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domenica 4 ottobre 2026

San Bonaventura da Bagnoregio: il santo che cercò Dio con la mente e con il cuore


 

La vita, la spiritualità e il cammino interiore di un grande francescano, teologo e Dottore della Chiesa, che comprese come la vera conoscenza di Dio non possa che diventare amore.

Ci sono uomini che attraversano la storia lasciando dietro di sé libri, incarichi, opere importanti; e ci sono uomini nei quali, oltre a tutto questo, rimane qualcosa che continua a parlare al cuore anche quando sono trascorsi molti secoli. San Bonaventura da Bagnoregio appartiene certamente a questa seconda categoria. La sua vita si svolse nel pieno del Medioevo, in un'epoca lontana dalla nostra per cultura, linguaggio e sensibilità, eppure le domande che lo accompagnarono sono le stesse che, in forme diverse, continuano ad abitare il cuore dell'uomo: da dove veniamo, verso che cosa camminiamo, che cosa può dare un significato alla nostra esistenza e, soprattutto, dove possiamo incontrare Dio?

Bonaventura cercò le risposte attraverso lo studio, la preghiera, la vita francescana e il servizio alla Chiesa. Fu un uomo di straordinaria intelligenza, ma non fece mai dell'intelligenza un idolo. Studiò molto, insegnò, scrisse opere teologiche profonde, ricoprì responsabilità importanti e arrivò a essere cardinale e vescovo. E tuttavia, più si entra nel suo pensiero, più si scopre che tutto questo non era per lui il punto di arrivo. La conoscenza aveva senso soltanto se conduceva a qualcosa di più grande: all'incontro con Dio e all'amore per Lui. È forse proprio qui che si trova il filo che unisce tutta la sua esistenza: Bonaventura non volle soltanto sapere qualcosa di Dio, ma cercò di comprendere come l'uomo possa arrivare a vivere alla sua presenza.

Per questo la sua figura continua a essere così affascinante. Egli ci ricorda che si può cercare Dio anche attraverso l'intelligenza, purché l'intelligenza non rimanga chiusa in se stessa; che si può studiare la fede senza perdere il senso del mistero; che si può essere profondamente contemplativi senza smettere di servire gli altri. E, soprattutto, ci ricorda che ogni autentico cammino verso Dio, prima o poi, chiede alla persona intera di mettersi in movimento.

Un bambino chiamato alla vita

All'inizio di questa storia c'è un bambino di nome Giovanni Fidanza, nato a (Civita di) Bagnoregio intorno al 1217. Di lui, nei primi anni, sappiamo relativamente poco. La tradizione francescana, però, ha conservato un racconto che nei secoli ha accompagnato la memoria del santo e che ancora oggi contribuisce a dare un significato particolare al suo nome.

Si racconta che Giovanni, quando era ancora bambino, si ammalò gravemente. La situazione appariva così seria che la madre decise di affidarlo all'intercessione di san Francesco d'Assisi. Secondo il racconto tradizionale, il bambino guarì e Francesco, vedendolo, avrebbe pronunciato le parole: «Bona ventura!», quasi a riconoscere in quella guarigione una «buona ventura», un destino posto sotto una particolare benevolenza divina. Da quelle parole sarebbe nato il nome Bonaventura.

Non possiamo sapere con certezza storica se l'episodio sia avvenuto esattamente in questo modo. È un racconto agiografico, nato e tramandato nella tradizione francescana. Ma forse il suo significato più profondo non dipende soltanto dalla possibilità di ricostruirlo nei suoi particolari. Ci consegna infatti un'immagine che sembra anticipare qualcosa della vita futura di Bonaventura: quella di un'esistenza ricevuta come dono.

E l'idea del dono, in effetti, sembra accompagnarlo per tutta la vita. La sua intelligenza, la sua cultura, gli incarichi che riceverà e persino la sua stessa vocazione religiosa non saranno mai vissuti come qualcosa da possedere per sé, ma come realtà da mettere a disposizione degli altri. È un tratto che diventerà sempre più evidente con il passare degli anni e che permette già di comprendere una delle caratteristiche più profonde della sua spiritualità: ciò che viene da Dio non è mai veramente nostro finché non diventa, a sua volta, dono.

Forse è anche per questo che il legame con san Francesco, pur essendo segnato da una distanza cronologica, diventerà così importante.

Un uomo che incontrò Francesco senza averlo conosciuto

C'è infatti un particolare quasi paradossale nella storia di Bonaventura. Il santo che sarebbe diventato uno dei più importanti interpreti di san Francesco non ebbe modo di conoscerlo veramente. Francesco era morto nel 1226, quando Bonaventura era ancora un bambino. Non ci fu dunque, tra i due, quella lunga frequentazione personale che potremmo immaginare ascoltando parlare del loro legame.

Eppure, qualche anno più tardi, la strada di Giovanni Fidanza si sarebbe incrociata con quella tracciata dal Poverello d'Assisi. Entrando nell'Ordine dei Frati Minori, Bonaventura scelse infatti di vivere secondo quella forma evangelica che Francesco aveva inaugurato con la sua radicale sequela di Cristo. Ciò che non aveva potuto ricevere direttamente dalla voce di Francesco, avrebbe cercato di riceverlo dalla vita dei suoi frati, dalla memoria dell'Ordine e, soprattutto, dalla testimonianza di quell'uomo che aveva fatto del Vangelo la forma concreta della propria esistenza.

Possiamo allora immaginare il giovane Bonaventura mentre cerca di comprendere chi fosse davvero quell'uomo di Assisi del quale tutti parlavano, quell'uomo capace di spogliarsi di tutto, di chiamare fratello il lebbroso, di vivere nella povertà e di rivolgere ogni cosa verso Cristo. Francesco non era più lì, ma la sua presenza continuava a essere percepibile nella comunità che aveva generato. La sua vita era diventata una domanda rivolta alle generazioni successive: è davvero possibile vivere il Vangelo fino in fondo?

Bonaventura avrebbe cercato di rispondere non soltanto con la propria vita, ma anche con la propria intelligenza.

Quando divenne ministro generale dell'Ordine, scrisse la Legenda Maior, la grande biografia spirituale di san Francesco. Non si limitò a raccogliere episodi della sua vita: cercò di mostrare il significato profondo della sua esistenza. Francesco, nella lettura di Bonaventura, è l'uomo che ha preso sul serio il Vangelo fino a lasciare che Cristo diventasse la forma stessa della sua vita.

Così, dietro il racconto di Francesco, Bonaventura sembra intravedere una domanda che riguarda ogni cristiano: che cosa accade a un uomo quando prende veramente sul serio Dio?

La risposta non è formulata anzitutto in una teoria. È una vita che cambia.

Ed è proprio questa attenzione alla trasformazione dell'uomo che ci conduce al cuore del pensiero di Bonaventura.

La mente che si mette in cammino

Bonaventura, infatti, non era soltanto un religioso desideroso di vivere secondo il Vangelo. Aveva ricevuto un'intelligenza straordinaria e sentiva profondamente il bisogno di comprendere la propria fede. Studiò a Parigi, uno dei grandi centri culturali dell'Europa medievale, e vi insegnò teologia. Si trovò così immerso in un mondo nel quale la fede cristiana dialogava continuamente con la filosofia, con la ricerca razionale e con le grandi domande sull'uomo, sul mondo e su Dio.

Non ebbe paura di questo confronto. Al contrario, era convinto che la fede non avesse nulla da temere dalla ricerca sincera della verità. La ragione poteva mettersi in cammino, interrogare, cercare, distinguere; poteva persino arrivare ai confini delle proprie possibilità. Ma proprio lì, davanti a ciò che non riusciva più a contenere, avrebbe dovuto riconoscere di non essere arrivata alla fine del viaggio.

Perché, mentre la sua intelligenza si addentrava nei problemi più profondi della teologia, Bonaventura non perdeva di vista ciò che per lui rimaneva essenziale: conoscere Dio non significa semplicemente sapere qualcosa su Dio.

Questa convinzione è alla base dell'Itinerarium mentis in Deum, l'Itinerario della mente verso Dio, una delle sue opere spirituali più celebri. Il titolo stesso sembra già raccontare il movimento della sua spiritualità. Non parla soltanto di una verità da conoscere, ma di un cammino da percorrere. La mente non è chiamata a rimanere ferma davanti a un concetto: è invitata a mettersi in viaggio.

E, sorprendentemente, questo viaggio non comincia lontano.

Comincia da ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Imparare a vedere ciò che abbiamo davanti

Bonaventura invita innanzitutto l'uomo a guardare il mondo. Può sembrare un gesto semplice, quasi banale, eppure tutto dipende dal modo in cui guardiamo. Possiamo attraversare una giornata intera senza vedere veramente ciò che ci circonda; oppure possiamo fermarci davanti a una bellezza, a un tramonto, a un albero, alla luce che entra da una finestra, alla vastità del cielo, e lasciare che quella bellezza susciti in noi una domanda.

Per Bonaventura il creato è pieno di segni. Le creature sono come impronte che rimandano a Colui che le ha create. Non sono Dio, naturalmente, ma possono condurre lo sguardo verso Dio. Il mondo diventa così il primo luogo nel quale l'uomo può imparare a riconoscere una presenza che non si impone, ma si lascia intuire.

È come se il mondo fosse un libro aperto davanti ai nostri occhi e noi dovessimo imparare lentamente a leggerlo. La bellezza può diventare una domanda, l'ordine può diventare una domanda, perfino la nostra meraviglia davanti all'esistenza può diventare una preghiera. Il creato non viene così abbandonato per cercare Dio altrove; viene guardato più profondamente, fino a scoprire che ciò che vediamo può diventare un segno di ciò che ancora non vediamo.

Ma proprio quando l'uomo comincia a riconoscere le tracce di Dio fuori di sé, Bonaventura gli chiede di compiere un passo ulteriore. Perché non basta guardare ciò che è intorno a noi. Prima o poi, chi cerca Dio deve avere il coraggio di guardare anche dentro di sé.

E poi il viaggio entra nel cuore

A un certo punto, dunque, il viaggio cambia direzione. Dopo aver contemplato il mondo, l'uomo è invitato da Bonaventura a rientrare in se stesso.

È qui che il cammino diventa più intimo e anche più difficile. Perché guardare dentro il proprio cuore significa incontrare non soltanto ciò che ci piace di noi stessi, ma anche ciò che preferiremmo non vedere: i desideri più profondi, le paure, le fragilità, le contraddizioni e le ferite.

Eppure è proprio lì che Bonaventura invita a cercare.

L'uomo porta dentro di sé l'immagine di Dio. La memoria, l'intelligenza e la volontà possono diventare luoghi nei quali riconoscere quella presenza. Ma questa immagine è stata ferita dal peccato, e l'uomo non riesce più a contemplarla con chiarezza. Il viaggio, allora, non può limitarsi a un esercizio dell'intelligenza. Deve diventare un cammino di conversione, perché vedere veramente ciò che abita nel cuore significa anche lasciarsi illuminare da Dio e permettergli di guarire ciò che è ferito.

In questo modo, quasi senza accorgercene, il viaggio verso Dio diventa anche un viaggio verso la verità su noi stessi. E più l'uomo scende nel proprio cuore, più comprende di non essere sufficiente a se stesso. Ha bisogno di essere raggiunto.

E nel cuore del cammino appare Cristo

Bonaventura sa che l'uomo può cercare Dio nella creazione e nella propria interiorità, ma sa anche che Dio ha fatto qualcosa di infinitamente più grande: ha cercato Lui per primo l'uomo.

In Gesù Cristo, Dio si è fatto vicino.

Per questo Cristo non è semplicemente una tappa del viaggio di Bonaventura. È la via stessa. Tutto ciò che l'uomo può intuire attraverso il creato e scoprire nella profondità del proprio cuore trova in Cristo il suo compimento e la sua luce. Ed è allora che lo sguardo si posa sulla Croce.

Il volto di Cristo che Bonaventura contempla con particolare intensità è quello del Crocifisso. Davanti alla Croce, tutta la ricerca intellettuale sembra improvvisamente trovare il proprio centro. Le domande diventano più semplici e, nello stesso tempo, più profonde. Che cosa significa l'amore di Dio? Quanto vale l'uomo ai suoi occhi? Fino a dove è arrivato Dio per cercarlo?

La risposta non è più contenuta soltanto in una formula teologica. È davanti agli occhi. È un uomo inchiodato alla Croce. È Cristo.

Per Bonaventura, la Croce è dunque il luogo nel quale l'amore di Dio diventa visibile. E davanti a quel mistero l'intelligenza non viene umiliata, ma condotta oltre se stessa. Dopo aver cercato, interrogato e ragionato, la mente si trova davanti a qualcosa che non può possedere e che, proprio per questo, può soltanto accogliere. È qui che si comprende perché, per Bonaventura, la conoscenza di Dio non possa mai essere separata dall'amore.

Quando sapere non basta più

Forse è proprio a questo punto che il pensiero di Bonaventura diventa sorprendentemente vicino anche a noi. Possiamo conoscere molte cose sulla fede. Possiamo leggere libri, ascoltare conferenze, studiare la Scrittura, conoscere la storia della Chiesa, imparare le formule della dottrina. Tutto questo è prezioso e Bonaventura non lo disprezza affatto. Al contrario, egli stesso è uno dei grandi testimoni della tradizione cristiana che ha cercato di unire fede e intelligenza.

Eppure sa che esiste una differenza enorme tra il sapere molte cose su Dio e il conoscere Dio.

La conoscenza autentica è quella che, lentamente, cambia il modo di vivere. Se conoscere Dio ci rende più umili, più misericordiosi, più capaci di perdonare, più disponibili a servire, allora quella conoscenza ha cominciato a diventare sapienza. Se invece ci rende soltanto orgogliosi di ciò che sappiamo, abbiamo forse imparato molte cose, ma non abbiamo ancora compiuto il viaggio.

Così la mente, che all'inizio sembrava essere il principale strumento della ricerca, scopre di avere bisogno del cuore. Non perché debba rinunciare alla ragione, ma perché la verità, quando è veramente incontrata, non può rimanere estranea alla vita. La mente cerca la verità; il cuore si lascia raggiungere dalla verità; e la vita, lentamente, comincia a cambiare. Ma anche questo non è ancora l'ultimo passo. Perché quando l'uomo si avvicina al mistero di Dio, arriva un momento nel quale comprende che le parole, per quanto importanti, non sono più sufficienti.

Il momento in cui la mente si ferma

Ed è proprio qui che accade qualcosa di ancora più profondo.

Bonaventura, il grande teologo, l'uomo abituato alle dispute, ai libri e alle parole, sa che arriva un momento nel quale anche le parole devono tacere. Non perché la ragione non serva più, ma perché il mistero di Dio è infinitamente più grande di ciò che la ragione può contenere.

Il cammino della mente verso Dio conduce così, quasi naturalmente, al silenzio.

È il silenzio della contemplazione, nel quale l'uomo non pretende più di spiegare Dio, ma rimane davanti a Lui. Dopo aver cercato le tracce di Dio nel creato, dopo essere entrato nella profondità del proprio cuore e dopo aver fissato lo sguardo su Cristo Crocifisso, l'uomo scopre che l'ultimo movimento non consiste nel dire qualcosa, ma nel rimanere.

È un'esperienza che può essere difficile da raccontare. Forse è simile a ciò che accade quando si ama veramente qualcuno: dopo aver parlato a lungo, arriva un momento nel quale la presenza dell'altro diventa sufficiente. Così, davanti a Dio, l'anima impara semplicemente a rimanere.

Ed è forse proprio in quel rimanere che comprende qualcosa che nessun libro avrebbe potuto insegnarle: Dio non è soltanto una verità da conoscere, ma una Presenza davanti alla quale lasciarsi trasformare. E tuttavia, proprio perché la contemplazione è autentica, non può chiudersi in se stessa.

La contemplazione diventa servizio

La vita di Bonaventura mostra infatti che l'uomo che cerca Dio non viene sottratto alla realtà, ma vi ritorna con uno sguardo diverso.

Nel 1257 viene eletto ministro generale dell'Ordine francescano. È un incarico delicato, perché i Frati Minori sono ormai diventati una grande realtà e al loro interno non mancano tensioni e discussioni sul modo di vivere l'eredità di Francesco.

Bonaventura deve dunque governare, mediare, prendere decisioni, custodire l'unità. Deve fare i conti con uomini concreti, con problemi concreti, con una comunità che cresce e che non sempre è facile da guidare. La sua santità, a questo punto, non può più essere cercata soltanto nei libri o nei momenti di preghiera: deve misurarsi con la fatica quotidiana delle relazioni, delle responsabilità e delle scelte.

Ed è proprio qui che la sua esperienza spirituale acquista una nuova luce. Il contemplativo non è necessariamente colui che si allontana dagli uomini; può essere, al contrario, colui che, avendo imparato a cercare Dio, torna verso gli uomini con maggiore disponibilità al servizio.

Più tardi Bonaventura diventerà vescovo e cardinale e parteciperà al Concilio di Lione. Morirà proprio durante il Concilio, nel 1274, mentre ancora svolgeva il compito che la Chiesa gli aveva affidato.

La sua vita, dunque, non si conclude in un ritiro solitario, lontano dalla storia. Si conclude nel mezzo di una missione, tra le responsabilità della Chiesa e le vicende concrete degli uomini.

Ed è una conclusione che illumina tutto il cammino precedente: la strada verso Dio non lo ha portato lontano dagli uomini, ma lo ha riportato continuamente verso di loro.

Francesco e Bonaventura: la vita e la sapienza

Alla luce di questo, possiamo forse comprendere meglio anche il legame profondo tra san Francesco e san Bonaventura.

Francesco era stato soprattutto un uomo che aveva vissuto il Vangelo. Bonaventura fu l'uomo che cercò di comprendere e trasmettere ciò che quella vita significava. Francesco aveva mostrato con i gesti che cosa può accadere quando un uomo si affida completamente a Cristo; Bonaventura cercò di mostrare, con la teologia, perché quella vita fosse capace di condurre a Dio.

Uno parlava soprattutto attraverso la vita; l'altro attraverso la riflessione.

Ma la distinzione non deve farci pensare a due strade diverse. Al contrario, più si entra nel pensiero di Bonaventura, più ci si accorge che egli considera la vita di Francesco come una testimonianza concreta di ciò che la teologia cerca di esprimere. La riflessione non deve sostituire la vita: deve aiutarci a comprenderla e, attraverso quella comprensione, a viverla.

Per questo Bonaventura sentì così profondamente il bisogno di raccontare Francesco. Non voleva semplicemente conservare il ricordo di un grande uomo. Voleva custodire la testimonianza di qualcuno nel quale il Vangelo era diventato vita.

E, in fondo, anche qui ritorna la stessa domanda che aveva accompagnato il suo cammino: che cosa accade quando Cristo non rimane soltanto un'idea, ma diventa il centro dell'esistenza? La vita di Francesco gli aveva offerto una risposta. La sua stessa vita avrebbe cercato di offrirne un'altra.

Una strada ancora aperta

Quando si legge Bonaventura oggi, si potrebbe avere l'impressione di entrare in un mondo molto lontano. Eppure, dopo aver percorso per un po' il suo itinerario, ci si accorge che le distanze si accorciano.

Anche noi abbiamo davanti un mondo da guardare. Anche noi portiamo dentro di noi una domanda che non si lascia facilmente mettere a tacere. Anche noi conosciamo la fatica di cercare Dio e, nello stesso tempo, di sentirlo lontano. Anche noi possiamo accumulare conoscenze e rimanere interiormente affamati.

Forse è proprio questa la ragione per cui il cammino di Bonaventura continua a parlarci. Non perché ci offra una scorciatoia, né perché pretenda di eliminare la fatica della ricerca, ma perché ci ricorda che la ricerca stessa può diventare una strada verso Dio.

Si può cominciare dalle cose che abbiamo davanti agli occhi, imparando nuovamente a meravigliarsi. Si può poi rientrare nel silenzio del cuore, là dove incontriamo ciò che siamo veramente. E da lì volgere lo sguardo verso Cristo, scoprendo che il Dio che stavamo cercando è già venuto incontro a noi.

Non è un percorso da attraversare tutto in una volta. È un cammino nel quale la mente impara a cercare, il cuore impara ad amare e la vita impara lentamente a conformarsi a Colui che ha incontrato.

Forse, in fondo, è proprio questo che significa diventare santi: non diventare persone straordinarie agli occhi del mondo, ma permettere a Dio di trasformare, giorno dopo giorno, ciò che siamo.

La sapienza che diventa amore

Alla fine di questo lungo itinerario possiamo allora tornare al punto dal quale eravamo partiti. Bonaventura fu un uomo di grande intelligenza, un teologo raffinato, un uomo di governo e un pastore della Chiesa. Ma nessuna di queste cose, presa da sola, spiega la sua santità.

La sua santità sta nel fatto che cercò di tenere insieme ciò che spesso noi separiamo: la mente e il cuore, lo studio e la preghiera, la contemplazione e il servizio, la ricerca della verità e l'amore.

La sua intelligenza non lo allontanò dal mistero, ma lo condusse verso di esso. Il suo studio non lo rese orgoglioso, ma lo portò a riconoscere quanto grande fosse ciò che non poteva comprendere. La sua contemplazione non lo separò dagli uomini, ma lo rese capace di servirli. Alla fine del suo itinerario, la mente non ha conquistato Dio. Ha scoperto di essere stata cercata da Lui.

E forse è proprio questa la sorpresa più grande del viaggio cristiano: mentre noi pensiamo di essere alla ricerca di Dio, scopriamo che, da sempre, è Dio a cercare noi.

San Bonaventura ci accompagna fino a questa soglia. Ci invita a guardare il creato, poi a guardare dentro di noi, quindi a volgere lo sguardo verso Cristo. Ci insegna che la Croce è la misura dell'amore di Dio e che la conoscenza, quando è autentica, non può rimanere soltanto nella mente. Deve scendere nel cuore. E dal cuore deve arrivare alla vita.

Così il viaggio continua. Non termina con una risposta, ma con una Presenza; non con il possesso di una verità, ma con l'incontro con una Persona; non con la pretesa di aver finalmente compreso Dio, ma con la gioia di sapere che possiamo continuare a cercarlo, amarlo e lasciarci trasformare da Lui.

Forse è per questo che, a distanza di otto secoli, la voce di san Bonaventura non ci sembra affatto lontana. Ci ricorda semplicemente che la strada verso Dio può cominciare in un luogo molto vicino: nello stupore davanti a ciò che esiste, nel silenzio del nostro cuore e nello sguardo rivolto a Cristo.

E che, alla fine di quella strada, ciò che cerchiamo con la mente è Colui che il cuore desiderava già da sempre.

Una preghiera a san Bonaventura

Signore Gesù, insegnami a guardare il mondo con occhi nuovi, perché sappia riconoscere nelle tue creature le tracce della tua presenza; insegnami poi a rientrare nel silenzio del mio cuore, senza paura di incontrare le mie fragilità, le mie ferite e tutto ciò che ancora attende la tua misericordia.

Donami una mente che sappia cercare la verità con umiltà e un cuore capace di accogliere il mistero senza pretendere di possederlo. Fa' che lo studio mi renda più sapiente, ma soprattutto più umile; che la conoscenza mi conduca alla contemplazione e che la contemplazione mi renda più capace di amare.

Quando guarderò la tua Croce, fa' che sappia riconoscere non soltanto il dolore, ma l'amore con cui hai voluto raggiungere ogni uomo. Quando le parole non saranno più sufficienti, insegnami il silenzio della preghiera e la fiducia di chi sa semplicemente rimanere alla tua presenza.

Come san Bonaventura, fa' che la mia mente ti cerchi, che il mio cuore ti ami e che la mia vita possa diventare, giorno dopo giorno, una risposta al tuo amore.

Conducimi, Signore, dalla conoscenza all'amore, dall'amore alla contemplazione e dalla contemplazione al servizio.

E fa' che, lungo ogni strada della mia vita, io non smetta mai di cercare Te.

Amen.

giovedì 1 ottobre 2026

«Non abbandonarci»? Perché la nuova formula del Padre Nostro ferisce la Tradizione



Quante volte, nell’intimità della Santa Messa, vi è capitato di avvertire una strana nota stonata sul finale del Padre Nostro? Quel «non abbandonarci alla tentazione», introdotto di recente nel Messale, continua a suonare alieno a molti fedeli. E non è una questione di pigrizia intellettuale, né una sterile nostalgia per le abitudini del passato. Dietro quella che è stata presentata come una semplice carezza pastorale per l’uomo moderno si nasconde, in realtà, una ferita profonda inferta sia alla fedeltà della Scrittura, sia all’architettura stessa della teologia cattolica.
Cerchiamo di guardare la questione da vicino, con la schiettezza che si deve alle cose sacre, per capire perché questa scelta non è solo discutibile, ma profondamente fuorviante.

Il tradimento della Parola ispirata
Il primo nodo da sciogliere riguarda l'onestà verso il testo. Nei Vangeli di Matteo e di Luca, scritti in greco, l'espressione consegnata da Cristo è καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. Il verbo cardine è eisférō, la cui traduzione letterale non lascia spazio a equivoci: significa "introdurre", "condurre dentro", "portare verso". Non esiste alcun dizionario di greco antico che permetta di tradurre questo termine con "abbandonare".
Quando San Girolamo affrontò la monumentale impresa della Vulgata – la traduzione latina della Bibbia dichiarata autentica e priva di errori dogmatici dal Concilio di Trento –, si mantenne rigorosamente fedele all'originale: et ne nos inducas in tentationem. Da qui il nostro secolare «non ci indurre in tentazione».
Sostituendo il verbo originale con "non abbandonarci", non si è compiuta un'opera di traduzione, ma una riscrittura ideologica. Si è preferito sovrapporre un’interpretazione umana alla Parola ispirata da Dio. Ma la liturgia ha il compito di custodire il Testo Sacro, non di correggerlo per renderlo più accomodante.

Il mistero della prova e il silenzio del deserto
La giustificazione avanzata per sostenere il cambiamento è nota: l'idea che un Dio buono non possa spingere i propri figli verso il peccato. Questo argomento, sebbene mosso da un intento rassicurante, finisce per appiattire la complessa profondità della dottrina cattolica, che da sempre distingue tra la volontà positiva di Dio e la Sua volontà permissiva. Dio non desidera il male, ma permette la prova.
I Vangeli sono chiarissimi su questo punto. Subito dopo il Battesimo nel Giordano, Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4,1). È lo Spirito Santo a guidarlo verso quel perimetro di scontro. Nella prospettiva cristiana, infatti, la prova non è un tranello sadico teso dal Creatore, ma il terreno necessario del combattimento spirituale, una scuola di purificazione in cui la fede si tempra.
Con la formula tradizionale chiedevamo: «Padre, non portarci dentro quel combattimento se sai che le nostre forze vacilleranno; non permettere che siamo messi alla prova oltre ciò che possiamo sopportare». Con il nuovo "non abbandonarci", la vertigine di questo totale affidamento alla Provvidenza svanisce, sostituita da un concetto radicalmente diverso.

La lezione di Benedetto XVI: l'umiltà del limite
Su questo crinale teologico, la riflessione più limpida ci è stata lasciata da Papa Benedetto XVI. Nel suo saggio «Gesù di Nazaret», Joseph Ratzinger affrontò la sesta domanda del Padre Nostro rifiutando categoricamente l'idea di alterare le parole di Cristo, e mostrandone invece la straordinaria densità spirituale.
Ratzinger spiegava che il «non ci indurre» è l'invocazione di un figlio che conosce la propria miseria. È il grido di chi dice a Dio:
«So che la mia natura ha bisogno di essere provata per farsi pura. Ma se decidi di aprirmi la strada del deserto, ti prego, commisura la prova alle mie spalle. Tieni salda la fune, non allentare la presa».
Per offrire un'immagine concreta, il Papa emerito evocava il Libro di Giobbe. In quelle pagine, Dio concede a Satana il permesso di mettere alla prova il Suo servo, ma traccia un confine invalicabile: il demonio può colpire i suoi beni e la sua carne, ma non può toccare la sua vita.
Il senso profondo dell'originale risiede precisamente in questo: chiedere a Dio di porre un limite fisso e invalicabile al potere del Maligno. Scegliendo di cancellare il verbo causativo, si è preferito eliminare il problema testuale piuttosto che prendersi la briga di spiegarlo ai fedeli nei banchi.

Lo spostamento della responsabilità
La formula «non abbandonarci alla tentazione» produce anche un sottile ma pericoloso ribaltamento psicologico. Sembra suggerire che il pericolo maggiore per il fedele sia l’inconstanza di Dio, il rischio che il Padre possa improvvisamente voltarsi dall'altra parte e lasciarci soli.
Ma l'abbandono di Dio è un'impossibilità teologica. Cristo ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il problema non è mai la fedeltà del Creatore, ma la fragilità della creatura. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al paragrafo 2846) rammenta che il nucleo della domanda è chiedere di «non permettere di entrare» nella logica del peccato.
Sostituire la drammaticità di questa implorazione con una formula morbida e rassicurante finisce per anestetizzare la percezione della lotta contro il male e ad attutire il senso della responsabilità umana.

Una scelta di fedeltà interiore
La Tradizione della Chiesa non è un relitto archeologico da ammirare con distacco, ma una roccia viva su cui poggiare i piedi. Modificare una preghiera millenaria, pronunciata da generazioni di santi e martiri nella sua forma causativa originale, per inseguire una presunta leggibilità contemporanea, si è rivelato un errore di prospettiva che ha impoverito la liturgia e privato la preghiera della sua necessaria tensione biblica.
L'obbedienza ecclesiale richiede il rispetto delle norme comunitarie, ma l'obbedienza alla Verità storica e teologica custodita per secoli chiede qualcosa di più profondo. Per questa ragione, pur sedendo tra i banchi durante la Messa domenicale, io continuerò a pronunciare e non sottovoce le parole di sempre: «Non ci indurre in tentazione». È il mio modo per non interrompere quel filo invisibile che mi lega alla fede dei padri, per guardare in faccia il mistero della prova e per invocare il Padre sapendo che Lui non mi abbandona, ma che a me spetta il compito di restare vigilante nel glorioso combattimento della vita cristiana.

giovedì 9 ottobre 2025

Abbiamo bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo

 




C’è un vuoto dentro ogni essere umano che nessuna conquista materiale, nessun successo personale e nessuna relazione puramente terrena riescono a colmare. È il vuoto di Dio. L’uomo moderno, nella sua corsa verso l’autonomia assoluta, si è illuso di poter bastare a sé stesso, di poter dare un senso alla propria esistenza senza fare riferimento al suo Creatore. Ma la sete di infinito che abita il cuore umano — quella che Sant’Agostino riconobbe con le parole: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” — continua a gridare dentro ciascuno di noi.

L’uomo che non vuole guardarsi dentro. 

Scendere in profondità nel proprio cuore è un atto che richiede coraggio. Significa smettere di nascondersi dietro l’apparenza, dietro la produttività, dietro l’illusione di controllo. È un passo che la cultura contemporanea scoraggia bombardandoci con messaggi fallaci e menzogneri: siamo invitati a “sentirci bene” ma non a interrogarci sul senso. Eppure, è solo lì, nel silenzio e nella verità di noi stessi, che emerge il bisogno più radicale dell’uomo — il bisogno di un Altro che dia consistenza e senso al nostro essere.

Quando l’uomo rimuove Dio dalla propria vita, non si libera: si perde. La storia moderna ne è testimone. Le ideologie materialiste e nichiliste hanno promesso emancipazione, ma hanno prodotto alienazione. Hanno tolto Dio, ma con Lui hanno tolto anche la verità sull’uomo. Benedetto XVI lo ha espresso con lucidità: “Quando si esclude Dio, non si eleva l’uomo, lo si abbandona.”

Il mondo senza Dio diventa un deserto interiore. 

Le società che hanno voluto sostituire Dio con il benessere economico, la tecnica o il potere, si ritrovano oggi afflitte da nuove forme di schiavitù: depressione, solitudine, perdita di significato, violenza gratuita. È come se l’umanità avesse voluto tagliare le radici per sentirsi più libera, scoprendo invece di non saper più respirare. Giovanni Paolo II ricordava che “l’uomo non può vivere senza amore”: non l’amore come emozione passeggera, ma come partecipazione al mistero stesso di Dio, che è Amore.

Il seme della superbia, che fin dall’inizio spinse Adamo a voler “essere come Dio”, continua a germogliare nel cuore dell’uomo di oggi. È la stessa tentazione di ogni epoca: credere che la felicità consista nell’autosufficienza. Ma senza Dio, l’uomo diventa schiavo dei suoi stessi desideri, vittima della sua stessa fame di senso. Noi stessi possiamo verificarne le nefaste conseguenze. Viviamo in un tempo in cui la verità sembra divenuta relativa, manipolabile, piegata agli interessi del momento. I mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere strumenti di luce e conoscenza, spesso invece alimentano deliberatamente confusione, paura, divisione. L’epoca recente ha mostrato in modo drammatico quanto l’uomo, privo di un riferimento trascendente, possa smarrire il discernimento e consegnarsi docilmente alla menzogna.

La menzogna tacciata per verità 

Durante le crisi globali — sanitarie, politiche o economiche — si è manifestata con forza la gravissima fragilità spirituale del nostro tempo: la paura ha sostituito la fiducia, il sospetto ha distrutto la comunione, l’ansia di sicurezza ha reso molti incapaci di abbandonarsi alla Provvidenza, inducendo milioni di persone a credere ciecamente alla menzogna rassicurante. In un mondo che ha smesso di cercare la Verità, diventa facile credere a qualunque versione parziale della realtà. Oggi infatti viviamo in un’epoca in cui la falsità ha assunto un volto rispettabile e la manipolazione si è travestita da bene comune. Ciò che un tempo veniva riconosciuto come inganno oggi viene applaudito come progresso. Mai come ora l’uomo ha creduto tanto di sapere, e mai come ora si è dimostrato tanto cieco. La corsa alla tecnologia, la fiducia cieca nella scienza slegata dall’etica, la comunicazione ridotta a strumento di consenso: tutto questo ha mostrato la fragilità di un mondo che ha voluto sostituire Dio con sé stesso.

Gli ultimi anni hanno messo in luce in modo drammatico questa deriva. Intere popolazioni, smarrite dalla paura, si sono consegnate a poteri che promettevano salvezza ma rinnegavano la verità. Si è creduto a ciò che veniva ripetuto con forza, non a ciò che resisteva alla prova della coscienza. Si è scelto di fidarsi degli uomini invece che di Dio. E il prezzo di questa fiducia mal riposta è stato alto: solitudini, divisioni, un dolore profondo che ancora chiede guarigione. Il punto non è la scienza in sé, ma l’uso idolatrico che ne è stato fatto: l’uomo che si proclama salvatore di sé stesso dimentica che solo Dio salva davvero. Quando la ragione si separa dalla fede, la conoscenza si perverte in potere, e il potere — senza amore — diventa tirannia. Benedetto XVI lo aveva previsto: “Un mondo senza Dio diventa un mondo senza speranza.”

Le conseguenze di questo distacco sono sotto gli occhi di tutti: una società che diffida del prossimo, che teme il futuro, che ha perso il gusto della verità. La menzogna ripetuta e presentata come soluzione ha avvelenato le relazioni e confuso le coscienze. Ma Cristo è venuto proprio per questo: per rendere testimonianza alla Verità. Solo in Lui l’uomo può ritrovare il coraggio di credere, di pensare, di amare. Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ci ricorda che “senza verità, la carità degenera nel sentimentalismo” e che solo radicando la vita nella verità di Dio possiamo resistere alla manipolazione e alla paura. Il vuoto lasciato da Dio non resta mai neutro: viene riempito da nuove idolatrie — la tecnica, l’economia, l’informazione — che si trasformano in strumenti di dominio.

Il riparo nell'umiltà

Come si guarisce questa ferita spirituale? Con l’umiltà. Il primo passo è riconoscere la propria condizione di necessità che Papa Francesco indica spesso come la “beatitudine della mancanza”: quella che apre lo spazio per l’accoglienza della grazia. Ritrovare Dio significa anche ritrovare sé stessi. San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza: “L’uomo non può comprendere se stesso pienamente senza Cristo.” Solo riscoprendo la luce del Verbo incarnato, l’essere umano scopre di essere amato, perdonato, chiamato. Lontano da Dio, l’uomo è un enigma irrisolto; con Dio, ogni frammento della sua vita trova un posto nel mosaico dell’eternità.

È tempo di un risveglio spirituale. La verità è una sola, ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il Signore.

Ed allora, quali possono essere i cammini concreti per ritrovare Dio? La preghiera è la strada maestra: solo lasciando spazio al dialogo con Dio l’uomo si riscopre figlio e non padrone della vita. I Sacramenti sono luoghi di guarigione dove la Grazia opera nel profondo. Un altro aspetto da affrontare è la ricerca della verità: come invitava Benedetto XVI, è urgente una “nuova evangelizzazione dell’intelligenza”, capace di ricucire fede e ragione impropriamente separate dall’uomo, ma mai dalla Chiesa. Ed infine una carità fattiva: In un mondo che misura tutto in termini di utilità, l’amore gratuito è la più concreta testimonianza della presenza di Dio.

Abbiamo dunque bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo. Egli non è un limite alla nostra libertà, ma la condizione perché essa si realizzi pienamente. Senza di Lui, l’uomo perde la direzione e si smarrisce nel deserto dell’autosufficienza. Con Lui, ogni domanda, ogni dolore, ogni desiderio trova un senso. Non serve inventare un nuovo umanesimo: basta tornare a riconoscere che l’uomo è veramente uomo solo quando si lascia amare da Dio. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Tutto comincia con la preghiera e termina con la preghiera. Se non preghiamo, non possiamo vedere Dio in chi ci sta accanto.”

E forse è proprio da qui che può rinascere il mondo: dal riconoscere, umilmente, che Dio ci è necessario come l’aria che respiriamo.

venerdì 19 settembre 2025

L’assassinio di Charlie Kirk e la crisi dell’Occidente

 

Foto tratta dal web
Charlie Kirk

                                   

L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto durante un incontro pubblico in Utah, ha scosso profondamente non solo il mondo politico americano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Non si tratta di una morte come le altre: hanno colpito un uomo, giovane marito e padre, ma anche un simbolo di impegno, di speranza, di dedizione a una causa che, al di là delle appartenenze, aveva il coraggio di interpellare le coscienze.

Charlie Kirk, pur non essendo cattolico, viveva un dialogo quotidiano con la fede della moglie e con tanti credenti che lo hanno incrociato nel suo percorso. La sua vita non era esente da limiti, ma ha tentato con il suo impegno di dare un senso a chi lo aveva perduto, di offrire parole di orientamento a giovani smarriti, a persone disadattate che cercavano una via di ritorno alla preghiera, alla speranza, alla fede.

La brutalità con cui è stato strappato alla vita e le gravissime espressioni di esultanza provenienti da varie parti del mondo alla notizia della sua morte, richiamano un problema che prima di essere politico o di sicurezza, è soprattutto un problema che ha radici molto più profonde. È il sintomo del degrado morale e civile che segna la nostra epoca. In troppe parti del mondo occidentale assistiamo a una progressiva demolizione dei valori universali che dovrebbero essere condivisi da tutti: il bene, la pace, l’amore, la libertà di opinione, il confronto civile. Al loro posto cresce un linguaggio d’odio, una violenza diffusa, un clima di sospetto e di aggressività che disumanizza l’uomo e lo priva della sua dignità più profonda. Questa modalità è oggi diffusa in vastissimi ambiti e raggiunge moltissime fasce della popolazione. Spesso i nostri stessi colleghi, amici e conoscenti sono caduti nella trappola di questa mentalità polarizzante e mortificante che non riesce a oltrepassare i confini della decenza e del rispetto della dignità altrui. Da qui l'inquietante realtà che ci circonda: persone comuni che giustificano il più barbaro degli assassinii. 

Viviamo in un tempo in cui il livello di appiattimento morale ed etico delle masse ha raggiunto proporzioni inquietanti. Non è un fenomeno casuale né spontaneo: esso è il frutto di un disegno coltivato da decenni da élite che hanno come unico scopo la sottomissione dell’uomo. Non parliamo qui di una semplice “influenza culturale” o di un normale confronto di idee, ma di un progetto deliberato di svuotamento interiore, volto a trasformare le persone in una massa informe, priva di senso critico, incapace di discernere il bene dal male, male che, oggi più che mai, viene sostituito, attraverso la menzogna, al bene stesso.

Questa manipolazione avviene attraverso molteplici strumenti: i mezzi di comunicazione che diffondono un pensiero unico; il sistema educativo che spesso abdica al compito di formare coscienze libere e si limita a trasmettere nozioni utili solo al mercato, se non addirittura deleterie della stessa dignità umana; la cultura del consumo che induce dipendenze continue; la politica che, più che difendere l’uomo e i suoi valori, diventa complice di tali dinamiche in nome della stabilità o del consenso. Il tutto viene giustificato con parole nobili — progresso, inclusione, libertà — che però nascondono un vuoto, e spesso un inganno.

Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, ammoniva che una società che non riconosce più valori morali oggettivi si espone a una nuova forma di totalitarismo, magari più sottile, ma non meno oppressivo. Benedetto XVI, con lucidità profetica, ha più volte denunciato la “dittatura del relativismo”, quella mentalità che cancella ogni verità in nome di una libertà apparente, che però lascia l’uomo in balìa del più forte, del più aggressivo, del più rumoroso. Già Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva messo in guardia dall’illusione di un progresso che dimentica Dio e riduce l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo sociale o economico: togliendo il fondamento trascendente, l’edificio civile non può che crollare.

Charlie Kirk, con i suoi limiti e la sua passione, aveva intuito questo meccanismo e non aveva paura di denunciarlo. Per questo molti lo consideravano scomodo. Non si trattava semplicemente di posizioni politiche: egli aveva compreso che dietro la crisi morale e sociale del nostro tempo c’è un attacco radicale alla libertà e alla dignità dell’uomo. La sua voce, rivolta soprattutto ai giovani, cercava di risvegliare coscienze assopite, di smascherare i meccanismi di manipolazione che trasformano gli individui in numeri, in consumatori, in ingranaggi senza identità.

Come difendersi da questo attacco? Innanzitutto tornando a formare coscienze libere, radicate nella verità e non nel relativismo. Difendendosi dall’omologazione che svuota l’individuo di responsabilità e discernimento. Coltivando comunità in cui il confronto sia reale e non pilotato, in cui il bene non sia confuso con il male. Ritornando a Dio, perché solo in Lui l’uomo trova il criterio ultimo della sua dignità e la forza per opporsi all’ingiustizia.

Il Cardinale Sarah ha detto con chiarezza che l’Occidente ha sulla coscienza il rifiuto di Dio. In questo rifiuto affonda le radici la nostra crisi: quando si nega Dio, inevitabilmente si nega anche l’uomo, perché è da Dio che l’uomo riceve la sua dignità inalienabile. È un rifiuto che genera vuoto, che apre la porta all’odio, all’individualismo, alla disgregazione.

L’assassinio di Charlie Kirk non è una semplice tragedia: è la spia di una malattia più ampia. Se persino il confronto politico, che dovrebbe essere palestra di idee e di visioni differenti, diventa terreno di sangue, quale futuro attende le nostre società? Se l’odio viene giustificato, se il male viene travestito da bene, se chi osa professare ideali o valori viene ridotto al silenzio con la violenza, che mondo consegneremo alle generazioni che verranno?

La morte di Charlie Kirk, allora, non può essere solo compianta. Deve diventare per tutti un richiamo a riprendere in mano il timone della storia, a non lasciare che la corrente del disfattismo e dell’odio trascini via il meglio della nostra civiltà. È tempo di agire concretamente, di combattere coloro che odiano l’uomo e vogliono ridurlo a schiavo di ideologie o interessi che lo separano dal bene.

Se oggi non ritroviamo il coraggio di riaffermare i valori veri e universali, se non rimettiamo Dio al centro del nostro vivere sociale e personale, il futuro sarà solo un moltiplicarsi di tragedie come questa. Ma se sapremo riscoprire la forza della fede, il rispetto reciproco, l’amore alla verità, allora il sacrificio di Charlie non sarà stato vano: resterà come testimonianza di una resistenza possibile, di una lotta che vale la pena di combattere.

Caro Charlie, la tua vita non è stata vana. La tua testimonianza porterà frutto. La tua ricompensa sarà eterna e nessuno potrà rubartela mai. 

A Dio caro fratello in Cristo!

(Foto tratta dal web)

sabato 6 settembre 2025

«Verso l’alto»: perché la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati parla a tutti e non solo ai giovani.

 




Domattina, domenica 7 settembre 2025, alle ore 10:00 in Piazza San Pietro, la Chiesa proclamerà santo Pier Giorgio Frassati insieme a Carlo Acutis, nella prima canonizzazione del pontificato di Papa Leone XIV. Un momento atteso da decenni da fedeli di tutto il mondo, che vedranno finalmente riconosciuta ufficialmente la santità di un giovane laico capace di unire preghiera, amicizia, studio, sport e carità operosa. VaticanoGiubileo 2025Vatican News

Come abbiamo già raccontato in questo blog, Frassati è una figura che “parla” al cuore dei ragazzi: non perché perfetto, ma perché integralmente umano, innamorato di Cristo e dei fratelli. La sua beatificazione del 20 maggio 1990 accese un entusiasmo che non si è mai spento; da allora l’attesa di chiamarlo “Santo” è cresciuta anno dopo anno nelle parrocchie, nei movimenti giovanili, nelle scuole e nelle università. Vaticano

Un santo della porta accanto: fede, amicizia, montagna, città

Pier Giorgio (Torino, 1901–1925) è stato studente universitario, terziario domenicano, appassionato di montagna e — soprattutto — fratello dei poveri. Nelle conferenze della San Vincenzo e nelle strade della sua città imparò a riconoscere il volto di Cristo negli ultimi. Non si accontentava di “fare del bene”: desiderava che il Vangelo fermentasse le strutture della società. Quella miscela di Eucaristia quotidiana, Rosario, amicizia leale, allegria, servizio e impegno civile lo rese libero e attrattivo.

Il suo celebre “Verso l’alto” — scritto sul retro di una foto della sua ultima scalata — non è uno slogan estetico, ma un programma di vita: tendere al Cielo attraversando con serietà le responsabilità di ogni giorno. È per questo che Pier Giorgio continua a indicare ai giovani una rotta concreta verso Dio, senza evasioni. FrassatiUSA, Inc.USCCB



Perché questa canonizzazione è così importante

1) È un sigillo ecclesiale su una pedagogia della santità feriale. Con Pier Giorgio la Chiesa ribadisce che la santità non è riservata a chi vive in clausura o svolge ministeri ordinati: è la via di tutti, percorribile dentro lo studio, il lavoro, lo sport, la politica, l’amicizia. In un’epoca che spesso separa spiritualità e vita quotidiana, Frassati ricuce l’unità.

2) È una risposta ai desideri dei giovani. I ragazzi non cercano star morali, ma testimoni credibili. Pier Giorgio non predicava dall’alto: condivideva gite, esami, delusioni e scherzi, e da lì invitava a scelte grandi. La sua gioia robusta — capace di sacrificio, non di superficie — mostra che il Vangelo non ruba nulla, ma dilata la libertà.

3) È un atto di memoria e di profezia sociale. Il giovane torinese fu “uomo delle Beatitudini”, come lo definì San Giovanni Paolo II, capace di tradurre misericordia e giustizia in gesti concreti. In un contesto segnato da disuguaglianze, precarietà e solitudini, la sua canonizzazione ricorda alla comunità cristiana che l’adorazione di Dio e la scelta degli ultimi sono inseparabili. EWTN VaticanCatholic Review

4) È un dono per l’Anno Giubilare della Speranza. Non è casuale che il rito avvenga in questo 2025 giubilare, e che sia tra le prime canonizzazioni di Papa Leone XIV: la Chiesa ci indica due giovani — Frassati e Acutis — come compagni di strada per riaprire alla speranza la vita di tanti. Vatican News


Che cosa dice ai giovani di oggi

  • Amare Dio con tutto e dentro tutto. Pier Giorgio non “aggiungeva” preghiere alla vita: abitava la vita con un cuore pregante. L’Eucaristia quotidiana gli dava tono, il Rosario concretezza, la Parola criteri.

  • Custodire amicizie vere. Il suo gruppo di amici — tra studio, escursioni e carità — dimostra che la santità è sempre corale. Nessuno si salva da solo.

  • Servire senza rumore. La carità discreta fu il suo stile: visite agli ammalati, farmaci pagati, tempo donato. Oggi, dove tutto si posta, Frassati invita a una gratuità senza hashtag.

  • Tenere insieme vette e periferie. Le vette della montagna allenavano il suo sguardo a cercare l’Assoluto; le periferie della città gli insegnavano dove abita Cristo. Due movimenti che si richiamano e si equilibrano.



Quattro passi pratici per camminare “con” Pier Giorgio
  1. Un’ora per gli altri ogni settimana. Scegli un servizio stabile (mensa, doposcuola, visita agli anziani). La fedeltà trasforma più dei gesti eclatanti.

  2. Una vetta al mese. Materiale o simbolica: una camminata in natura, o la “salita” interiore di una rinuncia, di un perdono, di un sì generoso.

  3. Parola–Altare–Poveri. Tre appuntamenti fissi: Vangelo quotidiano, Messa almeno la domenica (meglio anche in un giorno feriale), incontro reale con chi ha bisogno.

  4. Un gruppo di compagni di viaggio. Crea o raggiungi una fraternità (parrocchia, università, movimento): condividete preghiera, studio, servizio e… risate. La santità è contagiosa.



Un’attesa lunga, un grazie dovuto

Questa canonizzazione è stata sperata e preparata per lunghissimo tempo. Ancora molto prima del 1990, quando la Chiesa riconobbe ufficialmente l’eroicità di Pier Giorgio, migliaia di giovani hanno preso il suo nome per oratori, scuole, gruppi, case di accoglienza; quanti racconti di conversioni, vocazioni, guarigioni interiori! Domani quel fiume sommerso salirà in superficie nella grande liturgia di San Pietro, ricordandoci che la santità è aperta a tutti coloro che rispondono positivamente e fattivamente ad una chiamata che, per realizzarsi, si deve accogliere.

Come seguire e unirsi alla preghiera

Il rito di canonizzazione inizierà alle 10:00 (ora di Roma) in Piazza San Pietro e non richiede biglietti; l’accesso in piazza è previsto dalle 8:00. Chi non potrà essere presente fisicamente potrà partecipare spiritualmente unendosi alla Messa attraverso le trasmissioni televisive e le dirette delle principali emittenti cattoliche. VaticanoGiubileo 2025


Preghiera breve
Signore Gesù, che hai acceso nel cuore di Pier Giorgio l’amore per Te e per i fratelli, dona anche a noi la sua gioia semplice, la sua audacia evangelica, la sua passione per la santità. Fa’ che, guidati dalla sua intercessione, non ci accontentiamo di poco ma camminiamo ogni giorno “verso l’alto”, fino a Te. Amen.

Domani, sotto il cielo di Roma, la Chiesa canterà il “Gloria” con un nome in più. E non sarà solo il nome di Pier Giorgio Frassati: sarà il nome di tanti giovani che, guardando a lui, ricominceranno a credere che la santità è possibile — e bella — anche per loro.


Foto dal web.