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venerdì 17 luglio 2026

Il Paradiso davanti all'Altare (seconda parte)


Il mistero dell'Eucaristia e quella inattesa carezza di Dio

Sono trascorsi molti anni da quella domenica, ma il ricordo di ciò che accadde davanti all'Altare è rimasto dentro di me con una chiarezza che il tempo non ha attenuato. Non ho più vissuto un'esperienza simile e, soprattutto, non ho mai desiderato che si ripetesse. Ho sempre pensato, infatti, che il cuore della vita cristiana non sia la ricerca di eventi straordinari, ma la fedeltà quotidiana a Cristo, vissuta attraverso la preghiera, la partecipazione ai Sacramenti e l'appartenenza alla Chiesa. Le esperienze particolari, quando Dio permette che accadano, non possono mai diventare il fondamento della fede, ma soltanto un dono gratuito che il Signore concede secondo i Suoi disegni.

Proprio per questo, con il passare degli anni, ho compreso sempre più chiaramente che ciò che mi accadde non aveva come scopo quello di attirare la mia attenzione su un fenomeno particolare, quasi fosse un evento da custodire per la sua eccezionalità, ma quello di farmi comprendere qualcosa di molto più grande. La vera profondità di quella mattina non stava soltanto nell'avere visto il volto sorridente di quella donna, ma nel fatto che Dio aveva scelto un momento preciso, il più significativo che potesse scegliere: l'istante nel quale stavo per ricevere la Santissima Eucaristia.

Questo particolare mi ha accompagnato per anni e ancora oggi è ciò che maggiormente mi colpisce. Se il Signore avesse voluto semplicemente mostrarmi che quella persona era nella gloria del Cielo, avrebbe potuto farlo in qualsiasi altro momento della mia vita. Avrebbe potuto concedermi quella grazia durante una preghiera personale, durante una riflessione, in un momento apparentemente lontano dalla dimensione religiosa. Invece volle che accadesse proprio mentre ero davanti al sacerdote, nell'attimo che precedeva la Comunione, quando stavo per accostarmi al Mistero più grande della fede cristiana.

Con il tempo ho capito che quella scelta non poteva essere casuale. L'Eucaristia è infatti il luogo nel quale il Cielo e la terra si incontrano; è il Sacramento attraverso il quale Cristo stesso, morto e risorto, si rende realmente presente in mezzo al Suo popolo. Ogni volta che un cristiano si accosta alla Santa Comunione non riceve semplicemente un ricordo, un simbolo o un segno della presenza divina, ma accoglie il Signore stesso, Colui che ha vinto la morte e che ha aperto all'uomo la strada verso la vita eterna.

Forse il Signore volle proprio questo: farmi intuire, attraverso un'immagine che potessi comprendere con la mia sensibilità umana, ciò che la fede già insegna. La donna che vidi era come una testimonianza vivente della destinazione ultima di ogni anima che rimane unita a Cristo; subito dopo, il sacerdote mi avrebbe consegnato proprio Colui che rende possibile quella gloria. Prima mi fu concesso di vedere, per un istante, il frutto della promessa; immediatamente dopo mi veniva donato il principio e la sorgente di quella promessa.

Soltanto con gli anni ho compreso la profondità di quel momento. La visione non era il centro dell'esperienza; il centro era Cristo. Quella donna non era lì per attirare l'attenzione su di sé, ma quasi per indicare una direzione. Il suo sorriso sembrava dire che la vita terrena, quando è vissuta nell'amore di Dio, non termina nel nulla, ma trova il proprio compimento nella gioia eterna. E subito dopo Gesù veniva a me nell'Eucaristia, come a ricordarmi che quella gioia non è un'illusione lontana, ma nasce dall'unione con Lui.

Questo è forse ciò che più mi ha colpito ripensando a quella giornata: Dio non volle soltanto consolarmi mostrandomi che un'anima era in Cielo; volle soprattutto ricordarmi che il Cielo ha un volto e un nome, e che quel volto e quel nome appartengono a Cristo. La signora Maria è nella gloria perché Cristo aveva vinto la morte anche per lei. La sua gioia non nasce da una perfezione umana raggiunta con le proprie forze, ma dal dono della Redenzione ricevuto e custodito durante tutta la sua vita.

Ed è proprio qui che quell'esperienza si collega alla grandezza della vita nascosta. Noi siamo spesso portati a valutare le persone secondo ciò che riescono a realizzare, secondo la loro visibilità, secondo il posto che occupano nella società. Ma il Signore guarda in modo diverso. Egli vede ciò che nessuno vede: le preghiere recitate quando nessuno ascolta, le rinunce offerte nel silenzio, la fedeltà mantenuta anche quando non produce alcun riconoscimento umano.

La signora Maria apparteneva a quella moltitudine di anime semplici che il mondo difficilmente celebra, ma che il Cielo conosce profondamente. La sua vita, apparentemente ordinaria, era stata segnata da una fedeltà che aveva un valore eterno. Andava in chiesa, pregava il Rosario, partecipava alla Santa Messa. Erano gesti che potevano sembrare piccoli agli occhi di chi misura tutto secondo criteri umani, ma erano invece il linguaggio attraverso il quale quell'anima costruiva giorno dopo giorno la propria comunione con Dio.

Da quel momento ho iniziato a guardare con occhi diversi molte delle persone che incontro nelle nostre chiese. Quando vedo un anziano pregare in silenzio, quando noto una persona che partecipa fedelmente alla Messa senza attirare attenzione, mi torna alla mente quella domenica e penso che forse tante delle anime che noi consideriamo semplici e comuni sono invece preziose agli occhi di Dio in una misura che non possiamo nemmeno immaginare.

Racconto questa esperienza con la consapevolezza che nessuno è obbligato ad accoglierla come io l'ho vissuta. La fede della Chiesa non si fonda sulle esperienze private, ma sulla Rivelazione di Dio culminata in Gesù Cristo, nella Sua morte e nella Sua Risurrezione. Tuttavia, proprio perché sono consapevole della solidità della fede ricevuta, non sento di dover ridimensionare ciò che ho visto o trasformarlo in qualcosa di diverso da quello che è stato per me. Sarebbe come negare una grazia che il Signore ha voluto donarmi.

Quello che porto nel cuore non è il desiderio di raccontare una cosa straordinaria, né quello di suscitare curiosità verso il soprannaturale. Ciò che desidero trasmettere è piuttosto la certezza che Dio è infinitamente più grande dei nostri schemi, che la realtà visibile non esaurisce tutto ciò che esiste e che il Signore, quando vuole, può concedere a una creatura un piccolo squarcio della Sua gloria per rafforzarne la fede e orientarne il cuore verso ciò che conta davvero.

Quel giorno, mentre stavo per ricevere la Santa Eucaristia, Dio volle farmi comprendere che il Paradiso non è una semplice consolazione per affrontare la paura della morte, ma la vera destinazione dell'uomo redento da Cristo. Volle mostrarmi che dietro la semplicità di una vita nascosta può esserci una santità conosciuta soltanto da Lui e che ogni Santa Comunione è già un misterioso anticipo di quella comunione eterna alla quale siamo chiamati.

Ancora oggi, quando mi accosto all'altare, porto con me quel ricordo. Non come chi cerca di rivivere un'esperienza straordinaria, ma come chi ha ricevuto una carezza dal Signore e desidera custodirne il significato. La visione è durata pochi istanti, ma il suo insegnamento continua ad accompagnarmi:  Cristo che riceviamo nell'Eucaristia è lo stesso Cristo che accoglie le anime nella gloria, e il Cielo che un giorno speriamo di contemplare già viene incontro a noi ogni volta che, con fede e amore, ci avviciniamo al Suo altare.

Forse è questo il dono più grande che Dio volle affidarmi quella domenica: non soltanto farmi vedere per un momento una realtà celeste, ma farmi comprendere che quella realtà ha già iniziato a farsi presente in quello che è il cuore della Chiesa, proprio lì dove il Signore continua a donarsi agli uomini nel silenzio umile e straordinario della Santa Eucaristia.


(Qui la prima parte)

giovedì 9 ottobre 2025

Abbiamo bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo

 




C’è un vuoto dentro ogni essere umano che nessuna conquista materiale, nessun successo personale e nessuna relazione puramente terrena riescono a colmare. È il vuoto di Dio. L’uomo moderno, nella sua corsa verso l’autonomia assoluta, si è illuso di poter bastare a sé stesso, di poter dare un senso alla propria esistenza senza fare riferimento al suo Creatore. Ma la sete di infinito che abita il cuore umano — quella che Sant’Agostino riconobbe con le parole: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” — continua a gridare dentro ciascuno di noi.

L’uomo che non vuole guardarsi dentro. 

Scendere in profondità nel proprio cuore è un atto che richiede coraggio. Significa smettere di nascondersi dietro l’apparenza, dietro la produttività, dietro l’illusione di controllo. È un passo che la cultura contemporanea scoraggia bombardandoci con messaggi fallaci e menzogneri: siamo invitati a “sentirci bene” ma non a interrogarci sul senso. Eppure, è solo lì, nel silenzio e nella verità di noi stessi, che emerge il bisogno più radicale dell’uomo — il bisogno di un Altro che dia consistenza e senso al nostro essere.

Quando l’uomo rimuove Dio dalla propria vita, non si libera: si perde. La storia moderna ne è testimone. Le ideologie materialiste e nichiliste hanno promesso emancipazione, ma hanno prodotto alienazione. Hanno tolto Dio, ma con Lui hanno tolto anche la verità sull’uomo. Benedetto XVI lo ha espresso con lucidità: “Quando si esclude Dio, non si eleva l’uomo, lo si abbandona.”

Il mondo senza Dio diventa un deserto interiore. 

Le società che hanno voluto sostituire Dio con il benessere economico, la tecnica o il potere, si ritrovano oggi afflitte da nuove forme di schiavitù: depressione, solitudine, perdita di significato, violenza gratuita. È come se l’umanità avesse voluto tagliare le radici per sentirsi più libera, scoprendo invece di non saper più respirare. Giovanni Paolo II ricordava che “l’uomo non può vivere senza amore”: non l’amore come emozione passeggera, ma come partecipazione al mistero stesso di Dio, che è Amore.

Il seme della superbia, che fin dall’inizio spinse Adamo a voler “essere come Dio”, continua a germogliare nel cuore dell’uomo di oggi. È la stessa tentazione di ogni epoca: credere che la felicità consista nell’autosufficienza. Ma senza Dio, l’uomo diventa schiavo dei suoi stessi desideri, vittima della sua stessa fame di senso. Noi stessi possiamo verificarne le nefaste conseguenze. Viviamo in un tempo in cui la verità sembra divenuta relativa, manipolabile, piegata agli interessi del momento. I mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere strumenti di luce e conoscenza, spesso invece alimentano deliberatamente confusione, paura, divisione. L’epoca recente ha mostrato in modo drammatico quanto l’uomo, privo di un riferimento trascendente, possa smarrire il discernimento e consegnarsi docilmente alla menzogna.

La menzogna tacciata per verità 

Durante le crisi globali — sanitarie, politiche o economiche — si è manifestata con forza la gravissima fragilità spirituale del nostro tempo: la paura ha sostituito la fiducia, il sospetto ha distrutto la comunione, l’ansia di sicurezza ha reso molti incapaci di abbandonarsi alla Provvidenza, inducendo milioni di persone a credere ciecamente alla menzogna rassicurante. In un mondo che ha smesso di cercare la Verità, diventa facile credere a qualunque versione parziale della realtà. Oggi infatti viviamo in un’epoca in cui la falsità ha assunto un volto rispettabile e la manipolazione si è travestita da bene comune. Ciò che un tempo veniva riconosciuto come inganno oggi viene applaudito come progresso. Mai come ora l’uomo ha creduto tanto di sapere, e mai come ora si è dimostrato tanto cieco. La corsa alla tecnologia, la fiducia cieca nella scienza slegata dall’etica, la comunicazione ridotta a strumento di consenso: tutto questo ha mostrato la fragilità di un mondo che ha voluto sostituire Dio con sé stesso.

Gli ultimi anni hanno messo in luce in modo drammatico questa deriva. Intere popolazioni, smarrite dalla paura, si sono consegnate a poteri che promettevano salvezza ma rinnegavano la verità. Si è creduto a ciò che veniva ripetuto con forza, non a ciò che resisteva alla prova della coscienza. Si è scelto di fidarsi degli uomini invece che di Dio. E il prezzo di questa fiducia mal riposta è stato alto: solitudini, divisioni, un dolore profondo che ancora chiede guarigione. Il punto non è la scienza in sé, ma l’uso idolatrico che ne è stato fatto: l’uomo che si proclama salvatore di sé stesso dimentica che solo Dio salva davvero. Quando la ragione si separa dalla fede, la conoscenza si perverte in potere, e il potere — senza amore — diventa tirannia. Benedetto XVI lo aveva previsto: “Un mondo senza Dio diventa un mondo senza speranza.”

Le conseguenze di questo distacco sono sotto gli occhi di tutti: una società che diffida del prossimo, che teme il futuro, che ha perso il gusto della verità. La menzogna ripetuta e presentata come soluzione ha avvelenato le relazioni e confuso le coscienze. Ma Cristo è venuto proprio per questo: per rendere testimonianza alla Verità. Solo in Lui l’uomo può ritrovare il coraggio di credere, di pensare, di amare. Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ci ricorda che “senza verità, la carità degenera nel sentimentalismo” e che solo radicando la vita nella verità di Dio possiamo resistere alla manipolazione e alla paura. Il vuoto lasciato da Dio non resta mai neutro: viene riempito da nuove idolatrie — la tecnica, l’economia, l’informazione — che si trasformano in strumenti di dominio.

Il riparo nell'umiltà

Come si guarisce questa ferita spirituale? Con l’umiltà. Il primo passo è riconoscere la propria condizione di necessità che Papa Francesco indica spesso come la “beatitudine della mancanza”: quella che apre lo spazio per l’accoglienza della grazia. Ritrovare Dio significa anche ritrovare sé stessi. San Giovanni Paolo II lo ha affermato con forza: “L’uomo non può comprendere se stesso pienamente senza Cristo.” Solo riscoprendo la luce del Verbo incarnato, l’essere umano scopre di essere amato, perdonato, chiamato. Lontano da Dio, l’uomo è un enigma irrisolto; con Dio, ogni frammento della sua vita trova un posto nel mosaico dell’eternità.

È tempo di un risveglio spirituale. La verità è una sola, ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il Signore.

Ed allora, quali possono essere i cammini concreti per ritrovare Dio? La preghiera è la strada maestra: solo lasciando spazio al dialogo con Dio l’uomo si riscopre figlio e non padrone della vita. I Sacramenti sono luoghi di guarigione dove la Grazia opera nel profondo. Un altro aspetto da affrontare è la ricerca della verità: come invitava Benedetto XVI, è urgente una “nuova evangelizzazione dell’intelligenza”, capace di ricucire fede e ragione impropriamente separate dall’uomo, ma mai dalla Chiesa. Ed infine una carità fattiva: In un mondo che misura tutto in termini di utilità, l’amore gratuito è la più concreta testimonianza della presenza di Dio.

Abbiamo dunque bisogno di Dio, anche se non lo sappiamo. Egli non è un limite alla nostra libertà, ma la condizione perché essa si realizzi pienamente. Senza di Lui, l’uomo perde la direzione e si smarrisce nel deserto dell’autosufficienza. Con Lui, ogni domanda, ogni dolore, ogni desiderio trova un senso. Non serve inventare un nuovo umanesimo: basta tornare a riconoscere che l’uomo è veramente uomo solo quando si lascia amare da Dio. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Tutto comincia con la preghiera e termina con la preghiera. Se non preghiamo, non possiamo vedere Dio in chi ci sta accanto.”

E forse è proprio da qui che può rinascere il mondo: dal riconoscere, umilmente, che Dio ci è necessario come l’aria che respiriamo.

giovedì 24 luglio 2025

Riprendiamoci la Domenica: restituiamola a Dio, restituiamola alle famiglie


(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2185)


Nel cuore della fede cattolica, la Domenica è sempre stata molto più di un semplice giorno di riposo: è il Giorno del Signore, il dies Domini, tempo sacro in cui il Cielo si affaccia sulla Terra attraverso la Santa Messa, la preghiera comunitaria e il ristoro dello spirito. Eppure, in una società sempre più sradicata dalle sue radici cristiane, assistiamo a un lento, silenzioso ma costante svuotamento di questo giorno santo.

Viviamo immersi in un sistema che idolatra il profitto e il consumo. Il valore dell’uomo è misurato in base a ciò che produce, consuma o possiede. In questo mondo, l’individuo è ridotto a un numero: il cliente, il dipendente, il consumatore. I ritmi della vita moderna hanno trasformato anche la Domenica in un giorno qualsiasi, spesso peggiore degli altri, dove supermercati e centri commerciali brulicano di gente mentre gli altari delle nostre chiese si svuotano. I lavoratori vengono obbligati, con la forza del bisogno o del ricatto economico, a sacrificare la loro giornata di riposo. Ma a quale costo?

Il prezzo che paghiamo è altissimo: lo pagano le famiglie che non riescono più a ritrovarsi, a condividere un pranzo, un dialogo, una passeggiata; lo pagano i bambini, privati della presenza dei genitori; lo paghiamo tutti, in termini di solitudine, di individualismo, di alienazione. Senza relazioni vere, senza tempi condivisi, si disgrega il tessuto umano e sociale, e con esso anche quello spirituale.

La Domenica, invece, è un dono. È il giorno in cui Dio ci chiama a sé in modo particolare, ci invita a santificare il tempo con la Messa, a ristorare il corpo e l’anima, a riscoprire la bellezza dello stare insieme. È il giorno in cui la famiglia può tornare a essere tale, senza la frenesia della settimana, senza la tirannia dell’orologio.

Noi cattolici eredi di una Fede millenaria, non possiamo tacere davanti a questo scempio. Non possiamo restare indifferenti mentre la Domenica viene spogliata del suo valore sacro. Dobbiamo gridarlo con forza e chiarezza: la Domenica è del Signore! Non del mercato, non della produzione, non del guadagno. È un tempo sacro che ci è stato affidato, e abbiamo il dovere di custodirlo.

Riprendiamoci la Domenica! Salviamola dallo sfruttamento e dall’indifferenza. Usiamo questa giornata per riunire le famiglie, per coltivare le relazioni, per sostenere i più soli. Ma soprattutto, usiamola per dare culto a Dio, per inginocchiarci davanti al Tabernacolo, per ricevere con cuore puro il Pane della Vita.

Che le nostre comunità tornino a essere vive la Domenica! Che le campane delle chiese tornino a richiamare i fedeli, che il silenzio dal frastuono consumistico e materialista torni a parlare nel giorno di festa al cuore dell’uomo. Solo così potremo ricostruire una società più umana, più vera, più santa.

Restituiamo a Dio ciò che è di Dio. Restituiamo a noi stessi la gioia di vivere pienamente la Domenica.

domenica 22 giugno 2025

Corpus Domini: Il Trionfo del Dio Vivente e l’Appello alla Conversione del Cuore

 






Nel cuore del calendario liturgico della Chiesa cattolica, la Solennità del Corpus Domini (o Corpus Christi) brilla come un faro che richiama i fedeli all’adorazione del Mistero più alto e tremendo della nostra fede: la Presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia. Non si tratta di una semplice commemorazione simbolica, né di una celebrazione tra le tante: il Corpus Domini è il trionfo del Dio vivente in mezzo agli uomini, il segno tangibile che Dio non ha abbandonato la Sua creatura, ma anzi ha scelto di rimanere realmente presente, con il Suo Corpo, il Suo Sangue, la Sua Anima e la Sua Divinità, nel Sacramento dell’Altare.

Le Origini: Un Miracolo contro il dubbio

La festa del Corpus Domini nacque nel XIII secolo, grazie al fervore e alla fede di Santa Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana belga, la quale ebbe visioni in cui Cristo le chiedeva di istituire una festa speciale in onore del Santissimo Sacramento. Ma fu il Miracolo Eucaristico di Bolsena (1263) — in cui un sacerdote dubitante vide sgorgare sangue dall’ostia consacrata — a scuotere la Chiesa e a convincere Papa Urbano IV a istituire ufficialmente la solennità nel 1264 con la bolla Transiturus de hoc mundo.

Da allora, il Corpus Domini è diventato una dichiarazione pubblica della fede cattolica nella Presenza reale, celebrata con processioni solenni e adorazioni eucaristiche, in cui Cristo viene portato per le vie del mondo come un Re che reclama i Suoi sudditi, come un Dio che desidera ardentemente abitare in mezzo al Suo popolo.

Il Significato Teologico: Dio che si dona

La teologia cattolica ha sempre insegnato che nell’Eucaristia si compie il più grande mistero della fede: la transustanziazione. Il pane e il vino, per le parole della consacrazione pronunciate dal sacerdote agendo in persona Christi, cessano di essere ciò che appaiono e diventano realmente il Corpo e il Sangue di Cristo. Non un simbolo, non una metafora, ma una realtà ontologica.

In un’epoca come la nostra, afflitta dal relativismo, dalla superficialità e da una crescente secolarizzazione, questo Mistero risplende come un segno di contraddizione. Mentre il mondo corre dietro a idoli mutevoli e promesse effimere, l’Eucaristia grida silenziosamente la Verità eterna: Dio è con noi, Dio si fa nutrimento, Dio si offre per amore.

Un Appello Urgente per l’Uomo Moderno

Oggi, più che mai, l’uomo ha bisogno di Dio. In un mondo che esalta l’autosufficienza, che rifiuta la legge morale e che si affida alle fragili consolazioni del benessere materiale, l’Eucaristia appare come un rifugio e un’ancora. Essa è il banchetto che nutre l’anima affamata, è la forza per affrontare le prove della vita, è l’arma contro la disperazione e il peccato.

Ma quanta indifferenza verso questo Dono sublime! Quanti cuori, persino tra i battezzati, hanno dimenticato la centralità dell’Eucaristia! Le chiese si svuotano, la Messa domenicale viene trascurata, l’adorazione eucaristica è disertata. E peggio ancora: cresce una corrente di cattolicesimo “permissivo” e accomodante, che si allinea sempre più alla visione protestante, la quale nega la Presenza reale, riducendo l’Eucaristia a un gesto simbolico, a una semplice memoria.

Fede in Declino e la Deriva Protestante

Non possiamo tacere: una parte della Chiesa sembra oggi dimenticare la sua missione divina. Si moltiplicano le liturgie frettolose e desacralizzate, le comunioni distribuite con leggerezza, la perdita del senso del sacro. E mentre si parla di “inclusione” e di “modernizzazione”, si dimentica che la Messa non è uno spettacolo per intrattenere, ma il Sacrificio incruento di Cristo sul Calvario, reso presente sull’altare.

Il rischio è chiaro: la fede nella Presenza reale sta svanendo, e con essa si dissolve il cuore stesso del cattolicesimo. Una fede senza Eucaristia è una fede senz’anima. Un cattolicesimo che si piega alle mode del tempo non è più sale della terra, ma polvere calpestata.

L’Invito: Lasciarsi plasmare dall’Amore Eucaristico

Cari fratelli e sorelle, in questo Corpus Domini siamo chiamati a risvegliarci dal torpore, a inginocchiarci davanti al Tabernacolo, a riconoscere con umiltà e gratitudine il Dono immenso che ci è stato fatto. L’Eucaristia non è un premio per i giusti, ma la medicina per i malati, la speranza per i disperati, la gioia per gli afflitti.

Non possiamo restare spettatori distratti o fedeli tiepidi. Occorre ritrovare il silenzio dell’adorazione, la confessione sincera, la comunione fervorosa, la Messa vissuta con cuore contrito e spirito umile. Solo così il Dio vivente potrà rinnovare le nostre vite, le nostre famiglie, la nostra società.

Il Pane degli Angeli per l’uomo smarrito

Il Corpus Domini è un invito alla conversione, alla riscoperta del Dio che si è fatto pane per noi. È l’antidoto contro l’indifferenza, il rimedio al vuoto dell’anima moderna. Torniamo, dunque, con cuore contrito al Banchetto del Signore. Lasciamoci amare, nutrire, trasformare da Lui. E, come la tradizione della processione insegna, portiamolo nel mondo, affinché ogni ginocchio si pieghi e ogni cuore Lo riconosca: Veramente Tu sei presente, Signore Gesù, nel Santissimo Sacramento dell’Altare!

Adoremus in aeternum Sanctissimum Sacramentum.


giovedì 9 aprile 2020

Giovedì Santo - Istituzione della Santissima Eucarestia


IL cenacolo
L'ultima Cena - Luigi Morgari
Vidi un grande edificio in una zona alberata sul versante meridionale del monte Sion, non lontano dalle rovine del palazzo di Davide. Nel cortile spazioso di questa soli da costruzione vidi altre case, tra le quali quella del maestro di mensa e un'altra dove si radunavano la santa Vergine e le pie donne dopo la morte di Gesù.
L'edificio si trovava in pessime condizioni, quando divenne proprietà di due buoni membri del sinedrio, Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea. Essi provvidero a ristrutturare la sala principale allestendola come cenacolo per i banchetti pasquali degli stranieri. In questo locale vi avevano abitato i prodi capitani di Davide.
Nel cenacolo non ho visto finestre: la luce scende dai fori praticati nelle alte volte; dal soffitto pendono molte lucerne. Durante le feste le pareti vengono coperte fino a metà altezza da meravigliose stuoie e tappeti e un velo blu viene steso al di sopra di un'apertura nel tetto. Una tenda simile separa la sala principale dei banchetti dal vestibolo, al quale si accede da tre ingressi. Dietro la sala principale si trova un locale interno, ai cui lati vengono deposti gli arredi e gli oggetti del culto, e al centro c'è un focolare che serve per cuocere i pani azzimi e arrostire l'agnello pasquale, ma viene usato anche per bruciare gli incensi e gli avanzi del pasto.
La divisione del cenacolo in tre parti — vestibolo, sala centrale e sala interna — è simile alla struttura del tempio:
atrio, santuario e santo dei santi.
I locali situati nell'altra ala dell'edificio servivano da deposito per le grandi pietre tombali ed edilizie e come officina degli scalpellini, poiché Giuseppe d'Arimatea possedeva al suo paese cave di pietre della miglior qualità; egli commerciava in lapidi, ornamenti architettonici e colon ne, e tutto veniva lavorato sotto la sua guida.
Nicodemo collaborava con Giuseppe nell'attività commerciale, inoltre si occupava di sculture e lavori d'intaglio.
Eccetto i giorni di festa, lo si vedeva spesso in questa sa la intento a scolpire disegni e ornamenti sulla pietra.


Preparativi dell'ultima cena
«Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a prepara re per mangiare la Pasqua» (Luca 22,8).(Il giovedì santo, prima dalla sua passione, il 13 Nisan, cioè 29 Marzo, Gesù aveva 33 anni e diciotto settimane meno un giorno).

giovedì 19 dicembre 2019

Il Velo rimosso


La Messa con vista sul Cielo. Il video che mostra il Mistero.





Com’è la Messa vista del Cielo
? Che cosa accadrebbe se fossimo in grado di abbattere le volte delle chiese, bucare lo strato di azzurro che sta sopra di noi e potessimo arrivare proprio lassù, dove nell’empireo Dio sta assiso in trono col suo Figlio e gli angeli cantano in coro la sua gloria? Accadrebbe che vedremmo quella che è la vita eterna e i nostri occhi sarebbero finalmente spalancati sulla nostra vera vita.

Un video che sta diventando virale negli Stati Uniti prova a spiegare questo concetto e soprattutto a far comprendere il significato della Santa Messa con un linguaggio plastico e d’effetto. Si chiama il Velo rimosso (The veil removed) ed è un’emozionante esperienza di una Messa molto speciale, nella quale ad un certo punto fanno capolino gli angeli e il crocifisso diventa il centro di tutta l’azione che si sta svolgendo.

sabato 7 aprile 2018

FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


"Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (...).
Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre" (Q.II, p.345).




La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: "Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia richiesta dal Signore" (Q. I, p. 46). Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.

"In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene" (Q. I, p. 132) 


Questa grazia - spiega don I. Rozycki - "è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest'ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (...). E' essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l'ha innalzata al rango di "secondo battesimo". E' chiaro che la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia deve essere non solo degna, ma anche adempiere alle fondamentali esigenze della devozione alla Divina Misericordia" (R., p. 25). La comunione deve essere ricevuta il giorno della festa della Misericordia, invece la confessione - come dice don I. Rozycki - può essere fatta prima (anche qualche giorno). L'importante è non avere alcun peccato.

Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che "riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia", poiché‚ "in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. 

Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto" (Q. II, p. 267).

Don I. Rozycki scrive che una incomparabile grandezza delle grazie legate a questa festa si manifesta in tre modi:

- tutte le persone, anche quelle che prima non nutrivano devozione alla Divina Misericordia e persino i peccatori che solo quel giorno si convertissero, possono partecipare alle grazie che Gesù ha preparato per la festa;

- Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni - sia alle singole persone sia ad intere comunità;

- tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia (R., p. 25-26).

Questa grande ricchezza di grazie e benefici non è stata da Cristo legata ad alcuna altra forma di devozione alla Divina Misericordia.


« Recita continuamente la coroncina che ti ho insegnato. Chiunque la reciterà, otterrà tanta Misericordia nell'ora della morte. I sacerdoti la consiglieranno ai peccatori come ultima tavola di salvezza; anche se si trattasse del peccatore più incallito se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia dalla Mia infinita Misericordia. Desidero che tutto il mondo conosca la Mia Misericordia. Desidero concedere grazie inimmaginabili alle anime, che hanno fiducia nella Mia Misericordia »

Alla Festa della Divina Misericordia ci si prepara attraverso la recita di una NOVENA (clicca il link) da cominciare il Venerdì Santo.

Fonte: Diario di Santa Faustina


"Oh Sacerdoti! perché non parlate della INSONDABILE MISERICORDIA  di Dio?
Perché ignorate questo invito di amore e misericordia e non permettete alle anime di accostarsi a questa fonte inesauribile di Grazia e perdono?!
Grande, grande, è la vostra responsabilità!"



lunedì 30 ottobre 2017

Presentata a Roma la Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia.



La notizia, anticipata da “La Verità”, è stata confermata in occasione del convegno sull’Humanae Vitae, promosso alla Pontificia Università “Angelicum” da Voice of the Family.Un gruppo di membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), creata nel 1994 da Giovanni Paolo II e recentemente “ripulita” e trasformata nei suoi obiettivi da papa Francesco, ha deciso di dare vita ad una John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF), che inevitabilmente si pone come contraltare della nuova accademia bergogliana.

Della nuova Accademia fanno parte, Joseph Seifert, Christine de Marcellus Vollmer, Thomas Ward, Philippe Schepens, Mercedes Arzú de Wilson, Luke Gormally, Michael Schooyans (tutti ex componenti della Pontificia Accademia per la Vitae), Paul Byrne, Judie Brown, Carlos Casanova, Roberto de Mattei, Claudio Pierantoni, John-Henri Westen. Caratteristica comune di queste personalità è l’attaccamento al Magistero della Chiesa e il rifiuto di tutti i tentativi di “rivedere” o trasformare questo insegnamento immutabile:

“Il fine di questa Accademia – ha detto il prof. Seifert – è quello di rifiutare tutti gli orribili mali ed errori che caratterizzano la società moderna e sono perfino entrati all’interno del santuario della Chiesa, opponendo ad essi la chiara esposizione della verità sulla vita umana e la famiglia. Ciò comporta il chiamare l’aborto omicidio e non semplicemente interruzione di gravidanza, ed evitare di usare parole disoneste che oscurano la verità. (…) 

Nel testimoniare così la bontà e la difesa della vita, la nuova Accademia ritiene importante considerare ciascuno di questi aspetti alla luce della vita eterna“. Perciò, afferma il prof. Seifert: “LaJAHLF non si limita a considerare la vita umana da un punto di vista meramente biologico. Riconosce altresì ed afferma la realtà dell’anima umana che è all’origine della vita. Pertanto, la JAHLF si occupa anche, parlando in termini generali, dei fondamenti metafisici ed antropologici della verità etica”. (T.M.)

domenica 1 ottobre 2017

Maria, catechismo, martirio: la regola di Burke.



Come può un semplice cattolico vivere la propria fede in una situazione di crescente confusione quale quella attuale? È la domanda cui ha risposto il cardinale Raymond Leo Burke in una lezione magistrale svolta a Louisville (Kentucky) lo scorso 21 luglio, ma che vale la pena riprendere per la sua estrema attualità (QUI IL TESTO INTEGRALE). Senza fare sconti sulla verità dei pericoli presenti, Burke ha spiegato come sfuggire lo spirito mondano dello scisma, fino a chiedere la prontezza di donare la vita per la Chiesa.


«È un momento - ha cominciato il cardinale - che può semplicemente essere descritto come una confusione, una divisione e un errore». Poi ha parlato di un giovane sacerdote che lo aveva avvicinato chiedendogli: «Cardinale, pensa che siamo giunti alla fine dei tempi?». «L’espressione sul suo volto - ha detto Burke - mi ha fatto comprendere la sincerità della sua domanda e la preoccupazione profonda che lo animava. Non ho quindi esitato a rispondere: “Potrebbe essere”». Perché «viviamo nei tempi più travagliati del mondo ma anche della Chiesa». Poi Burke ha citato l’ideologia gender dilagante e distruttiva dell’uomo, la negazione della libertà religiosa per vietare ogni discorso pubblico su Dio, la contraccezione, l’eutanasia, l’indottrinamento dei bambini. Nello stesso tempo la ricerca spregiudicata «del piacere e del potere mentre il ruolo della legge, dettato dalla giustizia, viene calpestato», per cui vige «una legittima paura di uno scontro globale», perché «la situazione attuale del mondo non può proseguire se non portando ad un annientamento totale».
Per questo, ha continuato Burke, «il mondo mai come oggi ha avuto così bisogno dell’insegnamento solido e della direzione che Nostro Signore... vuole dare al mondo attraverso la Chiesa». Ma non si può non constatare che, «in modo diabolico, la confusione e l’errore…sono entrati anche anche nella Chiesa», che «non sembra conoscere più la sua identità e missione» né «avere la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e del Divino Amore».

mercoledì 9 agosto 2017

Fai come se fossi a casa tua!



DI  FRANCESCO ARNALDI

Un paio di giorni fa il quotidiano Avvenire, tramite la sua pagina Facebook, ci ha regalato un’interessante notizia. Un parroco ha esposto fuori dalla sua chiesa il cartello di cui sopra. L’intento sembrerebbe essere chiaro: far sentire accolti tutti, in qualunque momento, in qualunque circostanza, in qualunque condizione. Meritevole l’intento, disastroso il metodo.

Non me ne voglia il tizio in pantaloncini e canottiera che, mentre portava a spasso il cane sui pattini – sui pattini lui, non il cane – ha deciso di entrare a sdraiarsi un attimo sulla panca mangiando lì il suo panino perché ha visto che in chiesa poteva tenere il cellulare acceso mentre alla libreria di fronte no.

Quando dico che il metodo è disastroso lo dico perché l’effetto principale di un tale cartello, l’effetto più subdolo, è quello di far nascere un astio verso certe regole e verso chi continua ad imporle. Pedagogia spicciola: perché mamma e papà devono concordare una linea educativa comune? Perché se la mamma proibisce la marmellata e il papà appena torna a casa dice al figlio che può tranquillamente mangiarla, l’effetto negativo non sarà certo il boom di zuccheri nel sangue del pargolo. No, l’effetto terribilmente negativo sarà una perdita di fiducia del figlio verso la madre.

Quindi, tornando a noi, l’intento di quel cartello non è far sentire tutti accolti: è dire a tutti coloro che sono lontani dalla Chiesa che se lo sono la colpa non è loro, ma della Chiesa.

Secondo problema: l’educazione attraverso le regole. Questo modo di pensare implica che le regole siano cose per gente “arrivata”, per chi è già inserito, e che non debbano valere per coloro che invece si stanno avvicinando. Come se le regole segnino il passaggio da advanced a professional, e che per un beginner non siano solo inutili ma persino dannose.

Così facendo però si toglie qualunque ruolo educativo alla regola. Una regola infatti dà frutti positivi anche se la persona che la rispetta non sa ancora bene razionalmente perché deve rispettarla. Si impara a pregare dopo essere stati ore e ore in silenzio senza aver ancora capito bene a cosa serva il silenzio. È difficilissimo fare il contrario. Uno che aspetta di saper pregare bene per cimentarsi con un’ora di adorazione silenziosa, non imparerà mai a pregare, o comunque avrà serie difficoltà a farlo. Allo stesso modo, se quando introduciamo una persona in un luogo sacro non imponiamo a questa persona di comportarsi come se fosse in un luogo sacro, ecco che costui o costei ne percepirà molto difficilmente la sacralità.

Ormai siamo abituati a sacerdoti che hanno talmente tanta paura a giudicare le persone da lasciargli persino usare le panche di una chiesa come tavoli da pic-nic. Posso solo sperare che la sua insistenza nell’incentivare i flash sia dettata dal fatto che la sua chiesa è così brutta da non rischiare di rovinare alcuna opera d’arte. Ma un sacerdote che passa il tempo a dire che lui non può giudicarti, ti sta praticamente dicendo che lui per te non ha nessuna utilità: dagli retta!

sabato 29 luglio 2017

Mons. Luigi Negri: Chiesa e omoeresia.



A poca distanza dal messaggio di sostegno alla processione di riparazione che si tiene domani a Rimini, l'arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio prende posizione con un lungo intervento su "La Verità".




“Se la Chiesa non giudica le situazioni di vita, in cui gli uomini sono talora costretti a vivere per l’arroganza del pensiero unico dominante, che ormai ha equiparato, di diritto e di fatto, l’omosessualità all’eterosessualità, la Chiesa si riduce ad essere una pura ‘terapia di sostegno’ che, con modi garbati e talora sofisticati, in realtà abbandona l’uomo a vivere il suo male, come se fosse bene. Questo processo, solo apparentemente caritatevole, oltre a essere un’evidente offesa alla dignità e alla responsabilità dell’uomo, è anche un’imperdonabile offesa a Dio e ai suoi diritti, cioè al bene profondo dell’uomo”. 

Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio, scrive oggi sul quotidiani La Verità una riflessione che fa irrompere nella Chiesa la questione della “omoeresia”, e il suo intervento arriva a ridosso del sostegno espresso al Comitato Beata Giovanna Scopelli che domani alle ore 10.30, con partenza da via San Giuliano, rizza il gonfalone della Santa Croce davanti alla processione riparatrice nei confronti del Summer pride.

“Su quest’atteggiamento verso l’omoeresia si gioca molto della verità della Chiesa di fronte all’uomo, ma si gioca anche molto del destino dell’uomo di fronte a se stesso e alla realtà. Questo dibattito, cui abbiamo dato un contributo, ripropone l’attualità di un punto grandissimo del magistero del Vaticano II e di Paolo VI: la Chiesa è ancora “sommamente esperta di umanità”?”, si domanda Negri.

Le sue parole s’inseriscono nel filone inaugurato qualche mese fa dal card. Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna (che Negri ricorda all’inizio del suo intervento): “Egli ha parlato della possibilità di una mutazione del genoma del cattolicesimo, che avviene quasi senza colpo ferire e nella sostanziale mancanza di “cura” di troppa parte del mondo cattolico”. Aggiunge l’arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio che “il problema dell’omosessualità è un dato di partenza su cui non si formula un giudizio, o forse, più profondamente, si confonde il giudizio di fatto – l’estensione del fenomeno – con il giudizio sul valore. Come dire: l’omosessualità c’è, è diffusa, perciò anche per noi cattolici deve andare bene”.

“Quando un fatto, anche imponente nella sua diffusione, viene riconosciuto acriticamente come valore, si afferma sostanzialmente che non c’è più differenza fra bene e male e l’unico problema, per la Chiesa, diventa quello di un ‘accompagnamento'”, aggiunge Negri. “Non si pratica un giudizio per accompagnare, in modo autentico, ma ci si limita a un accompagnamento senza giudizio, che lascia gli omosessuali nella loro condizione, in qualche modo rafforzandone la percezione valoriale”.
Un pensiero che ha precedenti illustri. Nelle Lettere a una carmelitana scalza (a cura di Emanuela Ghini, Itaca, 2017), il card. Giacomo Biffi il 23 dicembre 1979 scriveva: “La comprensione e l’amore per le persone sono giusti e doverosi, purché restino iscritti nel robusto senso della verità della natura. Diversamente c’è la frantumazione di tutta la convivenza umana e non sarà più possibile stabilire niente sul giusto e sull’ingiusto, che non sia l’arbitrio di una legislazione statale”.

Un editoriale de Il Ponte, settimanale della Diocesi di Rimini, la butta sulla “tolleranza evangelica” e critica “le scelte ‘riparatorie’ di chi si sente nel giusto di fronte a chi in qualche modo vive una situazione di difficoltà e discriminazione”. La questione è un’altra. Quasi certamente mons. Negri non lo avrà letto quell’editoriale, ma quel che scrive su La Verità delinea una posizione diversissima: “La chiesa sembra non desiderare più di aiutare gli omosessuali a cambiare vita e a incominciare il lungo e doloroso cammino per assumere una condizione di vita in sintonia con l’antropologia che nasce dalla fede e si esprime nella carità”. Cosa deve essere, dire e fare, la Chiesa anche di fronte al tema della omosessualità? Risponde Negri che deve essere se stessa, cioè “incontro con la vita nuova, buona e vera, cui Gesù Cristo introduce tutti coloro che credono in Lui”.


Fonte: Rimini 2.0

venerdì 7 luglio 2017

L’ospedale di Londra chiede un’altra udienza per Charlie dopo i possibili nuovi trattamenti



Il Great Ormond Street Hospital di Londra si è rivolto all’Alta Corte per una nuova udienza sul caso del piccolo Charlie Gard «alla luce delle richieste relative a possibili altri trattamenti». Lo riportano Bbc e Sky News dopo che il Bambino Gesù di Roma ha inviato una lettera all’ospedale londinese chiedendo ufficialmente ai medici inglesi di poter somministrare al bimbo un protocollo sperimentale «che può funzionare». I medici londinesi ritengono che sia «giusto tentare» e «ringraziano le offerte di aiuto da Casa Bianca, Vaticano e dai nostri colleghi in Italia e Usa e altrove».




«Mi è giunta notizia che i ricercatori hanno messo a disposizione il loro trattamento per l’ospedale di Londra il quale pensa di poterlo verificare», ha spiegato in un videomessaggio dalla Repubblica Centrafricana, dove si sta occupando di bambini bisognosi, la presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Mariella Enoc, confermando che il Great Ormond Street Hospita sta pensando di verificare il protocollo.



L’ospedale pediatrico della Santa Sede aveva infatti inviato all’ospedale una lettera firmata da un gruppo di più di cinque scienziati internazionali in cui informavano la clinica di aver elaborato una terapia sperimentale per il bambino affetto da una grave malattia rara. Secondo il team di medici, guidati dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la terapia studiata per il piccolo potrebbe funzionare.



Intanto la mamma del bimbo, Connie Yates, non demorde e continua sui vari media del Regno Unito a lottare per suo figlio. In una serie di interviste ha detto che il neonato di 11 mesi ricoverato a Londra non sta soffrendo e che lei non potrebbe in nessun modo vederlo patire. La donna ha lanciato un appello direttamente alla premier britannica Theresa May: «Ci sostenga come stanno facendo gli altri», ha detto.

Fonte: La Stampa

martedì 11 aprile 2017

La crisi della Chiesa e la crisi liturgica: Tradizione, Messa e riforma

Cardinale Robert Sarah


«Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la messa»


di Lorenzo Bertocchi
02-04-2017


Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé (QUI l'originale in francese).

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI

Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».

Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

mercoledì 25 gennaio 2017

Testimonianza di un amico del Beato Pier Giorgio Frassati



"Pier Giorgio era cordialissimo, ma terribilmente sincero, non ci risparmiavamo a vicenda le più chiare parole. Quando gli facevo notare che qualche volta era testardo e a volte perditempo, lui mi ricordava con precisione tutti i miei difetti, dalla distrazione all'orgoglio, passando per altri maggiori. Su certi poi si accaniva veramente e mi dimostrava come e quando li rivelavo. Noi dicevamo che questo era toglierci la polvere a vicenda, e non ne abbiamo mai conservato amarezza, anzi tanta e maggiore cordialità".



lunedì 5 dicembre 2016

La veggente per cui la Polonia ha incoronato Cristo come Re.


5 dicembre 2016

 Al fine di segnare la conclusione dell’Anno della Misericordia il 20 novembre, 2016, in occasione della solennità di Cristo Re, un evento piuttosto notevole ha avuto luogo in Polonia il 19 novembre, quando il governo polacco, insieme con la gerarchia della Chiesa ha riconosciuto ufficialmente Cristo come il re di Polonia. L’atto della ricezione di Cristo come Re e Signore è stato poi ripetuto il giorno successivo in tutte le parrocchie in Polonia il 20 novembre. 

Questa iniziativa, che è stata effettuata dalla Conferenza episcopale polacca, sembra essere stato inteso come un gesto in gran parte profetico legato alla devozione della Divina Misericordia, e l’impeto iniziale per questa azione simbolica può essere saldamente attribuito a certe rivelazioni private date alla Serva di Dio [quindi si tratta di una veggente riconosciuta dalla Chiesa] Rozalia Zelkova nel 20esimo secolo, poco prima della seconda guerra mondiale. Rozalia Zelkova aveva avuto una visione in cui Cristo chiedeva di essere proclamato re dalla nazione polacca per risparmiare il paese dalla guerra imminente: ‘Se la Polonia vuole salvare se stessa, deve annunciare Gesù come suo Re attraverso l’atto di intronizzazione. Deve essere effettuata da tutta la nazione, e in particolare da parte delle autorità statali e la chiesa, che dovrebbero condurre la cerimonia, a nome della nazione.‘ 

mercoledì 2 novembre 2016

La distruzione della famiglia.

Individualismo, consumismo, edonismo, ma non solo, i fattori della distruzione della famiglia.





La drammaticità dei dati italiani delle nascite sta finalmente imponendosi. Speriamo che ora non tutto il problema venga visto sotto la luce della mancanza di lavoro, delle insufficienti prospettive dei giovani, delle difficoltà materiali delle famiglie, dei costi di mantenimento dei figli e così via. Non perché non ci siano anche questi elementi nella patologicamente bassa natalità degli italiani, ma perché le nascite flettono tendenzialmente, salvo sobbalzi di scarsa entità e di ancor più mediocre durata, da oltre mezzo secolo a questa parte. Quando un fenomeno attraversa periodi così lunghi in cui tutte le situazioni economiche si succedono e accavallano, dalle migliori alle peggiori, senza però mai mutare la direzione di fondo, allora il segnale è chiaro: non sono quelli i fattori che più contano nel determinare quella direzione. Contano, è indubbio, ma non così tanto, non in modo così decisivo come contano altri fattori invece sin qui quasi dimenticati. Certo, i dati delle nascite cui siamo di fronte sono impressionanti. Ma non lo sono da oggi, anche se oggi si è toccato un fondo che non pensavamo mai che sarebbe stato neppure sfiorato. Lo sono da trenta anni almeno. Oggi, anzi, vengono al pettine i dati sulle nascite che da tanti, troppi anni non fanno che diminuire senza che ci si fermi a interrogarci davvero sulle cause più profonde del fenomeno. Perché il primo fattore che grava sulle così poche nascite è, intanto, un fattore strutturale: sempre meno donne, a seguito di una denatalità che viene da tanto lontano, entrano nell’età riproduttiva. E ancor meno ne entreranno nei prossimi anni. Sempre meno donne nell’età di fare figli arriveranno sulla scena riproduttiva italiana: occorre saperlo e, se possibile, cominciare ad attrezzarci per cercare di compensare questa carenza strutturale del passato, del presente e che ci accompagnerà anche nel futuro. 

venerdì 8 aprile 2016

Sintesi dell'Esortazione "Amoris Laetitia".





Tradotta da un lavoro del noto blog Rorate Caeli.

Non è un caso che Amoris Laetitia (AL), l’esortazione post-sinodale “sull’amore nella famiglia", sia stata firmata il 19 marzo, solennità di San Giuseppe. Essa riunisce i risultati dei due Sinodi sulla famiglia convocati da Papa Francesco nel 2014 e 2015. Si citano spesso le loro relazioni finali come pure sono citati i documenti e gli insegnamenti dei suoi predecessori e le sue stesse, numerose catechesi sulla famiglia. Inoltre, come in precedenti documenti magisteriali, il Papa si avvale anche dei contributi di varie Conferenze episcopali di tutto il mondo (Kenya, Australia, Argentina...) e cita figure significative come Martin Luther King ed Erich Fromm. Il Papa cita anche il film “La Festa di Babette” per illustrare il concetto di gratuità.
Introduzione (1-7)
L'Esortazione apostolica colpisce per la sua ampiezza e dettaglio. I suoi 325 punti sono distribuiti su nove capitoli. I sette paragrafi introduttivi denotano la complessità di un argomento su cui c’è urgente bisogno di uno studio approfondito. Gli interventi dei Padri sinodali compongono una "gemma sfaccettata" (AL 4), un prezioso poliedro, il cui valore deve essere preservato. Ma il Papa avverte che "non tutte le discussioni su questioni dottrinali, morali o pastorali hanno bisogno di essere risolte dagli interventi del magistero". In effetti, per alcune domande, "ogni paese o regione… possono cercare soluzioni più adatte alla propria cultura e sensibili alle sue tradizioni ed esigenze locali. Poiché 'le culture sono in realtà molto diverse, ogni principio generale... ha bisogno di essere “inculturato”, per essere rispettato e applicato’” (AL 3). Questo principio di “inculturazione” si applica al modo in cui i problemi sono formulati e affrontati e, a parte le questioni dogmatiche che sono state ben definite dal Magistero della Chiesa, nessuno di questi approcci può essere "globalizzato". Nel suo discorso alla fine del Sinodo del 2015, il Papa ha detto molto chiaramente: "Ciò che sembra normale per un vescovo in un continente, è considerato strano e quasi scandaloso - quasi! - per un vescovo di un altro continente; quello che è considerato una violazione di un diritto in una società è una regola evidente e inviolabile in un’altra; ciò che per alcuni è la libertà di coscienza, per altri è semplicemente la confusione".

Il Papa afferma chiaramente che abbiamo bisogno prima di tutto di evitare una giustapposizione sterile tra le esigenze di cambiamento e l'applicazione generale di norme astratte. Egli scrive: "I dibattiti svolti nei media, in alcune pubblicazioni e anche tra i ministri della Chiesa, vanno da un desiderio smodato di cambiamento totale senza riflessione o sufficiente adattamento, ad un atteggiamento che vorrebbe risolvere tutto applicando regole generali o indebite conclusioni di particolari considerazioni teologiche" (AL 2).

Capitolo Uno: "Alla luce della Parola" (8-30)

giovedì 17 marzo 2016

Ambientalismo, nuova religione mondiale




di Andrea Zambrano
17-03-2016

Caustico, ma rigoroso. L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe “Un mestiere del diavolo” (scritto con Paolo Gambi per l’editore Giubilei Regnani). Già parlare del diavolo in questa confusa contemporaneità è cosa assai impopolare. Peggio ancora se al principe delle tenebre si attribuisce una prerogativa sostanzialmente umana: quella della pensione. Eh sì, perché secondo l’ex presidente dello Ior, che da molti anni ormai si interroga con curiosità e competenza sulla crisi morale e di fede dell'umanità, ormai a Satana non resta un gran lavoro perché il grosso del suo sforzo, quello di perdere le anime, lo ha già fatto. Gotti Tedeschi lo chiama il grande pensionato e in questo libro intervista non esita a individuare i campi in cui la mano potente dell’angelo ribelle è intervenuta per distruggere e confondere le acque con ricadute sociali devastanti. La Bussola lo ha intervistato.

Professore, il tema centrale del libro è il demonio e l’influsso che questi ha avuto sulla nostra società. Allora esiste “ancora”?

Non solo esiste “ancora”, ma il suo influsso è talmente potente da riuscire a confondere la sua esistenza, facendo “razionalmente” pensare che non esiste né lui, né il peccato. Pertanto la confessione è inutile. E’ così che cresce il “riscaldamento globale”, quello vero…

Chi sono stati i suoi alleati?

venerdì 29 gennaio 2016

Dialogo tra Gesù Misericordioso e le anime.



DIALOGO FRA GESU' MISERICORDIOSO E L'ANIMA PECCATRICE


- Gesù: “ Anima peccatrice, non aver paura del tuo Salvatore. Io per primo Mi avvicino a te, poiché so che tu da sola non sei capace di innalzarti fino a Me. Non fuggire, figliola, dal Padre tuo. Cerca di parlare a tu per tu col tuo Dio misericordioso, che desidera dirti parole di perdono e colmarti delle Sue grazie. Oh, quanto Mi è cara la tua anima! Ti tengo scritta sulle Mie mani. Sei rimasta incisa nella ferita profonda del Mio Cuore ”. 

- L'anima: “ Signore, sento la Tua voce che m'invita ad abbandonare la cattiva strada, ma non ho né la forza né il coraggio ”. 

- Gesù: « Sono Io la tua forza. Io ti darò la forza per la lotta». 

- L'anima : “ Signore, conosco la Tua santità, ed ho paura di Te ”. 

- Gesù: « Perché hai paura, figlia Mia, del Dio della Misericordia? La Mia Santità non M'impedisce di essere misericordioso con te. Guarda, o anima, che per te ho istituito un trono di Misericordia sulla terra, e questo trono è il tabernacolo e da questo trono di Misericordia desidero scendere nel tuo cuore. Guarda, non Mi sono circondato né da un seguito né da guardie, puoi venire da Me in ogni momento, in ogni ora del giorno voglio parlare con te e desidero elargirti le Mie grazie». 

- L'anima: “ Signore, ho paura che non mi possa perdonare un così gran numero di peccati, la mia miseria mi riempie di terrore ”. 

domenica 27 dicembre 2015

Preghiera per la famiglia.






Signore, in questo tempo così avverso alla famiglia da Te pensata, voluta ed amata,

Manda il Tuo Santo Spirito per difenderla dagli attacchi del mondo che vorrebbe distruggerla.

Rendici tuoi collaboratori in questa lotta che vede l'odio di satana avventarsi contro la bellezza e il valore di una istituzione così importante per l'intera società. 

Fai che ci rendiamo conto e sempre meglio, dei rischi e dei subdoli tentativi di vederla sopraffatta dai disvalori e stravolgimenti della realtà portati come alternativa alla famiglia formata da un uomo e da una donna.

Fai che non cadiamo nel disinteresse e che non ci abbandoniamo al tedio di una vita che ci vorrebbe vedere abbandonati alla corrente, perché questo é il tempo di lottare.

Lottare perché non abbandoniamo la nostra Fede e perché possiamo renderla fattiva nelle nostre scelte quotidiane. 

Manda il Tuo Santo Spirito in questa terra assetata di Te.

Rendici Tuoi testimoni di fronte alle sfide di un mondo che ci odia perché vogliamo seguire Te.


Ti amiamo Signore. Ed amiamo la famiglia che Tu ci hai donato. La stessa nella quale Tu hai voluto nascere e crescere, dove hai provato la gioia dell'amore vicendevole e reciproco, dove hai voluto imparare le cose della vita e restare per assaporare il calore di una "casa".

Grazie Signore per la Sacra Famiglia. Che sia Essa la nostra protettrice in questa lotta contro le tenebre del male.