giovedì 30 giugno 2011

Frisinga, Germania: 29 giugno 1951 - Quel giorno l’altra storia.





29 giugno 2011

Il 29 giugno 1951, festa di san Pietro e Paolo, nel duomo di Frisinga vennero ordinati oltre quaranta giovani sacerdoti. Nella Baviera cattolica del dopoguerra quaranta ordinazioni non erano una notizia; ne riferì, probabilmente, solo la stampa locale. Per il resto, quel venerdì era una splendida tranquilla giornata di sole. Il giorno dopo in Germania e in Europa la gente avrebbe letto distrattamente i giornali: il 29 giugno 1951 non era successo proprio niente. Tranne che uno dei quaranta di Frisinga, nel giorno di san Pietro e Paolo di sessant’anni fa, si chiamava Joseph Ratzinger. Il cardinale di Monaco, Faulhaber, li chiamò ad uno ad uno, e ciascuno rispondeva: «Adsum», eccomi. «Adsum», rispose anche, fra gli altri, un ignoto ragazzo di 24 anni.

E nessuno sapeva, nessuno poteva riconoscere, in quell’evento apparentemente ordinario, che a Frisinga prendeva forma quel mattino un altro pezzo di storia della Chiesa. Veniva ordinato sacerdote un futuro pontefice; ed era un figlio di quel popolo tedesco, da cui si era originata la più sanguinosa delle guerre che era ancora, nei pensieri di tutti in Europa, così aspramente recente e dolorosa.

29 giugno 1951, un giorno, all’apparenza, uguale nella lista oscura dei giorni di cui non ci ricorderemo. Perché la storia spesso non coincide con quella trama nascosta nella storia stessa, che i cristiani chiamano Provvidenza. Sotto alle torri di una cattedrale bavarese: «Joseph Ratzinger». «Adsum», eccomi. Era lo stesso ragazzo, matricola del “servizio lavorativo”, che un ufficiale delle SS aveva cercato, negli ultimi disperati giorni della guerra, di indurre a un arruolamento “volontario”; e che nel rispondere «io voglio farmi prete» era stato coperto di scherni. Era l’adolescente cui un ufficiale della Wehrmacht aveva detto sprezzante: «Lascia perdere, ragazzo: nella nuova Germania non ci sarà più bisogno di preti».

E invece ce n’era ancora – ce n’è sempre – bisogno; così che il seminario di Frisinga, adibito a ospedale militare, aveva dovuto già alla fine del 1945 riaprire i battenti, per ospitare centoventi seminaristi; uomini maturi, segnati dalla sofferenza del fronte, oppure nemmeno ventenni; come quel Joseph Ratzinger, appunto, che aveva allora 19 anni appena. E il rettore del seminario di Frisinga era un sacerdote reduce da cinque anni a Dachau; e i ragazzi lo amavano e lo chiamavano semplicemente “padre”, tanto era padre per loro davvero.

Che incrocio misterioso di destini, sotto a quello vistoso, chiassoso della cronaca e della storia. Da una parte i summit dei potenti, le dichiarazioni di guerra, gli eserciti che invadono o aprono il fuoco, le folle in tripudio; dall’altra gesti quotidiani di ignoti padri e madri, e scelte dapprima silenziose, e studi, e amicizie che compiono lentamente, come tessere, un mosaico. Accanto alla storia un’altra storia, profonda come un solco d’aratro nella terra, e oscura come i semi che ci vengono buttati a morire.

E a rinascere. Non era forse un giorno all’apparenza come tutti gli altri anche il 18 maggio 1920 a Wadowice, in Polonia? A saperlo, chi era quel bambino appena nato, Karol, ci sarebbe stato da fare una gran festa. Ma nessuno sapeva – tranne Dio, che tesse il suo disegno senza clamore.
Di modo che in certi giorni, e magari anche in questi nostri, in cui tutto sembra confuso e decadente e smarrito, altri destini, non visti, forse vedono la luce e si dipanano nel corpo della Chiesa.

Noi, ignari, scoraggiati, spesso, nel trarre quasi matematicamente le somme di ciò che vediamo, nel paventare il futuro dai titoli dei giornali: dove si annuncia ogni sciagura e violenza e vergogna, ma di quell’altra storia silenziosa non si può riferire. Come il 29 giugno di sessant’anni fa, giorno all’apparenza ordinario, banale; quando un ragazzo biondo in una cattedrale tedesca, chiamato, rispondeva: «Adsum». E, egli stesso ignaro, si incamminava verso il soglio di Pietro.

Marina Corradi

Copyright 2011 © Avvenire

lunedì 27 giugno 2011

Lo psicologo Marchesini: «non possiamo scegliere il nostro genere sessuale»


fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionalisti

Il primo dato e quello più evidente della natura umana è che, fin dal concepimento, si è maschi o femmine e che nel tempo si diventerà uomini o donne. Tuttavia da qualche anno si vuole mettere questo in discussione, scindendo il sesso biologico dal genere sessuale (cioè l’essere “maschi” dall’essere “uomini”, idem per “femmina” e “donna”). Il prof. Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta ed esperto di questioni di genere, ha affrontato questo argomento durante uno degli appuntamenti del Café teologico, momento culturale organizzato dalle Sentinelle del Mattino (www.sentinelledelmattino.org). Partendo da un parallelismo con alcune opere artistiche ha spiegato come dentro di noi sia inestirpabilmente impresso il concetto di sviluppo, la trasformazione dalla potenza all’atto, così come scriveva Aristotele. Questa è la natura: il principio che guida lo sviluppo delle cose. C’è dunque un progetto che guida il nostro cambiamento.

CHE COS’E’ L’IDENTITA’ . Tuttavia le circostanze ambientali possono ostacolare lo sviluppo del progetto: quello che noi siamo lo siamo in potenza e lo diventiamo a meno che non interferisca nulla dall’esterno. L’identità è un progetto che si realizza se l’ambiente esterno non lo impedisce. L’identità si realizza attraverso la relazione con gli altri. Qui nascono tutti i problemi: se si riceve una brutta immagine di sé da parte degli altri (genitori, amici), allora si tenderà a non esporre più noi stessi, tentando di modificare se stessi. Invece, spiega Marchesini, al posto di rifiutare la nostra identità (sessuale) occorre ritrovare il coraggio, anche attraverso il terapeuta, ad affrontare le relazioni e riconoscere che la società, gli altri e l’ambiente, sono la condizione necessaria per sviluppare la nostra identità. La nostra identità non è predeterminata, né socialmente costruita, ma è un progetto che possiamo realizzare attraverso le relazioni, le quali possono però talvolta essere un ostacolo.

IDEOLOGIA DI GENERE: SEPARARE “MASCHIO” DA “UOMO”. Lo psicologo ricorda poi come dagli anni ’50 la parola “genere” abbia cominciato ad essere usata staccata dalla sessualità: cioè si è voluto convincere che nascendo “maschi” o “femmine” si poteva diventare qualsiasi cosa, e non necessariamente “uomini” e “donne”. Si chiama: ideologia di genere. In realtà il tutto nasce durante la Rivoluzione francese, il marxismo (la lotta fra i sessi per una società senza sesso) e l’ascesa del femminismo radicale (il quale crede che la società sia un complotto di coloro che hanno il pene contro chi non ce l’ha, ritengono che siamo tutti uguali e tutti abbiamo l’istinto di maternità (ad esempio) ma alcuni hanno voluto attribuirlo solo ad altri per comodità). Il motivo di questa mutazione radicale del concetto di sessualità (cioè separare il “maschio” dall’uomo e la “femmina” dalla donna), secondo Marchesini, è per cancellare l’idea di natura, di progetto. E quindi eliminare l’idea di un Progettista. il motivo è in fondo sempre quello.

LA TERRIBILE STORIA DI DAVID REIMER. L’impossibilità a separare il sesso dal genere sessuale è provata dall’esperimento sulla sessualità del dottor John Money, in particolare la storia di Bruce Reimer, fratello gemello omozigote di Brian. A Bruce, durante un’intervento chirurgico da neonato, venne accidentalmente bruciato il pene. I genitori lo portarono allora dal dottor John Money, pioniere del cambio di sesso, che usò il caso dei due gemelli come un esperimento e trasformò David in Brenda, ordinando ai genitori di educarla come una bambina. Tuttavia Brenda, che nulla sapeva della sua nascita, crebbe con atteggiamenti prettamente maschili e venne rifiutata dai maschi ma anche dalle femmine sue coetanee, creando grossi problemi in lei. A nulla valse girare nudi per casa, frequentare le spiagge per nudisti, andare a vivere in un camper isolati fra le montagne, come consigliò loro il dottor Money. Il luminare bombardò Brenda di terapie ormonali e filmini pornografici, ma essa continuava a rifiutare tutto e i genitori la videro più volte fare la pipì in piedi, ad esempio. Dopo che i gemelli, sotto consiglio di Money, vennero adottati da un transessuale (per convincerli che era tutto normale), Brenda minacciò il suicidio e rifiutò completamente la sua identità. La famiglia, ormai distrutta, rivelò la verità a Brenda, la quale si amputò il seno e si volle chiamare David Reimer, tentando inutilmente di ricostruirsi una vita sposando una donna. Dopo aver tentato di assassinare il dottor Money, il 5 maggio 2004 si suicidò. Money ha concluso la sua vita diventando il portabandiera dei pedofili, avendo tentato di giustificare scientificamente la normalità dell”attrazione verso i bambini (qui i dettagli di questa sconvolgente storia).

Non c’è esperimento che tenga: chi nasce maschio/femmina è progettato naturalmente a diventare uomo/donna. Qui sotto il video della lezione del prof. Marchesini.

12. Il genere sessuale è una scelta? from Sentinelle del mattino on Vimeo.

giovedì 23 giugno 2011

Dentro il Vaticano con Vatican Insider







Si può raccontare il Vaticano e più in generale la Chiesa cattolica senza pregiudizi, senza la necessità di schierarsi, in modo serio e indipendente, cercando di capirne i meccanismi e di descriverne i protagonisti? Si possono dare notizie esclusive senza drogare i titoli e senza forzature?

È quanto si propone Vatican Insider (www.vaticaninsider.com) il nuovo portale plurilingue del quotidiano “La Stampa”, dedicato all’informazione globale sul Vaticano, l’attività del Papa e della Santa Sede, la presenza internazionale della Chiesa cattolica e più in generale i temi religiosi.

La novità più significativa di questo nuovo canale indipendente e multimediale da oggi online, è l’aver messo insieme, in un’unica squadra e come mai era stato fatto finora, alcune delle migliori firme del vaticanismo a livello internazionale (leggete la lista completa qui: http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/chi-siamo/ ), giornalisti hanno come unico obiettivo comune quello di fornire notizie, approfondimenti, interviste e analisi autorevoli e attendibili, riuscendo a coprire tutte le aree geografiche.

Visitando Vatican Insider sarete informati sull’agenda del Papa, sui principali avvenimenti del giorno, della settimana e del mese riguardanti la Santa Sede e la Chiesa. Conoscerete da vicino tutti i protagonisti del mondo vaticano.

La nostra filosofia è quella di cercare di non dare nulla per scontato e di rivolgerci a un pubblico vasto, di non specialisti: ecco perché accanto alle notizie e alle inchieste, il lettore di Vatican Insider troverà articoli «di servizio», in grado di spiegare nomi, funzioni, incarichi, riti, usanze, tradizioni dello stato più piccolo del mondo abitato dal leader spirituale di oltre un miliardo di cattolici.

Il nuovo canale de “La Stampa”, diretto da Mario Calabresi e affidato alla responsabilità del caporedattore Paolo Mastrolilli, sarà disponibile in italiano, inglese e spagnolo, e sarà diffuso anche attraverso le piattaforme digitali e i social network.

Per sette giorni alla settimana sarà possibile aggiornarsi con notizie e approfondimenti gratuiti, video e gallerie fotografiche, sezioni speciali dedicate, mentre in un’area riservata ai giornali e gruppi editoriali partner saranno disponibili servizi giornalistici, inchieste, interviste e pacchetti d’informazione esclusivi.

Articoli che dopo 24/48 ore, dopo essere stati proposti in esclusiva ai giornali partner di Vatican Insider, verranno trasferiti nella homepage pubblica e consultabile gratuitamente.

Andrea Tornielli

venerdì 17 giugno 2011

Marcia per la vita in Polonia





29 maggio 2011
Oltre ventimila persone alla Marcia per la vita organizzata a Varsavia in Polonia


Quello che i "Media" non vi dicono!

mercoledì 15 giugno 2011

Così il Padre ci ama






"Iddio ci vede e ci conosce tutti, uno a uno.

Chiunque tu sia, egli ti vede individualmente.
Egli ti chiama col tuo nome. Egli ti comprende
quale realmente ti ha fatto.

Egli conosce ciò che è in te, tutti i tuoi sentimenti e
pensieri più intimi, le tue disposizioni e preferenze,
la tua forza e la tua debolezza.

Egli ti guarda nel giorno della gioia
e nel giorno della tristezza,
ti ama nella speranza e nella tua tentazione,
s'interessa di tutte le tue ansietà,
di tutti i tuoi ricordi,
di tutti gli alti e bassi del tuo spirito.

Egli ha perfino contato i capelli del tuo capo
e misurato la tua statura,
ti circonda e ti sostiene con le sue braccia,
ti solleva e ti depone.

Egli osserva i tratti del tuo volto,
quando piangi e sorridi,
quando sei malato e quando godi buona salute.
Con tenerezza Egli guarda le tue mani e i tuoi piedi;
sente la tua voce, il battere del tuo cuore,
ode perfino il tuo respiro.

Tu non ami te stesso più di quanto Egli ti ama.

Tu non puoi fremere innanzi al dolore
come Egli freme vedendolo venire sopra di te,
e se tuttavia te lo impone,
è perchè anche tu,
se fossi davvero sapiente,
lo sceglieresti per un maggior bene futuro..."


(cardinale John Henry Newman)

venerdì 10 giugno 2011

«L'Omofobia? Una grande bufala»


«L'Omofobia? Una grande bufala»Parola di ex gay militante

di Raffaella Frullone
10-06-2011

Cinquecentomila persone per le strade, 41 linee del trasporto pubblico deviate, entusiasmo crescente. L’EuroPride 2011, che va in scena nelle strade della capitale, si prepara a vivere il suo culmine domani sera, quando una sfavillante Lady Gaga, invitata nientepopo di meno che dall’ambasciatore statunitense, si scatenerà sulle note di «Born this way», inno alla naturalità della diversità.

La manifestazione dell’orgoglio omosessuale, si legge nello statuto politico, sottolinea che «Essere orgogliosi significa scegliere a testa alta i propri percorsi di vita con consapevolezza e libertà, nel riconoscimento del medesimo spazio di libertà di qualunque altra persona». Ma questa definizione non convince, soprattutto chi l’ha frequentata per 20 anni, come Luca di Tolve. Oggi quarantenne e sposato con Teresa, Di Tolve oggi gestisce il gruppo Lot, associazione che difende l'identità di genere e offre supporto a chi porta dentro di sè ferite e dipendenze a livello emotivo. Nel suo libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme, racconta la sua storia e la sua esperienza all'interno di Arcigay, storica associazione che, si legge nel suo statuto «si propone di promuovere e tutelare il diritto all’uguaglianza tra ogni persona sia essa gay, bisessuale, lesbica, transessuale o eterosessuale».

Di Tolve, che cosa è Europride ?

«Una manifestazione egocentrica, una pura ostentazione, una giornata di folle divertimento. Tutto quello che si fa normalmente nei punti di ritrovo la notte, viene riproposto nelle strade di giorno. Non è, come si vuol far credere, una battaglia sociale, ma solo un mettersi in mostra attorno all’unico elemento di coesione: il sesso. Per capirlo basta accedere al sito di arcigay.it, si trova una serie di locali, sparsi in tutta Italia, con la denominazione cruising, ovvero ricerca e offerta di sesso casuale, anonimo e vario. Nessuna associazione che promuove diritti si sognerebbe mai di organizzare un maxi festino per le strade, tranne i movimenti omosessualisti. Il loro unico scopo è sdoganare un modello di pensiero, negando tutti quelli che lo contraddicono».

In che senso?

«Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che una persona in un dato momento abbia un problema con la proprie identità sessuale, danno per scontato che la strada sia quella dell’omosessualità, e su quella indirizzano tutti, soprattutto i più giovani e i più fragili. Noi crediamo che l’essenza della persona non sia omosessuale, che ci possano essere delle tendenze, dei problemi psicologici, delle ferite, ma non se ne può parlare. Non si può dire nulla se non nel modo in cui Arcigay propone, perchè subito si è tacciati di omofobia. Ma lo spettro dell’omofobia è una grande, gigantesca bufala. Omofobia significa avere paura, io non ho paura dell’omosessualità e nemmeno degli omosessuali: lo sono stato per 20 anni! Questo è soltanto un tentativo di zittire chiunque si permetta di esprimere un’opinione diversa».

Qualcuno potrebbe obiettare che alcune persone non si riconoscono nella propria identità sessuale biologica...

«Conosco bene questo stato d’animo, per averlo provato. Porta con sè un carico di dolore, di rabbia, di sofferenza inimmaginabile. Di fronte a questa sensazione di freddo smarrimento viene naturale avvicinarsi al mondo gay, e poi ne si viene travolti. Noi vogliamo offrire un’alternativa, con il gruppo Lot vogliamo dare voce alle persone che non si sentono in sintonia con quello che provanno, andare incontro agli adolescenti che chiedono di capire cosa sta succedendo. Il percorso è lungo e complesso, ma bisogna essere chiari: siamo maschi o femmine. E la normalità è essere eterosessuali».

Quindi secondo Lei non ci sono diritti da tutelare per quanto riguarda gli omosessuali attraverso i GayPride?

«L’unico risultato di queste manifestazioni è il proliferare di locali dove si offre sesso. A me dispiace tantissimo perchè so che i ragazzi più giovani ci credono davvero, e il loro entusiasmo viene alimentato di continiuo, facendo loro credere che si cambierà il mondo, ma non è cosi’ e ai vertici lo sanno bene. E’ il sesso il motore del mondo gay, come in una sorta di cannibalismo ci si nutre di una cosa che non si ha. Ed è questo che personalmente ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. Il sesso. Perchè non esiste la fedeltà nel mondo gay, esiste la ricerca compulsiva di qualcosa che si vuole possedere, ma non la si ottiene perche’ ci si ostina a cercare nell’uguale a noi. Non esistono persone serene, o piene, nel mondo gay. Al contrario quando l’individuo scopre il mistero della complementarità, tutto acquista una luce diversa… ».

Quale è stata la molla che Le ha fatto pensare che qualcosa non andava nel mondo gay?

«Ad un certo punto, dopo anni di ricerca sfrenata, non solo non avevo trovato nulla, ma non avevo nemmeno capito bene cosa stavo cercando, e nemmeno se lo avrei trovato mai. Esausto, mi sono fermato, ho staccato. Poi ho scoperto che c’erano altre possibilità: con grandissimo stupore e altrettanta sofferenza ho scoperto una cosa che nessuno, in 20 anni di Arcigay mi aveva mai detto, e cioè che potevo diventare eterosessuale. Perchè non me lo avevano detto? Mi hanno rubato 20 anni di vita. Ho cominciato a leggere i libri di Ncolosi, psicoterapeuta americano, che da anni negli Stati Uniti si occupava di terapia riparativa. Non sono stato convinto da subito, ma ho voluto tentare anche quella strada. Ho capito che la mia vita era cambiata quando ho cominciato a percepire la profondità del mistero della complementarità, e ho sentito dentro di me un desiderio, che nessuno mi aveva detto che avrei potuto sentire: quello di essere padre. Fino ad allora nessuno mi aveva mai detto che avrei potuto generare una vita».

mercoledì 8 giugno 2011

Anniversario di battesimo di Plinio Corrêa de Oliveira




In occasione del 102° anniversario del battesimo di Plinio Corrêa de Oliveira — egli ricevette il sacramento nella chiesa parrocchiale di Santa Cecilia, a San Paolo del Brasile, il 7 giugno 1909 — ci è grato presentare ai nostri lettori le sue parole di risposta ad un omaggio dei suoi figli spirituali il 7 giugno 1978, e che mostrano i vincoli spirituali che lo legavano al Corpo Mistico di Cristo.



Io amo smisuratamente il dono di appartenere alla Chiesa, ricompensa molto grande che mi è stata concessa prima di meritarlo.

Il mio atteggiamento di tutti i giorni, di tutti i minuti, di tutti gli istanti è di cercare con lo sguardo la Chiesa Cattolica per essere permeato dal suo spirito, per averla dentro di me, per diventare uno con Lei. E, anche se Essa dovesse essere abbandonata da tutti gli uomini, nella misura in cui ciò fosse possibile senza che cessasse d’esistere, io vorrei averla totalmente nella mia anima. Vorrei vivere soltanto per la Chiesa. Sicché, al momento della mia morte, io possa dire: Veramente, fui un uomo cattolico, tutto apostolico, romano, romano, romano, nonostante tutte le mie miserie e tutte le sofferenze che l’essere romano oggi comporta.

Se volete conoscermi, se volete seguirmi, cercate di capire come lo spirito della Chiesa vive nella mia anima. Di voi io solo chiedo una cosa: cercate di vedere in me ciò che ho di cattolico, ciò che esiste della Santa Chiesa in me. Cercate di capire come questo Battesimo, che ho ricevuto tanti decenni fa, ha lasciato in me un segno, si è sviluppato lungo la mia vita. Cercate di capire come io appartengo alla Chiesa, come la mia anima riflette la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Cercate di capire come io amo questa Chiesa.

Come potrebbe esistere questo amore senza che io veda la Chiesa in un certo modo?

Io amo la Chiesa perché l’ho conosciuta. Io amo la Chiesa perché l’ho capita. Io amo la Chiesa perché vi ho aderito con tutta la mia anima. La amo con tale forza che la parola “aderire” mi pare debole. Io mi sono radicato nella Chiesa! La Chiesa è penetrata in me! Ho stabilito con Lei un connubio spirituale talmente intimo quanto la debolezza umana lo consente. Un connubio completo, indissolubile, per la vita e la morte, per il tempo e per l’eternità! Questa è la mia appartenenza alla Chiesa Cattolica.

Si potrebbe dire di questa appartenenza ciò che S. Paolo disse di Nostro Signore Gesù Cristo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Noi siamo chiamati a realizzare questa unione con la Chiesa fino a poter dire: “Non sono più io che vivo, ma la Chiesa Cattolica Romana vive in me”.

Ed è anche questo il modo in cui la Madonna vive in me. La Madonna è la madre della Chiesa. Se io voglio che la Madonna viva in me, devo far vivere in me lo spirito della Chiesa. La Madonna è il tempio dello Spirito Santo. Se io voglio che Nostro Signore Gesù Cristo viva in me, devo far sì che lo spirito di Santa Romana Chiesa viva in me. E quando dico che non sono più io che vivo, ma la Chiesa Cattolica vive in me, implicitamente dico che la Madonna e Nostro Signore Gesù Cristo vivono in me.

A tutti, continuamente, io non ho fatto altro che dire: amate la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana! È questo l’ideale della mia vita spirituale, della mia vita intellettuale, del mio apostolato, il substrato di tutta la mia esistenza.

Io contemplo continuamente la Santa Chiesa, e dal fondo della mia anima sgorga continuamente questa considerazione:

“Finché ci sia la Chiesa sulla terra, la mia vita ha una ragion d’essere. E se un giorno Essa dovesse morire, io vorrei morire con Lei, dandole un amore che partecipi in qualche modo al culto di latria. Vorrei morire perché la mia vita non avrebbe più senso. Le mie ossa si disgregherebbero, tutto il mio essere si scioglierebbe perché non c’è più la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana!”


Fonte: Associazione Tradizione Famiglia e Proprietà

martedì 7 giugno 2011

Aborto: Origini della legge 194



07/06/2011

di Dr. Roberto Algranati

Da alcuni anni si è fatta strada in ambiente pro-life e cattolico l’idea di valorizzare quelle parti della legge 194/78 che, almeno formalmente, sembrano proteggere la vita umana prenatale.

Si tratta del titolo della legge “Legge per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza”, e di parte degli 1, 2 e 5.1

Il progetto di valorizzare certi “elementi positivi della legge 194” per difendere le vite umane minacciate dall’aborto è in sé certamente positivo e merita di essere utilizzato e valorizzato. Tuttavia, se esso si associa alla rinuncia a denunciare l’intrinseca ingiustizia ed inaccettabilità della legge 194/78, diventa disastroso.

Si dice che mancano le condizioni per modificare la legge; anzi si aggiunge che continuare a contestare la legge creerebbe una reazione di chiusura da parte dei suoi sostenitori e ostacolerebbe la stessa applicazione delle sue parti positive. Si pensa di “svuotare dall’interno” la legge 194, e di ridurne fortemente l’impatto sociale, di “renderla quasi inutile” potenziando gli aiuti e le alternative offerta alla donna che vuole abortire perché, si dice, “se la donna è veramente libera non abortisce”.

Questo modo di pensare è del tutto irrealistico. Non si tengono in sufficiente considerazione l’origine e gli scopi di questa legge, e i metodi che sono stati usati per giungere alla sua approvazione.

La legge 194/78, infatti, non è un evento isolato, ma fa parte di un processo storico che riguarda, non solo l’Italia, ma tutto il mondo occidentale, con la sola esclusione dell’Irlanda e dell’isola di Malta. Infatti, fra il 1967 e il 1980 tutte le altre nazioni del mondo occidentale hanno introdotto leggi fortemente permissive in materia di aborto.

Perché ciò è avvenuto?

In tutti questi paesi, Italia compresa, esisteva già la possibilità legale dell’aborto terapeutico per salvare la vita della madre o per impedire gravissimi danni alla sua salute fisica, non altrimenti evitabili.

Inoltre lo sviluppo della moderna medicina aveva quasi completamente eliminato la drammatica necessità dell’aborto come estremo mezzo terapeutico.

Anche la mortalità femminile per aborto clandestino, contrariamente a quanto falsamente si è fatto credere, era molto bassa e non superava in Italia lo 0,2% della mortalità femminile in età feconda.

Per questi motivi i medici non avevano mai chiesto leggi più permissive in materia di aborto terapeutico ma, al contrario, ne avevano sempre più ristretto le indicazioni.

In realtà la legge 194, come le altre leggi simili del mondo occidentale, è stata approvata con lo scopo prioritario di legalizzare l’aborto a richiesta della donna nei primi 90 giorni di gravidanza e l’aborto eugenetico fino alla 24° settimana di gestazione. Questa legge non ha alcun fondamento nella biologia scientifica, né nelle esigenze della medicina e nemmeno nei principi generali del diritto, ma è soltanto il frutto di una imposizione culturale tenacemente voluta da politici cinici e conformisti e accettata da un’opinione pubblica ingannata per anni da una sistematica propaganda menzognera sui mezzi di informazione.

In un passato relativamente recente, le stesse caratteristiche sono state proprie delle leggi razziali. Non esisteva alcuna base scientifica né giuridica che giustificasse la presunta superiorità della razza bianca su quella nera o degli ariani sugli ebrei. Solo l’ideologia della “razza superiore”, e il mito i della “purezza razziale”, imposti da politici senza scrupoli, avevano portato alle leggi razziali.

Allo stesso modo, l’ondata di leggi permissive in materia di aborto, che ha interessato il mondo occidentale, è in realtà causata da due ideologie, entrambe nate nel mondo anglosassone. La prima è l’ideologia femminista radicale, che considera un’ingiustizia, inaccettabile per la donna, l’obbligo legale di portare a termine una gravidanza, anche se indesiderata, e vede in ciò un grave ostacolo alla sua affermazione nella società e al raggiungimento di una piena parità con l’uomo. Perciò questa ideologia vuole che alla donna sia riconosciuto il diritto di scelta (choice) fra l’interruzione o il proseguimento della gravidanza. La seconda è l’ideologia neomalthusiana, antinatalista che ritiene la crescita della popolazione mondiale causa prima della fame e del sottosviluppo del terzo mondo e la considera una grave minaccia al benessere delle nazioni ricche. L’arresto della crescita della popolazione mondiale è lo scopo prioritario della IPPF (International Planned Parenthood Federation), la potentissima organizzazione antinatalista, nata nel 1942 negli Stati Uniti con Margaret Sanger e poi estesasi a tutto il mondo a partire dagli anni’50. Questa ideologia è una filiazione diretta delle ideologia razzista ed eugenista della prima metà del 20° secolo.

Nel 1967 l’ALRA (Abortion Law Repeal Association), portabandiera delle femministe inglesi, ottenne in Inghilterra l’approvazione dall’ Abortion Act (aborto praticamente a richiesta fino alla 24a settimana di gravidanza).

Poco dopo la IPPF, che fino ad allora aveva propagandato solo la contraccezione e la sterilizzazione, nel suo congresso mondiale a Dacca (28/1/– 4/2/1969), decise di promuovere su scala planetaria la legalizzazione permissiva dell’ aborto (definito testualmente “il mezzo chirurgico della contraccezione”) ritenendolo, come risulta dagli atti, la soluzione più efficace per arrestare la crescita della popolazione mondiale. Lo stesso orientamento venne ribadito ai congressi della IPPF per l’Europa (Budapest 1969) e per l’estremo oriente ed il Pacifico (Tokio 1970)

Per ottenere l'approvazione di leggi permissive in materia d’aborto fu messo a punto un programma basato sulla menzogna sistematica e studiato in modo da ingannare l'opinione pubblica tramite i mezzi di comunicazione di massa, così da convincerla che la legalizzazione dell'aborto in forma permissiva era una necessità sociale ed una misura umanitaria e progressista.

Questo programma è stato realizzato in modo uguale in tutto il mondo occidentale, Italia compresa.

Il programma si articola nei seguenti punti:

1. Affermare che il numero degli aborti clandestini è elevatissimo.

2. Affermare che la legalizzazione dell'aborto è indispensabile per evitare un’ecatombe di giovani donne causata dai numerosissimi aborti clandestini.

3. Negare, anche contro l'evidenza scientifica, la natura umana del bambino non ancora nato e cercare di far dimenticare la sua esistenza modificando opportunamente il linguaggio e trattando l'argomento dell'aborto come un fatto che non lo riguarda.

4. Tenere rigorosamente nascoste le moderne conoscenze di embriologia umana e la natura atroce delle tecniche abortive screditando con l'accusa di " terrorismo psicologico "chiunque voglia farle conoscere.

5. Affermare che le leggi permissive in materia d’aborto promuovono l’emancipazione, la libertà e la dignità della donna e che, quindi, voler sostenere il diritto alla vita del nascituro fin dal concepimento è frutto di una mentalità arretrata, maschilista ed ostile all'emancipazione femminile.

6. Sfruttare i processi per reati d’aborto clandestino e tutte le possibili occasioni, anche le più drammatiche, per promuovere la legalizzazione dell'aborto.

Ed ecco come in Italia, sulla falsariga di questo programma internazionale, è stato promossa la legalizzazione permissiva dell’aborto, poi conclusasi con la promulgazione della legge 194 il 22 maggio 1978.

Secondo questi promotori, negli anni ’70, in Italia gli aborti clandestini sarebbero stati da 800 000 a tre milioni ( da 2 a 8 in media per ogni donna nel corso della sua vita !! ).

Le donne morte per aborto clandestino sarebbero state ben 20-25000 all’anno (tre volte le morti annuali per incidenti stradali negli anni ’70). Queste cifre comparvero negli anni ‘70 su giornali e settimanali come La Stampa, il Corriere della Sera, Panorama, l’Espresso e altri, e furono ritenute così attendibili da alcuni politici da essere riportate in ben tre disegni di legge regolarmente depositati in Parlamento (DDL Banfi, Brizioli e Fortuna).

La legge italiana che proibiva l’aborto sarebbe stata fascista perché contenuta nel codice Rocco del 1930, anche se era perfettamente uguale a quella del precedente codice penale Zanardelli del 1889.

Nel 1976 l’incidente di Seveso e l’inquinamento ambientale da diossina fu l’occasione per spingere all’ aborto le donne incinte colpite dall’inquinamento (anche contro la legge allora vigente) al fine di impedire la nascita di eventuali bambini con malformazioni. “Non vogliamo mostri” fu lo slogan delle femministe accorse prontamente a Seveso. Vennero eseguiti, in deroga alla legge, 30 aborti.

Ma qual’era la verità?

Il numero annuale di aborti clandestini in Italia era compreso fra 100 e 200 000, e il numero di donne, morte per aborto clandestino, all’incirca 30 all’anno: lo 0,2% della mortalità femminile in età feconda che, nel 1972, è stata, per tutte le cause di morte, di circa 15000 unità. Molto meno delle 20- 25000 morti attribuite al solo aborto clandestino dai promotori della legge abortista!

Queste stime obbiettive furono pubblicate dal prof. Colombo, demografo dell’Università di Padova, nel 1977 e risultarono esatte. L’approvazione della legge 194 non produsse, infatti, alcuna modificazione apprezzabile della mortalità femminile in età feconda, che continuò a diminuire con la stessa velocità di prima (circa il 2,5% all’anno), grazie al continuo progresso della medicina e dell’assistenza sanitaria. Ciò dimostra che la mortalità per aborto clandestino era statisticamente insignificante.

Nessuno dei feti abortiti a Seveso risultò malformato; i figli e le figlie delle donne che allora rifiutarono l’aborto sono oggi giovani uomini e donne del tutto normali.

La natura ideologica della legge 194/78 è evidenziata non solo dalla sua origine e dai metodi seguiti per la sua approvazione, ma anche dall’accanimento irragionevole con cui si continua ad affermare che gli aborti legali sono diminuiti per merito di questa legge permissiva. E’ contro il semplice buon senso sostenere che, trasformando l’aborto da reato in diritto garantito dal Servizio Sanitario, la sua frequenza diminuisca. Se essa di fatto si riduce, la causa deve, necessariamente, essere diversa e risiede, in massima parte, nell’uso massiccio della pillola del giorno dopo (300 000 confezioni vendute ogni anno in Italia). Questo prodotto farmaceutico causa aborti precocissimi, che sfuggono alla statistica. E’ comunque sconcertante e anche motivo di preoccupazione che simili assurdità siano state ripetutamente affermate da due Ministri della Sanità anche recentemente siano state ribadite dal sottosegretario al Ministero della Salute.

Tuttavia è logico. e in fondo inevitabile. che i sostenitori della legge 194/78 facciano simili affermazioni, perché questa legge, come quelle razziali del passato, è unicamente di natura ideologica. Le ideologie sono sostenute, non dall’amore per la verità, ma solo da una “volontà di potenza” e perciò resistono alla logica, alla scienza, al buon senso e persino alla realtà dei fatti. In altri termini: certe affermazioni vengono fatte non perché sono vere ma solo perché servono a giustificare il contenuto dell’ideologia, nel caso specifico, il diritto della donna all’aborto il mantenimento in vigore della legge.

Negli anni ‘70 c’era però ancora un serio ostacolo alla legalizzazione permissiva dell’aborto in Italia: La sentenza della Corte Costituzionale n° 27 de 12/ 2/ 1975. Questa sentenza affermava la liceità costituzionale del solo aborto terapeutico diretto a proteggere, non solo la vita, ma anche la salute della madre. La sentenza però precisava “…… ritiene anche la Corte che sia obbligo del legislatore predisporre le cautele necessarie per impedire che l'aborto venga procurato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire della gestazione: e perciò la liceità dell'aborto deve essere ancorata ad una previa valutazione della sussistenza delle condizioni atte a giustificarla. "

Per cercare di conformarsi (solo a parole) alla sentenza della Corte Costituzionale, la legge 194 venne impostata come una regolamentazione dell’aborto terapeutico, in cui però, nei primi 90 giorni, è la sola donna che decide, a suo insindacabile giudizio, se l’aborto è necessario per la sua piena salute fisica e psichica “….in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito….” (Art.4). Poi, fino alla 24a settimana di gravidanza, l’aborto terapeutico è legalmente permesso “…..quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” (Art. 6) L’accertamento deve essere effettuato e documentato da un medico del servizio ginecologico dove avverrà l’intervento, che può, ma non è obbligato, a servirsi di un consulente specialistico.

Da notare: L’aborto è legalmente lecito anche se i processi patologici o le malformazioni potrebbero essere guariti o corretti prima o dopo la nascita.

Inoltre il ginecologo, non essendo obbligato alla consulenza specialistica, può valutare e documentare anche da solo la sussistenza di un grave pericolo per la salute psichica della donna.

E’ evidente che così il legislatore ha voluto legalizzare sia l’aborto a richiesta nei primi 90 giorni, sia l’aborto eugenetico fino alla 24° settimana gravidanza, mascherandoli entrambi da aborti terapeutici per tutelare la salute fisica e psichica della donna. La valutazione del grave pericolo per la salute psichica, dopo i 90° giorno di gravidanza, è a affetta inevitabilmente da un giudizio molto soggettivo da parte del medico ed è difficilmente contestabile.

Per di più, nei primi 90 giorni di gravidanza, non soltanto è la donna che da sola valuta, a suo insindacabile giudizio, se l’aborto è necessario per tutelare la sua salute fisica o psichica, come previsto dall’articolo 4, ma nessuno può impedirle di attuare la sua decisione. Neppure il padre del nascituro, anche se legittimo marito della donna, e nemmeno i genitori di una minorenne che, per la legge 194, può abortire anche a loro insaputa. Infine la legge obbliga gli enti ospedalieri (oggi le ASL) ad eseguire le interruzioni legali di gravidanza, e prevede che la Regione ne controlli e garantisca l'attuazione (art. 9). Il direttore di una ASL, che si rifiuti di garantire il servizio di aborto legale, è passibile di condanna per omissione di atti d’ufficio e per lui non è ammessa l’obbiezione di coscienza.

Dunque, nei primi 90 giorni di gravidanza è la donna che decide di abortire e le ASL sono obbligate ad eseguire. Nessun altro intervento può essere imposto ad una struttura sanitaria, se i medici non lo ritengono giustificato; ma l’aborto sì, può essere imposto e ciò in forza della legge 194/78.

Così il legislatore ha implicitamente riconosciuto anche l’autodeterminazione della donna e il suo diritto all’aborto nei primi 90 giorni di gravidanza in contrasto con la sentenza n° 27 / 75 della Corte Costituzionale.

Al contrario, tutte le parti della legge che parlano di aiuto alla donna per evitare l’aborto sono configurate non già come “obblighi” ma come “compiti” del Consultorio o della struttura socio sanitaria e pertanto, nella stessa legge, non è prevista alcuna sanzione per chi non li rispetti.

Tutto ciò dimostra che è completamente falsa l’affermazione, anche oggi ripetuta, che la legge 194 permetterebbe l’aborto solo per casi estremi, o come “ultima spiaggia. Chi fa queste affermazioni o non conosce la legge o è in malafede.

La legge 194 fu approvata dal Parlamento con solo 14 voti di maggioranza e furono determinanti i voti dei cosiddetti “cattolici per il socialismo”, quegli stessi che avevano inserito nel titolo della legge l’espressione “ tutela della maternità” e all’ Art. 1 l’affermazione “la legge tutela la vita umana fin dal suo inizio”; un’affermazione destinata a rimanere lettera morta perché, volutamente, si era evitato di specificare quando, per la legge, iniziava la “vita umana”

Allora i sostenitori della legge 194 non si preoccuparono affatto di “lacerare il paese”, di “di creare steccati” e di innalzare “muro contro muro”, slogan che ora vengono lanciati immediatamente contro chi propone qualsiasi modifica restrittiva della legge 194. L’auspicio che spesso oggi si sente ripetere di trovare “soluzioni ampiamente condivise” fu allora completamente disatteso.

L’ultimo atto dell’iter legislativo della legge 194 si compì il 22 maggio 1978.

Ben sei democristiani firmarono la legge 194/78:

il Presidente della Repubblica Leone, il Presidente del Consiglio Andreotti e quattro ministri: Anselmi (Sanità), Bonifacio (Giustizia), Pandolfi (Finanze ) e Morlino (Tesoro).

Il Presidente della Repubblica, come garante della Costituzione avrebbe dovuto riconoscere almeno la dubbia costituzionalità della legge e rimandarla perciò al Parlamento per un’adeguata modifica. Invece la firmò lo stesso.

Ancora più sconcertante fu la firma dell’allora ministro della giustizia on. Bonifacio, lo stesso che tre anni prima, come Presidente della Corte Costituzionale, aveva firmato proprio la già citata sentenza n° 27 del febbraio 1975 in cui si affermava che è “….obbligo del legislatore predisporre le cautele necessarie per impedire che l'aborto venga procurato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire della gestazione." Non si era accorto, l’on. Bonifacio, che all’art. 4 la legge non prevedeva alcun accertamento sulla realtà e gravità del danno o pericolo..?

La ragione profonda e inconfessata di queste contraddizioni era, in realtà, di natura politica: tre anni prima, il 21/ 4/ 1975, al congresso nazionale della Democrazia Cristiana, Aldo Moro aveva detto testualmente:

“La ritrovata natura popolare del partito induce a chiudere nel riserbo della coscienza certe valutazioni rigorose, certe impostazioni di principio che erano proprie della nostra formazione in una diversa stagione della vita sociale, ma che ora fanno ostacolo alla comunicazione con le masse e alla collaborazione di governo. Prevarranno dunque la duttilità e la tolleranza.”

Questa frase, detta pubblicamente mentre era in corso una massiccia campagna mediatica per ottenere una legge permissiva in materia di aborto, era il segnale che la DC non si sarebbe opposta ad oltranza ad una simile legge. Il contenuto della frase è anche sufficiente per ritenere che questo atteggiamento della DC facesse parte degli accordi per il “compromesso storico” con i comunisti.

Da quanto sopra detto si può dare il seguente giudizio oggettivo sulla legge 194/78:

1. Non ha giustificazioni mediche né giuridiche.

2. E stata voluta solo per ragioni ideologiche e di convenienza politica

3. Contraddice i dati certi della moderna biologia scientifica.

4. Si è affermata con l’uso massiccio e sistematico della menzogna sui mezzi di comunicazione di massa al fine di ingannare l’opinione pubblica.

5. Ha legalizzato di fatto l’aborto a richiesta nei primi 90 giorni di gravidanza e l’aborto eugenetico nel 2° trimestre di gravidanza mascherandoli entrambi come “aborti terapeutici”,

6. Ha istituito di fatto un diritto della donna all’aborto nei primi 90 giorni di gravidanza.

7. Per i motivi di cui ai punti 5 e 6 è in contrasto con la sentenza 27 / 75 della Corte Costituzionale.

8. Le affermazioni e le disposizione a favore della vita del nascituro o sono puramente declamatorie o sono volutamente di scarsa efficacia perché qualificate solo come “compiti” e non come “obblighi”, per la cui inadempienza la legge non prevede alcuna sanzione.

Sono passati più di trent’ anni dalla promulgazione della legge 194/78 e si può fare un bilancio.

La gestione della legge 194/78 è stata, e continua ad essere, pesantemente abortista, come del resto era inevitabile,dato il suo spirito e la sua struttura.

I consultori familiari che, teoricamente, avrebbero dovuto aiutare la donna a rimuovere le cause che la spingevano all’aborto, hanno provveduto, quasi sempre, solo a distribuire certificati per l’aborto nei primi 90 giorni di gravidanza.

Gli aborti legali sono stati circa 5 milioni (in media 160 000 all’anno) per il 98% eseguiti a semplice richiesta della madre nei primi 90 giorni di gravidanza secondo l’art. 4 della legge. Formalmente sono stati tutti aborti “terapeutici”, in un’epoca in cui il vero aborto terapeutico, grazie ai progressi delle scienze mediche, è divenuto rarissimo. Gli aborti eugenetici nel secondo trimestre di gravidanza sono stati almeno 100 000 e sono stati eseguiti anche quando i processi patologici o le rilevanti anomalie o malformazioni che li giustificavano avrebbero potuto essere guariti o corretti prima o dopo la nascita.

La legge ha aperto una breccia devastante nell’argine che per secoli il diritto aveva eretto a difesa della vita umana innocente, provocando una grave perdita di valore della vita umana prenatale, soprattutto nei primi 90 giorni di gravidanza. Attraverso questa breccia, oltre a milioni di vittime innocenti, sono passate anche la pillola del giorno dopo, la fecondazione in vitro con embrio-transfer (FIVET), che causa una mortalità del 90% degli embrioni così concepiti, e la Ru 486, cioè l’aborto chimico.

Non c’è da meravigliarsi, perché le leggi hanno un potente effetto educativo. Se lo Stato permette, garantisce e finanzia l’aborto a richiesta della donna nei primi 90 giorni di gravidanza, o fino alla 24a settimana se il feto è malato o malformato, ciò significa che, per lo Stato, la vita di questi esseri umani innocenti non vale nulla e che la loro soppressione è considerata dallo stesso Stato un fatto indifferente o addirittura positivo, degno di tutela legale.

Dopo queste considerazioni, tutte rigorosamente documentabili, si può concludere che è sicuramente perdente la strategia di puntare solo sulla prevenzione dell’aborto, valorizzando i deboli elementi favorevoli presenti nella legge 194/78, senza contestare in radice la gravissima ingiustizia della legge stessa, ma anzi tacendo sul suo vero significato. Perché questa strategia rinforza il concetto perverso che la donna ha il diritto di scegliere se uccidere o lasciar vivere il proprio figlio e si limita soltanto ad aiutarla a scegliere a favore della vita del nascituro. Si dimentica, o si vuole dimenticare, l’ideologia, la cultura, l’atmosfera di menzogna, di ipocrisia, di cinismo e di opportunismo politico che hanno portato all’approvazione della legge 194 e che continuano a mantenerla in vigore.



L’ultima smentita alle utopiche speranze di certi pro-life è l’autorizzazione al commercio, anche in Italia, del RU 486, la pillola dell’aborto chimico. Con questo veleno embrionale, l’aborto nei primi 50 giorni di gravidanza diventa più semplice ed economico per il Servizio Sanitario, è meno ostacolato dall’obbiezione di coscienza degli operatori sanitari, e permette alla donna di simulare facilmente un aborto spontaneo, evitando così la riprovazione sociale ed eventuali conflitti con il partner e i famigliari.

Si afferma che questo tipo di aborto non è conforme alla legge 194/78. Non si coltivino illusioni: lo spirito di questa legge è il diritto incontestabile della donna all’aborto, su richiesta, nei primi 90 giorni di gravidanza; il RU486 rende ancora più semplice il soddisfacimento di questo diritto. Perciò sarà trovato il modo di rendere del tutto legale l’aborto chimico, se necessario “ritoccando la forma” della legge 194/78, per adeguarla, in conformità al suo spirito e ai suoi scopi, alle “ conquiste del progresso scientifico” in questo campo, sconosciute nel 1978.

Un’ultima considerazione deve essere fatta sul ruolo fondamentale che la scristianizzazione dell’Europa ha avuto nella affermazione dell’ideologia abortista, nell’ approvazione e nel mantenimento in vigore delle leggi permissive in materia di aborto.

Solo l’Irlanda e l’isola di Malta non hanno mai introdotto simili leggi e solo la Polonia ha cambiato in senso molto restrittivo la precedente legge permissiva del regime comunista, riducendo così drasticamente gli aborti legali da più di 100 000 a poche centinaia all’anno. Sono nazioni in cui la fede e i valori cristiani hanno ancor oggi una grande importanza nelle decisioni dei laici impegnati in politica.

Una situazione culturale simile c’era in Italia nel 1948, quando l’impegno massiccio dei cattolici salvò l’Italia dal regime comunista e gettò le basi politiche del grande sviluppo economico dei successivi decenni.

Ma trent’ anni dopo, nel 1978, la situazione era già molto cambiata. Una parte dei cattolici era diventata “adulta”, erano nati i “cattolici democratici” e i “cattolici per il socialismo”. L’orientamento prevalente dei politici DC era per il “compromesso storico” con i comunisti, nei cui accordi, come più sopra ricordato, c’era anche la non resistenza ad oltranza della DC ad una legge permissiva sull’aborto. Nel campo politico la cultura cristiana era stata sostituita dalla cultura del compromesso, beninteso “a fin di bene”, “per evitare un male maggiore” per “ridurre il danno” ecc…., ma in realtà espressione di debolezza, di mediocrità culturale e di opportunismo.

Così, anche in Italia, si è giunti all’approvazione di una legge abortista, la legge 194/78, salutata con entusiasmo dai giornali laicisti come vittoria delle donne e conquista di civiltà.

Se si considera, nel suo complesso, il fenomeno storico delle leggi abortiste nelle società democratiche contemporanee, si rimane impressionati sia dal disprezzo della dignità umana, e dalla violenza verso esseri umani innocenti che queste leggi realizzano nella strutture sanitarie, sia dalla menzogna, dall’ipocrisia, e dall’ arroganza culturale con cui queste leggi sono sostenute sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa, fino a causare nell’opinione pubblica un’ eclissi della ragione e del naturale senso di giustizia.

Insieme a una piccola minoranza di laici coraggiosi, i cattolici, in Italia, sono rimasti quasi soli a difendere la verità e la giustizia in questo campo.

Di qui la loro particolare responsabilità, quale “luce del mondo e sale della terra”. Il maggiore pericolo sono i compromessi con l’errore, reali od anche solo apparenti, perché essi compromettono gravemente l’identità dei cattolici e influenzano in senso negativo l’opinione pubblica e le convinzioni degli stessi fedeli.

“Se il sale perde il sapore con che cosa gli si renderà il sapore?. Non vale più nulla se non ad essere gettato fuori e calpestato dagli uomini” (Mt. 5, 13)

Fonte: Difendere la Vita - 04/06/2011

domenica 5 giugno 2011

CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI



















Congregazione per la dottrina della fede


1° Ottobre 1986


1. Il problema dell'omosessualità e del giudizio etico sugli atti omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico dibattito, anche in ambienti cattolici. In questa discussione vengono spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi con l'insegnamento della chiesa cattolica, destando una giusta preoccupazione in tutti coloro che sono impegnati nel mistero pastorale. Di conseguenza questa congregazione ha ritenuto il problema così grave e diffuso da giustificare la presente lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, indirizzata a tutti i vescovi della chiesa cattolica.

Gli antecedenti
2. Naturalmente in questa sede non può essere affrontata una trattazione esaustiva di tale complesso problema; si concentrerà piuttosto l'attenzione sul contesto specifico della prospettiva morale cattolica. Essa trova conforto anche in sicuri risultati delle scienze umane, le quali pure hanno un oggetto e un metodo loro proprio, che godono di legittima autonomia.
La posizione della morale cattolica è fondata sulla ragione umana illuminata dalla fede e guidata consapevolmente dall'intento di fare la volontà di Dio, nostro Padre. In tal modo la chiesa è in grado non solo di poter imparare dalle scoperte scientifiche, ma anche di trascenderne l'orizzonte; essa è certa che la sua visione più completa rispetta la complessa realtà della persona umana che, nelle sue dimensioni spirituale e corporea. è stata creata da Dio e, per sua grazia, chiamata a essere della vita eterna.
Solo all'interno di questo contesto, si può dunque comprendere con chiarezza in che senso il fenomeno dell'omosessualità, con le sue molteplici dimensioni e con i suoi effetti sulla società e sulla vita ecclesiale, sia un problema che riguarda propriamente la preoccupazione pastorale della chiesa. Pertanto dai suoi ministri si richiede studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata.
3. Già nella "Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale", del 29 dicembre 1975, la Congregazione per la dottrina della fede aveva esplicitamente trattato questo problema. In quella dichiarazione si sottolineava il dovere di cercare di comprendere la condizione omosessuale, e si osservava come la colpevolezza degli atti omosessuali dovesse essere giudicata con prudenza. Nello stesso tempo la congregazione teneva conto della distinzione comunemente operata fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali. Questi ultimi venivano descritti come atti che vengono privati della loro finalità essenziale e indispensabile, come "intrinsecamente disordinati" e tali che non possono essere approvati in nessun caso (cf. n. 8, § 4.)
Tuttavia nella discussione che seguì la pubblicazione della dichiarazione, furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona. Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata.

CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI


CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI



INTRODUZIONE

1. Diverse questioni concernenti l'omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede.(1) Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell'ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l'abilitazione all'adozione di figli. Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali, ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio, fondamento della famiglia, e la solidità della società, della quale questa istituzione è parte costitutiva. Esse hanno anche come fine di illuminare l'attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema.(2) Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.



I. NATURA E CARATTERISTICHE IRRINUNCIABILI
DEL MATRIMONIO

2. L'insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. Esso è stato fondato dal Creatore, con una sua natura, proprietà essenziali e finalità.(3) Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite.

3. La verità naturale sul matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici della creazione, espressione anche della saggezza umana originaria, nella quale si fa sentire la voce della natura stessa. Tre sono i dati fondamentali del disegno creatore sul matrimonio, di cui parla il Libro della Genesi.

In primo luogo l'uomo, immagine di Dio, è stato creato « maschio e femmina » (Gn 1, 27). L'uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall'altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono.

Il matrimonio, poi, è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l'esercizio della facoltà sessuale. « Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne » (Gn 2, 24).

Infine, Dio ha voluto donare all'unione dell'uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l'uomo e la donna con le parole: « Siate fecondi e moltiplicatevi » (Gn 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell'istituzione del matrimonio.

Inoltre, l'unione matrimoniale tra l'uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa insegna che il matrimonio cristiano è segno efficace dell'alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). Questo significato cristiano del matrimonio, lungi dallo sminuire il valore profondamente umano dell'unione matrimoniale tra l'uomo e la donna, lo conferma e lo rafforza (cf. Mt 19, 3-12; Mc 10, 6-9).

4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, « precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati ».(4)

Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali « sono condannate come gravi depravazioni... (cf. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».(5) Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli (6) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.

Secondo l'insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali « devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione ».(7) Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.(8) Ma l'inclinazione omosessuale è « oggettivamente disordinata »(9) e le pratiche omosessuali « sono peccati gravemente contrari alla castità ».(10)



II. ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI
DEL PROBLEMA DELLE UNIONI OMOSESSUALI

5. Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l'equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all'adozione di figli.

Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l'esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l'uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall'approvazione o dalla legalizzazione del male.

In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza.



III. ARGOMENTAZIONI RAZIONALI
CONTRO IL RICONOSCIMENTO LEGALE
DELLE UNIONI OMOSESSUALI

6. La comprensione dei motivi che ispirano la necessità di opporsi in questo modo alle istanze che mirano alla legalizzazione delle unioni omosessuali richiede alcune considerazioni etiche specifiche, che sono di diverso ordine.

Di ordine relativo alla retta ragione

Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale,(11) ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza.(12) Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona.(13) Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell'istituzione matrimoniale, all'unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un'istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio.

Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell'ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell'intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell'uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse « svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume ».(14) Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l'oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell'istituzione matrimoniale.

Di ordine biologico e antropologico

7. Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni.

Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L'eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana,(15) non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza.

Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita.

Come dimostra l'esperienza, l'assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all'interno di queste unioni. Ad essi manca l'esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell'adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell'ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l'interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.

Di ordine sociale

8. La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un'istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l'essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l'unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri.

A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia.(16) Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto.

Neppure il principio della giusta autonomia personale può essere ragionevolmente invocato. Una cosa è che i singoli cittadini possano svolgere liberamente attività per le quali nutrono interesse e che tali attività rientrino genericamente nei comuni diritti civili di libertà, e un'altra ben diversa è che attività che non rappresentano un significativo e positivo contributo per lo sviluppo della persona e della società possano ricevere dallo Stato un riconoscimento legale specifico e qualificato. Le unioni omosessuali non svolgono neppure in senso analogico remoto i compiti per i quali il matrimonio e la famiglia meritano un riconoscimento specifico e qualificato. Ci sono invece buone ragioni per affermare che tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.

Di ordine giuridico

9. Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l'ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell'ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune.

Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.(17)



IV. COMPORTAMENTI DEI POLITICI CATTOLICI
NEI CONFRONTI DI LEGISLAZIONI
FAVOREVOLI ALLE UNIONI OMOSESSUALI

10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.

Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell'Enciclica Evangelium vitae, « potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica », a condizione che sia « chiara e a tutti nota » la sua « personale assoluta opposizione » a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.(18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all'abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l'abrogazione totale non è possibile per il momento.



CONCLUSIONE

11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.



Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo titolare di Sila
Segretario


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NOTE

(1) Cf. Giovanni Paolo II, Allocuzioni in occasione della recita dell'Angelus, 20 febbraio 1994 e 19 giugno 1994; Discorso ai partecipanti dell'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 24 marzo 1999; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359, 2396; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8; Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986; Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d'Europa circa la risoluzione del Parlamento Europeo in merito alle coppie omosessuali, 25 marzo 1994; Famiglia, matrimonio e « unioni di fatto », 26 luglio 2000, n. 23.

(2) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 4.

(3) Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 48.

(4) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357.

(5) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8.

(6) Cf. per esempio S. Policarpo, Lettera ai Filippesi, V, 3; S. Giustino, Prima Apologia, 27, 1-4; Atenagora, Supplica per i cristiani, 34.

(7) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358; cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 10.

(8) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 12.

(9) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358.

(10) Ibid., n. 2396.

(11) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 71.

(12) Cf. ibid., n. 72.

(13) Cf. S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 95, a. 2.

(14) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 90.

(15) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 22 febbraio 1987, II. A. 1-3.

(16) Cf. S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 63, a. 1, c.

(17) Occorre non dimenticare inoltre che sussiste sempre « il pericolo che una legislazione che faccia dell'omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge » (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992, n. 14).

(18) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 73.


FONTE: VATICAN.VAT

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sabato 4 giugno 2011

mercoledì 1 giugno 2011

I Marcia Nazionale per la Vita - Desenzano del Garda




Ieri, sabato 28 maggio, si è svolta a Desenzano del Garda la Marcia Nazionale per la Vita, promossa dal Movimento Europeo Difesa Vita(MEDV) e dall’Associazione Famiglia Domani, e alla quale hanno aderito anche moltissime personalità importanti del mondo cattolico italiano.
La giornata ha preso il via alle dieci e trenta, con un breve discorso cui i partecipanti hanno prestato ascolto assiepati sul sagrato del Duomo di Desenzano: “[…] l’aborto è divenuto legale, in Italia, nel 1978: è stata la perfetta conseguenza di un lungo attacco, a 360 gradi, alla famiglia, definita, nella cultura sessantottina, una ‘camera a gas’. L’aborto legale e gratuito viene dopo che si è predicata l’uccisione dell’autorità e, con essa, la morte del padre; viene dopo che si è insegnato da mille pulpiti che la maternità non è la ricchezza delle donne, ma il loro limite e il loro impedimento.
Per questo, essere pro-life significa anzitutto tornare a comprendere e a raccontare il valore, la bellezza, la grandezza della famiglia: della maternità e della paternità, del figlio come dono e responsabilità, del matrimonio come impegno profondo, di fronte a Dio e agli uomini. Tornare a costruire, anzitutto, famiglie vere, famiglie unite, famiglie radicate.
La battaglia per la vita non è soltanto per salvare bambini destinati ad una morte violenta, sotto i freddi ferri del chirurgo o l’azione dissolvente di veleni sempre più potenti. E’ anche perché possano nascere con un padre e una madre, come è sempre stato nella storia dell’umanità.”
Dopo il discorso, è cominciata la marcia vera e propria. Più di cinquecento persone hanno percorso a piedi i quattro chilometri che separano il Duomo di Desenzano dall’Abbazia di Maguzzano: parlando, facendo amicizia, pregando il Rosario, ammirando il lago cristallino…
Le persone impossibilitate a camminare, invece, hanno potuto usufruire di un pullman “Navetta” che seguiva il corteo, oppure si sono portate direttamente all’Abbazia di Maguzzano con la macchina.
Gli organizzatori stimano il numero totale dei partecipanti a circa 600, tra cui molte famiglie con bambini e tanti giovani e religiosi. La fotografia che emerge è quella di un mondo pro-life vivo, entusiasta, che ha voglia di esserci e di lottare per i valori in cui crede! Senza dimenticare, inoltre, che quella di Desenzano era la prima manifestazione di questo tipo e che si è svolta nel no
rd Italia, in un posto fantastico ma non da tutti fa
cilmente raggiungibile: negli anni venturi le adesioni alla Marcia sono quindi destinate a crescere…

Il corteo è arrivato all’Abbazia di Maguzzano verso mezzogiorno e le persone si sono sparpagliate a mangiare al sacco nel cortile dell’edificio o sui prati circostanti; alcuni, invece, hanno usufruito del refettorio della stessa Abbazia o di una trattoria tipica poco distante.
Alle tredici e trenta sono cominciate le due tavole rotonde, durante le quali hanno parlato personalità del calibro di Antonio Oriente, Mario Palmaro, Silvio Ghielmi… e altri.Nel corso di questo "momento culturale" sono anche stati premiati alcuni esponenti del mondo cattolico che si stanno distinguendo per il loro operato: Giampaolo Barra, Direttore della rivista di apologetica Il Timone; Roberto De Mattei, Vice Presidente del CNR e Direttore del mensile Radici Cristiane; Giovanni Zenone, della casa editriceFede&Cultura; Maria Pellegrini, pilastro del telefono verde SOS Vita; e, infine, padre Livio, Direttore di Radio Maria.
Inoltre, c'è stata la telefonata di Oscar Elias Biscet, un prigioniero politico cubano che è stato liberato un paio di mesi fa ed in onore del quale molti partecipanti alla Marcia indossavano una maglietta con il suo volto.


Nel pomeriggio, in diversi orari, sono anche state celebrate tre messe: due secondo il Vetus Ordo, cantate in gregoriano, e una in nuovo rito.
Verso le diciassette la giornata è volta al termine e i partecipanti hanno cominciato a lasciare l’Abbazia, salutandosi con gioia e dandosi appuntamento alla Marcia Nazionale per la Vita del prossimo anno.

Fonte: Libertà e Persona


n.b. Le fotografie sono proprietà di ITALIA CRISTIANA