domenica 28 ottobre 2012

La Chiesa e lo Stato.

La salvezza che ci ha guadagnato Cristo, e quindi la missione della Chiesa, riguarda l’uomo nella sua integrità: sia come singolo che come membro della società.



fonte: Opus Dei

1. La missione della Chiesa nel mondo

La salvezza che ci ha guadagnato Cristo, e quindi la missione della Chiesa, riguarda l’uomo nella sua integrità: sia come singolo che come persona inserita nella società. Per questa ragione, quando la Chiesa propone la sua dottrina sociale, non solo non si scosta dalla sua missione, ma la compie fedelmente. Del resto, l’evangelizzazione non sarebbe autentica, se non tenesse conto del rapporto tra il Vangelo e l’azione, sia a livello individuale che sociale. La Chiesa vive nel mondo ed è logico, e necessario, che si rapporti con esso in modo adeguato, rispettando la struttura e la finalità delle diverse organizzazioni umane.

Pertanto la Chiesa ha la missione, che è anche un diritto, di occuparsi dei problemi sociali; e quando lo fa «non può essere accusata di oltrepassare il suo campo specifico di competenza e, tanto meno, il mandato ricevuto dal Signore»[1].

Missione della Chiesa in questo ambito non è soltanto di proporre norme etiche, ma anche di mostrare la dimensione evangelica della vita sociale, secondo la verità tutta intera sull’uomo, di insegnare i comportamenti coerenti con tale verità e di incoraggiare a viverli.

Tra vita cristiana e promozione umana c’è una stretta relazione: un nesso antropologico, un vincolo teologico e un dovere di carità[2]. Una tale armonia non crea confusione: il fine della condotta cristiana è l’identificazione con Cristo che porta la vera liberazione, la liberazione dal peccato, che esige l’impegno per le altre liberazioni[3]. Questa distinzione garantisce l’autonomia delle realtà terrene.

Gli insegnamenti del Magistero in questo campo non si estendono, pertanto, agli aspetti pratici, né propongono soluzioni per l’organizzazione della società, questo non fanno parte della sua missione. Questi insegnamenti mirano soltanto alla formazione delle coscienze; non ostacolano l’autonomia delle realtà terrene[4].

Così, dunque, non compete alla Gerarchia di assumere una funzione diretta nell’organizzazione della società; suo compito, invece, è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali in questo campo. Pertanto la Chiesa ammette ogni sistema sociale in cui si rispetta la dignità umana. I fedeli, da parte loro, debbono accogliere gli insegnamenti del Magistero in materia sociale con l’adesione della intelligenza, della volontà e delle opere (cfr. Lc 10, 16; Catechismo, 2032 e 2037).



2. Le relazioni fra la Chiesa e lo Stato

La religione e la politica sono due ambiti diversi ma non separati, perché l’uomo religioso e il cittadino sono la stessa persona con impegni sia religiosi che sociali, economici e politici. È necessario, tuttavia, che «imparino i fedeli a distinguere accuratamente fra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio. Nell’epoca nostra è sommamente necessario che questa distinzione e nello stesso tempo questa armonia risplendano nel modo più chiaro possibile nella maniera di agire dei fedeli»[5]. Si può dire che in queste parole si riassume il modo in cui i cattolici devono vivere l’insegnamento del Signore: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt22, 21).

Le relazioni fra la Chiesa e lo Stato comportano, pertanto distinzione senza separazione, unione senza confusione (cfr. Mt 22, 15-21 e parall.). Le relazioni saranno corrette e fruttuose se obbediscono a tre principi fondamentali: accettare l’esistenza di un ambito etico che precede e informa la sfera politica; distinguere la missione della religione e quella della politica; favorire la collaborazione fra i due ambiti.



a) I valori morali debbono informare la vita politica

La posizione dello “Stato etico”, che pretende di dettare il comportamento morale dei cittadini, è una teoria ampiamente rifiutata, perché può portare al totalitarismo o almeno implica una tendenza marcatamente autoritaria. Allo Stato non compete dire ciò che è bene e ciò che è male. Suo compito è invece quello di ricercare e promuovere il bene comune. Per fare questo, a volte, avrà bisogno di stabilire alcune regole circa il comportamento dei cittadini.

Il rifiuto di uno “Stato etico”, tuttavia, non deve portare all’errore opposto cioè la “neutralità” morale dello Stato stesso, perché in realtà essa non esiste né potrà mai esistere. Infatti, i valori morali indicano i criteri che favoriscono lo sviluppo integrale della persona; questo sviluppo, nella sua dimensione sociale, fa parte del bene comune terreno; e il principale responsabile del bene comune è lo Stato. Fra le altre cose, lo Stato favorisce il comportamento morale delle persone, almeno nella vita sociale.



b) La Chiesa e lo Stato si differenziano per la natura e per i fini

La Chiesa ha ricevuto da Cristo il mandato apostolico: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Con la sua dottrina e con la sua attività apostolica, la Chiesa contribuisce al retto ordinamento delle cose temporali, perché servano all’uomo per raggiungere il suo fine ultimo e non allontanarsene.

I mezzi che la Chiesa utilizza per compiere la sua missione sono, anzitutto, spirituali: la predicazione del Vangelo, l’amministrazione dei sacramenti e la preghiera ma ha anche bisogno di utilizzare mezzi materiali, secondo la natura dei suoi membri che sono persone umane (cfr. At 4, 32-37; 1 Tm 5, 18); questi mezzi devono essere sempre conformi al Vangelo. Inoltre, per compiere la sua missione nel mondo, la Chiesa ha bisogno di essere indipendente, senza condizionamenti di carattere politico o economico (cfr.Catechismo, 2246; Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 426)[6].

Lo Stato è una istituzione che deriva dalla natura sociale dell’uomo. Il suo fine è il bene comune temporale della società civile; è un bene non solo materiale ma anche spirituale, perché i membri della società sono persone con corpo e anima. Il progresso sociale richiede, oltre che mezzi materiali, molti altri beni di carattere spirituale: la pace, l’ordine, la giustizia, la libertà, la sicurezza, ecc. Questi beni sono raggiungibili solo mediante l’esercizio delle virtù sociali, che lo Stato deve promuovere e tutelare (per esempio, la moralità pubblica).

La distinzione fra l’ambito religioso e quello politico implica che lo Stato non goda di “sacralità” né abbia il compito di guidare le coscienze. Il fondamento morale della politica si trova al di fuori di essa. D’altra parte la Chiesa non possiede potere di indicare nulla in campo politico in quanto la appartenenza ad essa, dal punto di vista civile, è volontaria, il suo potere è di carattere spirituale e non propone nessuna soluzione di tipo politico. Lo Stato e la Chiesa svolgono funzioni distinte. Questo comporta libertà religiosa e sociale.

Da qui derivano due importanti diritti: il diritto alla libertà religiosa che consiste nella non interferenza da parte dello Stato in materia religiosa, e il diritto alla libertà di attuazione dei cattolici riguardo alla gerarchia in materia temporale, anche se con l’obbligo di seguire gli insegnamenti del Magistero (cfr. CIC, 227). Inoltre la Chiesa, «predicando la verità evangelica e illuminando tutti i settori dell’attività umana con la sua dottrina e con la testimonianza resa dai cristiani, rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadini»[7].



c) La collaborazione fra la Chiesa e lo Stato

La distinzione tra la Chiesa e lo Stato non comporta – come si è detto – la loro totale separazione, né che la Chiesa debba ridurre la propria azione all’ambito privato e spirituale. Sicuramente la Chiesa «non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia»[8]. In questo senso, la Chiesa ha il diritto e il dovere di «insegnare la sua dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini e dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime»[9].

Così, per esempio, la Chiesa può e deve indicare quando una legge è ingiusta in quanto contraria alla legge naturale (ad esempio leggi sull’aborto o il divorzio), o che determinate consuetudini o situazioni sono immorali, anche se permesse dalle leggi civili, o che i cattolici non devono dare il loro appoggio a persone o partiti che si propongano obiettivi contrari alla legge di Dio, e pertanto alla dignità della persona umana e al bene comune[10].

Sia la Chiesa che la politica – che si esprime attraverso le varie istituzioni o i partiti –, anche se a titolo diverso, sono al servizio dell’uomo e «svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti, in maniera tanto più efficace quanto meglio coltivano una sana collaborazione tra di loro»[11]. Se la comunità politica (ossia, la società presa nel suo insieme: governanti e governati di un determinato Stato) ignora la Chiesa, si pone in contraddizione con se stessa, poiché ostacola l’esercizio di diritti e di doveri di una parte dei cittadini, in concreto dei fedeli cattolici.

I metodi pratici di regolare queste relazioni possono variare a seconda delle circostanze: per esempio, non saranno gli stessi nei paesi di tradizione cattolica e in altri nei quali la presenza dei cattolici è minoritaria.

Un aspetto essenziale che si deve curare sempre è la salvaguardia del diritto di libertà religiosa[12]. Vegliare sul rispetto di questo diritto vuol dire vegliare sul rispetto dell’intero ordine sociale. Il diritto alla libertà sociale e civile in materia religiosa è la fonte e la sintesi di tutti i diritti dell’uomo[13].

In molti paesi la Costituzione (o il sistema di leggi fondamentali che regolano il sistema di governo di uno Stato) garantisce la libertà religiosa dei cittadini e dei gruppi; attraverso questo canale, anche la Chiesa trova la libertà sufficiente per adempiere la sua missione e uno spazio per svolgere le sue iniziative apostoliche[14].

Inoltre, quando è possibile, la Chiesa fa in modo da stabilire accordi con lo Stato, in genere chiamati Concordati, nei quali si stabiliscono alcune soluzioni concrete per le materie di interesse comune: libertà di azione della Chiesa e delle sue istituzioni, convenzioni in materia economica, giorni festivi, ecc.



3. Regole sulle questioni miste

In alcune materie (chiamate questioni miste), sia lo Stato che la Chiesa debbono intervenire in base alle loro rispettive competenze e finalità: sono l’educazione, il matrimonio, le comunicazioni sociali, l’assistenza ai bisognosi[15]. Per queste materie è particolarmente necessaria la collaborazione, in modo che ognuno possa adempiere la propria missione senza impedimento da parte dell’altro[16].

a) Compete alla Chiesa regolare il matrimonio dei suoi fedeli, anche nei casi in cui è cattolico uno solo dei contraenti. Questo perché il matrimonio è un sacramento e compete alla Chiesa stabilire le norme per amministrarlo. Compete, invece, allo Stato regolarne gli effetti civili: regime dei beni fra gli sposi, ecc. (cfr. CIC, 1059). Lo Stato ha il dovere di riconoscere ai cattolici il diritto di contrarre matrimonio canonico.

b) L’educazione dei figli – anche in materia religiosa – compete ai genitori per diritto naturale; sono loro che devono stabilire il tipo di insegnamento che desiderano per i loro figli e i mezzi dei quali si serviranno per questo fine (scuola, catechesi, ecc.)[17]. Laddove non sia sufficiente l’iniziativa dei genitori o dei gruppi sociali, lo Stato deve sussidiariamente istituire proprie scuole, sempre rispettando il diritto dei genitori circa l’orientamento dell’educazione dei figli.

In questo diritto è incluso quello di promuovere e gestire scuole in proprio. Tenendo conto della funzione sociale di queste scuole, lo Stato le deve riconoscere e sovvenzionare[18]. I genitori hanno anche il diritto che i figli ricevano nelle scuole – statali o no – un insegnamento che concordi con le loro convinzioni religiose[19].

Compete allo Stato dettare le norme necessarie all’insegnamento (livelli, titoli, garanzie per l’accesso, requisiti per il riconoscimento, ecc.). Lo Stato non può invece pretendere di esercitare, sia pure indirettamente, il monopolio sull’insegnamento (cfr. CIC, 797).

Compete alla Chiesa stabilire e vigilare su tutto ciò che si riferisce all’insegnamento della religione cattolica: programmi, contenuti, testi, idoneità degli insegnanti. È parte della potestà di magistero che compete alla Gerarchia, e quindi un diritto della Chiesa difendere e garantire la propria identità e l’integrità della dottrina. Pertanto, nessuno può ergersi a maestro di dottrina cattolica (nelle scuole di qualsiasi livello) se non con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica (cfr. CIC, 804-805).

La Chiesa ha anche il diritto di stabilire propri centri di insegnamento (ufficialmente cattolici), e che questi siano riconosciuti e ricevano le sovvenzioni pubbliche alle stesse condizioni degli altri centri non statali, senza per questo dover rinunciare alla identità cattolica o alla loro dipendenza dall’autorità ecclesiastica (cfr. CIC, 800).

c) La Chiesa ha anche il diritto di promuovere iniziative sociali (ospedali, mezzi di comunicazione, orfanotrofi, centri di accoglienza) coerenti con la sua missione, che lo Stato riconoscerà alle stesse condizioni (esenzioni fiscali, titoli di studio degli insegnanti, sovvenzioni, collaborazione di volontari, possibilità di ricevere donativi, ecc.) delle altre iniziative di questo tipo promosse da entità non pubbliche.



4. Laicità e laicismo

Un tema di grande attualità è la distinzione tra laicità e laicismo. Per laicità s’intende che lo Stato è autonomo rispetto alle leggi ecclesiastiche. Il laicismo, invece, propugna l’autonomia della politica dall’ordine morale e dallo stesso disegno divino, e tende a relegare la religione alla sfera assolutamente privata. In questo modo si calpesta il diritto alla libertà religiosa e si pregiudica l’ordine sociale (Cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 572). Un’autentica laicità evita due estremi: da una parte l’imposizione di una teoria morale che trasformi la società civile in uno Stato etico[20] dall’altra il rifiuto a priori dei valori morali che in ambiti culturali, religiosi, ecc., che sono liberi e non debbono essere gestiti dal potere[21].

Si deve inoltre sottolineare che è illusorio e ingiusto chiedere ai fedeli di comportarsi in politica “come se Dio non esistesse”. Illusorio, perché tutte le persone si comportano in base alle loro convinzioni (culturali, filosofiche, politiche, ecc.), collegate o no a una fede religiosa; sono convinzioni che influiscono sul comportamento sociale dei cittadini. Ingiusto, perché i non cattolici vivono secondo le proprie dottrine indipendentemente dalla loro origine.

Comportarsi in politica in accordo con la propria fede, se rispetta la dignità delle persone, non significa pretendere che la politica si assoggetti alla religione: significa che la politica è al servizio della persona e, pertanto, deve rispettare le esigenze morali, e questo vuol dire che deve rispettare e favorire la dignità di ogni essere umano. Allo stesso modo, vivere l’impegno politico avendo motivazioni superiori rispetta perfettamente la natura dell’uomo, ne stimola l’impegno e produce risultati migliori.



5. Il pluralismo in ambito sociale dei cattolici

Tutto ciò che abbiamo detto concorda con il legittimo pluralismo dei cattolici nell’ambito sociale. Infatti gli stessi obiettivi si possono conseguire per vie diverse; pertanto è ragionevole un pluralismo di opinioni e di comportamenti per raggiungere un obiettivo sociale. È naturale che i sostenitori di questa o quella posizione cerchino legittimamente di proporla. Tuttavia nessuna opzione ha la garanzia di essere l’unica adeguata – fra l’altro perché la politica lavora in gran parte su posizioni opinabili: è l’arte di fare il possibile – . Ancor meno, nessuna posizione può pretendere di essere l’unica che risponda alla dottrina della Chiesa[22]: «a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa»[23].

Per questa ragione, tutti i fedeli, specialmente i laici, hanno il diritto che nella Chiesa venga riconosciuta la loro legittima autonomia nel gestire le questioni temporali secondo le proprie convinzioni e le proprie preferenze, sempre che siano in accordo con la dottrina cattolica. Hanno poi il dovere di non coinvolgere la Chiesa nelle loro decisioni personali e nelle loro azioni sociali, e devono evitare di presentare tali soluzioni come soluzioni cattoliche[24].

Il pluralismo non è un male minore, ma un elemento positivo – come la libertà – della vita civile e religiosa. È preferibile accettare le diversità negli aspetti temporali, che ottenere una presunta efficacia uniformando le opzioni a scapito della libertà personale. Il pluralismo, tuttavia, non va confuso col relativismo etico[25]. Non solo, ma un autentico pluralismo richiede un insieme di valori a supporto dei rapporti sociali.

Il pluralismo è moralmente ammissibile finché si tratti di decisioni ordinate al bene delle persone e della società; non lo è, invece, se la decisione è contraria alla legge naturale, all’ordine pubblico e ai diritti fondamentali delle persone (cfr. Catechismo, 1901). Evitati questi casi estremi, è bene sostenere il pluralismo nelle materie temporali perché è un bene per la vita personale, sociale ed ecclesiale.


Enrique Colom




Bibliografia di base

Catechismo della Chiesa Cattolica, 2104-2109; 2244-2246; 2419-2425.

Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 74-76; Dich. Dignitatis humanae, 1-8; 13-14.

Giovanni Paolo II, Es. ap. Christifideles laici, 30-XII-1988, 36-44.


Letture raccomandate

San Josemaría, Omelia Amare il mondo appassionatamente, in Colloqui con Monsignor Escrivá, 113-123.

Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24-XI-2002.

Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 49-55; 60-71; 189-191; 238-243; 377-427.


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[1] Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 30-XII-1987, 8. Cfr. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, 8-XII-1975, 29 e 30; Giovanni Paolo II,Discorso a Puebla, III; Enc. Redemptoris hominis, 4-III-1979, 15;Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 64 e 71.

[2] Cfr. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, 31. L’unione dell’umano col divino è una caratteristica peculiare dell’Opus Dei: il suo fondatore diceva che l’intera vita dei suoi fedeli è «un servizio con fini esclusivamente soprannaturali, perché l’Opus Dei non è né mai sarà – non può assolutamente esserlo – uno strumento temporale; ma è allo stesso tempo un servizio umano, perché voi non fate altro che cercare di raggiungere la perfezione cristiana nel mondo in un modo pulito, con la vostra iniziativa liberissima e responsabile in tutti i campi dell’agire civile. Un servizio abnegato che non abbrutisce bensì educa, allarga il cuore – lo fa diventare “romano”, nel senso più elevato di questo termine – e spinge a cercare la dignità e il benessere dei popoli di ogni nazione: affinché ci siano sempre meno poveri, meno persone senza istruzione, meno anime senza fede, meno disperazione, meno guerre, meno insicurezza, più carità e più pace» (San Josemaría, Lettera 31-V-1943, n. 1 in J.L. Illanes, F. Ocáriz, P. Rodríguez, L’Opus Dei nella Chiesa, Piemme, Casale Monferrato 1993, pp. 185-186).

[3] Cfr. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, 9, 33-35; Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Libertatis conscientia, 23-III-1986, 23.

[4] In quanto ai valori che favoriscono il perfezionamento della dignità umana, il Compendio afferma: «Il rispetto della legittima autonomia delle realtà terrene induce la Chiesa a non riservarsi competenze specifiche di ordine tecnico e temporale, ma non le impedisce di intervenire per mostrare come, nelle differenti scelte dell’uomo, tali valori siano affermati o, viceversa, negati» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 197). Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 36 e 42; Paolo VI, Enc.Populorum progressio, 26-III-1967, 13; Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 41; Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 68 e 81.

[5] Concilio Vaticano II, Cost. Lumen gentium, 36. Cfr. Catechismo, 912.

[6] Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 76; Dich. Dignitatis humanae, 13.

[7] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 76.

[8] Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 25-XII-2005, 28. Cfr. Benedetto XVI,Discorso a Verona, 19-X-2006.

[9] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 76.

[10] Cfr. Ibidem, 40 e 41.

[11] Ibidem, 76. Cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 425.

[12] Questo diritto non consiste nel fatto che l’uomo è libero davanti a Dio di scegliere l’una o l’altra religione, perché c’è solo una vera religione e l’uomo ha l’obbligo di cercare la verità e, una volta trovata, di abbracciarla (cfr. Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 1). Il diritto alla libertà religiosa «consiste in questo, che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità alla sua coscienza privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata» (Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 2).

«Il rispetto, da parte dello Stato, del diritto alla libertà religiosa è un segno del rispetto verso gli altri diritti umani fondamentali, perché è il riconoscimento implicito dell’esistenza di un ordine che supera la dimensione politica dell’esistenza, un ordine che nasce dalla sfera della libera adesione a una comunità di salvezza che è precedente allo Stato» (Giovanni Paolo II, Discorso, 9-I-1989, 6). Si dice che la comunità di salvezza è precedente allo Stato perché la persona s’incorpora ad essa mirando a un fine che si trova a un piano superiore a quello dei fini della comunità politica.

[13] Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Centesimus annus, 1-V-1991, 47.
Il diritto alla libertà in materia religiosa «è legato a quello di tutte le altre libertà»; non solo, ma tutte quante lo «reclamano come fondamento» (Giovanni Paolo II, Discorso, 23-III-1991, 2).

[14] Cfr. Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 13.

[15] Sempre che le circostanze lo permettano, la Santa Sede stabilisce relazioni diplomatiche con gli Stati in modo da conservare un canale di dialogo permanente nelle questioni che interessano le due parti (cfr.Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 427).

[16] Pertanto si deve sostenere fermamente che «non è vero che vi sia opposizione tra l’essere buon cattolico e il servire fedelmente la società civile. Non c’è motivo di scontro tra la Chiesa e lo Stato, nel legittimo esercizio della loro rispettiva autorità, di fronte alla missione che Dio ha loro affidato» (San Josemaría, Solco, 301).

[17] «Il diritto e il dovere dell’educazione sono, per i genitori, primari e inalienabili» (Catechismo, 2221). Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, 22-XI-1981, 36.

[18] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, 40.

[19] «Primi responsabili dell’educazione dei figli, i genitori hanno il diritto discegliere per loro una scuola rispondente alle proprie convinzioni. È , questo, un diritto fondamentale. I genitori, nei limiti del possibile, hanno il dovere di scegliere le scuole che li possano aiutare nel migliore dei modi nel loro compito di educatori cristiani. I pubblici poteri hanno il dovere di garantire tale diritto dei genitori e di assicurare le condizioni concrete di poterlo esercitare» (Catechismo, 2229).

[20] Cfr. Paolo VI, Lett. Ap. Octogesima adveniens, 14-V-1971, 25; Giovanni Paolo II, Enc. Centesimus annus, 25.

[21] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcune questioni relative all’impegno e alla condotta dei cattolici nella vita politica, 24-XI-2002, 6; Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 571.

[22] Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 75; Paolo VI, Lett. Ap.Octogesima adveniens, 50; Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 417.

[23] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, 43.

[24] Cfr. San Josemaría, Colloqui, 117.

[25] Una «concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24-XI-2002, 3). Cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 569 e 572.

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