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domenica 4 ottobre 2026

San Francesco, il santo che non si lascia addomesticare

 


E no, non ci sto più ad ascoltare parole vuote sulla figura di un grande santo della Chiesa Cattolica. Da decenni è in atto una sorta di rappresentazione mistificata di san Francesco, nella quale vengono continuamente ignorati, quando non addirittura disprezzati, i suoi veri intenti e le sue autentiche intenzioni. Che le persone vengano così ingannate su temi tanto importanti come la fede e la salvezza eterna è profondamente ingiusto e deve essere apertamente denunciato.

Per questo mi preme sottolineare proprio quegli aspetti della sua figura che sono stati maggiormente profanati e deformati. Primo fra tutti, il tentativo di togliere a Francesco ciò che costituiva il centro assoluto della sua esistenza: il suo profondissimo amore per Dio. Francesco non può essere compreso se si mette Dio ai margini della sua vita, perché il suo centro era Dio e soltanto in Lui è possibile leggere fino in fondo la sua breve ma straordinaria esistenza.

Tutta la rivoluzione che Francesco ha lasciato nel mondo nasceva infatti da Dio, dalla Sua grazia e dal Suo beneplacito, che in quel giovane uomo trovò un’anima mite, docile e profondamente abbandonata alla Sua Santissima Volontà. È in questo totale abbassamento di Francesco davanti a Dio che dobbiamo leggere ogni sua azione, ogni sua parola, ogni sua scelta e, in definitiva, tutta la sua eredità.

Se si cancella questo, di Francesco rimane soltanto una maschera: un personaggio buono, innocuo e facilmente adattabile alle idee del momento. Ma il vero Francesco non è questo. Il vero Francesco è l’uomo che ha lasciato che Dio prendesse possesso della sua vita e la trasformasse radicalmente.

Ed è proprio qui che dobbiamo tornare: non al Francesco costruito dalle parole del mondo, ma al Francesco delle fonti; non al Francesco che ci fa comodo, ma a quello che ci mette davanti a Cristo e ci costringe, con la sua stessa vita, a prendere sul serio Dio, il Vangelo, la Chiesa, la conversione e la salvezza.

Solo allora potremo comprendere la realtà meravigliosa che questo santo ci ha donato. Perché Francesco non ci ha lasciato semplicemente un modello di bontà: ci ha mostrato cosa può accadere quando un uomo, senza più riserve, si abbandona nelle mani di Dio.

Nel suo Testamento non dice di essersi costruito da solo il proprio ideale di santità. Dice piuttosto: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza» e «il Signore stesso mi condusse tra loro». La sua non è dunque la storia di un uomo che inventa una nuova filosofia della vita, ma quella di un uomo che si lascia conquistare da Dio.

Un santo cattolico, non un riformatore moderno

Francesco non fondò una religione alternativa al cristianesimo del suo tempo. Non contrappose il “vero Vangelo” alla Chiesa. Al contrario, volle vivere il Vangelo nella Chiesa e sotto la Chiesa. La sua radicalità non fu ribellione: fu obbedienza. E nemmeno la sua povertà fu un programma sociale ante litteram. Francesco non voleva semplicemente possedere meno: voleva appartenere interamente a Cristo. Non cercava una liberazione dalle strutture della società, ma la libertà interiore necessaria per seguire il Signore senza riserve. È questa la chiave senza la quale il Poverello diventa irriconoscibile.

Francesco voleva convertire il mondo a Cristo

C'è poi un altro aspetto che la rappresentazione contemporanea tende spesso a sfumare: Francesco era un missionario. La sua apertura verso i musulmani non nasce dall'inammissibile idea secondo cui tutte le religioni sarebbero semplicemente vie equivalenti verso Dio. Francesco voleva incontrare i «Saraceni e altri infedeli» perché desiderava annunciare loro Cristo. La Regola non bollata è esplicita: i frati possono vivere tra i musulmani senza «liti né contese», ma, quando vedranno che «piace al Signore», devono «annunziare la parola di Dio», affinché gli uomini «credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo» e «siano battezzati e divengano cristiani».

Questa è la missione francescana: carità, mitezza e rispetto della persona, certamente; ma senza rinunciare alla verità del Vangelo. Ed è proprio qui che l'immagine edulcorata di Francesco comincia a incrinarsi.



Francesco e il sultano: una pagina che non si può riscrivere

Nel 1219 Francesco attraversò le linee del conflitto e si presentò al sultano d'Egitto al-Malik al-Kāmil. È uno degli episodi più celebri della sua vita. Ma spesso viene raccontato come se Francesco fosse andato semplicemente a predicare la pace, anticipando il moderno e spesso fuorviante dialogo interreligioso. Le fonti raccontano qualcosa di molto più radicale. Francesco va dal sultano per testimoniare Cristo. 

San Bonaventura descriverà il viaggio come espressione del suo «ardore della carità» e del «desiderio del martirio». Non è un diplomatico moderno: è un miles Christi, un uomo disposto a rischiare la vita per la fede. E soprattutto, nelle Fonti Francescane, troviamo una testimonianza che non può essere semplicemente aggirata o reinterpretata secondo i nostri gusti.

Il sultano gli obietta che, se il Vangelo insegna ai cristiani a non rendere male per male, essi non dovrebbero imbracciare le armi contro i loro nemici. La risposta attribuita a Francesco è sorprendentemente netta.

Dopo aver richiamato l'insegnamento evangelico, egli arriva a dire:

«Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete.»

E subito dopo aggiunge:

«Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi.»

Sono parole difficili da conciliare con il Francesco pacifista assoluto che talvolta viene presentato.

E non occorre edulcorarle.

Francesco non dichiara ingiusta la difesa della Terra Santa. Non rimprovera i cristiani perché combattono. Non sostiene che la fede cristiana imponga di lasciare senza difesa le terre cristiane, le chiese e i cristiani aggrediti. Al contrario, nel testo delle Fonti Francescane egli afferma esplicitamente che i cristiani agiscono «secondo massima giustizia» quando combattono nelle circostanze che egli stesso elenca. Questo non significa trasformare Francesco in un teorico della guerra o attribuirgli una dottrina moderna della “guerra santa”. Significa semplicemente lasciare che sia il testo a parlare. E il testo parla con chiarezza.

Pace non significa resa

Questo episodio permette di comprendere anche un equivoco più generale. Francesco amava la pace, ma non identificava la pace con la resa davanti all'aggressore. Amava il nemico, ma ciò non significava considerare il male innocuo. Desiderava la conversione del musulmano, ma non per questo considerava irrilevante la difesa del cristiano. La frase conclusiva rivela perfettamente questa logica: se i musulmani conoscessero e rispettassero il «Creatore e Redentore del mondo» e lasciassero in pace i cristiani, allora questi ultimi li amerebbero «come se stessi». La carità non cancella la verità. La misericordia non cancella la giustizia. La pace non cancella il diritto alla difesa. Questo è il Francesco delle fonti, non quello costruito dalle nostre categorie.




Il creato non è Dio

Lo stesso errore si compie quando si trasforma Francesco nel precursore dell'ambientalismo contemporaneo. Francesco amava profondamente il creato. Ma proprio perché credeva nel Creatore. Il Cantico delle creature non è un inno alla natura separata da Dio. Comincia con la lode all'«Altissimo, onnipotente, bon Signore». Il sole, l'acqua, il fuoco, la terra sono fratelli e sorelle perché sono creature dello stesso Dio. Francesco non adorava il creato: adorava il Creatore. E la stessa logica vale per il povero, il lebbroso e l'uomo sofferente. Francesco non li amava perché avesse elaborato una teoria sociale dell'emarginazione. Li amava perché aveva incontrato Cristo.

Un uomo che non può essere ridotto

Ecco allora perché Francesco continua a sfuggire alle nostre categorie.

Possiamo chiamarlo uomo della pace, ma dobbiamo ricordare che difese la legittimità della guerra contro chi aggrediva la cristianità. Possiamo chiamarlo uomo del dialogo, ma dobbiamo ricordare che quando andò dal sultano fu solo per annunciargli Cristo e convertirlo. Possiamo chiamarlo uomo della fraternità, ma dobbiamo ricordare che la sua fraternità nasceva dalla comune appartenenza al Creatore, non dall'indifferenza verso la verità. Possiamo chiamarlo uomo del creato, ma dobbiamo ricordare che per lui ogni creatura conduceva al Creatore. Possiamo chiamarlo uomo dei poveri, ma dobbiamo ricordare che nel povero egli cercava Cristo. E soprattutto possiamo chiamarlo uomo della pace, purché non trasformiamo la sua pace in un idolo moderno che renda incomprensibili le sue stesse parole.

Francesco non ha bisogno di essere corretto

La vera grandezza di Francesco sta proprio qui: non ha bisogno di essere reso più moderno per essere attuale. Non abbiamo bisogno di trasformarlo in ciò che vorremmo che fosse. Non abbiamo bisogno di strappargli il Crocifisso per consegnarlo alla cultura contemporanea come icona dell'ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso, Francesco è infinitamente più grande di queste riduzioni. 

Soprattutto non dobbiamo strappargli il Crocifisso per consegnare il santo alla cultura contemporanea come icona dell’ecologia, del pacifismo o del relativismo religioso. È proprio questa rilettura selettiva a rischiare di tradirne l’identità: si conserva il Francesco che piace al nostro tempo e si dimentica il Francesco radicalmente conformato a Cristo crocifisso.

La sua povertà, la fraternità, la pace e l’amore per il creato non sono valori autonomi, separabili dalla sua fede, ma scaturiscono tutti dalla sequela del Crocifisso. Tutta la sua vita è stata una conformazione a Cristo, fino alle stimmate, segno visibile di questa identificazione con la Passione. Per questo non si può celebrare il Francesco della fraternità e del creato cancellando il Francesco della Croce: sarebbe ridurlo a un’icona innocua e contemporanea, mentre la sua figura autentica continua a provocare e a chiedere conversione.

È l'uomo che ha incontrato Cristo e che, dopo quell'incontro, ha preso sul serio il Vangelo. È l'uomo che ha baciato il lebbroso, ma anche quello che ha desiderato il martirio. È l'uomo che ha chiamato fratello il sole, ma che adorava il Dio dal quale il sole proviene. È l'uomo che ha attraversato le linee nemiche per parlare con il sultano, ma che non esitò a dire che i cristiani combattevano «secondo massima giustizia». È l'uomo della pace, sì — ma della pace di Cristo, non della semplice assenza di conflitto.

Ed è precisamente per questo che Francesco è ancora oggi una figura tanto potente: perché non è uno specchio nel quale possiamo contemplare noi stessi. È un uomo che ci costringe a guardare a Cristo.

È Cristo l'origine.
È Cristo il centro.
È Cristo il fine.

E soltanto quando Francesco viene ricondotto a Cristo, il Poverello d'Assisi torna a essere quello che realmente fu: non il santo addomesticato dalle categorie del nostro tempo, ma un cristiano radicale, conformato a Cristo crocifisso, figlio fedele della Chiesa, missionario del Vangelo, amante della pace e, quando necessario, consapevole della legittimità della difesa della cristianità.

Il vero Francesco oltre le caricature del mondo

Alla fine, bisogna avere il coraggio di dirlo: il Francesco che oggi viene raccontato dalle parole vuote del mondo non è il Francesco delle fonti. È un Francesco selezionato, addomesticato e privato proprio di ciò che lo rende santo. Si prendono la sua pace, il suo amore per gli ultimi, la sua fraternità e il suo amore per il creato, ma si elimina accuratamente Cristo, che la Fonte di tutta l'esistenza del santo, perché un Francesco senza Cristo è molto più facile da applaudire.

Ma Francesco non era un ambientalista ante litteram, né un pacifista secondo le categorie moderne, né un profeta dell’indifferentismo religioso. Era un uomo conquistato da Cristo. La sua povertà nasceva da Cristo, la sua carità nasceva da Cristo, il suo amore per ogni creatura conduceva al Creatore, la sua missione nasceva dal desiderio che gli uomini conoscessero Cristo e persino il suo modo di intendere la pace non può essere separato dalla verità e dalla giustizia.

Per scoprire Francesco nella sua autentica interezza, dobbiamo respingere le letture edulcorate che vogliono separarlo dal suo centro e dal suo tutto: Cristo. La vita di questo Santo può essere compresa solo alla luce di questo centro; è infatti da Cristo e dall'amore per Cristo che scaturisce il suo amore per l’intera creazione. La sua eredità, infine, si comprende nella radicalità con cui conformò tutta la sua esistenza alla Croce di Cristo, fino a farne la forma stessa della propria vita.

E forse è proprio questo che il mondo non riesce ad accettare: per capire Francesco bisogna arrivare a Dio. E per arrivare al Francesco vero bisogna avere il coraggio di passare oltre quello falso che il mondo si è costruito. Non dobbiamo quindi rendere Francesco più moderno. Dobbiamo renderci noi abbastanza umili da ascoltarlo. Perché quando finalmente cadono le caricature, quando tacciono le parole vuote e quando lasciamo parlare le fonti, davanti a noi non rimane l’innocua icona che il mondo vorrebbe, ma un santo radicale, interamente conquistato da Cristo.

È questo il Francesco che dobbiamo riscoprire.
Ed è proprio questo il Francesco che il mondo, troppo spesso, ha cercato di nascondere.


foto dal web

San Bonaventura da Bagnoregio: il santo che cercò Dio con la mente e con il cuore


 

La vita, la spiritualità e il cammino interiore di un grande francescano, teologo e Dottore della Chiesa, che comprese come la vera conoscenza di Dio non possa che diventare amore.

Ci sono uomini che attraversano la storia lasciando dietro di sé libri, incarichi, opere importanti; e ci sono uomini nei quali, oltre a tutto questo, rimane qualcosa che continua a parlare al cuore anche quando sono trascorsi molti secoli. San Bonaventura da Bagnoregio appartiene certamente a questa seconda categoria. La sua vita si svolse nel pieno del Medioevo, in un'epoca lontana dalla nostra per cultura, linguaggio e sensibilità, eppure le domande che lo accompagnarono sono le stesse che, in forme diverse, continuano ad abitare il cuore dell'uomo: da dove veniamo, verso che cosa camminiamo, che cosa può dare un significato alla nostra esistenza e, soprattutto, dove possiamo incontrare Dio?

Bonaventura cercò le risposte attraverso lo studio, la preghiera, la vita francescana e il servizio alla Chiesa. Fu un uomo di straordinaria intelligenza, ma non fece mai dell'intelligenza un idolo. Studiò molto, insegnò, scrisse opere teologiche profonde, ricoprì responsabilità importanti e arrivò a essere cardinale e vescovo. E tuttavia, più si entra nel suo pensiero, più si scopre che tutto questo non era per lui il punto di arrivo. La conoscenza aveva senso soltanto se conduceva a qualcosa di più grande: all'incontro con Dio e all'amore per Lui. È forse proprio qui che si trova il filo che unisce tutta la sua esistenza: Bonaventura non volle soltanto sapere qualcosa di Dio, ma cercò di comprendere come l'uomo possa arrivare a vivere alla sua presenza.

Per questo la sua figura continua a essere così affascinante. Egli ci ricorda che si può cercare Dio anche attraverso l'intelligenza, purché l'intelligenza non rimanga chiusa in se stessa; che si può studiare la fede senza perdere il senso del mistero; che si può essere profondamente contemplativi senza smettere di servire gli altri. E, soprattutto, ci ricorda che ogni autentico cammino verso Dio, prima o poi, chiede alla persona intera di mettersi in movimento.

Un bambino chiamato alla vita

All'inizio di questa storia c'è un bambino di nome Giovanni Fidanza, nato a (Civita di) Bagnoregio intorno al 1217. Di lui, nei primi anni, sappiamo relativamente poco. La tradizione francescana, però, ha conservato un racconto che nei secoli ha accompagnato la memoria del santo e che ancora oggi contribuisce a dare un significato particolare al suo nome.

Si racconta che Giovanni, quando era ancora bambino, si ammalò gravemente. La situazione appariva così seria che la madre decise di affidarlo all'intercessione di san Francesco d'Assisi. Secondo il racconto tradizionale, il bambino guarì e Francesco, vedendolo, avrebbe pronunciato le parole: «Bona ventura!», quasi a riconoscere in quella guarigione una «buona ventura», un destino posto sotto una particolare benevolenza divina. Da quelle parole sarebbe nato il nome Bonaventura.

Non possiamo sapere con certezza storica se l'episodio sia avvenuto esattamente in questo modo. È un racconto agiografico, nato e tramandato nella tradizione francescana. Ma forse il suo significato più profondo non dipende soltanto dalla possibilità di ricostruirlo nei suoi particolari. Ci consegna infatti un'immagine che sembra anticipare qualcosa della vita futura di Bonaventura: quella di un'esistenza ricevuta come dono.

E l'idea del dono, in effetti, sembra accompagnarlo per tutta la vita. La sua intelligenza, la sua cultura, gli incarichi che riceverà e persino la sua stessa vocazione religiosa non saranno mai vissuti come qualcosa da possedere per sé, ma come realtà da mettere a disposizione degli altri. È un tratto che diventerà sempre più evidente con il passare degli anni e che permette già di comprendere una delle caratteristiche più profonde della sua spiritualità: ciò che viene da Dio non è mai veramente nostro finché non diventa, a sua volta, dono.

Forse è anche per questo che il legame con san Francesco, pur essendo segnato da una distanza cronologica, diventerà così importante.

Un uomo che incontrò Francesco senza averlo conosciuto

C'è infatti un particolare quasi paradossale nella storia di Bonaventura. Il santo che sarebbe diventato uno dei più importanti interpreti di san Francesco non ebbe modo di conoscerlo veramente. Francesco era morto nel 1226, quando Bonaventura era ancora un bambino. Non ci fu dunque, tra i due, quella lunga frequentazione personale che potremmo immaginare ascoltando parlare del loro legame.

Eppure, qualche anno più tardi, la strada di Giovanni Fidanza si sarebbe incrociata con quella tracciata dal Poverello d'Assisi. Entrando nell'Ordine dei Frati Minori, Bonaventura scelse infatti di vivere secondo quella forma evangelica che Francesco aveva inaugurato con la sua radicale sequela di Cristo. Ciò che non aveva potuto ricevere direttamente dalla voce di Francesco, avrebbe cercato di riceverlo dalla vita dei suoi frati, dalla memoria dell'Ordine e, soprattutto, dalla testimonianza di quell'uomo che aveva fatto del Vangelo la forma concreta della propria esistenza.

Possiamo allora immaginare il giovane Bonaventura mentre cerca di comprendere chi fosse davvero quell'uomo di Assisi del quale tutti parlavano, quell'uomo capace di spogliarsi di tutto, di chiamare fratello il lebbroso, di vivere nella povertà e di rivolgere ogni cosa verso Cristo. Francesco non era più lì, ma la sua presenza continuava a essere percepibile nella comunità che aveva generato. La sua vita era diventata una domanda rivolta alle generazioni successive: è davvero possibile vivere il Vangelo fino in fondo?

Bonaventura avrebbe cercato di rispondere non soltanto con la propria vita, ma anche con la propria intelligenza.

Quando divenne ministro generale dell'Ordine, scrisse la Legenda Maior, la grande biografia spirituale di san Francesco. Non si limitò a raccogliere episodi della sua vita: cercò di mostrare il significato profondo della sua esistenza. Francesco, nella lettura di Bonaventura, è l'uomo che ha preso sul serio il Vangelo fino a lasciare che Cristo diventasse la forma stessa della sua vita.

Così, dietro il racconto di Francesco, Bonaventura sembra intravedere una domanda che riguarda ogni cristiano: che cosa accade a un uomo quando prende veramente sul serio Dio?

La risposta non è formulata anzitutto in una teoria. È una vita che cambia.

Ed è proprio questa attenzione alla trasformazione dell'uomo che ci conduce al cuore del pensiero di Bonaventura.

La mente che si mette in cammino

Bonaventura, infatti, non era soltanto un religioso desideroso di vivere secondo il Vangelo. Aveva ricevuto un'intelligenza straordinaria e sentiva profondamente il bisogno di comprendere la propria fede. Studiò a Parigi, uno dei grandi centri culturali dell'Europa medievale, e vi insegnò teologia. Si trovò così immerso in un mondo nel quale la fede cristiana dialogava continuamente con la filosofia, con la ricerca razionale e con le grandi domande sull'uomo, sul mondo e su Dio.

Non ebbe paura di questo confronto. Al contrario, era convinto che la fede non avesse nulla da temere dalla ricerca sincera della verità. La ragione poteva mettersi in cammino, interrogare, cercare, distinguere; poteva persino arrivare ai confini delle proprie possibilità. Ma proprio lì, davanti a ciò che non riusciva più a contenere, avrebbe dovuto riconoscere di non essere arrivata alla fine del viaggio.

Perché, mentre la sua intelligenza si addentrava nei problemi più profondi della teologia, Bonaventura non perdeva di vista ciò che per lui rimaneva essenziale: conoscere Dio non significa semplicemente sapere qualcosa su Dio.

Questa convinzione è alla base dell'Itinerarium mentis in Deum, l'Itinerario della mente verso Dio, una delle sue opere spirituali più celebri. Il titolo stesso sembra già raccontare il movimento della sua spiritualità. Non parla soltanto di una verità da conoscere, ma di un cammino da percorrere. La mente non è chiamata a rimanere ferma davanti a un concetto: è invitata a mettersi in viaggio.

E, sorprendentemente, questo viaggio non comincia lontano.

Comincia da ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Imparare a vedere ciò che abbiamo davanti

Bonaventura invita innanzitutto l'uomo a guardare il mondo. Può sembrare un gesto semplice, quasi banale, eppure tutto dipende dal modo in cui guardiamo. Possiamo attraversare una giornata intera senza vedere veramente ciò che ci circonda; oppure possiamo fermarci davanti a una bellezza, a un tramonto, a un albero, alla luce che entra da una finestra, alla vastità del cielo, e lasciare che quella bellezza susciti in noi una domanda.

Per Bonaventura il creato è pieno di segni. Le creature sono come impronte che rimandano a Colui che le ha create. Non sono Dio, naturalmente, ma possono condurre lo sguardo verso Dio. Il mondo diventa così il primo luogo nel quale l'uomo può imparare a riconoscere una presenza che non si impone, ma si lascia intuire.

È come se il mondo fosse un libro aperto davanti ai nostri occhi e noi dovessimo imparare lentamente a leggerlo. La bellezza può diventare una domanda, l'ordine può diventare una domanda, perfino la nostra meraviglia davanti all'esistenza può diventare una preghiera. Il creato non viene così abbandonato per cercare Dio altrove; viene guardato più profondamente, fino a scoprire che ciò che vediamo può diventare un segno di ciò che ancora non vediamo.

Ma proprio quando l'uomo comincia a riconoscere le tracce di Dio fuori di sé, Bonaventura gli chiede di compiere un passo ulteriore. Perché non basta guardare ciò che è intorno a noi. Prima o poi, chi cerca Dio deve avere il coraggio di guardare anche dentro di sé.

E poi il viaggio entra nel cuore

A un certo punto, dunque, il viaggio cambia direzione. Dopo aver contemplato il mondo, l'uomo è invitato da Bonaventura a rientrare in se stesso.

È qui che il cammino diventa più intimo e anche più difficile. Perché guardare dentro il proprio cuore significa incontrare non soltanto ciò che ci piace di noi stessi, ma anche ciò che preferiremmo non vedere: i desideri più profondi, le paure, le fragilità, le contraddizioni e le ferite.

Eppure è proprio lì che Bonaventura invita a cercare.

L'uomo porta dentro di sé l'immagine di Dio. La memoria, l'intelligenza e la volontà possono diventare luoghi nei quali riconoscere quella presenza. Ma questa immagine è stata ferita dal peccato, e l'uomo non riesce più a contemplarla con chiarezza. Il viaggio, allora, non può limitarsi a un esercizio dell'intelligenza. Deve diventare un cammino di conversione, perché vedere veramente ciò che abita nel cuore significa anche lasciarsi illuminare da Dio e permettergli di guarire ciò che è ferito.

In questo modo, quasi senza accorgercene, il viaggio verso Dio diventa anche un viaggio verso la verità su noi stessi. E più l'uomo scende nel proprio cuore, più comprende di non essere sufficiente a se stesso. Ha bisogno di essere raggiunto.

E nel cuore del cammino appare Cristo

Bonaventura sa che l'uomo può cercare Dio nella creazione e nella propria interiorità, ma sa anche che Dio ha fatto qualcosa di infinitamente più grande: ha cercato Lui per primo l'uomo.

In Gesù Cristo, Dio si è fatto vicino.

Per questo Cristo non è semplicemente una tappa del viaggio di Bonaventura. È la via stessa. Tutto ciò che l'uomo può intuire attraverso il creato e scoprire nella profondità del proprio cuore trova in Cristo il suo compimento e la sua luce. Ed è allora che lo sguardo si posa sulla Croce.

Il volto di Cristo che Bonaventura contempla con particolare intensità è quello del Crocifisso. Davanti alla Croce, tutta la ricerca intellettuale sembra improvvisamente trovare il proprio centro. Le domande diventano più semplici e, nello stesso tempo, più profonde. Che cosa significa l'amore di Dio? Quanto vale l'uomo ai suoi occhi? Fino a dove è arrivato Dio per cercarlo?

La risposta non è più contenuta soltanto in una formula teologica. È davanti agli occhi. È un uomo inchiodato alla Croce. È Cristo.

Per Bonaventura, la Croce è dunque il luogo nel quale l'amore di Dio diventa visibile. E davanti a quel mistero l'intelligenza non viene umiliata, ma condotta oltre se stessa. Dopo aver cercato, interrogato e ragionato, la mente si trova davanti a qualcosa che non può possedere e che, proprio per questo, può soltanto accogliere. È qui che si comprende perché, per Bonaventura, la conoscenza di Dio non possa mai essere separata dall'amore.

Quando sapere non basta più

Forse è proprio a questo punto che il pensiero di Bonaventura diventa sorprendentemente vicino anche a noi. Possiamo conoscere molte cose sulla fede. Possiamo leggere libri, ascoltare conferenze, studiare la Scrittura, conoscere la storia della Chiesa, imparare le formule della dottrina. Tutto questo è prezioso e Bonaventura non lo disprezza affatto. Al contrario, egli stesso è uno dei grandi testimoni della tradizione cristiana che ha cercato di unire fede e intelligenza.

Eppure sa che esiste una differenza enorme tra il sapere molte cose su Dio e il conoscere Dio.

La conoscenza autentica è quella che, lentamente, cambia il modo di vivere. Se conoscere Dio ci rende più umili, più misericordiosi, più capaci di perdonare, più disponibili a servire, allora quella conoscenza ha cominciato a diventare sapienza. Se invece ci rende soltanto orgogliosi di ciò che sappiamo, abbiamo forse imparato molte cose, ma non abbiamo ancora compiuto il viaggio.

Così la mente, che all'inizio sembrava essere il principale strumento della ricerca, scopre di avere bisogno del cuore. Non perché debba rinunciare alla ragione, ma perché la verità, quando è veramente incontrata, non può rimanere estranea alla vita. La mente cerca la verità; il cuore si lascia raggiungere dalla verità; e la vita, lentamente, comincia a cambiare. Ma anche questo non è ancora l'ultimo passo. Perché quando l'uomo si avvicina al mistero di Dio, arriva un momento nel quale comprende che le parole, per quanto importanti, non sono più sufficienti.

Il momento in cui la mente si ferma

Ed è proprio qui che accade qualcosa di ancora più profondo.

Bonaventura, il grande teologo, l'uomo abituato alle dispute, ai libri e alle parole, sa che arriva un momento nel quale anche le parole devono tacere. Non perché la ragione non serva più, ma perché il mistero di Dio è infinitamente più grande di ciò che la ragione può contenere.

Il cammino della mente verso Dio conduce così, quasi naturalmente, al silenzio.

È il silenzio della contemplazione, nel quale l'uomo non pretende più di spiegare Dio, ma rimane davanti a Lui. Dopo aver cercato le tracce di Dio nel creato, dopo essere entrato nella profondità del proprio cuore e dopo aver fissato lo sguardo su Cristo Crocifisso, l'uomo scopre che l'ultimo movimento non consiste nel dire qualcosa, ma nel rimanere.

È un'esperienza che può essere difficile da raccontare. Forse è simile a ciò che accade quando si ama veramente qualcuno: dopo aver parlato a lungo, arriva un momento nel quale la presenza dell'altro diventa sufficiente. Così, davanti a Dio, l'anima impara semplicemente a rimanere.

Ed è forse proprio in quel rimanere che comprende qualcosa che nessun libro avrebbe potuto insegnarle: Dio non è soltanto una verità da conoscere, ma una Presenza davanti alla quale lasciarsi trasformare. E tuttavia, proprio perché la contemplazione è autentica, non può chiudersi in se stessa.

La contemplazione diventa servizio

La vita di Bonaventura mostra infatti che l'uomo che cerca Dio non viene sottratto alla realtà, ma vi ritorna con uno sguardo diverso.

Nel 1257 viene eletto ministro generale dell'Ordine francescano. È un incarico delicato, perché i Frati Minori sono ormai diventati una grande realtà e al loro interno non mancano tensioni e discussioni sul modo di vivere l'eredità di Francesco.

Bonaventura deve dunque governare, mediare, prendere decisioni, custodire l'unità. Deve fare i conti con uomini concreti, con problemi concreti, con una comunità che cresce e che non sempre è facile da guidare. La sua santità, a questo punto, non può più essere cercata soltanto nei libri o nei momenti di preghiera: deve misurarsi con la fatica quotidiana delle relazioni, delle responsabilità e delle scelte.

Ed è proprio qui che la sua esperienza spirituale acquista una nuova luce. Il contemplativo non è necessariamente colui che si allontana dagli uomini; può essere, al contrario, colui che, avendo imparato a cercare Dio, torna verso gli uomini con maggiore disponibilità al servizio.

Più tardi Bonaventura diventerà vescovo e cardinale e parteciperà al Concilio di Lione. Morirà proprio durante il Concilio, nel 1274, mentre ancora svolgeva il compito che la Chiesa gli aveva affidato.

La sua vita, dunque, non si conclude in un ritiro solitario, lontano dalla storia. Si conclude nel mezzo di una missione, tra le responsabilità della Chiesa e le vicende concrete degli uomini.

Ed è una conclusione che illumina tutto il cammino precedente: la strada verso Dio non lo ha portato lontano dagli uomini, ma lo ha riportato continuamente verso di loro.

Francesco e Bonaventura: la vita e la sapienza

Alla luce di questo, possiamo forse comprendere meglio anche il legame profondo tra san Francesco e san Bonaventura.

Francesco era stato soprattutto un uomo che aveva vissuto il Vangelo. Bonaventura fu l'uomo che cercò di comprendere e trasmettere ciò che quella vita significava. Francesco aveva mostrato con i gesti che cosa può accadere quando un uomo si affida completamente a Cristo; Bonaventura cercò di mostrare, con la teologia, perché quella vita fosse capace di condurre a Dio.

Uno parlava soprattutto attraverso la vita; l'altro attraverso la riflessione.

Ma la distinzione non deve farci pensare a due strade diverse. Al contrario, più si entra nel pensiero di Bonaventura, più ci si accorge che egli considera la vita di Francesco come una testimonianza concreta di ciò che la teologia cerca di esprimere. La riflessione non deve sostituire la vita: deve aiutarci a comprenderla e, attraverso quella comprensione, a viverla.

Per questo Bonaventura sentì così profondamente il bisogno di raccontare Francesco. Non voleva semplicemente conservare il ricordo di un grande uomo. Voleva custodire la testimonianza di qualcuno nel quale il Vangelo era diventato vita.

E, in fondo, anche qui ritorna la stessa domanda che aveva accompagnato il suo cammino: che cosa accade quando Cristo non rimane soltanto un'idea, ma diventa il centro dell'esistenza? La vita di Francesco gli aveva offerto una risposta. La sua stessa vita avrebbe cercato di offrirne un'altra.

Una strada ancora aperta

Quando si legge Bonaventura oggi, si potrebbe avere l'impressione di entrare in un mondo molto lontano. Eppure, dopo aver percorso per un po' il suo itinerario, ci si accorge che le distanze si accorciano.

Anche noi abbiamo davanti un mondo da guardare. Anche noi portiamo dentro di noi una domanda che non si lascia facilmente mettere a tacere. Anche noi conosciamo la fatica di cercare Dio e, nello stesso tempo, di sentirlo lontano. Anche noi possiamo accumulare conoscenze e rimanere interiormente affamati.

Forse è proprio questa la ragione per cui il cammino di Bonaventura continua a parlarci. Non perché ci offra una scorciatoia, né perché pretenda di eliminare la fatica della ricerca, ma perché ci ricorda che la ricerca stessa può diventare una strada verso Dio.

Si può cominciare dalle cose che abbiamo davanti agli occhi, imparando nuovamente a meravigliarsi. Si può poi rientrare nel silenzio del cuore, là dove incontriamo ciò che siamo veramente. E da lì volgere lo sguardo verso Cristo, scoprendo che il Dio che stavamo cercando è già venuto incontro a noi.

Non è un percorso da attraversare tutto in una volta. È un cammino nel quale la mente impara a cercare, il cuore impara ad amare e la vita impara lentamente a conformarsi a Colui che ha incontrato.

Forse, in fondo, è proprio questo che significa diventare santi: non diventare persone straordinarie agli occhi del mondo, ma permettere a Dio di trasformare, giorno dopo giorno, ciò che siamo.

La sapienza che diventa amore

Alla fine di questo lungo itinerario possiamo allora tornare al punto dal quale eravamo partiti. Bonaventura fu un uomo di grande intelligenza, un teologo raffinato, un uomo di governo e un pastore della Chiesa. Ma nessuna di queste cose, presa da sola, spiega la sua santità.

La sua santità sta nel fatto che cercò di tenere insieme ciò che spesso noi separiamo: la mente e il cuore, lo studio e la preghiera, la contemplazione e il servizio, la ricerca della verità e l'amore.

La sua intelligenza non lo allontanò dal mistero, ma lo condusse verso di esso. Il suo studio non lo rese orgoglioso, ma lo portò a riconoscere quanto grande fosse ciò che non poteva comprendere. La sua contemplazione non lo separò dagli uomini, ma lo rese capace di servirli. Alla fine del suo itinerario, la mente non ha conquistato Dio. Ha scoperto di essere stata cercata da Lui.

E forse è proprio questa la sorpresa più grande del viaggio cristiano: mentre noi pensiamo di essere alla ricerca di Dio, scopriamo che, da sempre, è Dio a cercare noi.

San Bonaventura ci accompagna fino a questa soglia. Ci invita a guardare il creato, poi a guardare dentro di noi, quindi a volgere lo sguardo verso Cristo. Ci insegna che la Croce è la misura dell'amore di Dio e che la conoscenza, quando è autentica, non può rimanere soltanto nella mente. Deve scendere nel cuore. E dal cuore deve arrivare alla vita.

Così il viaggio continua. Non termina con una risposta, ma con una Presenza; non con il possesso di una verità, ma con l'incontro con una Persona; non con la pretesa di aver finalmente compreso Dio, ma con la gioia di sapere che possiamo continuare a cercarlo, amarlo e lasciarci trasformare da Lui.

Forse è per questo che, a distanza di otto secoli, la voce di san Bonaventura non ci sembra affatto lontana. Ci ricorda semplicemente che la strada verso Dio può cominciare in un luogo molto vicino: nello stupore davanti a ciò che esiste, nel silenzio del nostro cuore e nello sguardo rivolto a Cristo.

E che, alla fine di quella strada, ciò che cerchiamo con la mente è Colui che il cuore desiderava già da sempre.

Una preghiera a san Bonaventura

Signore Gesù, insegnami a guardare il mondo con occhi nuovi, perché sappia riconoscere nelle tue creature le tracce della tua presenza; insegnami poi a rientrare nel silenzio del mio cuore, senza paura di incontrare le mie fragilità, le mie ferite e tutto ciò che ancora attende la tua misericordia.

Donami una mente che sappia cercare la verità con umiltà e un cuore capace di accogliere il mistero senza pretendere di possederlo. Fa' che lo studio mi renda più sapiente, ma soprattutto più umile; che la conoscenza mi conduca alla contemplazione e che la contemplazione mi renda più capace di amare.

Quando guarderò la tua Croce, fa' che sappia riconoscere non soltanto il dolore, ma l'amore con cui hai voluto raggiungere ogni uomo. Quando le parole non saranno più sufficienti, insegnami il silenzio della preghiera e la fiducia di chi sa semplicemente rimanere alla tua presenza.

Come san Bonaventura, fa' che la mia mente ti cerchi, che il mio cuore ti ami e che la mia vita possa diventare, giorno dopo giorno, una risposta al tuo amore.

Conducimi, Signore, dalla conoscenza all'amore, dall'amore alla contemplazione e dalla contemplazione al servizio.

E fa' che, lungo ogni strada della mia vita, io non smetta mai di cercare Te.

Amen.

sabato 6 settembre 2025

«Verso l’alto»: perché la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati parla a tutti e non solo ai giovani.

 




Domattina, domenica 7 settembre 2025, alle ore 10:00 in Piazza San Pietro, la Chiesa proclamerà santo Pier Giorgio Frassati insieme a Carlo Acutis, nella prima canonizzazione del pontificato di Papa Leone XIV. Un momento atteso da decenni da fedeli di tutto il mondo, che vedranno finalmente riconosciuta ufficialmente la santità di un giovane laico capace di unire preghiera, amicizia, studio, sport e carità operosa. VaticanoGiubileo 2025Vatican News

Come abbiamo già raccontato in questo blog, Frassati è una figura che “parla” al cuore dei ragazzi: non perché perfetto, ma perché integralmente umano, innamorato di Cristo e dei fratelli. La sua beatificazione del 20 maggio 1990 accese un entusiasmo che non si è mai spento; da allora l’attesa di chiamarlo “Santo” è cresciuta anno dopo anno nelle parrocchie, nei movimenti giovanili, nelle scuole e nelle università. Vaticano

Un santo della porta accanto: fede, amicizia, montagna, città

Pier Giorgio (Torino, 1901–1925) è stato studente universitario, terziario domenicano, appassionato di montagna e — soprattutto — fratello dei poveri. Nelle conferenze della San Vincenzo e nelle strade della sua città imparò a riconoscere il volto di Cristo negli ultimi. Non si accontentava di “fare del bene”: desiderava che il Vangelo fermentasse le strutture della società. Quella miscela di Eucaristia quotidiana, Rosario, amicizia leale, allegria, servizio e impegno civile lo rese libero e attrattivo.

Il suo celebre “Verso l’alto” — scritto sul retro di una foto della sua ultima scalata — non è uno slogan estetico, ma un programma di vita: tendere al Cielo attraversando con serietà le responsabilità di ogni giorno. È per questo che Pier Giorgio continua a indicare ai giovani una rotta concreta verso Dio, senza evasioni. FrassatiUSA, Inc.USCCB



Perché questa canonizzazione è così importante

1) È un sigillo ecclesiale su una pedagogia della santità feriale. Con Pier Giorgio la Chiesa ribadisce che la santità non è riservata a chi vive in clausura o svolge ministeri ordinati: è la via di tutti, percorribile dentro lo studio, il lavoro, lo sport, la politica, l’amicizia. In un’epoca che spesso separa spiritualità e vita quotidiana, Frassati ricuce l’unità.

2) È una risposta ai desideri dei giovani. I ragazzi non cercano star morali, ma testimoni credibili. Pier Giorgio non predicava dall’alto: condivideva gite, esami, delusioni e scherzi, e da lì invitava a scelte grandi. La sua gioia robusta — capace di sacrificio, non di superficie — mostra che il Vangelo non ruba nulla, ma dilata la libertà.

3) È un atto di memoria e di profezia sociale. Il giovane torinese fu “uomo delle Beatitudini”, come lo definì San Giovanni Paolo II, capace di tradurre misericordia e giustizia in gesti concreti. In un contesto segnato da disuguaglianze, precarietà e solitudini, la sua canonizzazione ricorda alla comunità cristiana che l’adorazione di Dio e la scelta degli ultimi sono inseparabili. EWTN VaticanCatholic Review

4) È un dono per l’Anno Giubilare della Speranza. Non è casuale che il rito avvenga in questo 2025 giubilare, e che sia tra le prime canonizzazioni di Papa Leone XIV: la Chiesa ci indica due giovani — Frassati e Acutis — come compagni di strada per riaprire alla speranza la vita di tanti. Vatican News


Che cosa dice ai giovani di oggi

  • Amare Dio con tutto e dentro tutto. Pier Giorgio non “aggiungeva” preghiere alla vita: abitava la vita con un cuore pregante. L’Eucaristia quotidiana gli dava tono, il Rosario concretezza, la Parola criteri.

  • Custodire amicizie vere. Il suo gruppo di amici — tra studio, escursioni e carità — dimostra che la santità è sempre corale. Nessuno si salva da solo.

  • Servire senza rumore. La carità discreta fu il suo stile: visite agli ammalati, farmaci pagati, tempo donato. Oggi, dove tutto si posta, Frassati invita a una gratuità senza hashtag.

  • Tenere insieme vette e periferie. Le vette della montagna allenavano il suo sguardo a cercare l’Assoluto; le periferie della città gli insegnavano dove abita Cristo. Due movimenti che si richiamano e si equilibrano.



Quattro passi pratici per camminare “con” Pier Giorgio
  1. Un’ora per gli altri ogni settimana. Scegli un servizio stabile (mensa, doposcuola, visita agli anziani). La fedeltà trasforma più dei gesti eclatanti.

  2. Una vetta al mese. Materiale o simbolica: una camminata in natura, o la “salita” interiore di una rinuncia, di un perdono, di un sì generoso.

  3. Parola–Altare–Poveri. Tre appuntamenti fissi: Vangelo quotidiano, Messa almeno la domenica (meglio anche in un giorno feriale), incontro reale con chi ha bisogno.

  4. Un gruppo di compagni di viaggio. Crea o raggiungi una fraternità (parrocchia, università, movimento): condividete preghiera, studio, servizio e… risate. La santità è contagiosa.



Un’attesa lunga, un grazie dovuto

Questa canonizzazione è stata sperata e preparata per lunghissimo tempo. Ancora molto prima del 1990, quando la Chiesa riconobbe ufficialmente l’eroicità di Pier Giorgio, migliaia di giovani hanno preso il suo nome per oratori, scuole, gruppi, case di accoglienza; quanti racconti di conversioni, vocazioni, guarigioni interiori! Domani quel fiume sommerso salirà in superficie nella grande liturgia di San Pietro, ricordandoci che la santità è aperta a tutti coloro che rispondono positivamente e fattivamente ad una chiamata che, per realizzarsi, si deve accogliere.

Come seguire e unirsi alla preghiera

Il rito di canonizzazione inizierà alle 10:00 (ora di Roma) in Piazza San Pietro e non richiede biglietti; l’accesso in piazza è previsto dalle 8:00. Chi non potrà essere presente fisicamente potrà partecipare spiritualmente unendosi alla Messa attraverso le trasmissioni televisive e le dirette delle principali emittenti cattoliche. VaticanoGiubileo 2025


Preghiera breve
Signore Gesù, che hai acceso nel cuore di Pier Giorgio l’amore per Te e per i fratelli, dona anche a noi la sua gioia semplice, la sua audacia evangelica, la sua passione per la santità. Fa’ che, guidati dalla sua intercessione, non ci accontentiamo di poco ma camminiamo ogni giorno “verso l’alto”, fino a Te. Amen.

Domani, sotto il cielo di Roma, la Chiesa canterà il “Gloria” con un nome in più. E non sarà solo il nome di Pier Giorgio Frassati: sarà il nome di tanti giovani che, guardando a lui, ricominceranno a credere che la santità è possibile — e bella — anche per loro.


Foto dal web.

sabato 7 aprile 2018

FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


"Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (...).
Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre" (Q.II, p.345).




La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: "Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia richiesta dal Signore" (Q. I, p. 46). Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.

"In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene" (Q. I, p. 132) 


Questa grazia - spiega don I. Rozycki - "è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest'ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (...). E' essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l'ha innalzata al rango di "secondo battesimo". E' chiaro che la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia deve essere non solo degna, ma anche adempiere alle fondamentali esigenze della devozione alla Divina Misericordia" (R., p. 25). La comunione deve essere ricevuta il giorno della festa della Misericordia, invece la confessione - come dice don I. Rozycki - può essere fatta prima (anche qualche giorno). L'importante è non avere alcun peccato.

Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che "riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia", poiché‚ "in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. 

Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto" (Q. II, p. 267).

Don I. Rozycki scrive che una incomparabile grandezza delle grazie legate a questa festa si manifesta in tre modi:

- tutte le persone, anche quelle che prima non nutrivano devozione alla Divina Misericordia e persino i peccatori che solo quel giorno si convertissero, possono partecipare alle grazie che Gesù ha preparato per la festa;

- Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni - sia alle singole persone sia ad intere comunità;

- tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia (R., p. 25-26).

Questa grande ricchezza di grazie e benefici non è stata da Cristo legata ad alcuna altra forma di devozione alla Divina Misericordia.


« Recita continuamente la coroncina che ti ho insegnato. Chiunque la reciterà, otterrà tanta Misericordia nell'ora della morte. I sacerdoti la consiglieranno ai peccatori come ultima tavola di salvezza; anche se si trattasse del peccatore più incallito se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia dalla Mia infinita Misericordia. Desidero che tutto il mondo conosca la Mia Misericordia. Desidero concedere grazie inimmaginabili alle anime, che hanno fiducia nella Mia Misericordia »

Alla Festa della Divina Misericordia ci si prepara attraverso la recita di una NOVENA (clicca il link) da cominciare il Venerdì Santo.

Fonte: Diario di Santa Faustina


"Oh Sacerdoti! perché non parlate della INSONDABILE MISERICORDIA  di Dio?
Perché ignorate questo invito di amore e misericordia e non permettete alle anime di accostarsi a questa fonte inesauribile di Grazia e perdono?!
Grande, grande, è la vostra responsabilità!"



giovedì 5 aprile 2018

Beato Pier Giorgio Frassati

                                                       6 Aprile 1901 - 4 Luglio 1925       

        


                                                Beato Pier Giorgio Frassati, prega per noi! 

mercoledì 25 gennaio 2017

Testimonianza di un amico del Beato Pier Giorgio Frassati



"Pier Giorgio era cordialissimo, ma terribilmente sincero, non ci risparmiavamo a vicenda le più chiare parole. Quando gli facevo notare che qualche volta era testardo e a volte perditempo, lui mi ricordava con precisione tutti i miei difetti, dalla distrazione all'orgoglio, passando per altri maggiori. Su certi poi si accaniva veramente e mi dimostrava come e quando li rivelavo. Noi dicevamo che questo era toglierci la polvere a vicenda, e non ne abbiamo mai conservato amarezza, anzi tanta e maggiore cordialità".



lunedì 12 dicembre 2016

La meravigliosa storia della Madonna di Guadalupe



LE APPARIZIONI E IL MIRACOLO DELL’IMMAGINE DI “MADRE INCINTA DI TRE MESI” STAMPATASI SUL MANTELLO DI SAN JUAN DIEGO
LA STORIA STRAORDINARIA DELLE APPARIZIONI E DELL’IMMAGINE MIRACOLOSA



Un giorno in cui contemplava una riproduzione dell’Immagine di Nostra Signora di Guadalupe, Papa Giovanni Paolo II fece questa confidenza: «Mi sento attirato da quest’Immagine, perché il viso è pieno di tenerezza e di semplicità; mi chiama…». Più tardi, il 6 maggio 1990, in occasione di un pellegrinaggio in Messico, il Santo Padre beatificava il messaggero di Nostra Signora, Juan Diego, e diceva: «La Vergine ha scelto Juan Diego fra i più umili, per ricevere quella manifestazione affabile e benigna che fu l’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe. Il suo viso materno sulla santa Immagine che ci lasciò in dono ne è un ricordo imperituro». Nel secolo XVI, la Santa Vergine, piena di pietà per il popolo azteco che, vivendo nelle tenebre dell’idolatria, offriva agli idoli innumerevoli vittime umane, si è degnata di prendere in mano essa medesima l’evangelizzazione degli Indiani dell’America Centrale che erano anch’essi suoi figli. Un dio degli Aztechi, cui era attribuita la fertilità, si era trasformato, con l’andar del tempo, in dio feroce. Simbolo del sole, quel dio, in lotta permanente con la luna e le stelle, aveva bisogno – così si credeva – di sangue umano per restaurare le proprie forze, poiché, se fosse perito, la vita si sarebbe spenta. Sembrava dunque indispensabile offrigli, in perpetuo sacrificio, sempre nuove vittime.

lunedì 5 dicembre 2016

La veggente per cui la Polonia ha incoronato Cristo come Re.


5 dicembre 2016

 Al fine di segnare la conclusione dell’Anno della Misericordia il 20 novembre, 2016, in occasione della solennità di Cristo Re, un evento piuttosto notevole ha avuto luogo in Polonia il 19 novembre, quando il governo polacco, insieme con la gerarchia della Chiesa ha riconosciuto ufficialmente Cristo come il re di Polonia. L’atto della ricezione di Cristo come Re e Signore è stato poi ripetuto il giorno successivo in tutte le parrocchie in Polonia il 20 novembre. 

Questa iniziativa, che è stata effettuata dalla Conferenza episcopale polacca, sembra essere stato inteso come un gesto in gran parte profetico legato alla devozione della Divina Misericordia, e l’impeto iniziale per questa azione simbolica può essere saldamente attribuito a certe rivelazioni private date alla Serva di Dio [quindi si tratta di una veggente riconosciuta dalla Chiesa] Rozalia Zelkova nel 20esimo secolo, poco prima della seconda guerra mondiale. Rozalia Zelkova aveva avuto una visione in cui Cristo chiedeva di essere proclamato re dalla nazione polacca per risparmiare il paese dalla guerra imminente: ‘Se la Polonia vuole salvare se stessa, deve annunciare Gesù come suo Re attraverso l’atto di intronizzazione. Deve essere effettuata da tutta la nazione, e in particolare da parte delle autorità statali e la chiesa, che dovrebbero condurre la cerimonia, a nome della nazione.‘ 

mercoledì 11 maggio 2016

LA FRANCIA CATTOLICA SI RIPRENDE L’ANELLO DI GIOVANNA D’ARCO.




(Lettera Napoletana)
L’anello di Giovanna d’Arco, indossato dalla Santa al momento del martirio, il 30 maggio 1431 a Rouen (Francia), è stato acquistato ad un’asta a Londra da Philippe de Villiers, Visconte vandeano e fondatore del Puy du Fou, parco a tema sull’epopea contro-rivoluzionaria della regione nord-occidentale della Francia, creato in Vandea nel 1978.

Appresa la notizia dell’asta, in pochi giorni de Villiers ed il figlio Nicolas sono riusciti a raccogliere con una sottoscrizione oltre 300mila euro, provenienti da contributi di privati, mentre la Fondazione Puy du Fou ha contribuito con 80mila euro, e ad aggiudicarsi la straordinaria reliquia per 376mila euro.

domenica 1 maggio 2016

1° maggio, si festeggia San Giuseppe lavoratore.



Il 1° maggio si celebra San Giuseppe lavoratore, mentre il 19 marzo si festeggia sempre san Giuseppe ma come Sposo della Vergine Maria. Secondo il Nuovo Testamento, Giuseppe è lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù (Luca 3,23), in quanto il Cristianesimo afferma che il vero padre di Gesù è Dio stesso: l'arcangelo Gabriele, mandato dal Signore, apparve alla giovane Vergine Maria che era promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. Venuto a conoscenza dell'avvenimento miracoloso da una visione avuta in sogno, Giuseppe accettò di sposare Maria e di riconoscere Gesù come proprio figlio. Giuseppe e Maria si spostarono poi dalla città Nazareth a Betlemme, per il censimento, dove venne alla luce il piccolo Gesù. 
La Sacra Famiglia rimase a Betlemme fin quando un angelo apparve in sogno a Giuseppe preannunciando la persecuzione del re Erode che, dopo aver udito il racconto dei Magi, voleva uccidere tutti i bambini maschi nati a Betlemme per liberarsi dal futuro "re dei Giudei". Così la famiglia scappò in Egitto dove vi rimase in esilio per un certo periodo di tempo, trascorso il quale il Signore inviò un Suo messaggero a Giuseppe ordinandogli di fare ritorno a Nazareth perché Erode era morto. Dal Vangelo di Matteo (13,55) si apprende che Giuseppe era un "lekton", termine che in greco veniva usato per descrivere gli operatori impegnati in quelle attività economiche legate all'edilizia e quindi pare che l'uomo provenisse da una famiglia benestante.

lunedì 4 aprile 2016

La nostra arma è la preghiera.

Conoscere Don Dolindo Ruotolo. (1882-1970)



Siamo troppo abituati a confondere il soprannaturale con ciò che è straordinario, e perciò non diamo importanza ai continui interventi soprannaturali che sono frutto della preghiera.

Un miracolo è uno straordinario intervento soprannaturale che può ottenersi solo con una grande fede, subordinatamente ai disegni della divina volontà; una grazia è un intervento soprannaturale più ordinario, ma è un fatto soprannaturale ottenuto parimenti con la preghiera.

Se io prego, per esempio, per ritrovare un oggetto perduto, e lo ritrovo per un lume interno che me lo fa ricercare dove non supponevo che fosse, quel lume non è un miracolo ma un intervento soprannaturale.

Se una volontà è ostinata ed io prego per vincerla, la vittoria che riporto su di essa non è un miracolo ma è frutto di una grazia soprannaturale. La preghiera è, quindi, un mezzo potente per le battaglie continue della vita, perché ci procura gli aiuti di Dio, di Maria Santissima e dei santi, e ci fa vincere le difficoltà o i pericoli della nostra giornata terrena che non sono pochi.

Se preghiamo, poi, per gli altri, noi combattiamo per loro, perché li aiutiamo a vincere gli ostacoli e le difficoltà della vita.

Se sapessimo pregare vivremmo in tutto soprannaturalmente, con gli occhi a Dio e con le mani nelle sue mani. Noi, invece, vogliamo ostinatamente appellarci alle iniziative, alla prudenza, ai ragionamenti ed alle forze naturali, e trascuriamo la preghiera, quasi fosse una cosa oziosa.

Milizia è la vita dell'uomo sulla terra, perché è un continuo combattimento; 
ora, l'arma di questi combattimenti è la preghiera. 
Se manca questa grande arma siamo sopraffatti dai pericoli che c'incombono, e siamo impotenti di fronte alle forze che ci travolgono.

lunedì 11 gennaio 2016

LA MISTICA CITTA' DI DIO



"In questo racconto mistico, il più antico, il primo in assoluto nella storia della Chiesa, la venerabile suor Maria d'Agreda, anima prescelta ricca di meravigliosa spiritualità, ci fa conoscere la vita "segreta" della Madonna! Si tratta di un'opera imperdibile per chi ama Maria. Qui molte vicende evangeliche si illuminano e si comprendono molto più in profondità. Le verità di fede si consolidano. Le profezie trovano il loro naturale compimento in Maria, vangeli e apocalisse splendono di luce e le parole si rivelano nella loro totalità. Inoltre, l'ottavo volume contiene il sublime testamento spirituale della vergine Maria, la Regina delle regine, la tutta pura, la Donna con le dodici stelle che sconfigge il maligno..."


                




«Nella Chiesa primitiva non manifestai tali misteri perché, essendo troppo alti, i fedeli si sarebbero soffermati troppo a scrutarli e ad ammirarli, mentre era necessario che si stabilissero rapidamente la legge della grazia e il Vangelo. E benché fosse tutto compatibile, tuttavia l'ignoranza umana avrebbe potuto incorrere in alcuni sospetti e dubbi troppo dannosi in un tempo in cui la fede derivata dall'incarnazione e dalla redenzione e i precetti della legge evangelica erano ancora agli inizi. Per questo lo stesso Verbo incarnato nell'ultima cena disse ai suoi discepoli: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. In loro parlò a tutto il mondo, che, finché non si fosse ben radicata la legge della grazia e la fede del Figlio, non sarebbe neanche stato pronto a ricevere i misteri e la fede della Madre. Inoltre al presente ne ha maggior necessità ed essa mi obbliga anche più della sua disposizione. Oh! Se mi obbligassero con l'onorare, credere e contemplare le meraviglie che la Madre della pietà racchiude in sé! E se tutti sollecitassero di cuore la sua intercessione, ben avrebbe il mondo qualche rimedio!... Tuttavia non voglio trattenermi dal porre loro davanti questa Mistica Città di rifugio; tu descrivila e fanne il ritratto, per quanto può la tua inadeguatezza. Ma non voglio che questa descrizione ed esposizione della sua vita consista in opinioni né in contemplazioni quanto piuttosto in verità certa. Quelli che hanno orecchi per intendere intendano, quelli che hanno sete vengano alle sorgenti d'acqua viva e lascino le cisterne screpolate e quelli che vogliono la luce la seguano sino alla fine» 

Questo disse il Signore Dio onnipotente.
(Suor Maria d' Agreda)




1° libro ......

sabato 21 novembre 2015

San Salvatore da Horta. Il Santo dai troppi miracoli.



"Esattamente 450 anni fa, in una mattina del mese di novembre del 1565, sbarcava a Cagliari proveniente da Barcellona, preceduto e accompagnato dalla sua immensa fama, un frate che occupa un posto assolutamente unico e straordinario nella storia della Chiesa: Salvador Grionesos, noto come San Salvatore da Horta, dei Frati Minori.

L’unicità della sua figura è data dal fatto che è stato il più grande taumaturgo nella storia della Chiesa, operatore di un numero impressionante di guarigioni e miracoli: si ebbe notizia, secondo i biografi, di almeno un milione di casi.