lunedì 1 giugno 2026

Come la Chiesa ha compreso il mistero di Gesù. Seconda puntata

 

San Cirillo di Alessandria


2. Cirillo di Alessandria e la difesa dell'unico Cristo

Nella puntata precedente abbiamo visto come una semplice espressione mariana — «Madre di Dio» — abbia acceso una delle più grandi controversie della storia della Chiesa.

Dietro quella discussione, però, non c'era anzitutto Maria.

La vera domanda era un'altra:

chi è Gesù Cristo?

È proprio per rispondere a questa domanda che entra in scena una delle figure più importanti della teologia antica: Cirillo di Alessandria.

Un uomo dal carattere forte, talvolta persino duro, ma profondamente convinto che la fede della Chiesa dovesse custodire un mistero fondamentale: in Gesù Cristo non ci sono due soggetti distinti, ma un unico Signore.

Per comprendere il suo pensiero dobbiamo fare un piccolo passo indietro.


Due scuole, due prospettive

Nel V secolo il mondo cristiano era attraversato da due grandi tradizioni teologiche.

Da una parte c'era la scuola di Antiochia, molto attenta all'umanità di Gesù. I suoi teologi sottolineavano che Cristo aveva realmente vissuto una vita umana, con un corpo, un'anima, una volontà e una storia autenticamente umane.

Dall'altra parte c'era la scuola di Alessandria, alla quale apparteneva Cirillo. Essa partiva soprattutto dalla divinità del Verbo eterno e dalla straordinaria novità dell'Incarnazione.

Le due scuole non professavano due fedi diverse.

Guardavano però lo stesso mistero da due prospettive differenti.

Gli antiocheni partivano dall'uomo Gesù per arrivare al Figlio di Dio.

Gli alessandrini partivano dal Figlio di Dio per spiegare come si fosse fatto uomo.

Per molti anni queste due sensibilità avevano convissuto all'interno della Chiesa. Ma con la controversia nestoriana le differenze divennero sempre più evidenti.


La preoccupazione di Cirillo

Quando Cirillo venne a conoscenza delle predicazioni di Nestorio, comprese immediatamente che la questione non riguardava soltanto il titolo di Madre di Dio.

A suo giudizio il rischio era molto più grave.

Se si separano troppo l'uomo Gesù e il Figlio di Dio, che cosa resta dell'Incarnazione?

Se Dio semplicemente "abita" in un uomo, allora siamo davanti a una sorta di collaborazione tra due soggetti.

Ma il Vangelo annuncia qualcosa di infinitamente più grande.

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Cirillo tornava continuamente a questa affermazione dell'evangelista Giovanni.

Non dice che il Verbo si è unito a un uomo già esistente.

Non dice che il Verbo ha preso possesso di un uomo.

Dice che il Verbo si è fatto carne.

Per Cirillo qui stava il cuore della fede cristiana.


Un solo Figlio, un solo Signore

Le lettere che Cirillo indirizzò a Nestorio mostrano chiaramente la sua preoccupazione.

Egli teme che si finisca per parlare quasi di due figli:

  • uno nato dal Padre nell'eternità;

  • uno nato da Maria nel tempo.

Per Cirillo, invece, il Figlio è sempre lo stesso.

Colui che nasce da Maria non è un uomo separato dal Verbo.

È il Verbo stesso che ha assunto una vera natura umana.

Naturalmente questo non significa che la divinità abbia avuto origine da Maria.

Cirillo non lo pensò mai.

Il Figlio esiste dall'eternità.

Ma quel Figlio eterno ha scelto di entrare nella storia umana attraverso il grembo della Vergine.

Per questo il bambino di Betlemme è veramente Dio e veramente uomo.

Non due persone.

Non due figli.

Un solo Signore.


Un'immagine semplice per comprendere il problema

Per capire meglio il ragionamento di Cirillo possiamo pensare a una persona che incontriamo ogni giorno.

Quando parliamo con qualcuno, non dialoghiamo con la sua anima separatamente dal suo corpo.

Parliamo con una persona.

Le sue diverse dimensioni formano un unico soggetto.

In modo infinitamente più profondo, in Cristo la natura divina e la natura umana appartengono a un unico soggetto personale: il Figlio di Dio.

È Lui che parla.

È Lui che compie miracoli.

È Lui che soffre.

È Lui che muore sulla croce.

È Lui che risorge.

Per questo i Vangeli possono attribuire al medesimo Gesù azioni che sembrano appartenere a due livelli diversi.

Lo vediamo stanco presso il pozzo di Sicar e nello stesso tempo capace di leggere il cuore della Samaritana.

Lo vediamo piangere davanti alla tomba di Lazzaro e pochi istanti dopo richiamare il morto alla vita.

Lo vediamo addormentarsi sulla barca e poi comandare al mare e al vento.

Sempre lo stesso Gesù.

Sempre lo stesso Signore.


Maria e il mistero dell'Incarnazione

A questo punto diventa più facile comprendere perché Cirillo difenda con tanta energia il titolo di Madre di Dio.

La questione non è anzitutto mariana.

È cristologica.

Maria non genera una natura.

Genera una persona.

E la persona che nasce da lei è il Figlio eterno di Dio fatto uomo.

Quando Elisabetta, nel Vangelo di Luca, esclama:

«A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43),

la Chiesa ha sempre visto in queste parole una straordinaria intuizione della fede.

La donna che porta in grembo Gesù porta in grembo il Signore.

Per questo la tradizione cristiana ha progressivamente riconosciuto e difeso il titolo di Theotokos.

Non per esaltare Maria al di sopra di Cristo.

Ma per custodire la verità su Cristo stesso.


Una salvezza che viene da Dio

Per Cirillo era in gioco anche qualcosa di ancora più importante.

La nostra salvezza.

Se Gesù fosse soltanto un uomo particolarmente vicino a Dio, la redenzione sarebbe opera di una creatura.

Se invece Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo, allora è Dio stesso che entra nella nostra storia.

Dio stesso che assume la nostra fragilità.

Dio stesso che affronta il peccato e la morte.

Dio stesso che apre all'umanità la strada della risurrezione.

Per questo le dispute del V secolo non furono semplici esercizi accademici.

Dietro ogni formula teologica c'era una domanda decisiva:

chi ci ha salvati?

Un uomo straordinario?

Oppure Dio venuto in mezzo a noi?

La fede della Chiesa risponde senza esitazioni:

Gesù Cristo è il Figlio eterno del Padre che si è fatto veramente uomo per la nostra salvezza.


Verso il grande confronto

Le lettere di Cirillo non riuscirono però a ricomporre il conflitto.

Anzi, la tensione aumentò.

Nestorio continuava a difendere la propria posizione.

Cirillo era sempre più convinto che la fede apostolica fosse in pericolo.

Anche Papa Celestino I iniziò a interessarsi alla vicenda.

Ormai la controversia aveva superato i confini delle scuole teologiche.

Coinvolgeva vescovi, monaci, fedeli e perfino l'imperatore.

Si rendeva necessario un giudizio solenne della Chiesa universale.

Per questo, nel 431, fu convocato il Concilio di Efeso.

Lì si sarebbe deciso non soltanto il destino di Nestorio, ma anche il modo in cui i cristiani avrebbero parlato di Cristo nei secoli successivi.

Nella prossima puntata entreremo nelle tumultuose giornate del Concilio di Efeso, tra lettere, accuse, scomuniche e decisioni destinate a cambiare per sempre la storia della teologia cristiana.

Foto da internet