La vita del Poverello d’Assisi, la sua vocazione nella Chiesa e il suo amore per ogni creatura, ricondotti alla sorgente dalla quale tutto ebbe origine: l’incontro con Cristo e il desiderio di vivere integralmente il suo Vangelo.
Per comprendere Francesco bisogna tornare a Cristo
Tra le figure della storia cristiana che più facilmente sono state accolte, reinterpretate e, talvolta, trasformate secondo le sensibilità delle diverse epoche, san Francesco d'Assisi occupa certamente un posto singolare. Il suo nome è conosciuto ben oltre i confini della Chiesa, la sua immagine è familiare anche a chi non pratica la fede e molti degli aspetti della sua vita sono diventati patrimonio di un immaginario universale nel quale Francesco appare come l'uomo della povertà, della fraternità, della pace, degli animali e della natura. Tutto questo contiene elementi autentici della sua esperienza, ma rischia di diventare fuorviante quando tali elementi vengono separati dalla sorgente dalla quale scaturirono e trasformati in categorie autonome, quasi che Francesco fosse stato, molti secoli prima della loro nascita, un sostenitore dell'ambientalismo, dell'animalismo o del pacifismo intesi secondo il significato che queste parole hanno assunto nel mondo contemporaneo.
Il problema non consiste nel negare l'amore di Francesco per il creato, la sua attenzione verso gli uomini, il suo desiderio di pace o la sua particolare familiarità con le creature; al contrario, proprio questi aspetti della sua vita possono essere compresi in tutta la loro profondità soltanto quando vengono ricondotti alla loro origine. Francesco non ama la natura perché ha elaborato una concezione ecologica del mondo, così come non ama gli animali perché abbia sviluppato una particolare ideologia sulla loro condizione e non cerca la pace semplicemente perché rifiuta ogni forma di conflitto. Egli guarda il creato, gli uomini e la propria stessa esistenza alla luce di una realtà che per lui precede e illumina ogni altra cosa: Cristo. È da Cristo che Francesco parte, ed è a Cristo che ogni cosa ritorna. Il suo rapporto con la povertà, con i lebbrosi, con i fratelli, con i musulmani che incontra, con la Chiesa, con l'Eucaristia, con il Crocifisso e persino con il sole, l'acqua, il fuoco e la terra non può essere compreso se si perde di vista questa origine. Francesco non è semplicemente un uomo che ha amato molte cose; è un uomo che, dopo aver incontrato Cristo, ha imparato a guardare ogni cosa alla luce di Lui. Per questo, se vogliamo comprendere veramente il Poverello d'Assisi, dobbiamo avere il coraggio di liberarlo dalle immagini che gli abbiamo sovrapposto e tornare alla domanda essenziale: chi era Cristo per Francesco?
Una vita iniziata come risposta a una chiamata
Francesco non nacque santo e non trascorse la giovinezza cercando deliberatamente quella radicale povertà che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua esistenza. Era figlio di un ricco mercante di Assisi e, come molti giovani del suo tempo, conosceva il desiderio della gloria, il fascino della vita cavalleresca e l'ambizione di conquistare un posto importante nel mondo. La sua conversione fu dunque un cammino nel quale le aspirazioni iniziali vennero progressivamente attraversate e trasformate da un'iniziativa divina che Francesco stesso, molti anni più tardi, avrebbe ricordato con parole di grande semplicità.
Nel suo Testamento, infatti, Francesco non presenta la propria conversione come il risultato di un progetto elaborato autonomamente, ma la racconta come un'opera nella quale Dio stesso lo aveva condotto. Parlando del periodo della sua vita nel quale la presenza dei lebbrosi gli appariva particolarmente difficile da accettare, scrive: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza», e poco dopo aggiunge: «E il Signore stesso mi condusse tra loro».
Queste parole sono preziose perché ci permettono di entrare nel cuore della sua esperienza. Francesco riconosce che, dietro il cammino che lo conduceva lontano dalle sue antiche aspirazioni, vi era una chiamata che veniva da Dio. Ciò che egli avrebbe compreso progressivamente era dunque che la santità non consiste anzitutto nel costruire se stessi secondo un ideale personale, ma nel lasciarsi raggiungere da Dio e nel permettere alla sua grazia di trasformare il proprio modo di vedere, di desiderare e di vivere. Anche l'episodio dell'incontro con il lebbroso acquista, in questa prospettiva, un significato molto più profondo di quello che potrebbe avere se lo leggessimo soltanto come una storia di solidarietà verso gli emarginati. Francesco racconta che ciò che prima gli sembrava amaro gli fu trasformato in dolcezza, e questa trasformazione interiore è uno dei segni più evidenti della sua conversione: non è semplicemente cambiata la realtà esterna, ma è cambiato lo sguardo con il quale egli la contempla. Il povero che prima suscitava ripugnanza diventa un fratello; l'uomo che prima era percepito come qualcuno da evitare diventa una persona da accogliere. Francesco comincia così a comprendere che, quando Cristo entra realmente nella vita di un uomo, non gli offre soltanto nuove idee, ma gli dona un cuore capace di riconoscere nell'altro una presenza che prima non riusciva a vedere.
Francesco e la Chiesa
Questo cammino di conversione conduce Francesco verso una forma di vita che non vuole essere separata dalla Chiesa, ma vissuta pienamente al suo interno. È importante ricordarlo perché, nel corso del tempo, la sua figura è stata talvolta utilizzata per costruire l'immagine di un uomo spirituale che avrebbe trovato la propria autenticità contrapponendosi alle istituzioni ecclesiastiche del suo tempo. Una simile interpretazione, però, non rende ragione della sua vicenda. Francesco non fonda una religione alternativa, non propone un cristianesimo costruito secondo la propria sensibilità personale e non considera la Chiesa un ostacolo alla purezza del Vangelo. Quando comprende di essere chiamato a una vita evangelica radicale, cerca piuttosto di sottoporre la propria esperienza al discernimento e all'autorità della Chiesa, chiedendo che la forma di vita che sta nascendo attorno a lui venga riconosciuta e accolta. Questo atteggiamento non è un elemento secondario della sua spiritualità, ma ne costituisce una parte essenziale. Francesco vuole seguire Cristo e proprio per questo vuole vivere nella Chiesa di Cristo; desidera osservare il Vangelo e, proprio per questo, non ritiene di poter trasformare la propria esperienza personale in una misura superiore alla comunione ecclesiale. La sua radicalità non nasce dunque dalla ribellione, ma dall'obbedienza, e la libertà che ricerca non è la libertà da ogni vincolo, bensì quella libertà interiore che gli permette di appartenere interamente a Dio. La sua vita mostra così una realtà che la sensibilità moderna tende talvolta a separare: è possibile vivere una radicale esigenza evangelica senza uscire dalla Chiesa, e anzi proprio la comunione con la Chiesa può diventare il luogo nel quale una radicalità autenticamente cristiana trova la propria forma e il proprio orientamento.
Prendere sul serio il Vangelo
Francesco non fu un uomo che si limitò ad ammirare il Vangelo, né uno di quegli uomini religiosi che cercano nella Scrittura un insieme di insegnamenti morali da applicare secondo le proprie possibilità. Egli volle prendere sul serio le parole di Cristo e lasciarsi plasmare da esse fino al punto che il Vangelo diventasse la forma concreta della sua esistenza.
La povertà, in questo senso, non può essere separata dalla sequela di Cristo. Francesco non sceglie di vivere poveramente perché considera la ricchezza in quanto tale un male o perché intende proporre un programma sociale; egli vuole liberarsi di ciò che potrebbe impedirgli di appartenere totalmente a Cristo e desidera conformare la propria vita a quella del Signore che ha scelto la via dell'umiltà e della povertà. È questo che conferisce alla sua povertà una profondità che non può essere ridotta a un ideale sociale. Francesco non vuole semplicemente avere meno; vuole appartenere di più. Non vuole possedere meno cose per sentirsi più libero in senso individuale, ma desidera essere libero per seguire Cristo senza riserve. La povertà francescana, dunque, non può essere separata dall'amore. Se Francesco lascia ciò che possiede, lo fa perché ha trovato qualcosa che considera infinitamente più prezioso; se rinuncia alle sicurezze del mondo, è perché vuole affidarsi a una sicurezza diversa, quella della Provvidenza e dell'appartenenza a Dio.
Una vocazione missionaria
La stessa logica permette di comprendere un aspetto della sua vita che rischia di essere oscurato dall'immagine del santo contemplativo e amante della natura: Francesco fu profondamente animato dal desiderio di evangelizzare. La sua vita non è una fuga dal mondo, ma un movimento verso il mondo, perché chi ha incontrato Cristo non può considerare la fede come una realtà privata da custodire soltanto per sé. Francesco comprende che il Vangelo è una buona notizia destinata a tutti e che il compito dei cristiani è quello di portarlo agli uomini, non soltanto attraverso le parole, ma attraverso una vita capace di rendere visibile ciò che annuncia. I frati che si raccolgono attorno a lui non costituiscono semplicemente una comunità dedita alla preghiera o alla vita fraterna; sono uomini che devono essere disponibili ad andare là dove il Vangelo li conduce. La fraternità francescana nasce quindi con una dimensione missionaria che appartiene alla sua stessa natura.
“Fedeli e infedeli”: l’orizzonte universale della missione
Il desiderio di Francesco di portare il Vangelo oltre i confini della cristianità non nasce da un interesse per l’esotico, né dal semplice desiderio di incontrare uomini appartenenti a una cultura e a una religione differenti. Esso nasce dalla convinzione, profondamente radicata nella sua vocazione, che Cristo debba essere annunciato anche a coloro che ancora non lo conoscono e che la salvezza offerta dal Vangelo non possa essere considerata un bene riservato soltanto a coloro che già appartengono alla Chiesa. È precisamente per questo che Francesco desidera raggiungere i «Saraceni e altri infedeli» e che, nel corso della sua vita, tenta più volte di recarsi presso di loro, fino a giungere nel 1219 davanti al sultano d’Egitto, al-Malik al-Kamil, nel pieno della guerra tra l’esercito crociato e quello musulmano.
La testimonianza più importante per comprendere il significato di questa missione è tuttavia lo stesso testo scritto da Francesco nella Regola non bollata, dove il capitolo XVI è dedicato proprio ai frati che intendono recarsi «tra i Saraceni e gli altri infedeli». Francesco vi prescrive anzitutto che essi non provochino «liti né contese», ma sappiano vivere in mezzo a quelle popolazioni con umiltà, confessando di essere cristiani; subito dopo, però, indica una seconda modalità, che rende esplicita la finalità evangelizzatrice della presenza francescana: «quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio», affinché gli uomini ai quali si rivolgono «credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo» e siano «battezzati e divengano cristiani» (Regola non bollata, XVI, 5-7).
Queste parole non lasciano molto spazio a interpretazioni che riducano la missione francescana a una semplice testimonianza di convivenza pacifica o a un incontro fondato sulla reciproca valorizzazione delle differenze religiose. La pace, la mitezza e il rifiuto della violenza appartengono certamente al modo nel quale Francesco vuole che il Vangelo sia annunciato, ma non costituiscono il fine ultimo della missione. Il fine è l’annuncio della verità cristiana: che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, che il Figlio è Redentore e Salvatore e che l’uomo è chiamato a rinascere mediante l’acqua e lo Spirito Santo. Francesco non separa dunque la carità dall’evangelizzazione, né considera l’una un’alternativa all’altra; proprio perché desidera il bene eterno di coloro che incontra, desidera che anch’essi conoscano Cristo.
È in questa prospettiva che deve essere compreso anche il viaggio verso il sultano. Tommaso da Celano racconta che, nel tredicesimo anno della sua conversione, Francesco si recò verso la Siria e non ebbe timore di presentarsi davanti al sultano dei Saraceni, affrontando anche coloro che «insultavano la legge cristiana» e parlando davanti al sovrano con grande fermezza. Il racconto di Celano non presenta quindi Francesco come un semplice viaggiatore che cerca un incontro umano con il rappresentante di un’altra civiltà, ma come un uomo che porta con sé la propria fede e che desidera annunciare ciò in cui crede, tanto che il biografo conclude l’episodio osservando che il Signore non gli concesse allora di vedere compiuto il suo desiderio. (Vita prima, XX, 57).
La tradizione biografica successiva, soprattutto attraverso san Bonaventura, esplicita ulteriormente ciò che era già presente nella testimonianza di Celano. Nella Legenda maior il viaggio di Francesco verso i musulmani viene inserito nel quadro del suo ardente desiderio di offrire la propria vita per la diffusione della fede nella Trinità, e l’incontro con il sultano viene descritto come un momento nel quale Francesco annuncia con fermezza «Dio uno e trino» e «Gesù Cristo, Salvatore di tutti». Non si tratta, dunque, di attribuire a Francesco una mentalità estranea al suo tempo, né di trasformarlo in un precursore delle categorie religiose contemporanee: al contrario, per comprenderlo è necessario prendere sul serio ciò che egli stesso scrive e ciò che le fonti più antiche raccontano della sua missione.
Questo non significa che Francesco concepisca l’evangelizzazione come una forma di imposizione religiosa o come una conquista ottenuta attraverso la forza. Proprio qui sta una delle caratteristiche più significative della sua missione: egli vuole portare Cristo agli infedeli, ma vuole farlo secondo la forma evangelica della testimonianza, dell’umiltà, della povertà e, se necessario, del martirio. La Regola non bollata mette insieme queste due dimensioni che oggi vengono spesso artificialmente contrapposte: da una parte ordina ai frati di non fare «liti né contese» e di sottomettersi «ad ogni creatura umana per amore di Dio»; dall’altra stabilisce con altrettanta chiarezza che, quando sarà opportuno, essi dovranno annunciare la Parola affinché coloro che l’ascoltano "credano, siano battezzati e divengano cristiani".
Francesco va incontro al sultano come miles Christi, mosso dalla carità e dalla fede nella Trinità, disposto a rischiare la vita pur di portare la propria testimonianza cristiana. Non è dunque un caso che san Bonaventura, narrando questo episodio, intitoli il capitolo proprio De fervore caritatis et desiderio martyrii: Francesco non si presenta davanti al sultano semplicemente per incontrare un uomo di fede diversa, ma perché arde del desiderio di testimoniare Cristo, fino alla disponibilità suprema a donare la propria vita.
«Ardendo ancora nel fuoco della carità, per la fede nella Trinità e per la diffusione del proprio sangue, tentò per la terza volta di recarsi tra gli infedeli. [...] Nell’anno tredicesimo della sua conversione, dirigendosi verso la Siria, si espose con costanza a molti pericoli, per poter giungere alla presenza del Sultano di Babilonia. [...] E così, il soldato intrepido di Cristo Francesco, sperando di poter raggiungere finalmente il suo proposito, si mise in cammino, non atterrito dal timore della morte, ma spinto dal desiderio del martirio.» — San Bonaventura, Legenda maior, IX, 7, 1-5.
La mitezza, pertanto, non sostituisce l’annuncio, così come il rispetto della persona non comporta per Francesco la rinuncia alla verità della fede. Il cristiano deve avvicinarsi all’infedele senza odio e senza violenza, ma proprio perché lo ama non può considerare indifferente il fatto che egli conosca o non conosca Cristo. In Francesco la missione nasce precisamente da questa certezza: se Gesù Cristo è realmente il Redentore e il Salvatore, allora annunciare Cristo a chi non lo conosce non significa sottrarre qualcosa all’altro, ma desiderare per lui il bene più grande che il cristiano conosce. Per questo Francesco è disposto a mettersi in cammino verso i musulmani, a esporsi al pericolo e persino a desiderare il martirio: non per affermare se stesso, non per ottenere una vittoria personale e nemmeno per costruire una contrapposizione culturale, ma perché vuole che anche coloro che sono lontani dalla fede cristiana possano giungere alla conoscenza di Cristo e alla salvezza che Egli offre.
Il viaggio al sultano acquista così il suo autentico significato soltanto quando viene ricondotto al centro della vita di Francesco: Cristo. È Cristo che lo spinge verso i poveri, Cristo che lo conduce tra i lebbrosi, Cristo che lo porta a vivere radicalmente il Vangelo e Cristo che lo spinge anche verso i popoli non cristiani. La sua apertura verso l’altro non nasce quindi dall’indifferenza nei confronti della verità religiosa, ma dall’esatto contrario: dalla certezza che la verità di Cristo è così grande e il bene della sua salvezza così prezioso da dover essere annunciato anche a coloro che ancora non lo conoscono. In questo senso, la missione verso i «Saraceni e gli altri infedeli» non costituisce un episodio marginale della sua vita, ma una delle espressioni più coerenti della sua radicale appartenenza a Cristo e della sua volontà di vivere fino in fondo il mandato evangelico.
“Andate e fate discepoli tutti i popoli”
Alla radice di questa tensione missionaria vi è il comando stesso di Cristo agli apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste parole permettono di comprendere perché non sia sufficiente descrivere Francesco come un uomo che desiderava rendere il mondo più fraterno, più pacifico o più rispettoso della natura. Tutto questo appartiene alla sua vita, ma non ne costituisce il centro. Il centro è la missione ricevuta da Cristo e vissuta nella Chiesa. Francesco desidera che gli uomini conoscano Gesù Cristo, che si convertano, che entrino nella vita della Chiesa e che ricevano la grazia dei sacramenti. Non gli interessa soltanto trasmettere un sistema di valori, perché il cristianesimo non è, per lui, un insieme di valori astratti: è l'incontro con una Persona, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la salvezza del mondo. È proprio per questo che la sua fraternità non può essere ridotta a una generica fraternità universale nella quale tutte le differenze vengono semplicemente cancellate. Francesco desidera incontrare ogni uomo perché ogni uomo è chiamato a conoscere Cristo. La sua apertura verso l'altro non nasce dall'indifferenza nei confronti della verità, ma dalla convinzione che la verità cristiana sia un dono da offrire con umiltà e carità.
Il creato visto con gli occhi del credente
Solo a questo punto possiamo comprendere adeguatamente il rapporto di Francesco con il creato. È certamente vero che Francesco amava profondamente le creature e che il suo linguaggio, soprattutto nel Cantico delle creature, attribuisce al sole, alla luna, all'acqua, al fuoco e alla terra il nome di fratelli e sorelle. Tuttavia, per comprendere questo linguaggio, dobbiamo evitare di trasferirvi significati che appartengono alla nostra epoca e ascoltare invece la logica interna della sua fede. Francesco non confonde mai il Creatore con le creature. Il sole non è una divinità, l'acqua non è una presenza sacra autonoma, la terra non è un'entità da adorare. Tutto è creatura e, proprio perché creatura, tutto può diventare motivo di lode verso olui dal quale ogni cosa proviene. Il Cantico delle creature comincia infatti con la lode rivolta a Dio: «Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so' le laude, la gloria e l'onore et onne benedictione». Il centro non è dunque la natura, ma il Signore. Le creature sono chiamate fratelli e sorelle perché appartengono all'ordine della creazione e perché, contemplandole, Francesco riconosce la bontà, la bellezza e la grandezza del Creatore. Il suo sguardo non si arresta alla creatura, ma attraverso la creatura risale a Dio. La natura diventa così un libro nel quale il credente può leggere le tracce della presenza divina, non perché Dio si identifichi con il mondo, ma perché il mondo porta impressa la memoria di colui che lo ha creato.
Quando Francesco parla di fratello Sole e di sorella Luna, non sta semplicemente attribuendo sentimenti umani agli elementi naturali; sta esprimendo una visione nella quale l'intera creazione appare raccolta in un'unica grande fraternità creaturale davanti a Dio. Il sole è fratello perché è creatura dello stesso Signore che ha creato Francesco. L'acqua è sorella perché è dono di Dio. Il fuoco è fratello perché partecipa alla bontà della creazione. La terra è madre perché da essa l'uomo riceve il nutrimento e verso di essa ritorna. Persino la morte può essere chiamata sorella, perché Francesco la contempla alla luce della fede cristiana e non come l'ultima parola sull'esistenza. La morte rimane una realtà dolorosa, ma per chi appartiene a Cristo può essere attraversata nella speranza della vita eterna. In questa prospettiva, l'amore francescano per il creato non potrà mai essere considerato una forma primitiva di ambientalismo, né può essere separato dalla fede nella creazione e nella redenzione. Francesco ama ciò che Dio ha creato perché ama Dio, e proprio per questo riconosce nelle creature un dono che non gli appartiene in modo assoluto, ma che deve essere accolto con gratitudine e restituito nella lode.
Il povero e il lebbroso: vedere Cristo nell'uomo
Lo stesso vale per il rapporto di Francesco con i poveri e con gli emarginati. È facile descriverlo come un uomo che, con grande sensibilità umana, si mise dalla parte degli ultimi. Ma questa descrizione, pur non essendo falsa, rimane incompleta se non spiega perché egli arrivò a vivere in quel modo. Francesco riconosce Cristo nel povero. Il lebbroso non è soltanto una persona socialmente esclusa; è un uomo nel quale Francesco impara a incontrare il Signore. È proprio questo incontro che trasforma ciò che prima gli appariva amaro in dolcezza. La carità francescana nasce dunque dall'Incarnazione. Se il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne e si è fatto uomo, allora ogni uomo acquista agli occhi del cristiano una dignità che non può essere cancellata dalla povertà, dalla malattia, dal peccato o dall'emarginazione. Francesco non ama il povero perché vuole sostituire la fede con l'impegno sociale. Lo ama perché ha incontrato Cristo povero, umile e crocifisso.
Il Crocifisso e il desiderio di conformarsi a Cristo
Tutta la vita di Francesco conduce verso il Crocifisso. Il suo desiderio più profondo non è quello di diventare semplicemente un uomo buono, né quello di essere ricordato come un esempio di virtù. Egli desidera conformarsi a Cristo, fino a condividere, per quanto gli è possibile, la forma della sua vita e della sua Passione. La sua esperienza alla Verna e la ricezione delle stimmate rappresentano il punto culminante di questa conformazione. Il corpo di Francesco porta i segni della Passione, come se la contemplazione del Crocifisso fosse diventata una realtà inscritta nella sua stessa carne. Questo particolare è essenziale per comprendere quanto fosse cristocentrica la sua spiritualità. Francesco non cerca semplicemente un ideale di perfezione morale, ma desidera appartenere al Crocifisso e lasciarsi trasformare da Lui. È davanti a Cristo che comprende la povertà, il servizio, l'umiltà, il sacrificio, la fraternità e la missione. Tutto ritorna a quel volto.
L'Eucaristia e l'amore per la Chiesa
Accanto al mistero dell’Incarnazione e alla contemplazione di Cristo Crocifisso, vi è un altro centro essenziale della spiritualità di Francesco, senza il quale sarebbe difficile comprendere fino in fondo la sua appartenenza alla Chiesa: il mistero della Santissima Eucaristia. Per Francesco, infatti, Cristo non è una figura appartenente al passato, un grande maestro spirituale da imitare o semplicemente un modello morale al quale conformare la propria vita. È il Figlio di Dio vivo, morto e risorto per la salvezza degli uomini, che continua a rendersi realmente presente e a donarsi alla sua Chiesa nel Sacramento dell’Altare. La sua fede eucaristica è perciò intimamente legata alla sua fede nell’Incarnazione: lo stesso Signore che un giorno si è degnato di assumere la nostra carne nel grembo della Vergine continua, per amore dell’uomo, a umiliarsi e a venire incontro a lui sotto le umili apparenze del pane e del vino.
Francesco esprime questa convinzione con parole di straordinaria forza nella Prima Ammonizione, quando afferma che coloro che vedono il Sacramento consacrato dalle mani del sacerdote e non riconoscono, secondo lo spirito e la divinità, «che sia veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo» non comprendono ciò che accade sull’altare. E subito dopo pronuncia una delle affermazioni più significative della sua spiritualità eucaristica: «ogni giorno egli si umilia [...] ogni giorno viene a noi in umili apparenze; ogni giorno discende dal seno del Padre [...] sull’altare nelle mani del sacerdote». Per Francesco, dunque, l’Eucaristia è inseparabile dal mistero dell’abbassamento di Cristo: Colui che si è fatto uomo, che ha scelto la povertà, che si è consegnato sulla Croce, continua a rendersi presente nell’umiltà del Sacramento per incontrare l’uomo e donarsi a lui.
Questa contemplazione dell’Eucaristia permette di comprendere anche un aspetto che oggi rischiamo facilmente di perdere: il carattere concreto e reale della fede di Francesco. Egli non si accontenta di parlare genericamente della presenza di Dio nel mondo, nella coscienza o nella natura, perché il suo sguardo torna continuamente a Cristo e al modo concreto nel quale Cristo ha scelto di rimanere con la sua Chiesa. Il Signore è presente nell'Eucaristia e viene ricevuto dai fedeli attraverso il ministero sacerdotale; per questo Francesco non può concepire una spiritualità autenticamente cristiana separata dalla Chiesa, dai suoi sacramenti e da coloro ai quali Cristo ha affidato il ministero sacramentale. Proprio per questo l'Eucaristia costituisce anche una risposta alla solitudine spirituale dell'uomo moderno. In una cultura che tende a concepire la fede come un'esperienza privata, costruita secondo le convinzioni personali e vissuta indipendentemente dalla comunità ecclesiale, Francesco indica invece un cristianesimo nel quale Cristo si riceve, si adora e si incontra nella Chiesa. Il credente non si dà da sé il Cristo che desidera, ma riceve il Cristo "dalla Chiesa"; non costruisce autonomamente il proprio rapporto con Dio, ma entra nella comunione sacramentale nella quale il Signore stesso continua a donarsi.
Una fraternità che nasce dalla paternità di Dio
Anche la fraternità francescana, così spesso celebrata in termini puramente umanistici, acquista il suo vero significato quando viene ricondotta alla fede. Francesco chiama fratello il sole e sorella l'acqua perché riconosce un unico Creatore; chiama fratello il povero e il lebbroso perché riconosce nell'uomo una creatura amata da Dio; cerca la pace perché sa che tutti gli uomini sono chiamati alla riconciliazione con il Padre. La fraternità non nasce quindi dall'eliminazione delle differenze, ma dal riconoscimento di una comune origine e di una comune destinazione. Non significa affermare che tutte le religioni siano uguali, né che la verità non abbia importanza. Francesco può incontrare con rispetto anche chi non conosce Cristo proprio perché desidera che quell'uomo possa conoscere Cristo. La sua carità non cancella la verità, ma rende possibile annunciarla senza superbia.
Un santo che il mondo ha interpretato molte volte
È comprensibile che, nel corso dei secoli, uomini appartenenti a culture diverse abbiano riconosciuto in Francesco qualcosa di universale. La sua semplicità, la sua fraternità, il suo amore per il creato e la sua capacità di incontrare persone diverse da lui possono parlare a uomini di ogni epoca. Ma proprio questa universalità comporta un rischio: quello di trasformare Francesco in uno specchio nel quale ogni epoca vede riflesso ciò che desidera trovare. Il nostro tempo può leggere in lui l'ambientalista, il pacifista, l'animalista, il riformatore sociale o l'uomo del dialogo universale. Altri tempi hanno visto in lui altre figure ancora. Eppure Francesco sfugge a tutte queste riduzioni perché la sua identità non nasce da una categoria umana. Nasce da una vocazione e da una precisa chiamata da parte del Signore. E quella vocazione ha un centro preciso: seguire Cristo nella Chiesa, vivere il Vangelo nella sua radicalità e annunciarlo agli uomini.
Tutto in lui conduce a Cristo
A questo punto diventa possibile comprendere anche il senso più autentico della relazione di Francesco con il mondo creato, perché il suo sguardo non si ferma mai alle realtà che incontra, ma attraverso di esse risale continuamente a Dio e al mistero di Cristo: contemplando il sole, egli riconosce la grandezza e la bellezza del Creatore, mentre nell’acqua, nel fuoco, nella terra e nelle altre creature riconosce i doni attraverso i quali la bontà di Dio si manifesta all’uomo; quando poi incontra il lebbroso, comprende che proprio attraverso quell’uomo il Signore lo sta conducendo verso un fratello che fino a poco tempo prima gli era estraneo e ripugnante, mentre nel povero riconosce colui che richiama alla sua memoria Cristo stesso, il Figlio di Dio che ha scelto di farsi povero per noi. Anche nell’incontro con il musulmano il suo sguardo rimane rivolto a Cristo, perché non si limita a riconoscere nell’altro una persona appartenente a una cultura e a una fede differenti, ma desidera che anch’egli possa conoscere il Vangelo e giungere alla fede in Gesù Cristo, Salvatore degli uomini. Quando contempla il Crocifisso, Francesco non vede soltanto un’immagine capace di suscitare commozione, ma riconosce il Signore che ha dato la propria vita per la salvezza del mondo e desidera conformarsi a Lui; quando contempla il Bambino di Betlemme, si lascia conquistare dal mistero dell’Incarnazione, riconoscendo in quel Bambino il Figlio eterno di Dio che ha assunto la nostra carne; e quando si accosta all’Eucaristia, sa di trovarsi davanti a quello stesso Cristo realmente presente, il Signore vivo che continua a donarsi alla sua Chiesa sotto le umili apparenze del pane e del vino. Per questo, quando Francesco entra in una chiesa, non entra semplicemente in un edificio consacrato né soltanto in un luogo nel quale si riuniscono i cristiani: entra in un luogo nel quale sa che è presente il suo Signore, realmente e corporalmente, custodito nel Sacramento dell’Altare; davanti al tabernacolo egli riconosce la presenza di Gesù Cristo e per questo si ferma, adora, prega e rende grazie, consapevole che Colui che un giorno ha incontrato nel Vangelo e che ha contemplato sulla Croce è lo stesso Signore che continua a rimanere in mezzo agli uomini nell’Eucaristia. È dunque sempre Cristo il punto verso il quale converge il suo sguardo: Cristo contemplato nella creazione attraverso le sue creature, Cristo incontrato nel povero e nel lebbroso, Cristo annunciato a coloro che ancora non lo conoscono, Cristo adorato sulla Croce, Cristo contemplato nel mistero della sua Incarnazione, Cristo realmente presente nell’Eucaristia e custodito nel tabernacolo della sua Chiesa. Tutto in Francesco conduce a Cristo, perché Cristo è il centro dal quale ogni cosa riceve il proprio significato e verso il quale ogni cosa, nel suo sguardo, ritorna.
È Cristo l'origine.
È Cristo il centro.
È Cristo il fine.
Per questo non possiamo comprendere Francesco se lo separiamo dalla sua fede cristiana e cattolica, così come non possiamo comprendere il suo amore per il creato se lo separiamo dalla fede nel Creatore.
Francesco non è lontano da noi
Forse è proprio per questo che san Francesco continua a essere così attuale, anche se la sua attualità non consiste nel renderlo simile a noi. Al contrario, Francesco ci è utile proprio quando ci costringe a uscire dalle nostre categorie e a confrontarci nuovamente con l'esigenza radicale del Vangelo. Ci ricorda che la fede non può essere ridotta a un insieme di valori condivisibili anche senza Cristo, perché il cristianesimo nasce dall'incontro con una Persona. Ci ricorda che la carità non può essere separata dalla verità. Ci ricorda che la pace non può essere costruita soltanto attraverso formule umane, ma deve cominciare dalla conversione del cuore. Ci ricorda che il creato non è Dio e che proprio per questo può essere amato con gratitudine, rispetto e meraviglia. Ci ricorda che il povero non è soltanto qualcuno da assistere, ma un fratello nel quale possiamo incontrare Cristo. E soprattutto ci ricorda che la Chiesa non è un elemento accidentale della vita cristiana, ma il luogo nel quale Cristo continua a vivere e a chiamare uomini e donne alla santità e alla missione.
Il santo che ci insegna a guardare ogni cosa con occhi nuovi
San Francesco d'Assisi non ci consegna quindi una semplice lezione sul modo di rapportarci alla natura, né un programma sociale, né una teoria sulla pace e nemmeno un modello di fraternità separato dalla fede. Ci consegna una testimonianza cristiana radicale. Ci mostra che quando un uomo incontra veramente Cristo, il suo sguardo cambia e, cambiando il suo sguardo, cambia anche il modo nel quale egli entra in relazione con il mondo.
Il creato non è più soltanto qualcosa da utilizzare, ma un dono da ricevere e una realtà attraverso la quale lodare il Creatore; il povero non è più soltanto qualcuno che chiede aiuto, ma un fratello da accogliere; il nemico non è più soltanto colui da combattere, ma un uomo per il quale Cristo è morto; colui che non conosce il Vangelo non è più semplicemente uno straniero, ma una persona alla quale desiderare di offrire la buona notizia della salvezza. Francesco non allontana il cristiano dal mondo: gli insegna a guardarlo con gli occhi di Cristo. Ed è proprio per questo che la sua figura conserva una forza che nessuna reinterpretazione contemporanea può esaurire. Possiamo chiamarlo uomo della pace, della povertà, della fraternità e della creazione, ma tutte queste definizioni rimangono incomplete se non conducono alla sorgente. Quella sorgente è Cristo. E Francesco, dopo averlo incontrato, non ha più voluto appartenere a nessun altro. Per questo la sua vita continua a parlare alla Chiesa e al mondo, non semplicemente perché ci insegna ad amare ciò che ci circonda, ma perché ci ricorda che solo quando l'uomo riconosce Dio come Creatore e Cristo come Signore può imparare a guardare veramente il mondo, gli altri e se stesso secondo la verità e la carità del Vangelo.
Questa è la grande eredità del Poverello d'Assisi: non una spiritualità costruita attorno alla natura, non un'ideologia della pace, non una filosofia della fraternità, ma una vita interamente consegnata a Cristo e, proprio per questo, capace di abbracciare nella carità gli uomini e l'intera creazione. San Francesco ci ricorda, infine, che la strada cristiana non consiste nel cercare Dio in ciò che abbiamo deciso che Dio debba essere, ma nel lasciarci incontrare da Lui, ascoltare la sua Parola, entrare nella sua Chiesa, seguirlo nella povertà del cuore e diventare, come Francesco, uomini nei quali ogni cosa, persino il modo di guardare il mondo, possa finalmente tornare a parlare di Cristo.
Preghiera a san Francesco d'Assisi
O san Francesco, uomo del Vangelo e figlio fedele della Chiesa, tu che hai lasciato ogni cosa per seguire Cristo e hai imparato a riconoscere in ogni creatura un dono del Creatore, insegnaci a cercare Dio sopra ogni cosa e a non fermarci mai alle realtà che incontriamo lungo il cammino, ma a riconoscere in esse i segni della sua presenza e della sua bontà.
Ottienici un cuore semplice e libero, capace di accogliere la Parola di Dio senza modificarla secondo i nostri desideri e disposto a lasciarsi trasformare dalla grazia, perché anche noi possiamo comprendere che la vera libertà non consiste nell'appartenere a noi stessi, ma nel consegnare la nostra vita a Cristo.
Insegnaci ad amare la Chiesa, a vivere nella sua comunione, a custodire con fede i Sacramenti e a riconoscere nell'Eucaristia la presenza reale del Signore che hai amato sopra ogni cosa.
Donaci il tuo ardore missionario, perché non ci vergogniamo del Vangelo e sappiamo annunciare Cristo con umiltà e carità a coloro che ci sono vicini e a coloro che ancora non lo conoscono, ricordando che ogni uomo è chiamato alla salvezza e che il comando del Signore di andare e fare discepoli tutti i popoli appartiene alla missione stessa della Chiesa.
Insegnaci a guardare i poveri con gli occhi di Cristo, ad accogliere chi soffre, a non fuggire davanti alla fragilità dell'uomo e a riconoscere che la carità cristiana nasce dall'amore per colui che per primo ci ha amati.
Fa' che sappiamo contemplare il creato senza confondere il Creatore con le sue creature e che, come te, possiamo riconoscere nel sole, nell'acqua, nel fuoco, nella terra e in ogni realtà che ci circonda la bontà di Dio, trasformando la meraviglia in gratitudine e la gratitudine in lode.
Quando incontriamo la divisione, rendici strumenti della pace di Cristo; quando incontriamo la sofferenza, rendici capaci di portare consolazione; quando incontriamo chi è lontano dalla fede, donaci la carità e il coraggio necessari per testimoniare la verità senza superbia e senza paura.
E quando la strada della sequela diventa difficile, insegnaci a guardare il Crocifisso, affinché comprendiamo che non esiste amore più grande di quello con cui Cristo ha donato se stesso per la salvezza del mondo.
San Francesco, aiutaci a vivere come hai vissuto tu, non cercando di costruire una nostra immagine di Dio, ma lasciandoci trasformare da Dio; non cercando la nostra gloria, ma la sua; non desiderando semplicemente essere buoni agli occhi degli uomini, ma diventando santi davanti a Lui.
Fa' che la nostra mente, il nostro cuore, le nostre parole e le nostre opere conducano a Cristo e che, al termine della nostra vita, possiamo riconoscere con gratitudine che tutto ciò che abbiamo ricevuto viene da Lui e a Lui deve ritornare.
Amen.
foto dal web





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