. Per questo non si può celebrare il Francesco della fraternità e del creato cancellando il Francesco della Croce: sarebbe ridurlo a un’icona innocua e contemporanea, mentre la sua figura autentica continua a provocare e a chiedere conversione.

È l'uomo che ha incontrato Cristo e che, dopo quell'incontro, ha preso sul serio il Vangelo. È l'uomo che ha baciato il lebbroso, ma anche quello che ha desiderato il martirio. È l'uomo che ha chiamato fratello il sole, ma che adorava il Dio dal quale il sole proviene. È l'uomo che ha attraversato le linee nemiche per parlare con il sultano, ma che non esitò a dire che i cristiani combattevano «secondo massima giustizia». È l'uomo della pace, sì — ma della pace di Cristo, non della semplice assenza di conflitto.

Ed è precisamente per questo che Francesco è ancora oggi una figura tanto potente: perché non è uno specchio nel quale possiamo contemplare noi stessi. È un uomo che ci costringe a guardare a Cristo.

È Cristo l'origine.
È Cristo il centro.
È Cristo il fine.

E soltanto quando Francesco viene ricondotto a Cristo, il Poverello d'Assisi torna a essere quello che realmente fu: non il santo addomesticato dalle categorie del nostro tempo, ma un cristiano radicale, conformato a Cristo crocifisso, figlio fedele della Chiesa, missionario del Vangelo, amante della pace e, quando necessario, consapevole della legittimità della difesa della cristianità.

Il vero Francesco oltre le caricature del mondo

Alla fine, bisogna avere il coraggio di dirlo: il Francesco che oggi viene raccontato dalle parole vuote del mondo non è il Francesco delle fonti. È un Francesco selezionato, addomesticato e privato proprio di ciò che lo rende santo. Si prendono la sua pace, il suo amore per gli ultimi, la sua fraternità e il suo amore per il creato, ma si elimina accuratamente Cristo, che la Fonte di tutta l'esistenza del santo, perché un Francesco senza Cristo è molto più facile da applaudire.

Ma Francesco non era un ambientalista ante litteram, né un pacifista secondo le categorie moderne, né un profeta dell’indifferentismo religioso. Era un uomo conquistato da Cristo. La sua povertà nasceva da Cristo, la sua carità nasceva da Cristo, il suo amore per ogni creatura conduceva al Creatore, la sua missione nasceva dal desiderio che gli uomini conoscessero Cristo e persino il suo modo di intendere la pace non può essere separato dalla verità e dalla giustizia.

Per scoprire Francesco nella sua autentica interezza, dobbiamo respingere le letture edulcorate che vogliono separarlo dal suo centro e dal suo tutto: Cristo. La vita di questo Santo può essere compresa solo alla luce di questo centro; è infatti da Cristo e dall'amore per Cristo che scaturisce il suo amore per l’intera creazione. La sua eredità, infine, si comprende nella radicalità con cui conformò tutta la sua esistenza alla Croce di Cristo, fino a farne la forma stessa della propria vita.

E forse è proprio questo che il mondo non riesce ad accettare: per capire Francesco bisogna arrivare a Dio. E per arrivare al Francesco vero bisogna avere il coraggio di passare oltre quello falso che il mondo si è costruito. Non dobbiamo quindi rendere Francesco più moderno. Dobbiamo renderci noi abbastanza umili da ascoltarlo. Perché quando finalmente cadono le caricature, quando tacciono le parole vuote e quando lasciamo parlare le fonti, davanti a noi non rimane l’innocua icona che il mondo vorrebbe, ma un santo radicale, interamente conquistato da Cristo.

È questo il Francesco che dobbiamo riscoprire.
Ed è proprio questo il Francesco che il mondo, troppo spesso, ha cercato di nascondere.


foto dal web

giovedì 1 ottobre 2026

«Non abbandonarci»? Perché la nuova formula del Padre Nostro ferisce la Tradizione



Quante volte, nell’intimità della Santa Messa, vi è capitato di avvertire una strana nota stonata sul finale del Padre Nostro? Quel «non abbandonarci alla tentazione», introdotto di recente nel Messale, continua a suonare alieno a molti fedeli. E non è una questione di pigrizia intellettuale, né una sterile nostalgia per le abitudini del passato. Dietro quella che è stata presentata come una semplice carezza pastorale per l’uomo moderno si nasconde, in realtà, una ferita profonda inferta sia alla fedeltà della Scrittura, sia all’architettura stessa della teologia cattolica.
Cerchiamo di guardare la questione da vicino, con la schiettezza che si deve alle cose sacre, per capire perché questa scelta non è solo discutibile, ma profondamente fuorviante.

Il tradimento della Parola ispirata
Il primo nodo da sciogliere riguarda l'onestà verso il testo. Nei Vangeli di Matteo e di Luca, scritti in greco, l'espressione consegnata da Cristo è καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Il verbo cardine è eisférō, la cui traduzione letterale non lascia spazio a equivoci: significa "introdurre", "condurre dentro", "portare verso". Non esiste alcun dizionario di greco antico che permetta di tradurre questo termine con "abbandonare".
Quando San Girolamo affrontò la monumentale impresa della Vulgata – la traduzione latina della Bibbia dichiarata autentica e priva di errori dogmatici dal Concilio di Trento –, si mantenne rigorosamente fedele all'originale: et ne nos inducas in tentationem. Da qui il nostro secolare «non ci indurre in tentazione».
Sostituendo il verbo originale con "non abbandonarci", non si è compiuta un'opera di traduzione, ma una riscrittura ideologica. Si è preferito sovrapporre un’interpretazione umana alla Parola ispirata da Dio. Ma la liturgia ha il compito di custodire il Testo Sacro, non di correggerlo per renderlo più accomodante.

Il mistero della prova e il silenzio del deserto
La giustificazione avanzata per sostenere il cambiamento è nota: l'idea che un Dio buono non possa spingere i propri figli verso il peccato. Questo argomento, sebbene mosso da un intento rassicurante, finisce per appiattire la complessa profondità della dottrina cattolica, che da sempre distingue tra la volontà positiva di Dio e la Sua volontà permissiva. Dio non desidera il male, ma permette la prova.
I Vangeli sono chiarissimi su questo punto. Subito dopo il Battesimo nel Giordano, Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4,1). È lo Spirito Santo a guidarlo verso quel perimetro di scontro. Nella prospettiva cristiana, infatti, la prova non è un tranello sadico teso dal Creatore, ma il terreno necessario del combattimento spirituale, una scuola di purificazione in cui la fede si tempra.
Con la formula tradizionale chiedevamo: «Padre, non portarci dentro quel combattimento se sai che le nostre forze vacilleranno; non permettere che siamo messi alla prova oltre ciò che possiamo sopportare». Con il nuovo "non abbandonarci", la vertigine di questo totale affidamento alla Provvidenza svanisce, sostituita da un concetto radicalmente diverso.

La lezione di Benedetto XVI: l'umiltà del limite
Su questo crinale teologico, la riflessione più limpida ci è stata lasciata da Papa Benedetto XVI. Nel suo saggio «Gesù di Nazaret», Joseph Ratzinger affrontò la sesta domanda del Padre Nostro rifiutando categoricamente l'idea di alterare le parole di Cristo, e mostrandone invece la straordinaria densità spirituale.
Ratzinger spiegava che il «non ci indurre» è l'invocazione di un figlio che conosce la propria miseria. È il grido di chi dice a Dio:
«So che la mia natura ha bisogno di essere provata per farsi pura. Ma se decidi di aprirmi la strada del deserto, ti prego, commisura la prova alle mie spalle. Tieni salda la fune, non allentare la presa».
Per offrire un'immagine concreta, il Papa emerito evocava il Libro di Giobbe. In quelle pagine, Dio concede a Satana il permesso di mettere alla prova il Suo servo, ma traccia un confine invalicabile: il demonio può colpire i suoi beni e la sua carne, ma non può toccare la sua vita.
Il senso profondo dell'originale risiede precisamente in questo: chiedere a Dio di porre un limite fisso e invalicabile al potere del Maligno. Scegliendo di cancellare il verbo causativo, si è preferito eliminare il problema testuale piuttosto che prendersi la briga di spiegarlo ai fedeli nei banchi.

Lo spostamento della responsabilità
La formula «non abbandonarci alla tentazione» produce anche un sottile ma pericoloso ribaltamento psicologico. Sembra suggerire che il pericolo maggiore per il fedele sia l’inconstanza di Dio, il rischio che il Padre possa improvvisamente voltarsi dall'altra parte e lasciarci soli.
Ma l'abbandono di Dio è un'impossibilità teologica. Cristo ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il problema non è mai la fedeltà del Creatore, ma la fragilità della creatura. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al paragrafo 2846) rammenta che il nucleo della domanda è chiedere di «non permettere di entrare» nella logica del peccato.
Sostituire la drammaticità di questa implorazione con una formula morbida e rassicurante finisce per anestetizzare la percezione della lotta contro il male e ad attutire il senso della responsabilità umana.

Una scelta di fedeltà interiore
La Tradizione della Chiesa non è un relitto archeologico da ammirare con distacco, ma una roccia viva su cui poggiare i piedi. Modificare una preghiera millenaria, pronunciata da generazioni di santi e martiri nella sua forma causativa originale, per inseguire una presunta leggibilità contemporanea, si è rivelato un errore di prospettiva che ha impoverito la liturgia e privato la preghiera della sua necessaria tensione biblica.
L'obbedienza ecclesiale richiede il rispetto delle norme comunitarie, ma l'obbedienza alla Verità storica e teologica custodita per secoli chiede qualcosa di più profondo. Per questa ragione, pur sedendo tra i banchi durante la Messa domenicale, io continuerò a pronunciare e non sottovoce le parole di sempre: «Non ci indurre in tentazione». È il mio modo per non interrompere quel filo invisibile che mi lega alla fede dei padri, per guardare in faccia il mistero della prova e per invocare il Padre sapendo che Lui non mi abbandona, ma che a me spetta il compito di restare vigilante nel glorioso combattimento della vita cristiana.

venerdì 19 settembre 2025

L’assassinio di Charlie Kirk e la crisi dell’Occidente

 

Foto tratta dal web
Charlie Kirk

                                   

L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto durante un incontro pubblico in Utah, ha scosso profondamente non solo il mondo politico americano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Non si tratta di una morte come le altre: hanno colpito un uomo, giovane marito e padre, ma anche un simbolo di impegno, di speranza, di dedizione a una causa che, al di là delle appartenenze, aveva il coraggio di interpellare le coscienze.

Charlie Kirk, pur non essendo cattolico, viveva un dialogo quotidiano con la fede della moglie e con tanti credenti che lo hanno incrociato nel suo percorso. La sua vita non era esente da limiti, ma ha tentato con il suo impegno di dare un senso a chi lo aveva perduto, di offrire parole di orientamento a giovani smarriti, a persone disadattate che cercavano una via di ritorno alla preghiera, alla speranza, alla fede.

La brutalità con cui è stato strappato alla vita e le gravissime espressioni di esultanza provenienti da varie parti del mondo alla notizia della sua morte, richiamano un problema che prima di essere politico o di sicurezza, è soprattutto un problema che ha radici molto più profonde. È il sintomo del degrado morale e civile che segna la nostra epoca. In troppe parti del mondo occidentale assistiamo a una progressiva demolizione dei valori universali che dovrebbero essere condivisi da tutti: il bene, la pace, l’amore, la libertà di opinione, il confronto civile. Al loro posto cresce un linguaggio d’odio, una violenza diffusa, un clima di sospetto e di aggressività che disumanizza l’uomo e lo priva della sua dignità più profonda. Questa modalità è oggi diffusa in vastissimi ambiti e raggiunge moltissime fasce della popolazione. Spesso i nostri stessi colleghi, amici e conoscenti sono caduti nella trappola di questa mentalità polarizzante e mortificante che non riesce a oltrepassare i confini della decenza e del rispetto della dignità altrui. Da qui l'inquietante realtà che ci circonda: persone comuni che giustificano il più barbaro degli assassinii. 

Viviamo in un tempo in cui il livello di appiattimento morale ed etico delle masse ha raggiunto proporzioni inquietanti. Non è un fenomeno casuale né spontaneo: esso è il frutto di un disegno coltivato da decenni da élite che hanno come unico scopo la sottomissione dell’uomo. Non parliamo qui di una semplice “influenza culturale” o di un normale confronto di idee, ma di un progetto deliberato di svuotamento interiore, volto a trasformare le persone in una massa informe, priva di senso critico, incapace di discernere il bene dal male, male che, oggi più che mai, viene sostituito, attraverso la menzogna, al bene stesso.

Questa manipolazione avviene attraverso molteplici strumenti: i mezzi di comunicazione che diffondono un pensiero unico; il sistema educativo che spesso abdica al compito di formare coscienze libere e si limita a trasmettere nozioni utili solo al mercato, se non addirittura deleterie della stessa dignità umana; la cultura del consumo che induce dipendenze continue; la politica che, più che difendere l’uomo e i suoi valori, diventa complice di tali dinamiche in nome della stabilità o del consenso. Il tutto viene giustificato con parole nobili — progresso, inclusione, libertà — che però nascondono un vuoto, e spesso un inganno.

Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, ammoniva che una società che non riconosce più valori morali oggettivi si espone a una nuova forma di totalitarismo, magari più sottile, ma non meno oppressivo. Benedetto XVI, con lucidità profetica, ha più volte denunciato la “dittatura del relativismo”, quella mentalità che cancella ogni verità in nome di una libertà apparente, che però lascia l’uomo in balìa del più forte, del più aggressivo, del più rumoroso. Già Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva messo in guardia dall’illusione di un progresso che dimentica Dio e riduce l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo sociale o economico: togliendo il fondamento trascendente, l’edificio civile non può che crollare.

Charlie Kirk, con i suoi limiti e la sua passione, aveva intuito questo meccanismo e non aveva paura di denunciarlo. Per questo molti lo consideravano scomodo. Non si trattava semplicemente di posizioni politiche: egli aveva compreso che dietro la crisi morale e sociale del nostro tempo c’è un attacco radicale alla libertà e alla dignità dell’uomo. La sua voce, rivolta soprattutto ai giovani, cercava di risvegliare coscienze assopite, di smascherare i meccanismi di manipolazione che trasformano gli individui in numeri, in consumatori, in ingranaggi senza identità.

Come difendersi da questo attacco? Innanzitutto tornando a formare coscienze libere, radicate nella verità e non nel relativismo. Difendendosi dall’omologazione che svuota l’individuo di responsabilità e discernimento. Coltivando comunità in cui il confronto sia reale e non pilotato, in cui il bene non sia confuso con il male. Ritornando a Dio, perché solo in Lui l’uomo trova il criterio ultimo della sua dignità e la forza per opporsi all’ingiustizia.

Il Cardinale Sarah ha detto con chiarezza che l’Occidente ha sulla coscienza il rifiuto di Dio. In questo rifiuto affonda le radici la nostra crisi: quando si nega Dio, inevitabilmente si nega anche l’uomo, perché è da Dio che l’uomo riceve la sua dignità inalienabile. È un rifiuto che genera vuoto, che apre la porta all’odio, all’individualismo, alla disgregazione.

L’assassinio di Charlie Kirk non è una semplice tragedia: è la spia di una malattia più ampia. Se persino il confronto politico, che dovrebbe essere palestra di idee e di visioni differenti, diventa terreno di sangue, quale futuro attende le nostre società? Se l’odio viene giustificato, se il male viene travestito da bene, se chi osa professare ideali o valori viene ridotto al silenzio con la violenza, che mondo consegneremo alle generazioni che verranno?

La morte di Charlie Kirk, allora, non può essere solo compianta. Deve diventare per tutti un richiamo a riprendere in mano il timone della storia, a non lasciare che la corrente del disfattismo e dell’odio trascini via il meglio della nostra civiltà. È tempo di agire concretamente, di combattere coloro che odiano l’uomo e vogliono ridurlo a schiavo di ideologie o interessi che lo separano dal bene.

Se oggi non ritroviamo il coraggio di riaffermare i valori veri e universali, se non rimettiamo Dio al centro del nostro vivere sociale e personale, il futuro sarà solo un moltiplicarsi di tragedie come questa. Ma se sapremo riscoprire la forza della fede, il rispetto reciproco, l’amore alla verità, allora il sacrificio di Charlie non sarà stato vano: resterà come testimonianza di una resistenza possibile, di una lotta che vale la pena di combattere.

Caro Charlie, la tua vita non è stata vana. La tua testimonianza porterà frutto. La tua ricompensa sarà eterna e nessuno potrà rubartela mai. 

A Dio caro fratello in Cristo!

(Foto tratta dal web)

mercoledì 20 agosto 2025

L’antropologia spirituale e la difesa della domenica nel Magistero della Chiesa

 


L’antropologia spirituale parte da un dato fondamentale: l’uomo non si esaurisce nel lavoro, nella produzione o nel consumo. Come ricorda il Concilio Vaticano II, “l’uomo… non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, 24). Ciò significa che la persona ha bisogno di aprirsi a Dio e agli altri, trovando nel tempo del riposo e del culto lo spazio privilegiato per questo incontro.

Quando la società cancella la domenica, essa non priva solo i cittadini di un giorno di pausa, ma snatura la stessa struttura spirituale dell’uomo, che ha necessità di un tempo “gratuito”, non finalizzato al profitto.

La domenica, giorno del Signore, nasce dal comandamento sabbatico: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo” (Es 20,8). Per i cristiani, questo precetto trova compimento nella Risurrezione di Cristo, avvenuta nel primo giorno della settimana, che diventa così il nuovo giorno del Signore (dies Domini).

San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Dies Domini (1998), afferma con chiarezza: “Non abbiate paura di dare tempo a Cristo! Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo, perché Egli lo illumini e lo orienti” (n. 7). Questo tempo, che la domenica rappresenta in modo unico, non appartiene al mercato né alla logica del consumo, ma è segno della libertà del cristiano.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro: “La domenica e gli altri giorni di festa di precetto i fedeli sono tenuti ad astenersi da quei lavori e attività che impediscono di rendere culto a Dio, di godere della letizia propria del giorno del Signore, di fare le opere di misericordia e di avere il giusto riposo della mente e del corpo” (CCC, 2185).

Questo precetto non è solo un dovere morale, ma anche una protezione della dignità umana. La Chiesa si oppone al lavoro domenicale sistematico perché esso:

  • distrugge il tempo della famiglia e della comunità,

  • riduce l’uomo a produttore e consumatore,

  • cancella il segno pubblico della fede e dell’appartenenza cristiana

  • mina nel profondo il senso e il significato della Resurezione di Cristo dalla morte.


Papa Benedetto XVI ricordava che “senza Dio l’uomo non sa dove andare né riesce a capire chi egli stesso sia” (Deus Caritas Est, 28). Proprio per questo, la perdita della domenica conduce inevitabilmente all’indifferentismo religioso: se il tempo non è più aperto a Dio, Dio diventa irrilevante nella vita quotidiana.

Alla luce dell’antropologia spirituale e del Magistero, la missione della Chiesa è chiara: custodire la domenica come patrimonio di umanità e di fede. I sacerdoti, in particolare, hanno la responsabilità di:

  • Educare i fedeli a comprendere che la domenica non è un optional, ma il cuore della vita cristiana.

  • Denunciare profeticamente le logiche economiche che schiavizzano l’uomo e annullano la sua apertura a Dio.

  • Proporre alternative comunitarie, valorizzando la Messa domenicale, le opere di carità, i momenti di condivisione familiare e parrocchiale.

  • Contrastare l’indifferentismo religioso, mostrando che senza la domenica l’uomo perde se stesso e la società si impoverisce spiritualmente e umanamente. Difendere la Domenica significa custodire la nostra identità cristiana e umana, riscoprirne il significato e restituire il nostro tempo a Dio.

La domenica non è un semplice giorno di pausa: è il segno della libertà dell’uomo che sceglie di orientarsi verso Dio. Ma se oggi lo stesso clero abdica a questo annuncio, alla possibilità di fare riscoprire al popolo il significato del riposo come mezzo per giungere ad una maggiore intimità e amicizia con Dio, se lo stesso clero ammicca di fronte all'invadenza del mercato che mercifica l'uomo e lo utilizza come mezzo di lucro per affari milionari, come potrà l'uomo liberarsi dal gioco del mercato? Come potrà Dio ritornare al PRIMO posto nel flusso della vita quotidiana? La Domenica serve proprio per ricaricare le energie disperse nella frenesia della settimana e aiutare i fedeli a ri-orientarsi verso Dio. 

Come scrive San Giovanni Paolo II:
“Non abbiate paura di vivere la domenica come giorno del Signore e dell’uomo” (Dies Domini, 7).

Ecco perché "Difendere la domenica significa in definitiva difendere l’uomo".

D.D.


foto dal web


giovedì 24 luglio 2025

Riprendiamoci la Domenica: restituiamola a Dio, restituiamola alle famiglie


(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2185)


Nel cuore della fede cattolica, la Domenica è sempre stata molto più di un semplice giorno di riposo: è il Giorno del Signore, il dies Domini, tempo sacro in cui il Cielo si affaccia sulla Terra attraverso la Santa Messa, la preghiera comunitaria e il ristoro dello spirito. Eppure, in una società sempre più sradicata dalle sue radici cristiane, assistiamo a un lento, silenzioso ma costante svuotamento di questo giorno santo.

Viviamo immersi in un sistema che idolatra il profitto e il consumo. Il valore dell’uomo è misurato in base a ciò che produce, consuma o possiede. In questo mondo, l’individuo è ridotto a un numero: il cliente, il dipendente, il consumatore. I ritmi della vita moderna hanno trasformato anche la Domenica in un giorno qualsiasi, spesso peggiore degli altri, dove supermercati e centri commerciali brulicano di gente mentre gli altari delle nostre chiese si svuotano. I lavoratori vengono obbligati, con la forza del bisogno o del ricatto economico, a sacrificare la loro giornata di riposo. Ma a quale costo?

Il prezzo che paghiamo è altissimo: lo pagano le famiglie che non riescono più a ritrovarsi, a condividere un pranzo, un dialogo, una passeggiata; lo pagano i bambini, privati della presenza dei genitori; lo paghiamo tutti, in termini di solitudine, di individualismo, di alienazione. Senza relazioni vere, senza tempi condivisi, si disgrega il tessuto umano e sociale, e con esso anche quello spirituale.

La Domenica, invece, è un dono. È il giorno in cui Dio ci chiama a sé in modo particolare, ci invita a santificare il tempo con la Messa, a ristorare il corpo e l’anima, a riscoprire la bellezza dello stare insieme. È il giorno in cui la famiglia può tornare a essere tale, senza la frenesia della settimana, senza la tirannia dell’orologio.

Noi cattolici eredi di una Fede millenaria, non possiamo tacere davanti a questo scempio. Non possiamo restare indifferenti mentre la Domenica viene spogliata del suo valore sacro. Dobbiamo gridarlo con forza e chiarezza: la Domenica è del Signore! Non del mercato, non della produzione, non del guadagno. È un tempo sacro che ci è stato affidato, e abbiamo il dovere di custodirlo.

Riprendiamoci la Domenica! Salviamola dallo sfruttamento e dall’indifferenza. Usiamo questa giornata per riunire le famiglie, per coltivare le relazioni, per sostenere i più soli. Ma soprattutto, usiamola per dare culto a Dio, per inginocchiarci davanti al Tabernacolo, per ricevere con cuore puro il Pane della Vita.

Che le nostre comunità tornino a essere vive la Domenica! Che le campane delle chiese tornino a richiamare i fedeli, che il silenzio dal frastuono consumistico e materialista torni a parlare nel giorno di festa al cuore dell’uomo. Solo così potremo ricostruire una società più umana, più vera, più santa.

Restituiamo a Dio ciò che è di Dio. Restituiamo a noi stessi la gioia di vivere pienamente la Domenica.

Difendere la vita, sempre: contro la cultura della morte travestita da libertà


 

In questi giorni si parla molto di eutanasia, ma se ne parla in modo inquietante, come se fosse l’ultimo grande atto di libertà. Giornali e televisioni celebrano con toni epici il gesto di chi sceglie di porre fine alla propria vita, come fosse un trionfo della volontà sull’umana fragilità. Ma siamo davvero sicuri che sia questa la strada della dignità? Che uccidersi o lasciarsi uccidere sia il segno più alto dell’essere padroni di sé?

Come cristiani, non possiamo restare in silenzio di fronte a una simile deriva. Siamo chiamati, oggi più che mai, a dire con chiarezza e carità che la vita è un dono sacro, un bene indisponibile che nessuno può arrogarsi il diritto di spegnere.

La stampa parla di “diritto”, di “scelta lucida”, ma mai — o quasi mai — parla della solitudine, della disperazione, del vuoto e dell’abbandono spirituale che accompagnano il gesto estremo dell'eutanasia.

Si tace soprattutto su ciò che accade in quei Paesi dove l’eutanasia è ormai legalizzata da tempo. In Olanda, nel solo 2024, oltre 9.900 persone sono morte con eutanasia, un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. E crescono i casi di giovani affetti da disturbi psicologici, senza malattie terminali, che ottengono il permesso di morire. Alcuni di loro non volevano morire, ma non hanno trovato nessuno disposto ad accompagnarli nella loro sofferenza.

Una visione ribaltata: la vita come ostacolo, non come dono

Ciò che impressiona è il cambiamento di paradigma: oggi molte vite vengono considerate “non degne” solo perché non rispondono a certi standard di efficienza o autonomia. La vita fragile, dipendente, ferita, viene giudicata “inutile”. Ma inutile per chi? Per una società malata di produttivismo e paura del dolore?

Siamo di fronte a una mentalità profondamente laicista e materialista che riduce l’uomo a una somma di funzionalità. È la negazione dell’ontologia umana, del valore intrinseco di ogni persona, indipendentemente da ciò che può fare o da quanto può durare la sua esistenza.

Di fronte a questa confusione morale, l’insegnamento della Chiesa risuona con chiarezza e misericordia. Il valore della vita non è negoziabile, perché essa è sacra, creata da Dio e destinata all’eternità.

San Giovanni Paolo II – Evangelium Vitae (1995)

“L’eutanasia è una grave violazione della legge di Dio [...]. È un atto intrinsecamente cattivo, in ogni occasione e circostanza.” (n. 65)

Il Papa non si limita alla condanna. Indica anche la via: accompagnare, curare, consolare. Mai abbandonare chi soffre.

Catechismo della Chiesa Cattolica

“Noi siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.” (n. 2280)

“L’eutanasia diretta [...] è moralmente inaccettabile.” (n. 2277)

 Congregazione per la Dottrina della Fede – Samaritanus bonus (2020)

“La scelta dell’eutanasia si presenta come una falsa compassione [...]. La vera compassione sostiene la persona nel dolore, senza sopprimerla.”

Questi insegnamenti non parlano solo ai credenti. Riguardano ogni coscienza aperta alla verità. Perché il rispetto della vita non è un dogma confessionale, ma una verità universale che ogni società giusta dovrebbe riconoscere.

Come cristiani non possiamo tacere. Non possiamo accettare che la morte venga normalizzata come una soluzione. Dobbiamo educare, testimoniare, pregare. Ma anche impegnarci con coraggio nella società per difendere i più fragili. Perché se una civiltà non protegge i suoi malati, i suoi anziani, i suoi deboli, non è più una civiltà: è una barbarie tecnocratica travestita da progresso.

Ogni vita merita di essere vissuta. Anche quella che soffre. Anzi, soprattutto quella che soffre. Perché è lì che Dio si fa vicino, che l’amore si purifica, che il cuore si apre al mistero. Non c’è vita inutile. E non c’è morte “bella”. C’è solo la verità di un’esistenza accolta come dono, accompagnata come vocazione e custodita fino alla fine con speranza.

giovedì 19 dicembre 2019

Il Velo rimosso


La Messa con vista sul Cielo. Il video che mostra il Mistero.





Com’è la Messa vista del Cielo
? Che cosa accadrebbe se fossimo in grado di abbattere le volte delle chiese, bucare lo strato di azzurro che sta sopra di noi e potessimo arrivare proprio lassù, dove nell’empireo Dio sta assiso in trono col suo Figlio e gli angeli cantano in coro la sua gloria? Accadrebbe che vedremmo quella che è la vita eterna e i nostri occhi sarebbero finalmente spalancati sulla nostra vera vita.

Un video che sta diventando virale negli Stati Uniti prova a spiegare questo concetto e soprattutto a far comprendere il significato della Santa Messa con un linguaggio plastico e d’effetto. Si chiama il Velo rimosso (The veil removed) ed è un’emozionante esperienza di una Messa molto speciale, nella quale ad un certo punto fanno capolino gli angeli e il crocifisso diventa il centro di tutta l’azione che si sta svolgendo.

sabato 31 marzo 2018

Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.



Altro che «evento dello Spirito Santo». Una parola di verità su Lutero, finalmente, la dice Müller.



«Quella di Lutero? Non fu riforma ma rivoluzione» di Gerhard Ludwig Müller, 

da La NBQ



C’è grande confusione oggi nel parlare di Lutero, e bisogna dire chiaramente che dal punto di vista della teologia dogmatica, dal punto di vista della dottrina della Chiesa non fu affatto una riforma, ma una rivoluzione, cioè un cambiamento totale dei fondamenti della fede cattolica. Non è realistico sostenere che la sua intenzione fosse solo di lottare contro alcuni abusi delle indulgenze o contro i peccati della Chiesa rinascimentale. Abusi e azioni cattive sono sempre esistite nella Chiesa, non solo nel Rinascimento, e anche oggi ci sono. Siamo la Chiesa santa a causa della Grazia di Dio e dei sacramenti, ma tutti gli uomini di Chiesa sono peccatori, tutti hanno bisogno del perdono, della contrizione, della penitenza.


Questa distinzione è molto importante. E nel libro scritto da Lutero nel 1520, “De captivitate Babylonica ecclesiae”, appare assolutamente chiaro che Lutero ha lasciato dietro di sé tutti i principi della fede cattolica, della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del magistero del Papa e dei Concili, dell’episcopato. In questo senso ha stravolto il concetto di sviluppo omogeneo della dottrina cristiana, così come spiegato nel Medioevo, arrivando a negare il sacramento quale segno efficace della grazia che vi è contenuta; ha sostituito questa efficacia oggettiva dei sacramenti con una fede soggettiva. Qui Lutero ha abolito cinque sacramenti, ha anche negato l’Eucarestia: il carattere sacrificale del sacramento dell’Eucarestia, e la reale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. E ancora: ha definito il sacramento dell’ordine episcopale, il sacramento dell’ordine, una invenzione del Papa - definito l’Anticristo - e non parte della Chiesa di Gesù Cristo. Noi diciamo invece che la gerarchia sacramentale, in comunione con il successore di Pietro, è elemento essenziale della Chiesa cattolica, non solo un principio di una organizzazione umana.

lunedì 30 ottobre 2017

Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.



La notizia, anticipata da “La Verità”, è stata confermata in occasione del convegno sull’Humanae Vitae, promosso alla Pontificia Università “Angelicum” da Voice of the Family.Un gruppo di membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), creata nel 1994 da Giovanni Paolo II e recentemente “ripulita” e trasformata nei suoi obiettivi da papa Francesco, ha deciso di dare vita ad una John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF), che inevitabilmente si pone come contraltare della nuova accademia bergogliana.

Della nuova Accademia fanno parte, Joseph Seifert, Christine de Marcellus Vollmer, Thomas Ward, Philippe Schepens, Mercedes Arzú de Wilson, Luke Gormally, Michael Schooyans (tutti ex componenti della Pontificia Accademia per la Vitae), Paul Byrne, Judie Brown, Carlos Casanova, Roberto de Mattei, Claudio Pierantoni, John-Henri Westen. Caratteristica comune di queste personalità è l’attaccamento al Magistero della Chiesa e il rifiuto di tutti i tentativi di “rivedere” o trasformare questo insegnamento immutabile:

“Il fine di questa Accademia – ha detto il prof. Seifert – è quello di rifiutare tutti gli orribili mali ed errori che caratterizzano la società moderna e sono perfino entrati all’interno del santuario della Chiesa, opponendo ad essi la chiara esposizione della verità sulla vita umana e la famiglia. Ciò comporta il chiamare l’aborto omicidio e non semplicemente interruzione di gravidanza, ed evitare di usare parole disoneste che oscurano la verità. (…) 

Nel testimoniare così la bontà e la difesa della vita, la nuova Accademia ritiene importante considerare ciascuno di questi aspetti alla luce della vita eterna“. Perciò, afferma il prof. Seifert: “LaJAHLF non si limita a considerare la vita umana da un punto di vista meramente biologico. Riconosce altresì ed afferma la realtà dell’anima umana che è all’origine della vita. Pertanto, la JAHLF si occupa anche, parlando in termini generali, dei fondamenti metafisici ed antropologici della verità etica”. (T.M.)

domenica 1 ottobre 2017

Maria, catechismo, martirio: la regola di Burke.



Come può un semplice cattolico vivere la propria fede in una situazione di crescente confusione quale quella attuale? È la domanda cui ha risposto il cardinale Raymond Leo Burke in una lezione magistrale svolta a Louisville (Kentucky) lo scorso 21 luglio, ma che vale la pena riprendere per la sua estrema attualità (QUI IL TESTO INTEGRALE). Senza fare sconti sulla verità dei pericoli presenti, Burke ha spiegato come sfuggire lo spirito mondano dello scisma, fino a chiedere la prontezza di donare la vita per la Chiesa.


«È un momento - ha cominciato il cardinale - che può semplicemente essere descritto come una confusione, una divisione e un errore». Poi ha parlato di un giovane sacerdote che lo aveva avvicinato chiedendogli: «Cardinale, pensa che siamo giunti alla fine dei tempi?». «L’espressione sul suo volto - ha detto Burke - mi ha fatto comprendere la sincerità della sua domanda e la preoccupazione profonda che lo animava. Non ho quindi esitato a rispondere: “Potrebbe essere”». Perché «viviamo nei tempi più travagliati del mondo ma anche della Chiesa». Poi Burke ha citato l’ideologia gender dilagante e distruttiva dell’uomo, la negazione della libertà religiosa per vietare ogni discorso pubblico su Dio, la contraccezione, l’eutanasia, l’indottrinamento dei bambini. Nello stesso tempo la ricerca spregiudicata «del piacere e del potere mentre il ruolo della legge, dettato dalla giustizia, viene calpestato», per cui vige «una legittima paura di uno scontro globale», perché «la situazione attuale del mondo non può proseguire se non portando ad un annientamento totale».
Per questo, ha continuato Burke, «il mondo mai come oggi ha avuto così bisogno dell’insegnamento solido e della direzione che Nostro Signore... vuole dare al mondo attraverso la Chiesa». Ma non si può non constatare che, «in modo diabolico, la confusione e l’errore…sono entrati anche anche nella Chiesa», che «non sembra conoscere più la sua identità e missione» né «avere la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e del Divino Amore».