lunedì 22 febbraio 2010

La grazia indispensabile di sentirsi dire: «Io ti assolvo»


10 febbraio 2010

Abbiamo abbandonato la confessione e ci siamo affidati agli psicologi. Ma chi può restituirmi il senso della vita se non l’incontro con un uomo che ha il potere – lui, peccatore e limitato come tutti noi – di pronunciare le parole più belle del mondo?

di Aldo Trento

Quito, Ecuador, 31 dicembre 2009. Ho ancora alcune ore prima che l’aereo decolli, destinazione Lima, per poi proseguire ad Asunción dove arriverà alle tre del mattino del primo gennaio 2010. Sono in compagnia di padre Alberto, di una famiglia di amici italiani e di alcuni ragazzi del “Gruppo adulto” che vivono a Lima. Sono consacrati e lavorano a un progetto sostenuto dall’Avsi, una onlus italiana.
Mi sono preso alcuni giorni di riposo per passare un po’ di tempo con il mio amico di sempre, padre Alberto. Sono passati più di dieci anni dall’ultima volta in cui abbiamo condiviso due esperienze: l’ultimo dell’anno e il sacramento della confessione. Sia per lui che per me, infatti, era ed è impensabile terminare l’anno senza confessarci. Lo ricordo molto bene: questo gesto sacro è stato all’origine della nostra amicizia, che è stata ciò che ha permesso a questo pover’uomo di rialzarsi dal precipizio psicologico in cui era caduto. Che gesto possiamo compiere più bello di questo, stando in mezzo all’aeroporto, prima di imbarcarci sull’aereo della compagnia Taca che da Lima ci porterà ad Asunción? Mi sono messo in ginocchio e gli ho chiesto di confessarmi. Stessa cosa ha fatto lui, come da vecchia abitudine.
In ginocchio davanti al mio amico e pieno di commozione ho ringraziato il Signore per gli innumerevoli doni che mi ha concesso in questo 2009, e allo stesso tempo gli ho chiesto perdono per la dimenticanza e l’ingratitudine che molte volte mi accompagnano. È stato un momento indimenticabile, come del resto lo è ogni settimana ad Asunción quando, inginocchiandomi davanti al mio confessore e riconoscendo i miei peccati, chiedo la santa assoluzione.
Terminato il sacramento sono salito sull’aereo. Dato che era l’ultimo dell’anno era quasi vuoto. Erano le 19: un cielo terso mi permetteva di godere della vista delle Ande alla mia sinistra e dell’Oceano Pacifico alla destra, mentre il sole al tramonto dava una luce indescrivibile tutt’attorno. Stavo contemplando questo spettacolo e mi sono commosso al punto che ho tirato fuori il breviario e ho pregato la Vergine, e recitato il Magnificat e il Te Deum.

Cento chilometri per un prete
Come non ringraziare il Signore da diecimila metri di altezza, mentre ti guardi attorno e pensi alla tua vita, dedicata a Cristo e a coloro che soffrono 356 giorni all’anno? Viaggio molto commovente. Mi è venuta in mente la confessione celebrata a Quito prima di partire, assieme a tutte quelle volte che ho avuto, nei miei 63 anni di vita, la grazia di potermi riconciliare. Mia madre e il mio parroco mi hanno insegnato a confessarmi ogni settimana, cosa che faccio da quando ho sette anni. Raramente faccio passare più di otto giorni, mi confesso due o tre volte a settimana. E non è sempre stato facile, soprattutto in questi vent’anni vissuti in Paraguay, perché in questo paese è più facile incontrare una mosca bianca che un confessore. Ricordo quante volte ho dovuto fare cento chilometri di strada per trovare un prete, soprattutto nell’entroterra. Però non c’è mai stato un ostacolo tanto grande da impedire il mio desiderio di ascoltare queste parole: «Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

La salute secondo san Moscati
Potrei stare senza mangiare, ma non senza riconciliazione. A volte, a causa di certe condizioni geografiche, non ho potuto celebrare la Messa tutti i giorni (raramente, grazie a Dio), però non ho mai trascurato la confessione. La mia vita in questi ultimi vent’anni di missione ha avuto ogni tipo di difficoltà, di dramma, di depressione, ma ciò che mi ha salvato e continua ogni giorno a salvarmi è stato questo sacramento. Dio mio, come vorrei che non solo chi come me soffre di depressione, ma anche quelli che si definiscono normali percepissero la grazia del sentirsi dire: «Io ti assolvo»!
Siamo seri e sinceri, se l’uomo è relazione con il Mistero (cosa più evidente e chiara del fatto che respiro), non esiste niente e nessuno che possa dare all’uomo ciò di cui ha bisogno come il sacramento della confessione. E il confessore. Ho sperimentato giorno per giorno che non sono gli specialisti della medicina a tenermi in piedi, né gli psicofarmaci che mi tolgono il gusto della vita, ma il sentirmi abbracciato dalla tenerezza di Dio che si fa presente durante la riconciliazione.
Che tristezza: abbiamo abbandonato la confessione e il confessionale e ci siamo affidati agli psicologi, passando ore e ore sdraiati nei loro studi, con l’unico risultato che il numero dei depressi e dei malati di mente è in continuo aumento. Chi può restituirmi il senso della vita, il suo significato ultimo, se non l’esperienza dell’incontro con un uomo che ha il potere – lui, peccatore e limitato come tutti noi – di pronunciare le parole più belle del mondo: «Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»? Parole divine, che si sono fatte umane al punto che, dopo averle ascoltate, mentre il sacerdote traccia sopra la testa del penitente il segno della croce, uno non dipende più da ciò che ha commesso, fosse anche il peggiore dei delitti, perché è una creatura nuova, relazionata all’Infinito.
Se i santi (vale a dire gli uomini veri) si confessavano spesso, se san Giuseppe Moscati era solito dire ai suoi pazienti: «Io non posso niente per la tua malattia, se prima non ti confessi», è evidente che solo recuperando questo sacramento l’uomo ritrova la salute, perché salute non è altro che la coscienza quando si colma dell’appartenenza al Mistero

Purtroppo anche tra i pastori, i laici impegnati, quelli che parlano sempre di Cristo, la confessione è diventata la cenerentola della vita. E allora come possiamo pensare a una nuova vita, una nuova civilizzazione, quella che Giovanni Paolo II ha definito «la civiltà della verità e dell’amore»? Non esiste possibilità di relazione umana, di amicizia, di matrimonio, se non torniamo a vivere sistematicamente la confessione come sacramento.

La prospettiva che mi ha salvato
L’aereo sta per atterrare a Lima. Che bello rivivere nel silenzio della notte, in quest’ultimo dell’anno, la bellezza di un atto senza il quale la disperazione mi avrebbe mangiato vivo. Anche i medici sono fondamentali, certo, ma se mancano di questa prospettiva umana non fanno altro che riempire chi soffre di pastiglie e di domande, col risultato descritto dalla maggior parte delle e-mail che ricevo.
La fede e la ragione devono camminare una a fianco all’altra. In caso contrario l’uomo sarebbe condannato alla disperazione. In altre parole, tanto la confessione quanto le medicine devono essere strumenti per sperimentare la bellezza dello stare bene. Altrimenti saremmo tutti condannati all’infermità, e non c’è niente di peggio dello smarrire il senso delle cose e la gioia del vivere.

padretrento@rieder.net.py

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