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giovedì 9 ottobre 2025

Abbiamo bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo

 




C’è un vuoto dentro ogni essere umano che nessuna conquista materiale, nessun successo personale e nessuna relazione puramente terrena riescono a colmare. È il vuoto di Dio. L’uomo moderno, nella sua corsa verso l’autonomia assoluta, si è illuso di poter bastare a sé stesso, di poter dare un senso alla propria esistenza senza fare riferimento al suo Creatore. Ma la sete di infinito che abita il cuore umano — quella che Sant’Agostino riconobbe con le parole: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” — continua a gridare dentro ciascuno di noi.

L’uomo che non vuole guardarsi dentro. 

Scendere in profondità nel proprio cuore è un atto che richiede coraggio. Significa smettere di nascondersi dietro l’apparenza, dietro la produttività, dietro l’illusione di controllo. È un passo che la cultura contemporanea scoraggia bombardandoci con messaggi fallaci e menzogneri: siamo invitati a “sentirci bene” ma non a interrogarci sul senso. Eppure, è solo lì, nel silenzio e nella verità di noi stessi, che emerge il bisogno più radicale dell’uomo — il bisogno di un Altro che dia consistenza e senso al nostro essere.

Quando l’uomo rimuove Dio dalla propria vita, non si libera: si perde. La storia moderna ne è testimone. Le ideologie materialiste e nichiliste hanno promesso emancipazione, ma hanno prodotto alienazione. Hanno tolto Dio, ma con Lui hanno tolto anche la verità sull’uomo. Benedetto XVI lo ha espresso con lucidità: “Quando si esclude Dio, non si eleva l’uomo, lo si abbandona.”

Il mondo senza Dio diventa un deserto interiore. 

Le società che hanno voluto sostituire Dio con il benessere economico, la tecnica o il potere, si ritrovano oggi afflitte da nuove forme di schiavitù: depressione, solitudine, perdita di significato, violenza gratuita. È come se l’umanità avesse voluto tagliare le radici per sentirsi più libera, scoprendo invece di non saper più respirare. Giovanni Paolo II ricordava che “l’uomo non può vivere senza amore”: non l’amore come emozione passeggera, ma come partecipazione al mistero stesso di Dio, che è Amore.

Il seme della superbia, che fin dall’inizio spinse Adamo a voler “essere come Dio”, continua a germogliare nel cuore dell’uomo di oggi. È la stessa tentazione di ogni epoca: credere che la felicità consista nell’autosufficienza. Ma senza Dio, l’uomo diventa schiavo dei suoi stessi desideri, vittima della sua stessa fame di senso. Noi stessi possiamo verificarne le nefaste conseguenze. Viviamo in un tempo in cui la verità sembra divenuta relativa, manipolabile, piegata agli interessi del momento. I mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere strumenti di luce e conoscenza, spesso invece alimentano deliberatamente confusione, paura, divisione. L’epoca recente ha mostrato in modo drammatico quanto l’uomo, privo di un riferimento trascendente, possa smarrire il discernimento e consegnarsi docilmente alla menzogna.

La menzogna tacciata per verità 

Durante le crisi globali — sanitarie, politiche o economiche — si è manifestata con forza la gravissima fragilità spirituale del nostro tempo: la paura ha sostituito la fiducia, il sospetto ha distrutto la comunione, l’ansia di sicurezza ha reso molti incapaci di abbandonarsi alla Provvidenza, inducendo milioni di persone a credere ciecamente alla menzogna rassicurante. In un mondo che ha smesso di cercare la Verità, diventa facile credere a qualunque versione parziale della realtà. Oggi infatti viviamo in un’epoca in cui la falsità ha assunto un volto rispettabile e la manipolazione si è travestita da bene comune. Ciò che un tempo veniva riconosciuto come inganno oggi viene applaudito come progresso. Mai come ora l’uomo ha creduto tanto di sapere, e mai come ora si è dimostrato tanto cieco. La corsa alla tecnologia, la fiducia cieca nella scienza slegata dall’etica, la comunicazione ridotta a strumento di consenso: tutto questo ha mostrato la fragilità di un mondo che ha voluto sostituire Dio con sé stesso.

Gli ultimi anni hanno messo in luce in modo drammatico questa deriva. Intere popolazioni, smarrite dalla paura, si sono consegnate a poteri che promettevano salvezza ma rinnegavano la verità. Si è creduto a ciò che veniva ripetuto con forza, non a ciò che resisteva alla prova della coscienza. Si è scelto di fidarsi degli uomini invece che di Dio. E il prezzo di questa fiducia mal riposta è stato alto: solitudini, divisioni, un dolore profondo che ancora chiede guarigione. Il punto non è la scienza in sé, ma l’uso idolatrico che ne è stato fatto: l’uomo che si proclama salvatore di sé stesso dimentica che solo Dio salva davvero. Quando la ragione si separa dalla fede, la conoscenza si perverte in potere, e il potere — senza amore — diventa tirannia. Benedetto XVI lo aveva previsto: “Un mondo senza Dio diventa un mondo senza speranza.”

Le conseguenze di questo distacco sono sotto gli occhi di tutti: una società che diffida del prossimo, che teme il futuro, che ha perso il gusto della verità. La menzogna ripetuta e presentata come soluzione ha avvelenato le relazioni e confuso le coscienze. Ma Cristo è venuto proprio per questo: per rendere testimonianza alla Verità. Solo in Lui l’uomo può ritrovare il coraggio di credere, di pensare, di amare. Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ci ricorda che “senza verità, la carità degenera nel sentimentalismo” e che solo radicando la vita nella verità di Dio possiamo resistere alla manipolazione e alla paura. Il vuoto lasciato da Dio non resta mai neutro: viene riempito da nuove idolatrie — la tecnica, l’economia, l’informazione — che si trasformano in strumenti di dominio.

Il riparo nell'umiltà

Come si guarisce questa ferita spirituale? Con l’umiltà. Il primo passo è riconoscere la propria condizione di necessità che Papa Francesco indica spesso come la “beatitudine della mancanza”: quella che apre lo spazio per l’accoglienza della grazia. Ritrovare Dio significa anche ritrovare sé stessi. San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza: “L’uomo non può comprendere se stesso pienamente senza Cristo.” Solo riscoprendo la luce del Verbo incarnato, l’essere umano scopre di essere amato, perdonato, chiamato. Lontano da Dio, l’uomo è un enigma irrisolto; con Dio, ogni frammento della sua vita trova un posto nel mosaico dell’eternità.

È tempo di un risveglio spirituale. La verità è una sola, ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il Signore.

Ed allora, quali possono essere i cammini concreti per ritrovare Dio? La preghiera è la strada maestra: solo lasciando spazio al dialogo con Dio l’uomo si riscopre figlio e non padrone della vita. I Sacramenti sono luoghi di guarigione dove la Grazia opera nel profondo. Un altro aspetto da affrontare è la ricerca della verità: come invitava Benedetto XVI, è urgente una “nuova evangelizzazione dell’intelligenza”, capace di ricucire fede e ragione impropriamente separate dall’uomo, ma mai dalla Chiesa. Ed infine una carità fattiva: In un mondo che misura tutto in termini di utilità, l’amore gratuito è la più concreta testimonianza della presenza di Dio.

Abbiamo dunque bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo. Egli non è un limite alla nostra libertà, ma la condizione perché essa si realizzi pienamente. Senza di Lui, l’uomo perde la direzione e si smarrisce nel deserto dell’autosufficienza. Con Lui, ogni domanda, ogni dolore, ogni desiderio trova un senso. Non serve inventare un nuovo umanesimo: basta tornare a riconoscere che l’uomo è veramente uomo solo quando si lascia amare da Dio. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Tutto comincia con la preghiera e termina con la preghiera. Se non preghiamo, non possiamo vedere Dio in chi ci sta accanto.”

E forse è proprio da qui che può rinascere il mondo: dal riconoscere, umilmente, che Dio ci è necessario come l’aria che respiriamo.

sabato 6 settembre 2025

«Verso l’alto»: perché la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati parla a tutti e non solo ai giovani.

 




Domattina, domenica 7 settembre 2025, alle ore 10:00 in Piazza San Pietro, la Chiesa proclamerà santo Pier Giorgio Frassati insieme a Carlo Acutis, nella prima canonizzazione del pontificato di Papa Leone XIV. Un momento atteso da decenni da fedeli di tutto il mondo, che vedranno finalmente riconosciuta ufficialmente la santità di un giovane laico capace di unire preghiera, amicizia, studio, sport e carità operosa. VaticanoGiubileo 2025Vatican News

Come abbiamo già raccontato in questo blog, Frassati è una figura che “parla” al cuore dei ragazzi: non perché perfetto, ma perché integralmente umano, innamorato di Cristo e dei fratelli. La sua beatificazione del 20 maggio 1990 accese un entusiasmo che non si è mai spento; da allora l’attesa di chiamarlo “Santo” è cresciuta anno dopo anno nelle parrocchie, nei movimenti giovanili, nelle scuole e nelle università. Vaticano

Un santo della porta accanto: fede, amicizia, montagna, città

Pier Giorgio (Torino, 1901–1925) è stato studente universitario, terziario domenicano, appassionato di montagna e — soprattutto — fratello dei poveri. Nelle conferenze della San Vincenzo e nelle strade della sua città imparò a riconoscere il volto di Cristo negli ultimi. Non si accontentava di “fare del bene”: desiderava che il Vangelo fermentasse le strutture della società. Quella miscela di Eucaristia quotidiana, Rosario, amicizia leale, allegria, servizio e impegno civile lo rese libero e attrattivo.

Il suo celebre “Verso l’alto” — scritto sul retro di una foto della sua ultima scalata — non è uno slogan estetico, ma un programma di vita: tendere al Cielo attraversando con serietà le responsabilità di ogni giorno. È per questo che Pier Giorgio continua a indicare ai giovani una rotta concreta verso Dio, senza evasioni. FrassatiUSA, Inc.USCCB



Perché questa canonizzazione è così importante

1) È un sigillo ecclesiale su una pedagogia della santità feriale. Con Pier Giorgio la Chiesa ribadisce che la santità non è riservata a chi vive in clausura o svolge ministeri ordinati: è la via di tutti, percorribile dentro lo studio, il lavoro, lo sport, la politica, l’amicizia. In un’epoca che spesso separa spiritualità e vita quotidiana, Frassati ricuce l’unità.

2) È una risposta ai desideri dei giovani. I ragazzi non cercano star morali, ma testimoni credibili. Pier Giorgio non predicava dall’alto: condivideva gite, esami, delusioni e scherzi, e da lì invitava a scelte grandi. La sua gioia robusta — capace di sacrificio, non di superficie — mostra che il Vangelo non ruba nulla, ma dilata la libertà.

3) È un atto di memoria e di profezia sociale. Il giovane torinese fu “uomo delle Beatitudini”, come lo definì San Giovanni Paolo II, capace di tradurre misericordia e giustizia in gesti concreti. In un contesto segnato da disuguaglianze, precarietà e solitudini, la sua canonizzazione ricorda alla comunità cristiana che l’adorazione di Dio e la scelta degli ultimi sono inseparabili. EWTN VaticanCatholic Review

4) È un dono per l’Anno Giubilare della Speranza. Non è casuale che il rito avvenga in questo 2025 giubilare, e che sia tra le prime canonizzazioni di Papa Leone XIV: la Chiesa ci indica due giovani — Frassati e Acutis — come compagni di strada per riaprire alla speranza la vita di tanti. Vatican News


Che cosa dice ai giovani di oggi

  • Amare Dio con tutto e dentro tutto. Pier Giorgio non “aggiungeva” preghiere alla vita: abitava la vita con un cuore pregante. L’Eucaristia quotidiana gli dava tono, il Rosario concretezza, la Parola criteri.

  • Custodire amicizie vere. Il suo gruppo di amici — tra studio, escursioni e carità — dimostra che la santità è sempre corale. Nessuno si salva da solo.

  • Servire senza rumore. La carità discreta fu il suo stile: visite agli ammalati, farmaci pagati, tempo donato. Oggi, dove tutto si posta, Frassati invita a una gratuità senza hashtag.

  • Tenere insieme vette e periferie. Le vette della montagna allenavano il suo sguardo a cercare l’Assoluto; le periferie della città gli insegnavano dove abita Cristo. Due movimenti che si richiamano e si equilibrano.



Quattro passi pratici per camminare “con” Pier Giorgio
  1. Un’ora per gli altri ogni settimana. Scegli un servizio stabile (mensa, doposcuola, visita agli anziani). La fedeltà trasforma più dei gesti eclatanti.

  2. Una vetta al mese. Materiale o simbolica: una camminata in natura, o la “salita” interiore di una rinuncia, di un perdono, di un sì generoso.

  3. Parola–Altare–Poveri. Tre appuntamenti fissi: Vangelo quotidiano, Messa almeno la domenica (meglio anche in un giorno feriale), incontro reale con chi ha bisogno.

  4. Un gruppo di compagni di viaggio. Crea o raggiungi una fraternità (parrocchia, università, movimento): condividete preghiera, studio, servizio e… risate. La santità è contagiosa.



Un’attesa lunga, un grazie dovuto

Questa canonizzazione è stata sperata e preparata per lunghissimo tempo. Ancora molto prima del 1990, quando la Chiesa riconobbe ufficialmente l’eroicità di Pier Giorgio, migliaia di giovani hanno preso il suo nome per oratori, scuole, gruppi, case di accoglienza; quanti racconti di conversioni, vocazioni, guarigioni interiori! Domani quel fiume sommerso salirà in superficie nella grande liturgia di San Pietro, ricordandoci che la santità è aperta a tutti coloro che rispondono positivamente e fattivamente ad una chiamata che, per realizzarsi, si deve accogliere.

Come seguire e unirsi alla preghiera

Il rito di canonizzazione inizierà alle 10:00 (ora di Roma) in Piazza San Pietro e non richiede biglietti; l’accesso in piazza è previsto dalle 8:00. Chi non potrà essere presente fisicamente potrà partecipare spiritualmente unendosi alla Messa attraverso le trasmissioni televisive e le dirette delle principali emittenti cattoliche. VaticanoGiubileo 2025


Preghiera breve
Signore Gesù, che hai acceso nel cuore di Pier Giorgio l’amore per Te e per i fratelli, dona anche a noi la sua gioia semplice, la sua audacia evangelica, la sua passione per la santità. Fa’ che, guidati dalla sua intercessione, non ci accontentiamo di poco ma camminiamo ogni giorno “verso l’alto”, fino a Te. Amen.

Domani, sotto il cielo di Roma, la Chiesa canterà il “Gloria” con un nome in più. E non sarà solo il nome di Pier Giorgio Frassati: sarà il nome di tanti giovani che, guardando a lui, ricominceranno a credere che la santità è possibile — e bella — anche per loro.


Foto dal web.

sabato 30 agosto 2025

Cani e città: quando manca il senso civico




Affronto oggi un argomento che apparentemente si colloca al di fuori della tradizionale impostazione cattolica di questo blog, ma che in realtà tocca da vicino la vita di ogni credente. L’educazione civica, infatti, non è un elemento marginale della convivenza sociale: essa rappresenta il terreno concreto sul quale si misura la capacità di un cristiano di testimoniare, attraverso i propri comportamenti quotidiani, il rispetto per l’altro e per il mondo che lo circonda. Vivere con senso civico significa, in fondo, vivere la carità in una forma pubblica e concreta, traducendo in gesti visibili quel comandamento evangelico che ci invita ad amare il prossimo come noi stessi.

Oggi più che mai, tuttavia, ci troviamo di fronte a una deriva culturale che rischia di svuotare questo valore. Da una parte, si assiste alla diffusione di una mentalità fondata su un ambientalismo spesso ridotto a slogan, utilizzato in maniera strumentale per interessi economici o ideologici, che nulla hanno a che vedere con la custodia autentica del creato. Dall’altra, si perde di vista la vera responsabilità che ogni persona ha nel prendersi cura del bene comune e degli spazi condivisi. In questo modo il rispetto per l’ambiente e per le relazioni sociali viene sostituito da una forma di estetica o di moda del momento, che non incide realmente sul modo di vivere quotidiano.

Il rischio è quello di una contraddizione evidente: si parla di tutela della natura in termini astratti e globali, ma poi si tollerano comportamenti quotidiani che sporcano, degradano e offendono la bellezza del creato. Si innalzano bandiere di ecologismo ideologico, mentre si chiude un occhio davanti all’incuria delle strade, all’abbandono dei rifiuti o all’uso sconsiderato degli spazi pubblici. È questa incoerenza che rivela quanto sia urgente recuperare il senso autentico di un’educazione civica, che non è semplice rispetto delle regole, ma riconoscimento del valore intrinseco di ogni frammento di realtà che ci è stato affidato.

Per un cristiano, questo significa tornare a vedere nella società e nel creato non solo luoghi di transito, ma spazi da custodire come dono ricevuto. Un dono che comporta responsabilità, perché il rispetto per l’ambiente e per gli altri è la prima forma di testimonianza della nostra fede. Non c’è vero amore per Dio se non si traduce in amore e rispetto per ciò che Egli ha creato e per le persone con cui ci chiama a vivere.

Le nostre città vivono da tempo una contraddizione evidente: da una parte, l’amore verso gli animali domestici, in particolare i cani, che sono diventati veri e propri compagni di vita; dall’altra, l’incapacità di gestire questa presenza in modo civile e rispettoso della comunità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: marciapiedi trasformati in latrine a cielo aperto, muri e portoni imbrattati dall’urina, giardini pubblici invasi da deiezioni non raccolte. Un quadro che non solo degrada il decoro urbano, ma mina la salute pubblica e la qualità della convivenza quotidiana. 

La radice del problema non è l’animale, che non ha colpa, ma il comportamento dei proprietari. In Italia, più che altrove, manca una solida educazione civica di base che insegni a considerare la cosa pubblica come patrimonio comune da rispettare. Siamo un Paese in cui troppo spesso si pensa che ciò che è di tutti, in realtà, non sia di nessuno, e quindi possa essere utilizzato e maltrattato senza conseguenze.

Questa mancanza è stata amplificata da anni di lassismo istituzionale e da un permissivismo che ha fatto credere che ogni comportamento sia legittimo. Il risultato è una forma di “deviazione civica” che porta molte persone a credere che sia naturale lasciare il proprio cane sporcare sui marciapiedi, o che sia accettabile trattare l’animale come un figlio e gli spazi urbani come un’estensione della propria casa. Ma la città non è un salotto privato: è un luogo di convivenza, e in quanto tale richiede regole e rispetto reciproco. Un altro elemento che alimenta il problema è la diffusa “tolleranza di facciata”: chi si lamenta o richiama all’ordine viene subito etichettato come intollerante, nemico degli animali o persona insensibile. Si crea così un paradosso: il cittadino che difende il bene comune diventa bersaglio di critiche, mentre chi sporca e viola le regole viene considerato nel giusto.

domenica 22 giugno 2025

Corpus Domini: Il Trionfo del Dio Vivente e l’Appello alla Conversione del Cuore

 






Nel cuore del calendario liturgico della Chiesa cattolica, la Solennità del Corpus Domini (o Corpus Christi) brilla come un faro che richiama i fedeli all’adorazione del Mistero più alto e tremendo della nostra fede: la Presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia. Non si tratta di una semplice commemorazione simbolica, né di una celebrazione tra le tante: il Corpus Domini è il trionfo del Dio vivente in mezzo agli uomini, il segno tangibile che Dio non ha abbandonato la Sua creatura, ma anzi ha scelto di rimanere realmente presente, con il Suo Corpo, il Suo Sangue, la Sua Anima e la Sua Divinità, nel Sacramento dell’Altare.

Le Origini: Un Miracolo contro il dubbio

La festa del Corpus Domini nacque nel XIII secolo, grazie al fervore e alla fede di Santa Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana belga, la quale ebbe visioni in cui Cristo le chiedeva di istituire una festa speciale in onore del Santissimo Sacramento. Ma fu il Miracolo Eucaristico di Bolsena (1263) — in cui un sacerdote dubitante vide sgorgare sangue dall’ostia consacrata — a scuotere la Chiesa e a convincere Papa Urbano IV a istituire ufficialmente la solennità nel 1264 con la bolla Transiturus de hoc mundo.

Da allora, il Corpus Domini è diventato una dichiarazione pubblica della fede cattolica nella Presenza reale, celebrata con processioni solenni e adorazioni eucaristiche, in cui Cristo viene portato per le vie del mondo come un Re che reclama i Suoi sudditi, come un Dio che desidera ardentemente abitare in mezzo al Suo popolo.

Il Significato Teologico: Dio che si dona

La teologia cattolica ha sempre insegnato che nell’Eucaristia si compie il più grande mistero della fede: la transustanziazione. Il pane e il vino, per le parole della consacrazione pronunciate dal sacerdote agendo in persona Christi, cessano di essere ciò che appaiono e diventano realmente il Corpo e il Sangue di Cristo. Non un simbolo, non una metafora, ma una realtà ontologica.

In un’epoca come la nostra, afflitta dal relativismo, dalla superficialità e da una crescente secolarizzazione, questo Mistero risplende come un segno di contraddizione. Mentre il mondo corre dietro a idoli mutevoli e promesse effimere, l’Eucaristia grida silenziosamente la Verità eterna: Dio è con noi, Dio si fa nutrimento, Dio si offre per amore.

Un Appello Urgente per l’Uomo Moderno

Oggi, più che mai, l’uomo ha bisogno di Dio. In un mondo che esalta l’autosufficienza, che rifiuta la legge morale e che si affida alle fragili consolazioni del benessere materiale, l’Eucaristia appare come un rifugio e un’ancora. Essa è il banchetto che nutre l’anima affamata, è la forza per affrontare le prove della vita, è l’arma contro la disperazione e il peccato.

Ma quanta indifferenza verso questo Dono sublime! Quanti cuori, persino tra i battezzati, hanno dimenticato la centralità dell’Eucaristia! Le chiese si svuotano, la Messa domenicale viene trascurata, l’adorazione eucaristica è disertata. E peggio ancora: cresce una corrente di cattolicesimo “permissivo” e accomodante, che si allinea sempre più alla visione protestante, la quale nega la Presenza reale, riducendo l’Eucaristia a un gesto simbolico, a una semplice memoria.

Fede in Declino e la Deriva Protestante

Non possiamo tacere: una parte della Chiesa sembra oggi dimenticare la sua missione divina. Si moltiplicano le liturgie frettolose e desacralizzate, le comunioni distribuite con leggerezza, la perdita del senso del sacro. E mentre si parla di “inclusione” e di “modernizzazione”, si dimentica che la Messa non è uno spettacolo per intrattenere, ma il Sacrificio incruento di Cristo sul Calvario, reso presente sull’altare.

Il rischio è chiaro: la fede nella Presenza reale sta svanendo, e con essa si dissolve il cuore stesso del cattolicesimo. Una fede senza Eucaristia è una fede senz’anima. Un cattolicesimo che si piega alle mode del tempo non è più sale della terra, ma polvere calpestata.

L’Invito: Lasciarsi plasmare dall’Amore Eucaristico

Cari fratelli e sorelle, in questo Corpus Domini siamo chiamati a risvegliarci dal torpore, a inginocchiarci davanti al Tabernacolo, a riconoscere con umiltà e gratitudine il Dono immenso che ci è stato fatto. L’Eucaristia non è un premio per i giusti, ma la medicina per i malati, la speranza per i disperati, la gioia per gli afflitti.

Non possiamo restare spettatori distratti o fedeli tiepidi. Occorre ritrovare il silenzio dell’adorazione, la confessione sincera, la comunione fervorosa, la Messa vissuta con cuore contrito e spirito umile. Solo così il Dio vivente potrà rinnovare le nostre vite, le nostre famiglie, la nostra società.

Il Pane degli Angeli per l’uomo smarrito

Il Corpus Domini è un invito alla conversione, alla riscoperta del Dio che si è fatto pane per noi. È l’antidoto contro l’indifferenza, il rimedio al vuoto dell’anima moderna. Torniamo, dunque, con cuore contrito al Banchetto del Signore. Lasciamoci amare, nutrire, trasformare da Lui. E, come la tradizione della processione insegna, portiamolo nel mondo, affinché ogni ginocchio si pieghi e ogni cuore Lo riconosca: Veramente Tu sei presente, Signore Gesù, nel Santissimo Sacramento dell’Altare!

Adoremus in aeternum Sanctissimum Sacramentum.


sabato 7 aprile 2018

FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


"Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (...).
Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre" (Q.II, p.345).




La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: "Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia richiesta dal Signore" (Q. I, p. 46). Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.

"In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene" (Q. I, p. 132) 


Questa grazia - spiega don I. Rozycki - "è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest'ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (...). E' essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l'ha innalzata al rango di "secondo battesimo". E' chiaro che la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia deve essere non solo degna, ma anche adempiere alle fondamentali esigenze della devozione alla Divina Misericordia" (R., p. 25). La comunione deve essere ricevuta il giorno della festa della Misericordia, invece la confessione - come dice don I. Rozycki - può essere fatta prima (anche qualche giorno). L'importante è non avere alcun peccato.

Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che "riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia", poiché‚ "in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. 

Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto" (Q. II, p. 267).

Don I. Rozycki scrive che una incomparabile grandezza delle grazie legate a questa festa si manifesta in tre modi:

- tutte le persone, anche quelle che prima non nutrivano devozione alla Divina Misericordia e persino i peccatori che solo quel giorno si convertissero, possono partecipare alle grazie che Gesù ha preparato per la festa;

- Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni - sia alle singole persone sia ad intere comunità;

- tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia (R., p. 25-26).

Questa grande ricchezza di grazie e benefici non è stata da Cristo legata ad alcuna altra forma di devozione alla Divina Misericordia.


« Recita continuamente la coroncina che ti ho insegnato. Chiunque la reciterà, otterrà tanta Misericordia nell'ora della morte. I sacerdoti la consiglieranno ai peccatori come ultima tavola di salvezza; anche se si trattasse del peccatore più incallito se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia dalla Mia infinita Misericordia. Desidero che tutto il mondo conosca la Mia Misericordia. Desidero concedere grazie inimmaginabili alle anime, che hanno fiducia nella Mia Misericordia »

Alla Festa della Divina Misericordia ci si prepara attraverso la recita di una NOVENA (clicca il link) da cominciare il Venerdì Santo.

Fonte: Diario di Santa Faustina


"Oh Sacerdoti! perché non parlate della INSONDABILE MISERICORDIA  di Dio?
Perché ignorate questo invito di amore e misericordia e non permettete alle anime di accostarsi a questa fonte inesauribile di Grazia e perdono?!
Grande, grande, è la vostra responsabilità!"



domenica 1 aprile 2018

domenica 5 novembre 2017

La completa inversione morale del significato del diritto alla vita.

"Stiamo assistendo a una completa inversione morale del significato del diritto alla vita. Secondo l’ideologia materialista per cui solo coloro che hanno intelligenza e volontà sarebbero veramente umani e, dunque, degni di protezione. Finché non hanno raggiunto questa capacità, sarebbero solo una “materia corporea” sotto il potere di coloro che sono “davvero umani”, intelligenti e dotati di capacità di autodeterminazione. Così, la vita umana non è più una realtà biologica protetta dal diritto internazionale, ma è intelligenza e volontà, cioè forza: la debolezza dei bambini non nati e delle donne in difficoltà hanno una risposta unica: l’eliminazione. La sopravvivenza dei più forti."


                                            


Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani sta per imporre la legalizzazione universale dell’aborto nel nome stesso del diritto alla vita.

Prossimamente si occuperà anche del suicidio assistito e dell’eutanasia, anch’essi necessari ad assicurare il diritto alla vita: per questi signori, evidentemente ” la guerra è pace la libertà è schiavitù l’ignoranza è forza”, come diceva il Grande Fratello di Orwell.

All’inizio di ottobre, l’ECLJ ha presentato al Comitato per i diritti umani un memorandum per la difesa del diritto alla vita con il sostegno di più di 130.000 persone che hanno firmato una petizione per la protezione di ogni vita umana.

Ora apprendiamo dal presidente dell’ECLJ, Gregor Puppink, come stanno andando le cose in seno al Comitato. 

«Questo comitato di esperti indipendenti [che rappresentano gli Stati ma non i popoli: non sono stati mai eletti da nessuno: sono burocrati incaricati di monitorare l’attuazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), ndT], si è riunito a Ginevra nei giorni scorsi al fine di redigere un’interpretazione ufficiale di ciò che si intende per diritto alla vita. Questa interpretazione, questo Commento Generale, ha una certa influenza rispetto alle giurisdizioni e ai legislatori in tutto il mondo, in quanto poi il Comitato giudica gli Stati sul se e come rispettano il trattato.

Alcuni membri del Comitato hanno colto questa opportunità per promuovere un’interpretazione più estesa del diritto all’aborto. In particolare il membro francese del Comitato, Olivier de Frouville, l’americana Sarah Cleveland e il tunisino Yadh Ben Achour. Gli altri membri non si sono espressi, sono stati molto – troppo – passivi su questo tema. Solo Anja Seibert-Fohr, tedesca, ha cercato di ottenere, invano, il riconoscimento del “legittimo interesse degli Stati nel proteggere la vita del feto”, come riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

lunedì 30 ottobre 2017

Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.



La notizia, anticipata da “La Verità”, è stata confermata in occasione del convegno sull’Humanae Vitae, promosso alla Pontificia Università “Angelicum” da Voice of the Family.Un gruppo di membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), creata nel 1994 da Giovanni Paolo II e recentemente “ripulita” e trasformata nei suoi obiettivi da papa Francesco, ha deciso di dare vita ad una John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF), che inevitabilmente si pone come contraltare della nuova accademia bergogliana.

Della nuova Accademia fanno parte, Joseph Seifert, Christine de Marcellus Vollmer, Thomas Ward, Philippe Schepens, Mercedes Arzú de Wilson, Luke Gormally, Michael Schooyans (tutti ex componenti della Pontificia Accademia per la Vitae), Paul Byrne, Judie Brown, Carlos Casanova, Roberto de Mattei, Claudio Pierantoni, John-Henri Westen. Caratteristica comune di queste personalità è l’attaccamento al Magistero della Chiesa e il rifiuto di tutti i tentativi di “rivedere” o trasformare questo insegnamento immutabile:

“Il fine di questa Accademia – ha detto il prof. Seifert – è quello di rifiutare tutti gli orribili mali ed errori che caratterizzano la società moderna e sono perfino entrati all’interno del santuario della Chiesa, opponendo ad essi la chiara esposizione della verità sulla vita umana e la famiglia. Ciò comporta il chiamare l’aborto omicidio e non semplicemente interruzione di gravidanza, ed evitare di usare parole disoneste che oscurano la verità. (…) 

Nel testimoniare così la bontà e la difesa della vita, la nuova Accademia ritiene importante considerare ciascuno di questi aspetti alla luce della vita eterna“. Perciò, afferma il prof. Seifert: “LaJAHLF non si limita a considerare la vita umana da un punto di vista meramente biologico. Riconosce altresì ed afferma la realtà dell’anima umana che è all’origine della vita. Pertanto, la JAHLF si occupa anche, parlando in termini generali, dei fondamenti metafisici ed antropologici della verità etica”. (T.M.)

domenica 1 ottobre 2017

Maria, catechismo, martirio: la regola di Burke.



Come può un semplice cattolico vivere la propria fede in una situazione di crescente confusione quale quella attuale? È la domanda cui ha risposto il cardinale Raymond Leo Burke in una lezione magistrale svolta a Louisville (Kentucky) lo scorso 21 luglio, ma che vale la pena riprendere per la sua estrema attualità (QUI IL TESTO INTEGRALE). Senza fare sconti sulla verità dei pericoli presenti, Burke ha spiegato come sfuggire lo spirito mondano dello scisma, fino a chiedere la prontezza di donare la vita per la Chiesa.


«È un momento - ha cominciato il cardinale - che può semplicemente essere descritto come una confusione, una divisione e un errore». Poi ha parlato di un giovane sacerdote che lo aveva avvicinato chiedendogli: «Cardinale, pensa che siamo giunti alla fine dei tempi?». «L’espressione sul suo volto - ha detto Burke - mi ha fatto comprendere la sincerità della sua domanda e la preoccupazione profonda che lo animava. Non ho quindi esitato a rispondere: “Potrebbe essere”». Perché «viviamo nei tempi più travagliati del mondo ma anche della Chiesa». Poi Burke ha citato l’ideologia gender dilagante e distruttiva dell’uomo, la negazione della libertà religiosa per vietare ogni discorso pubblico su Dio, la contraccezione, l’eutanasia, l’indottrinamento dei bambini. Nello stesso tempo la ricerca spregiudicata «del piacere e del potere mentre il ruolo della legge, dettato dalla giustizia, viene calpestato», per cui vige «una legittima paura di uno scontro globale», perché «la situazione attuale del mondo non può proseguire se non portando ad un annientamento totale».
Per questo, ha continuato Burke, «il mondo mai come oggi ha avuto così bisogno dell’insegnamento solido e della direzione che Nostro Signore... vuole dare al mondo attraverso la Chiesa». Ma non si può non constatare che, «in modo diabolico, la confusione e l’errore…sono entrati anche anche nella Chiesa», che «non sembra conoscere più la sua identità e missione» né «avere la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e del Divino Amore».

sabato 2 settembre 2017

COME I CATTOLICI POSSONO ACCOGLIERE I CREDENTI LGBT


Il Card. sarah confuta le tesi del gesuita James Martin, consulente in Vaticano per la Segreteria della Comunicazione.

La Chiesa cattolica è stata criticata da molti, inclusi alcuni dei propri seguaci, per la sua risposta pastorale alla comunità LGBT. […] Tra i sacerdoti cattolici, uno dei critici più espliciti del messaggio della Chiesa in materia di sessualità è padre James Martin, un gesuita americano. Nel suo libro "Building a bridge", pubblicato all'inizio di quest'anno, egli ripete la critica corrente secondo cui i cattolici sono stati aspramente critici dell'omosessualità ma nello stesso tempo trascurano l'importanza dell'integrità sessuale tra tutti coloro che vivono in questa condizione.
Padre Martin è corretto nell’affermare che non ci dovrebbe essere alcun doppio binario riguardo alla virtù della castità, la quale, per quanto sia impegnativa, fa parte della buona notizia di Gesù Cristo per tutti i cristiani. Ma per i non sposati – a prescindere dalla natura delle loro attrazioni – la castità fedele richiede l'astensione dal sesso.
Questa potrebbe sembrare un'esigenza troppo elevata, soprattutto oggi. Tuttavia sarebbe contrario alla saggezza e alla bontà di Cristo chiedere qualcosa che non può essere compiuto. Gesù ci chiama a questa virtù perché ha fatto i nostri cuori per la purezza, proprio come ha fatto la nostra mente per la verità. Con la grazia di Dio e con la nostra perseveranza, la castità non solo è possibile, ma diventerà anche la fonte della vera libertà.
Non abbiamo bisogno di guardare lontano per vedere le tristi conseguenze del rifiuto del piano di Dio per l'intimità e l'amore umano. La liberazione sessuale che il mondo promuove non mantiene ciò che promette. Piuttosto, la promiscuità è la causa di tanta sofferenza inutile, di cuori spezzati, della solitudine e del trattare gli altri come un mezzo di gratificazione sessuale. Come madre, la Chiesa cerca di proteggere i propri figli dal male del peccato, come espressione della sua carità pastorale.
Nel suo insegnamento sull'omosessualità, la Chiesa guida coloro che la vivono distinguendo le loro identità dalle loro attrazioni e azioni. In primo luogo ci sono le persone stesse, che sono di per sé buone perché sono figli di Dio. Poi ci sono le attrazioni dello stesso sesso, che non sono peccaminose se non volute o seguite, ma sono comunque in contrasto con la natura umana. E infine ci sono i rapporti tra persone dello stesso sesso, che sono gravemente peccaminosi e dannosi per il benessere di chi li pratica. Le persone che si identificano come membri della comunità LGBT esigono che si dica loro questa verità nella carità, specialmente da parte dei sacerdoti che parlano per conto della Chiesa su questo complesso e difficile argomento.
La mia preghiera è che il mondo  finalmente ascolti le voci di quei cristiani che sperimentano le attrazioni dello stesso sesso e hanno scoperto pace e gioia vivendo la verità del Vangelo. I miei incontri con loro sono stati per me una benedizione e la loro testimonianza mi commuove profondamente. Ho scritto la prefazione a una testimonianza di questo tipo nel libro di Daniel Mattson, "Why I Don’t Call Myself Gay: How I Reclaimed My Sexual Reality and Found Peace [Perché non mi chiamo gay. Come ho riconquistato la mia realtà sessuale e ho trovato la pace]", con la speranza di far udire meglio la sua e simili voci.
Questi uomini e donne testimoniano il potere della grazia, la nobiltà e la capacità del cuore umano e la verità dell'insegnamento della Chiesa sull'omosessualità. In molti casi essi hanno vissuto lontano dal Vangelo per un certo periodo ma sono stati poi riconciliati con Cristo e la sua Chiesa. Le loro vite non sono facili né prive di sacrificio. Le loro inclinazioni per lo stesso sesso non sono state vinte. Ma hanno scoperto la bellezza della castità e delle amicizie caste. Il loro esempio merita rispetto e attenzione, perché hanno molto da insegnare a tutti noi come accogliere e accompagnare i nostri fratelli e sorelle con autentica carità pastorale.
Fonte: L'Espresso


mercoledì 9 agosto 2017

Fai come se fossi a casa tua!



DI  FRANCESCO ARNALDI

Un paio di giorni fa il quotidiano Avvenire, tramite la sua pagina Facebook, ci ha regalato un’interessante notizia. Un parroco ha esposto fuori dalla sua chiesa il cartello di cui sopra. L’intento sembrerebbe essere chiaro: far sentire accolti tutti, in qualunque momento, in qualunque circostanza, in qualunque condizione. Meritevole l’intento, disastroso il metodo.

Non me ne voglia il tizio in pantaloncini e canottiera che, mentre portava a spasso il cane sui pattini – sui pattini lui, non il cane – ha deciso di entrare a sdraiarsi un attimo sulla panca mangiando lì il suo panino perché ha visto che in chiesa poteva tenere il cellulare acceso mentre alla libreria di fronte no.

Quando dico che il metodo è disastroso lo dico perché l’effetto principale di un tale cartello, l’effetto più subdolo, è quello di far nascere un astio verso certe regole e verso chi continua ad imporle. Pedagogia spicciola: perché mamma e papà devono concordare una linea educativa comune? Perché se la mamma proibisce la marmellata e il papà appena torna a casa dice al figlio che può tranquillamente mangiarla, l’effetto negativo non sarà certo il boom di zuccheri nel sangue del pargolo. No, l’effetto terribilmente negativo sarà una perdita di fiducia del figlio verso la madre.

Quindi, tornando a noi, l’intento di quel cartello non è far sentire tutti accolti: è dire a tutti coloro che sono lontani dalla Chiesa che se lo sono la colpa non è loro, ma della Chiesa.

Secondo problema: l’educazione attraverso le regole. Questo modo di pensare implica che le regole siano cose per gente “arrivata”, per chi è già inserito, e che non debbano valere per coloro che invece si stanno avvicinando. Come se le regole segnino il passaggio da advanced a professional, e che per un beginner non siano solo inutili ma persino dannose.

Così facendo però si toglie qualunque ruolo educativo alla regola. Una regola infatti dà frutti positivi anche se la persona che la rispetta non sa ancora bene razionalmente perché deve rispettarla. Si impara a pregare dopo essere stati ore e ore in silenzio senza aver ancora capito bene a cosa serva il silenzio. È difficilissimo fare il contrario. Uno che aspetta di saper pregare bene per cimentarsi con un’ora di adorazione silenziosa, non imparerà mai a pregare, o comunque avrà serie difficoltà a farlo. Allo stesso modo, se quando introduciamo una persona in un luogo sacro non imponiamo a questa persona di comportarsi come se fosse in un luogo sacro, ecco che costui o costei ne percepirà molto difficilmente la sacralità.

Ormai siamo abituati a sacerdoti che hanno talmente tanta paura a giudicare le persone da lasciargli persino usare le panche di una chiesa come tavoli da pic-nic. Posso solo sperare che la sua insistenza nell’incentivare i flash sia dettata dal fatto che la sua chiesa è così brutta da non rischiare di rovinare alcuna opera d’arte. Ma un sacerdote che passa il tempo a dire che lui non può giudicarti, ti sta praticamente dicendo che lui per te non ha nessuna utilità: dagli retta!

sabato 29 luglio 2017

Mons. Luigi Negri: Chiesa e omoeresia.



A poca distanza dal messaggio di sostegno alla processione di riparazione che si tiene domani a Rimini, l'arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio prende posizione con un lungo intervento su "La Verità".




“Se la Chiesa non giudica le situazioni di vita, in cui gli uomini sono talora costretti a vivere per l’arroganza del pensiero unico dominante, che ormai ha equiparato, di diritto e di fatto, l’omosessualità all’eterosessualità, la Chiesa si riduce ad essere una pura ‘terapia di sostegno’ che, con modi garbati e talora sofisticati, in realtà abbandona l’uomo a vivere il suo male, come se fosse bene. Questo processo, solo apparentemente caritatevole, oltre a essere un’evidente offesa alla dignità e alla responsabilità dell’uomo, è anche un’imperdonabile offesa a Dio e ai suoi diritti, cioè al bene profondo dell’uomo”. 

Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio, scrive oggi sul quotidiani La Verità una riflessione che fa irrompere nella Chiesa la questione della “omoeresia”, e il suo intervento arriva a ridosso del sostegno espresso al Comitato Beata Giovanna Scopelli che domani alle ore 10.30, con partenza da via San Giuliano, rizza il gonfalone della Santa Croce davanti alla processione riparatrice nei confronti del Summer pride.

“Su quest’atteggiamento verso l’omoeresia si gioca molto della verità della Chiesa di fronte all’uomo, ma si gioca anche molto del destino dell’uomo di fronte a se stesso e alla realtà. Questo dibattito, cui abbiamo dato un contributo, ripropone l’attualità di un punto grandissimo del magistero del Vaticano II e di Paolo VI: la Chiesa è ancora “sommamente esperta di umanità”?”, si domanda Negri.

Le sue parole s’inseriscono nel filone inaugurato qualche mese fa dal card. Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna (che Negri ricorda all’inizio del suo intervento): “Egli ha parlato della possibilità di una mutazione del genoma del cattolicesimo, che avviene quasi senza colpo ferire e nella sostanziale mancanza di “cura” di troppa parte del mondo cattolico”. Aggiunge l’arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio che “il problema dell’omosessualità è un dato di partenza su cui non si formula un giudizio, o forse, più profondamente, si confonde il giudizio di fatto – l’estensione del fenomeno – con il giudizio sul valore. Come dire: l’omosessualità c’è, è diffusa, perciò anche per noi cattolici deve andare bene”.

“Quando un fatto, anche imponente nella sua diffusione, viene riconosciuto acriticamente come valore, si afferma sostanzialmente che non c’è più differenza fra bene e male e l’unico problema, per la Chiesa, diventa quello di un ‘accompagnamento'”, aggiunge Negri. “Non si pratica un giudizio per accompagnare, in modo autentico, ma ci si limita a un accompagnamento senza giudizio, che lascia gli omosessuali nella loro condizione, in qualche modo rafforzandone la percezione valoriale”.
Un pensiero che ha precedenti illustri. Nelle Lettere a una carmelitana scalza (a cura di Emanuela Ghini, Itaca, 2017), il card. Giacomo Biffi il 23 dicembre 1979 scriveva: “La comprensione e l’amore per le persone sono giusti e doverosi, purché restino iscritti nel robusto senso della verità della natura. Diversamente c’è la frantumazione di tutta la convivenza umana e non sarà più possibile stabilire niente sul giusto e sull’ingiusto, che non sia l’arbitrio di una legislazione statale”.

Un editoriale de Il Ponte, settimanale della Diocesi di Rimini, la butta sulla “tolleranza evangelica” e critica “le scelte ‘riparatorie’ di chi si sente nel giusto di fronte a chi in qualche modo vive una situazione di difficoltà e discriminazione”. La questione è un’altra. Quasi certamente mons. Negri non lo avrà letto quell’editoriale, ma quel che scrive su La Verità delinea una posizione diversissima: “La chiesa sembra non desiderare più di aiutare gli omosessuali a cambiare vita e a incominciare il lungo e doloroso cammino per assumere una condizione di vita in sintonia con l’antropologia che nasce dalla fede e si esprime nella carità”. Cosa deve essere, dire e fare, la Chiesa anche di fronte al tema della omosessualità? Risponde Negri che deve essere se stessa, cioè “incontro con la vita nuova, buona e vera, cui Gesù Cristo introduce tutti coloro che credono in Lui”.


Fonte: Rimini 2.0

venerdì 7 luglio 2017

L’ospedale di Londra chiede un’altra udienza per Charlie dopo i possibili nuovi trattamenti



Il Great Ormond Street Hospital di Londra si è rivolto all’Alta Corte per una nuova udienza sul caso del piccolo Charlie Gard «alla luce delle richieste relative a possibili altri trattamenti». Lo riportano Bbc e Sky News dopo che il Bambino Gesù di Roma ha inviato una lettera all’ospedale londinese chiedendo ufficialmente ai medici inglesi di poter somministrare al bimbo un protocollo sperimentale «che può funzionare». I medici londinesi ritengono che sia «giusto tentare» e «ringraziano le offerte di aiuto da Casa Bianca, Vaticano e dai nostri colleghi in Italia e Usa e altrove».




«Mi è giunta notizia che i ricercatori hanno messo a disposizione il loro trattamento per l’ospedale di Londra il quale pensa di poterlo verificare», ha spiegato in un videomessaggio dalla Repubblica Centrafricana, dove si sta occupando di bambini bisognosi, la presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Mariella Enoc, confermando che il Great Ormond Street Hospita sta pensando di verificare il protocollo.



L’ospedale pediatrico della Santa Sede aveva infatti inviato all’ospedale una lettera firmata da un gruppo di più di cinque scienziati internazionali in cui informavano la clinica di aver elaborato una terapia sperimentale per il bambino affetto da una grave malattia rara. Secondo il team di medici, guidati dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la terapia studiata per il piccolo potrebbe funzionare.



Intanto la mamma del bimbo, Connie Yates, non demorde e continua sui vari media del Regno Unito a lottare per suo figlio. In una serie di interviste ha detto che il neonato di 11 mesi ricoverato a Londra non sta soffrendo e che lei non potrebbe in nessun modo vederlo patire. La donna ha lanciato un appello direttamente alla premier britannica Theresa May: «Ci sostenga come stanno facendo gli altri», ha detto.

Fonte: La Stampa

lunedì 22 maggio 2017

Il fallimento della legge 194.


di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.
Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).
Per la tutela della salute della donna

domenica 12 marzo 2017

Gender: I fatti, non le ideologie, determinano la realtà.



Pubblichiamo di seguito la traduzione del documento adottato nel gennaio di quest’anno 2017 dal Collegio americano dei Pediatri. E’ un testo durissimo contro l’ideologia gender e i suoi perversi corollari, quali l’impiego di ormoni sessuali e della chirurgia e proviene da una dell più autorevoli istituzioni in materia.

Qui il testo originale con note [RS]:


https://www.acpeds.org/the-college-speaks/position-statements/gender-ideology-harms-children



Il Collegio Americano dei Pediatri sollecita professionisti della salute educatori e legislatori a rigettare tutte le politiche che condizionino i bambini ad accettare come normale una vita di impersonificazione chimica o chirurgica dell’altro sesso. I fatti, non le ideologie, determinano la realtà.
La sessualità umana è un carattere oggettivo, biologicamente binario: “XY” e “XX” sono indicatori genetici del maschio e della femmina, rispettivamente – non marcatori genetici di un disordine. La norma per l’uomo è di essere concepito maschio o femmina. La sessualità umana è binaria per progetto con l’ovvio proposito della riproduzione e la continuazione della nostra specie. Questo principio è autoevidente.I rari e marginali disordini nello sviluppo sessuale (DSD), come ad esempio, ma non solo, la femminilizzazione testicolare o l’iperplasia adrenale congenita sono tutte deviazioni, medicalmente identificabili, dalla norma della duplicità sessuale e sono correttamente riconosciuti come disordine rispetto al disegno umano. Individui con DSD (anche indicati come “intersex”) non costituiscono un terzo sesso.

lunedì 12 dicembre 2016

La meravigliosa storia della Madonna di Guadalupe



LE APPARIZIONI E IL MIRACOLO DELL’IMMAGINE DI “MADRE INCINTA DI TRE MESI” STAMPATASI SUL MANTELLO DI SAN JUAN DIEGO
LA STORIA STRAORDINARIA DELLE APPARIZIONI E DELL’IMMAGINE MIRACOLOSA



Un giorno in cui contemplava una riproduzione dell’Immagine di Nostra Signora di Guadalupe, Papa Giovanni Paolo II fece questa confidenza: «Mi sento attirato da quest’Immagine, perché il viso è pieno di tenerezza e di semplicità; mi chiama…». Più tardi, il 6 maggio 1990, in occasione di un pellegrinaggio in Messico, il Santo Padre beatificava il messaggero di Nostra Signora, Juan Diego, e diceva: «La Vergine ha scelto Juan Diego fra i più umili, per ricevere quella manifestazione affabile e benigna che fu l’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe. Il suo viso materno sulla santa Immagine che ci lasciò in dono ne è un ricordo imperituro». Nel secolo XVI, la Santa Vergine, piena di pietà per il popolo azteco che, vivendo nelle tenebre dell’idolatria, offriva agli idoli innumerevoli vittime umane, si è degnata di prendere in mano essa medesima l’evangelizzazione degli Indiani dell’America Centrale che erano anch’essi suoi figli. Un dio degli Aztechi, cui era attribuita la fertilità, si era trasformato, con l’andar del tempo, in dio feroce. Simbolo del sole, quel dio, in lotta permanente con la luna e le stelle, aveva bisogno – così si credeva – di sangue umano per restaurare le proprie forze, poiché, se fosse perito, la vita si sarebbe spenta. Sembrava dunque indispensabile offrigli, in perpetuo sacrificio, sempre nuove vittime.