(Il contenuto di questo articolo è tratto da un intervento del professore Daniele Trabucco).
La questione dell’aborto non può essere ridotta al solo diritto della donna di scegliere. Prima di parlare di autodeterminazione, occorre stabilire chi è il soggetto coinvolto nella scelta.
La domanda fondamentale è quindi una sola: che cos’è l’embrione?
1. L’embrione è già un essere umano
Con la fecondazione nasce un nuovo organismo umano, distinto sia dal padre sia dalla madre.
Non si tratta di una semplice massa di cellule che, in un secondo momento, diventerà un essere umano. È già un individuo umano che deve ancora svilupparsi.
La differenza è fondamentale.
Un pezzo di marmo può diventare una statua, ma il marmo non possiede in sé il processo che lo trasformerà nella statua: serve un intervento esterno.
L'embrione, invece, si sviluppa autonomamente secondo la propria organizzazione biologica. Non deve ricevere dall'esterno qualcosa che lo trasformi in un essere umano. È un essere umano che sta attraversando la prima fase del proprio sviluppo.
Per questo embrione, feto, neonato, bambino e adulto non sono esseri diversi. Sono lo stesso individuo umano nelle diverse fasi della sua vita.
2. Lo sviluppo non significa diventare umani
Dire che l'embrione è “in sviluppo” non significa dire che sia “in procinto di diventare umano”.
Significa che è un essere umano che sta sviluppando progressivamente le proprie capacità.
Un neonato non sa parlare, non sa leggere, non ragiona come un adulto e non è autonomo. Nessuno, però, conclude da questo che non sia una persona.
La stessa logica deve essere applicata all'embrione.
La coscienza, la capacità di provare sensazioni, la capacità di ragionare, la relazione con gli altri e l'autonomia non sono ciò che rende umano un individuo. Sono capacità che un individuo umano sviluppa nel corso della propria vita.
La persona viene prima delle sue capacità.
Non è una persona perché è cosciente; è cosciente perché è una persona capace, nel corso del proprio sviluppo, di acquisire e utilizzare quella facoltà.
3. Il concepimento segna l'inizio di un nuovo individuo
Prima della fecondazione esistono due cellule riproduttive appartenenti agli organismi dei genitori.
Con la fecondazione nasce invece un nuovo organismo.
Non è il padre, non è la madre e non è semplicemente la somma delle due cellule precedenti. È un nuovo individuo biologicamente distinto, dotato di una propria continuità di sviluppo.
Da quel momento non occorre aggiungere qualcosa perché diventi umano.
Occorre soltanto che continui a svilupparsi.
La differenza tra embrione e adulto è quindi una differenza di sviluppo, non di natura.
L'adulto non è un essere umano diverso dall'embrione: è lo stesso individuo che ha raggiunto un diverso grado di maturazione.
4. La legge non può decidere quando una persona esiste
Questo punto porta direttamente al problema giuridico.
La legge può stabilire quali comportamenti siano leciti o illeciti. Può stabilire quando un comportamento debba essere punito e quando non debba esserlo.
Ma la legge non può modificare la realtà dell'essere.
Se un individuo è umano, una norma non può renderlo non umano.
Se una persona esiste, una maggioranza parlamentare non può farla cessare di essere persona semplicemente stabilendo che, in determinate condizioni, non debba essere considerata tale.
La legge può riconoscere una realtà oppure negarla. Non può crearla.
5. Il problema della legge 194
Questo rende particolarmente importante il rapporto tra gli articoli 1 e 4 della legge n. 194 del 1978.
L'articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio.
L'articolo 4 consente però, entro i primi novanta giorni e alle condizioni previste dalla legge, l'interruzione volontaria della gravidanza.
Se il concepito è già un individuo umano, emerge una contraddizione precisa: lo Stato riconosce l'esistenza della vita umana fin dal suo inizio, ma consente in determinate condizioni di interromperla volontariamente.
Il problema, dunque, non è soltanto il conflitto tra due diritti.
È qualcosa di più radicale: lo Stato riconosce una vita umana e contemporaneamente ne ammette la soppressione in determinate circostanze.
6. La legalità non cambia la natura dell'atto
Il fatto che una condotta sia legalmente consentita non cambia ciò che quella condotta è.
Una legge può togliere una sanzione, stabilire un'eccezione o modificare le conseguenze giuridiche di un comportamento.
Non può però cambiare la natura dell'individuo coinvolto.
Se il concepito è un individuo umano, l'interruzione volontaria della sua vita rimane la soppressione deliberata di un individuo umano innocente.
La legge può stabilire che tale atto, in determinate condizioni, non costituisca reato. Non può stabilire che l'individuo soppresso non fosse umano.
Per questo il problema non viene risolto semplicemente definendo l'aborto “legale”.
La legalità riguarda ciò che l'ordinamento permette o vieta. La questione dell'essere umano riguarda invece chi viene coinvolto dall'azione.
7. Anche il linguaggio dei diritti viene dopo
Parlare esclusivamente di “diritto all'autodeterminazione” rischia quindi di saltare il passaggio fondamentale.
Ogni diritto appartiene a qualcuno.
L'autonomia appartiene a una persona. La libertà appartiene a una persona. Il diritto alla vita appartiene a una persona.
Perciò, prima di stabilire quale diritto debba prevalere, bisogna stabilire chi sono i soggetti dei diritti in gioco.
La donna è certamente una persona e possiede diritti.
Ma anche il concepito, se è già un individuo umano, è un soggetto distinto dalla madre.
Non si può quindi risolvere il problema semplicemente dicendo che la donna deve poter decidere sul proprio corpo, perché nell'aborto non è coinvolto esclusivamente il corpo della donna: è coinvolto anche un altro individuo umano.
8. Nessuna maggioranza può stabilire chi è persona
La conseguenza politica è inevitabile.
Una maggioranza può approvare una legge. Può modificarla o abrogarla. Può stabilire quali comportamenti siano punibili e quali no.
Ma non può decidere, attraverso una votazione, che cosa sia un essere umano.
Se l'individuo umano esiste dal concepimento, la sua esistenza non dipende dal riconoscimento dello Stato.
Non diventa persona perché una legge lo dichiara tale e non smette di esserlo perché una legge gli nega protezione.
La persona precede la legge.
La legge, se è giusta, deve riconoscere questa realtà e proteggerla.
Conclusione
Il punto decisivo dell'aborto non è quindi stabilire quale maggioranza politica sostenga la legge 194, né semplicemente discutere quanto debba essere ampia l'autodeterminazione della donna.
Il punto decisivo è stabilire che cosa esiste dal momento del concepimento.
Dal concepimento esiste un nuovo individuo umano. Quell'individuo non diventa umano in una fase successiva: si sviluppa come l'essere umano che già è.
La coscienza, la sensibilità, l'autonomia, la capacità di ragionare e la possibilità di vivere indipendentemente dalla madre compaiono successivamente, ma non costituiscono il fondamento della sua umanità.
L'essere viene prima delle sue capacità.
Di conseguenza, se il concepito è un individuo umano, nessuna legge può trasformare la sua natura. Può stabilire che la sua soppressione sia legalmente consentita in determinate circostanze, ma non può trasformare quella soppressione in qualcosa di diverso da ciò che è: la deliberata eliminazione di un individuo umano innocente.
È questo il punto che viene prima di ogni discussione politica sull'aborto.
La legge può decidere ciò che è legalmente permesso. Non può decidere chi è persona.

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