giovedì 9 luglio 2009

Quel decreto di scomunica.....

A sessant’anni dalla scomunica:
le ragioni di un “no” che cambiò la storia

Ebbe l’indubbio effetto di ridimensionare – e per sempre – le ambizioni del Partito Comunista Italiano. La presa del potere, in Italia, da parte degli uomini di Stalin fu evitata proprio grazie a quel provvedimento…



Ebbe l’indubbio effetto di ridimensionare – e per sempre – le ambizioni del Partito Comunista Italiano. Da un punto di vista rigorosamente storico, si può affermare senza ombra di dubbio che la presa del potere, in Italia, da parte degli uomini di Stalin fu evitata proprio grazie a quel provvedimento. Stiamo parlando del decreto del 1° luglio 1949 emesso dalla Congregazione del Sant’Uffizio e passato alla storia come il decreto di scomunica dei comunisti. Sono trascorsi, da allora, sessant’anni ed è davvero venuto il tempo di storicizzare quell’evento che rappresentò, per la strategia di conquista del potere studiata a Mosca e messa a punto a Botteghe Oscure, una sconfitta irreparabile e definitiva. Da cui l’odio mortale della sinistra – che dura tutt’ora – nei confronti del grande Pontefice, Pio XII, che aveva avallato il decreto.
Ma vediamone il testo:
È stato chiesto a questa Suprema Sacra Congregazione», scrissero i Cardinali che componevano il Collegio,
1. Se sia lecito iscriversi al partito comunista o sostenerlo;
2. Se sia lecito stampare, divulgare o leggere libri, riviste, giornali o volantini che appoggiano la dottrina o l'opera dei comunisti, o scrivere per essi;
3. Se possano essere ammessi ai Sacramenti i cristiani che consapevolmente e liberamente hanno compiuto quanto scritto nei numeri 1 e 2;
4. Se i cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrano ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica.
Gli Eminentissimi e Reverendissimi Padri preposti alla tutela della fede e della morale, avuto il voto dei Consultori, nella riunione plenaria del 28 giugno 1949 risposero decretando:
- negativo: infatti il comunismo è materialista e anticristiano; i capi comunisti, sebbene a volte sostengano a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto, sia nella dottrina sia nelle azioni, si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo;
- negativo: è proibito dal diritto stesso (cfr. canone 1399 del Codice di Diritto Canonico);
- negativo, secondo i normali princìpi di negare i Sacramenti a coloro che non siano ben disposti;
- affermativo.
Il giorno 30 dello stesso mese ed anno il Santo Padre Pio XII, nella consueta udienza all'Assessore del Sant'Uffizio, ha approvato la decisione dei Padri e ha ordinato di promulgarla nel commentario ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis.

Sarà questa decisione di Pio XII a farne un nemico assoluto per i comunisti e i loro tirapiedi, e a indicarlo a scrittori, propagandisti e falsificatori della storia come l’obiettivo principale da colpire.
Difatti, tra non molto avrà inizio la sarabanda, con la rappresentazione, al Freie Volksbühne di Berlino, dell’opera teatrale di Rolf Hochhuth «Il Vicario», dove la mancata presa di posizione ufficiale del Papa contro il nazismo viene giudicata complicità con l’Olocausto. Ma una clamorosa smentita alla tesi sostenuta dal commediografo verrà addirittura da Albrecht von Kessel, inserito nel dramma in quanto stretto collaboratore dell’ambasciatore tedesco in Vaticano, Ernst Von Weizsäcker, che in un’intervista dichiarerà: «Hitler era uomo capace di ogni crimine. Noi tutti eravamo, senza eccezione, d’accordo su un punto: una protesta solenne di Pio XII contro la persecuzione degli ebrei avrebbe esposto lui e tutta la Curia romana al massimo pericolo e non avrebbe salvato la vita a un solo ebreo».
Come se niente fosse, alla commedia di Hochhuth fanno seguito i libri di Daniel Goldhagen «Hitler’s willige Vollstrecker» (in Italia «I volonterosi carnefici di Hitler») e di John Cornwell «Hitler’s Pope» (in Italia «Il papa di Hitler»). Dal canto suo, nel film «Amen», il regista Costa Gavras racconterà la storia di un ufficiale delle SS che avrebbe tentato invano di far sapere al Papa l’uso del Zyklon B per sterminare gli ebrei nei Lager. Avendo trovato ostacoli insormontabili nel portare a termine il suo intento, l’ufficiale si sarebbe consegnato ai francesi e sarebbe poi morto suicida. Ovviamente, la saga sinistroide (e sinistra) continua. Ci vorranno secoli per mandare in soffitta quel decreto che, comunque, ebbe un ruolo fondamentale nel preservare l’Italia dal purgatorio dell’Europa dell’Est.

Un ruolo fondamentale, nel diffondere – tra i cristiani che, ai seggi elettorali, votavano falce e martello – il fatale ripensamento, lo ebbero le diocesi locali, che diffusero e affissero migliaia di manifesti contenenti la sintesi del decreto. Celebre quello della Curia di Piacenza, sul quale poteva leggersi:
È peccato grave iscriversi al PC; favorirlo in qualsiasi modo, specie nel voto; leggere la stampa comunista. Quindi, non si può ricevere l’assoluzione se non si è pentiti e fermamente disposti a non commettere più gli anzidetti peccati gravi. Chi fa propaganda per il PCI è apostata della fede e scomunicato.

Furono migliaia i cristiani, specie le donne di una certa età, a farsi venire i brividi al pensiero che i loro mariti e figli potessero finire all’inferno perché leggevano «L’Unità» e votavano per Togliatti.

Negli anni che seguirono, la tensione si attenuò, finché, subito dopo la morte di Pio XII, tutto finì in una bolla di sapone. Artefice, il nuovo Pontefice Giovanni XXIII, il «Papa buono», così ribattezzato da quegli organi di stampa da sempre controllati dai compagnucci della parrocchietta, che sottintendevano – ovviamente – la sua contrapposizione con l’innominato ed innominabile «Papa cattivo».

Il 25 marzo 1959, a pochi mesi dalla morte di Papa Pacelli e dall’elezione al soglio pontificio di Papa Roncalli, la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio tornò a riunirsi ed emise e il seguente decreto:
È stato chiesto a questa Suprema Sacra Congregazione se sia proibito ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano.

«I Cardinali preposti alla tutela della fede e della morale rispondono decretando: negativo (cioè: non è proibito; n.d.r.), a norma del Decreto del Sant'Uffizio del 1/7/1949, numero 1.

Segue comunicato del Sant’Uffizio:
Il giorno 2 aprile 1959 il Papa Giovanni XXIII, nell'udienza al Pro-Segretario del Santo Uffizio, ha approvato la decisione dei Padri e ha ordinato di pubblicarla.

Da quel giorno, i don Gallo presero a nascere come i funghi.

di Luciano Garibaldi

«Il disprezzo del pudore non è libertà»


Avenire 6 Luglio 2009
Crociata (Cei): «Il disprezzo del pudore non è libertà»


Non è un segno di reale progresso sociale e culturale il fatto che "oggi si sia arrivati ad agire e a parlare con sfrontatezza senza limiti di cose di cui si dovrebbe veramente arrossire e vergognare".

Lo afferma il segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, nell'omelia della messa celebrata a Latina in occasione della memoria liturgica di Santa Maria Goretti, la ragazza che nell'Agro pontino preferì afrontare la morte pur di preservare la sua purezza.


"Non è in gioco - spiega Crociata - un moralismo d'altri tempi, superato; è in pericolo il bene stesso dell'uomo". "La festa di santa Maria Goretti - rileva il presule - fa affiorare alle nostre labbra parole desuete, come purezza, castità, verginità, che facciamo fatica a pronunciare, che ci fanno forse arrossire. Ed è questo il paradosso: si arrossisce per 'tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lodè, per dirla con san Paolo".

Secondo il segretario della Cei, "l'esempio di santa Maria Goretti ci riporta ad alcune verità umane e cristiane fondamentali: la dignità e l'identità della persona, la grandezza del corpo, la bontà della sessualità, la natura della libertà". E tutto questo, spiega, "non ci spinge alcun disprezzo del corpo, alcuna tabù circa la sessualità, alcun timore della libertà; ci sollecita la pena che suscita lo spettacolo quotidiano di degrado morale che si consuma in tante immagini proiettate dai mezzi di comunicazione e nelle cronache di vite senza fine devastate". "Abbiamo bisogno - esorta mons. Crociata - di riscoprire che il corpo non è un oggetto di cui usare dissennatamente, che anche il corpo è persona; e la sessualità ne è la dimensione più profonda e intima, che orienta e dirige all'amicizia, all'amore e alla comunione. Abbiamo bisogno di riscoprire che siamo fatti per amare nel rispetto di noi stessi e degli altri, secondo l'ordine scritto nella nostra natura prima che nelle pagine della Bibbia. A questa capacità di amare autenticamente, cioè nella logica del dono e non del consumo egoistico e dello sfruttamento, abbiamo bisogno di educarci e lasciarci continuamente rieducare".

È sotto gli occhi di tutti, sottolinea Crociata, il fatto che "la libertà intesa come sfrenatezza e sregolatezza non porta affatto all'autentica espressione di sè e alla gioia dell'amore, ma all'uso dell'altro, alla sua sottomissione e all'annullamento come persona".

"Assistiamo - lamenta il segretario della Cei - ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria, con cui fin dall'antichità si è voluto stigmatizzare la fatua esibizione di una eleganza che in realtà mette in mostra uno sfarzo narcisista; salvo poi, alla prima occasione, servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere".

Secondo mons. Crociata, "nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio. Dobbiamo interrogarci tutti sul danno causato e sulle conseguenze prodotte dall'aver tolto l'innocenza a intere nuove generazioni. E innocenza vuol dire diritto a entrare nella vita con la gradualità che la maturazione umana verso una vita buona richiede senza dover subire e conoscere anzitempo la malizia e la malvagità. Per questa via - osserva il presule - non c'è liberazione, come da qualcuno si va blaterando, ma solo schiavizzazione da cui diventa ancora più difficile emanciparsi".

In proposito, mons. Crociata ha citato anche quanto detto di recente dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco: 'Le responsabilità sono di ciascuno ma conosciamo l'influsso che la cultura diffusa, gli stili di vita, i comportamenti conclamati hanno sul modo di pensare e di agire di tutti, in particolare dei più giovani che hanno diritto di vedersi presentare ideali alti e nobili, come di vedere modelli di comportamento coerentì. "Abbiamo dinanzi a noi - conclude il vescovo - un compito educativo enorme, che è anche e anzitutto autoeducativo, se non in tanti casi autocorrettivo: purezza e castità riappaiono come valori costitutivi di un tale percorso formativo, in cui ci sono responsabilità di genitori ed educatori, e responsabilità di istituzioni e della società intera".


mercoledì 8 luglio 2009

«Caritas in Veritate»



La sintesi dell'enciclica «Caritas in Veritate»

"La Carità nella verità, di cui Gesù s'è fatto testimone" è "la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera": inizia così Caritas in Veritate, enciclica indirizzata al mondo cattolico e "a tutti gli uomini di buona volontà". Nell'Introduzione, il Papa ricorda che "la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa". D'altro canto, dato "il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico", va coniugata con la verità.
E avverte: "Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali". (1-4)

Lo sviluppo ha bisogno della verità. Senza di essa, afferma il Pontefice, "l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società". (5)

Benedetto XVI si sofferma su due "criteri orientativi dell'azione morale" che derivano dal principio "carità nella verità"; la giustizia e il bene comune. Ogni cristiano è chiamato alla carità anche attraverso una ''via istituzionale" che incida nella vita della polis, del vivere sociale. (6-7)

La Chiesa, ribadisce, "non ha soluzioni tecniche da offrire", ha però "una missione di verità da compiere" per "una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione". (8-9)

Il primo capitolo del documento è dedicato al Messaggio della Populorum Progressio di Paolo VI. "Senza la prospettiva di una vita eterna - avverte il Papa - il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro". Senza Dio, lo sviluppo viene negato, "disumanizzato".(10-12)

martedì 7 luglio 2009

Lettera di MAranathà a S.S. Benedetto XVI



Beatissimo Padre, Le scriviamo, umilmente, con il desiderio di farLe conoscere ciò che sta nel profondo del nostro cuore. Ci sentiamo anzitutto di rivolgerLe un ringraziamento, per gli insegnamenti che Lei ha profuso nelle Udienze, nelle Omelie, nelle Lettere e nelle Encicliche che da anni, accompagnano la nostra crescita spirituale. Ciò ha assicurato a noi e crediamo bene a tutta la Chiesa, un grande giovamento, proprio in questi tempi di grande “crisi”.Il Suo insegnamento, rappresenta veramente una liberazione dall'orrore spirituale dei tempi moderni, un rifugio certo e un ristoro sicuro per l'anima dopo essere stati addottrinati da tante false sapienze e interpretazioni personali elevate a falsi dogmi. Grazie a Lei, sta cominciando a trovare soluzione un malessere spirituale che covava da anni nella Chiesa, e che noi abbiamo percepito con grande dolore. Un malessere dovuto ad una confusione tra il vero e il falso, tra il giusto e l'errore, sempre più difficili da distinguere, e sempre meno nettamente percepiti, anche dagli stessi pastori. Purtroppo però, le vogliamo comunicare quello che ci sta veramente a cuore, quello che abbiamo sperimentato all’indomani del 7 di luglio del 2007 nella semplicità di una ordinarissima vita di parrocchia. In particolare, desideriamo porre alla Sua conoscenza quello che per noi è stata la nostra vita, così come la vita di molti, a seguito del Motu Proprio Summorum Pontificum. Grazie ad esso e alla sensibilità liturgica di Vostra Santità, [vicina al cuore di chi, come noi, non vede del “male” nell'espressione liturgica della fede che ha alimentato spiritualmente tanti Santi nei secoli di vita della Chiesa] abbiamo ottenuto, pur con tanti sacrifici, sofferenze ed umiliazioni dal nostro Vescovo, la Celebrazione della Santa Messa di sempre, in un Oratorio esterno alla nostra parrocchia. La gioia nel riscoprire la Santa Messa, amata dai nostri genitori che credevamo eliminata per sempre, ha coperto la grande delusione nel costatare che questa Sacrosanta Liturgia non ha trovato alcun posto all’interno della nostra amatissima comunità parrocchiale. Nell’ Art. 5. § 1 del Suo Motu Proprio Summorum Pontificum, Lei Santità, ha fatto un grande dono a tutta la Chiesa, ribadendo l’importanza e la centralità della parrocchia, della comunità parrocchiale unita dalla e per mezzo della Liturgia: quello che la giustizia da anni esigeva che fosse chiarito. Ha detto con chiarezza che la Tradizione Liturgica di 20 secoli non è stata “scomunicata”, ma che è sempre stata, valida, lecita, legittima e santificante. Il Summorum Pontificum è stato davvero un grande atto di giustizia. La straordinaria grandezza di questo documento, crediamo, risieda nel fatto che finalmente la Messa di sempre è ritornata nella vita parrocchiale di tutti i giorni e non più relegata solo nelle “mani” di privati ed associazioni, a cui va certamente il plauso di aver conservato questo tesoro. La tradizione vera non è solo in parole e gesti codificati nell'antichità e tramandati nei secoli dalla Chiesa. La tradizione è anche il legame del proprio sangue con il proprio suolo. Le radici che affondano nella propria comunità, in cui si sperimenta davvero il senso mistico della tradizione: non una legge o un rito, ma una comunità di spiriti, uniti e vivi, che nemmeno la morte ha avuto il potere di separare.Nella parrocchia i nostri antenati, i nostri genitori e i nostri posteri, sono tutti uniti spiritualmente a noi, come un solo popolo vivo e radunato di fronte al Sacrificio di Cristo. Questo è il senso che noi facciamo nostro, di “chiesa locale”. Che tristezza constatare che ci è imposta una tragica scelta: scegliere se mantenere le nostre radici, ma umiliare la nostra sensibilità liturgica, oppure se alimentare questa sensibilità, sradicando il nostro legame con la parrocchia, e obbligandoci a diventare dei fuggiaschi, degli esiliati, relegati in cappelle, senza un parroco, senza una vera e propria cura d'anime. Spesso queste cappelle sono “centri di messa” che raccolgono persone da più parti, tutti in fuga dalle rispettive parrocchie, che però non hanno modo di santificarsi così, alla stessa maniera che attingendo alla fonte della tradizione nel luogo dove essa ha più senso a manifestarsi. Questo escludere dalla vita comunitaria e parrocchiale è una vera ghettizzazione, ed è la vera causa di questa divisione non voluta, ma subita!Quasi come se la tradizione fosse un morbo infettante, da tenere alla larga per evitare il contagio con qualche cattolico ancora indenne. Quanto vorremmo poter partecipare alla Santa Messa di sempre, detta dal nostro Parroco, nella nostra parrocchia, allo stesso modo in cui sentiamo la Santa Messa nella sua Sacrosanta Forma Ordinaria!Eppure è relegata lontano, quasi come se fosse un sottoprodotto della liturgia cattolica, di dignità inferiore, e degna di essere frequentata solo da cattolici di dignità inferiore! Senza parlare poi dei tanti problemi che sono iniziati per noi da quando abbiamo messo a disposizione dei sacerdoti di tutto il mondo il Messale Romano del Beato Papa Giovanni XXIII con tutte le spiegazioni e i commenti spirituali legati ad ogni gesto della Santa Messa. Abbiamo avuto molti problemi e sofferenze sia nella nostra comunità parrocchiale che nella Diocesi. Non si contano le calunnie che quotidianamente ci tocca subire, i dileggi che prima non conoscevamo le ostilità, talvolta reazioni addirittura scomposte e di vera e propria maleducazione da parte dei Sacerdoti o perché assolutamente non disposti a celebrare la Santa Messa, a dir di loro – in fregio a Vostra Santità – in un modo oramai desueto e superato, o perché in Diocesi nessuno è disposto assolutamente ad insegnare loro quest’ars celebrandi. Quasi come se il nostro amore per la Sacrosanta Liturgia di sempre, [che è stata sempre accostata in modo armonico e mai polemico con la Sacrosanta Liturgia Conciliare] e la nostra obbedienza alla sua legge che ci invita ad attingere ai tesori del culto tradizionali, invece che essere apprezzati dal clero, come manifestazione di spirito cristiano, rappresentassero qualcosa di ignobile, sporco, impuro. Ci sentiamo, per la nostra fedeltà a Lei e a Cristo, come degli appestati, tenuti a debita distanza e maltrattati! Ci sono momenti in cui i pastori ci fanno sentire al di fuori della comunità parrocchiale, e addirittura al di fuori della Chiesa, con le loro continue accuse, critiche, calunnie. Se non partecipassimo alla Messa di sempre, queste persone si guarderebbero bene dall'apostrofarci con tanta cattiveria.Il risultato è che ORA, grazie a queste continue e sottili persecuzioni, ci sentiamo, nostro malgrado, NOI lontani dalla Chiesa. Sentiamo con vivo dolore che la nostra Madre Chiesa, è come se ci avesse cacciato, voltato le spalle, umiliato. Il vuoto che proviamo è terribile! Ossia il dolore che proviamo nel constatare che molti Sacerdoti e molti Vescovi, interpretano la (nostra) Fede Cattolica, e la (nostra) Divina Liturgia, che di quella fede è espressione finale, non in “continuità” (così come Lei ha spiegato più di una volta con la sua bi-millenaria Tradizione), ma in aperta ed insanabile “rottura”, addirittura facendone di questo, un vessillo da mostrare spavaldamente al mondo. È Terribile sperimentare tangibilmente, ogni giorno che nella stessa Chiesa è impossibile avere la libertà di aderire pienamente a tutto quanto il Magistero, senza subire mottetti e pernacchie! Questo è semplicemente assurdo. Noi siamo semplicemente Cattolici, figli della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, ubbidienti al Vicario di Cristo e alle sue Leggi, fedeli al suo insegnamento e desiderosi di partecipare al medesimo Sacrificio di Cristo, che si realizza tanto nella Forma Ordinaria e moderna che Straordinaria e più antica dell'unica Messa Cattolica.Ci sentiamo lasciati soli, in balia di gente che ci odia, poiché da quando il Motu Proprio è stato promulgato, la sua attuazione è stata costantemente è dovunque ostacolata, in certi casi anche arbitrariamente impedita, con minacce, prepotenze, calunnie, ritorsioni sia verso di noi laici, sia soprattutto verso quei sacerdoti desiderosi di proporre questa Messa al popolo di Dio.Non è stato preso alcun provvedimento realmente efficace, affinché nella nostra Chiesa Cattolica sia permessa la pacifica convivenza delle due forme dello stesso Sacrificio, con reciproco arricchimento.Piuttosto che ricevere questa marea di insulti e di umiliazioni da parte di cristiani e addirittura da parte degli stessi pastori che dovrebbero primeggiare nell'obbedienza a Lei, preferiremmo quasi tornare nelle catacombe, dove però i cristiani erano davvero fratelli, e i nemici al contrario avevano tratti facilmente identificabili. Quella Chiesa umiliata e nascosta, appariva assai più unita e fedele di quella di oggi, dilaniata al suo interno da correnti, fazioni, interpreti religiosi e non, eretici, indipendenti e malevolmente fantasiosi. Dalle continue testimonianze che il sito registra da mesi, possiamo dire che siamo certi che quella che è la nostra esperienza vissuta, non è un caso isolato.Abbiamo scelto di rendere pubblica questa nostra accorata lettera, che umilmente abbiamo scelto di rivolgerLe, per radunarvi spiritualmente anche le invocazioni e le sofferenze di molti altri cattolici che si trovano nelle nostre medesime condizioni, ed hanno subito le stesse vessazioni ed umiliazioni.Desideriamo che Lei conosca la realtà. Allo stesso modo ci preme che anche i fedeli che non conoscono la Tradizione Liturgica della Chiesa, si rendano conto che allo stato attuale, esiste un problema di pacifica convivenza all'interno della cattolicità, e non certo per colpa di chi ama la Tradizione. Le chiediamo di tutto cuore Santità, di prendere gli opportuni provvedimenti che solo Lei è in grado di attuare, perchè il Motu Proprio Summorum Pontificum venga applicato in ogni parrocchia.Ci permetta Santità, e ci aiuti ad ottenere di potere attingere a questi frutti di santificazione nella nostra comunità parrocchiale, con naturalezza e semplicità, senza inutili discriminazioni. Permetta davvero ai fedeli di poter scegliere, senza andare incontro a ripercussioni, umiliazioni ed oneri anche gravosi.Siamo certi che a questa richiesta si uniscono anche i tanti fratelli che in Italia e nel Mondo sperimentano lo stesso dolore, ma che non hanno a volte la voce per poter esprimere il loro disagio. GlieLo chiediamo in nome della STORIA e anche a nome delle future generazioni e in nome della vera unità della Chiesa. LA SUPPLICHIAMO SANTO PADRE, NON CI LASCI SOLI! Noi pregheremo lo Spirito Santo con l'intercessione della Beata Vergine Maria Immacolata, perchè conservi sempre Vostra Santità nella salute e le dia forza e coraggio per guidare sempre in modo efficace la Chiesa, aiutandoci a celebrare la Liturgia Tradizionale nelle nostre Parrocchie.


Primo di luglio 2009, nella Festa del Preziosissimo Sangue di Cristo, con l'espressione della nostra alta stima e rispetto, rimaniamo di Sua Santitàdevotissimi in Cristo.
Paolo e GiovanniGandolfo Lambruschini

venerdì 3 luglio 2009

Il Papa bacchetta i cattolici alla Prodi



di Andrea Tornielli

Il clamoroso annuncio dell’identificazione dei resti dell’Apostolo delle genti nel sarcofago sotto l’altare della basilica di San Paolo fuori le Mura ha fatto passare in secondo piano, domenica sera, un altro importante passaggio dell’omelia di Benedetto XVI. Parole nelle quali si può leggere un messaggio diretto in particolare a quei politici cattolici che per rivendicare l’autonomia delle loro scelte in materie eticamente sensibili, anche quando sono in gioco i cosiddetti valori «non negoziabili», si appellano alla loro «fede adulta». Un’espressione simile, come si ricorderà, fu utilizzata nel 2005 da Romano Prodi, il quale, per motivare la sua decisione di votare al referendum sulla fecondazione artificiale in dissenso con l’invito all’astensione lanciato dai vescovi italiani, disse di farlo da «cattolico adulto».


Il Papa ha ricordato come Paolo, nella lettera agli Efesini, abbia spiegato che «non possiamo più rimanere fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina». L’apostolo «desidera che i cristiani abbiano una fede responsabile, una fede adulta».

Ma, ha aggiunto Benedetto XVI, «la parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede fai da te, quindi. E lo si presenta – ha detto ancora Ratzinger – come “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa».

In realtà, ha spiegato il Papa, «non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una fede adulta. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo».


Questa la conclusione del Pontefice: «Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda».

I riferimenti alla difesa della vita (contro le legislazioni abortiste) e del matrimonio tra uomo e donna (contro l’equiparazione delle nozze gay) suonano come un richiamo preciso per quei politici cattolici del Pd i quali, proprio su queste materie, si sono dichiarati possibilisti se non attivi sostenitori di progetti di legge, come nel caso dei «Dico».


Tutti hanno notato e fatto notare il sostanziale «silenzio» del Vaticano in queste settimane di polemiche che hanno coinvolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per le sue frequentazioni. Ha parlato, con equilibrio, il quotidiano cattolico Avvenire; ha parlato, con molto più clamore, Famiglia Cristiana; sono intervenuti alcuni vescovi chiedendo al premier di chiarire la sua posizione. Ma le vicende legate prima al caso Noemi e poi all’inchiesta barese non hanno avuto alcuno spazio sui media direttamente collegati con la Santa Sede.

E quando il Papa ha parlato, analizzando la teologia di San Paolo, ha voluto, invece, criticare proprio l’autonomia invocata in nome della «fede adulta» da parte di alcuni politici cattolici del centrosinistra in materia di «valori non negoziabili».

Quei valori la cui difesa, secondo la Chiesa, appare sempre più il fattore decisivo in base al quale valutare l’operato di un politico, al di là dei suoi comportamenti privati, per quanto imbarazzanti. Questo il messaggio che si ricava dai silenzi vaticani e dalle parole, inequivocabili, del Pontefice.


fonte Il Giornale.it

Il primato è della grazia.





giovedì 2 luglio 2009

Ieri il Papa ha detto cose importantissime sulla fede, la grazia, la concretezza del sostegno ai poveri e ai perseguitati. Soprattutto ha spiegato chi è il sacerdote cattolico, il prete di Cristo e della Chiesa. Inizia infatti, dopo l’anno dedicato a San paolo, quello dedicato ai presbiteri (che sono appunto coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine). Lo so, c’ero. Ero in piazza mentre il sole batteva, sul sagrato di piazza San Pietro.

A un certo punto, nei saluti finali, il Papa ha ricordato la presenza di un Gruppo interparlamentare e ho scommesso: le notizie giornalistiche punteranno a questo, anche se è una perfetta banalità. Infatti Benedetto XVI testualmente ha pronunciato queste parole: «Saluto poi gli esponenti dell’Associazione interparlamentare "Cultori dell’etica", la cui presenza mi offre l’opportunità di sottolineare l’importanza dei valori etici e morali nella politica». Sarebbe stata una notizia se avesse detto: i valori etici e morali non vanno rispettati dai politici. Ma tant’è, è passata questa frase.

Che cosa vuol dire rispettare i valori etici e morali per un politico? Il Papa in passato ha elencato con precisione i tre principi non negoziabili: la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale; la famiglia così come è stata voluta da Dio, senza cedimenti alle mode psicosessuali; la libertà di educazione, sia in via di teoria che di sostegno pratico della parità scolastica. Ma questo non è ancora la morale in politica, se non nei punti di sbarramento decisivi.

Da cardinale, ha mostrato come la moralità in politica sia la rinuncia all’utopia. Ha scritto: «Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l'impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose», spiega Ratzinger, «ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell'umanità dell'uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell'avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell'uomo e compie, entro queste misure, l'opera dell'uomo. Non l'assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell'attività politica». Strano, vero? La moralità è un comportamento adeguato alla verità dell’oggetto di azione. In politica è quanto appena citato: il compromesso per il bene comune.

Ma a me come politico non basta questo. Non basta l’etica a farmi essere un uomo, non è quella la strada della pienezza. Anche se mi interessa- essendo deputato - essere il massimo come deputato. Perché la pienezza del mio essere uomo non può che esprimersi dentro la circostanza in cui mi tocca essere, dando testimonianza lì. E allora dico che la moralità in sommo grado è riconoscere che non è la morale il centro della questione. Mettere al centro la morale è la cosa più immorale, perché falsa, che ci sia. Sostituisce all’utopia sociale, l’utopia della perfetta coerenza.

Mi colpisce molto quanto detto nella splendida lezione di Benedetto XVI su chi sia il sacerdote. Parlava del prete ma anche di tutti noi. Ha detto: «Anche per i presbiteri vale quanto ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est: "All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva"». L’essere cristiano, che è poi il modo per il compimento delle domande del cuore, è quel che abbiamo appena letto. E non lo ripeto o sintetizzo onde evitare di stravolgere o banalizzare il Papa.

Un’altra piccola frase ha pronunciato il Papa. Eccola: «…È urgente il recupero di un giudizio chiaro e inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino: "Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo" (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2)».

Il primato è della grazia. Il resto segue.


martedì 30 giugno 2009

Il Decalogo dell'Amore Cristiano




1. AMARE TUTTI:
Piccoli e grandi, uomini e donne, amici e nemici, di tutte le razze e
religioni, come ha fatto Gesù che è morto per tutti. Siamo tutti figli
dello stesso Padre e perciò tutti fratelli.

2. AMARE CIASCUNO PERSONALMENTE :
Gesù parlava alle folle, certo, ma conosceva ciascuno e lo chiamava per nome. Accettare ognuno così com'è.

3. AMARE COME SE’ STESSI:
è la regola d'oro: "Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te" e "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".

4. AMARE PER PRIMI:
non aspettare che te lo chiedano, ma fa tu il primo passo, come Gesù che non ha aspettato che diventassimo buoni per dare la vita per noi; e come Maria che "partì in fretta" senza farsi pregare per andare ad aiutare la cugina Elisabetta.

5. AMARE E’ FARSI “UNO” CON L’ALTRO:
cioè ascoltare, fare il vuoto dentro di sé per capire i sentimenti dell'altro e farsi carico dei suoi problemi; insomma condividere gioie e dolori.

6. AMARE E’ SERVIRE:
cioè amare a fatti non a parole, consumarsi le mani facendo servizi concreti, come Gesù che lava i piedi agli apostoli.

7. AMARE E’ PERDONARE:
quante volte? "Settanta volte sette" ha detto Gesù, cioè sempre. "Se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro celeste perdonerà a voi". "Chi è senza peccato scagli per primo la pietra". "Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha avuto misericordia" . "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".

8. AMARE E’ CHIEDERE SCUSA:
"Se presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello, poi torna ad offrire il tuo dono". "Non tramonti il sole sopra la vostra ira".

9. AMARE E’ VEDERE GESU’ NELL’ALTRO:
avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, senza casa, senza mezzi, senza lavoro, incompreso, ignorato, immigrato, drogato..."L'hai fatto a me", dirà Gesù quel giorno.

10. AMARE E’ SACRIFICIO DI SE’:
amare non è sempre facile, non sempre è gratificante, non sempre l'amore è capito e ricambiato. L'amore vero non è un bel sentimento: è dono di sé, è responsabilità verso l'altro, è fedeltà agli impegni, è mantenere la parola anche se costa, è non mollare quando sei stanco e sfiduciato, è ricominciare sempre anche quando sembra inutile continuare ad amare.
Come Gesù che "avendo amato i suoi, li amò fino alla fine".

sabato 20 giugno 2009

Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria


ATTO DI CONSACRAZIONE

Cuore Immacolato di Maria,
Modello perfetto di santità,
prendici, trasformaci a tua immagine.

Purifica e libera il nostro cuore da ogni ostacolo alla santità.
Che, liberato da noi stessi e da ogni altra seduzione,
Tu ci possa rendere ricchi di Te, delle virtù del Tuo Cuore Immacolato.

E guidaci a quella intimità divina che Tu solo conosci, e che sola può colmare l'immenso bisogno d'amore e d'unione che Dio ci ha messo nel cuore.

Attendiamo da Te, con fiducia, questa grazia di santità ...
e affidiamo il nostro destino eterno al Tuo Cuore Immacolato.
Amen

venerdì 19 giugno 2009

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.



Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, Il Quale, mite e umile di cuore, esaltato sulla croce, è divenuto fonte di vita e di amore, a cui tutti i popoli attingeranno.

Sacro Cuore di Gesù, confido in Te!;
Dolce Cuore del mio Gesù, fa ch’io t’ami sempre più!;
O Gesù di amore acceso, non Ti avessi mai offeso!.


LITANIE AL SACRATISSIMO CUORE DI GESU'


Signore, pietà.Signore, pietà
Cristo, pietàCristo, pietà
Signore, pietàSignore, pietà
Cristo, ascoltaciCristo, ascoltaci
Cristo, esaudiscici.Cristo, esaudiscici
Padre celeste, Dioabbi pietà di noi
Figlio redentore dei mondo, Dioabbi pietà di noi
Spirito Santo, Dioabbi pietà di noi
Santa Trinità, unico Dioabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, Figlio dell'Eterno Padreabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Mariaabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, sostanzialmente unito al Verbo di Dioabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, maestà infinitaabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, tempio santo di Dioabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, tabernacolo dell'Altissimoabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, casa di Dio e porta del cieloabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, fornace ardente di amoreabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, fonte di giustizia e di caritàabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, colmo di bontà e di amoreabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, abisso di ogni virtùabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, degnissimo di ogni lode abbi pietà di noi
Cuore di Gesù, re e centro di tutti i cuori abbi pietà di noi
Cuore di Gesù, in cui si trovano tutti i tesori di sapienza e di scienzaabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, in cui abita tutta la pienezza della divinitàabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, in cui il Padre si compiacqueabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevutoabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, desiderio della patria eternaabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, paziente,.e misericordioso,abbi pietà di noi
Cuore di Gesù, generoso verso tutti quelli che ti invocanoabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, fonte di vita e di santitàabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, ricolmato di oltraggiabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, propiziazione per nostri peccati.abbi pietà di noi
Cuore di Gesù, annientato dalle nostre colpeabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, obbediente fino alla morteabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, trafitto dalla lanciaabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, fonte di ogni consolazioneabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, vita e risurrezione nostraabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, pace e riconciliazione nostraabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, vittima per i peccatoriabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, salvezza di chi spera in teabbi pietà di noi
Cuore di Gesù, speranza di chi muore.abbi pietà di noi
Cuore di Gesù, gioia di tutti i santiabbi pietà di noi
Agnello dì Dio che togli i peccati dei mondo perdonaci, Signore
Agnello di Dio che togli i peccati dei mondoesaudiscici, Signore
Agnello di Dio che togli i peccati dei mondoabbi pietà di noi
Cuor di Gesù che bruci di amore per noi:infiamma il cuore nostro d'amore per te

PREGHIAMO
O Padre, che nel Cuore dei tuo direttissimo Figlio ci dai la gioia di celebrare le grandi opere dei tuo Amore per noi, fa' che da questa fonte inesauribile attingiamo l'abbondanza dei tuoi doni. Per Cristo Nostro Signore. Amen


mercoledì 17 giugno 2009

Il segreto mistico di Wojtyla: «Così parlava con la Madonna»


di Andrea Tornielli

Karol Wojtyla fin dal momento dell’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1946 ebbe esperienze mistiche e anche da Papa, pregando, «parlava» con la Madonna e riceveva da lei messaggi. «Sapeva» in anticipo che sarebbe avvenuta la lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia, che considerava un segno rivolto anche a lui, così come «sapeva» che un attentato di matrice islamica avrebbe sprofondato il mondo nel terrore all’inizio del nuovo millennio. Lo scrive Antonio Socci nel nuovo libro I segreti di Karol Wojtyla (Rizzoli, pp. 238, 18 euro), da oggi in libreria.
Il giornalista e scrittore, che ha già dedicato inchieste alle apparizioni di Fatima e di Medjugorje, nonché ai segreti di Padre
Pio, ha raccolto testimonianze inedite che aprono nuovi squaci Giustifica sulla vita spirituale di Giovanni Paolo II, il prete, vescovo e Papa che in qualche modo attraversa misteriosamente tutte quelle vicende che hanno segnato la storia della Chiesa nel secolo da poco concluso.
«Mentre pregava - spiega don Jarek Cielecki, sacerdote polacco nato nella parrocchia di Niegowic, dove Wojtyla fu viceparroco dopo l’ordinazione - i suoi occhi sembravano guardare qualcosa, non erano vagamente persi nel vuoto com’è il nostro sguardo mentre preghiamo. E poi mi hanno riferito che quando succedeva qualcosa, lui andava davanti all’altare o davanti al quadro dell’Assunta e parlava... Proprio come se stesse parlando con una persona presente che aveva di fronte». Ma è dal cardinale Andrej Deskur, amico e compagno di seminario del Papa, che arrivano le conferme più importanti: «Lui viveva pregando. Quando stava nella cappella lo si sentiva parlare, come si parla con un’altra persona». Il porporato, immobilizzato dall’ottobre 1978 sulla sedia a rotelle in seguito a un ictus, ha rivelato a Socci che don Wojtyla con l’ordinazione sacerdotale, il 1° novembre 1946, ricevette la «preghiera infusa». Chi ha questo dono, lascia «che lo Spirito intervenendo ti guidi... Con apparizioni o con locuzioni interiori. Da questa intimità con Dio si dipana tutto». Mentre un altro prelato, in colloquio, ebbe a dire: «Sappiamo bene che la Madonna parla al Papa anche se lui non va a dirlo in giro... Lui obbedisce solo alla Madonna, fa solo quello che gli dice lei».
Un giorno - scrive Socci - il cardinale Deskur andò in Portogallo e visitò suor Lucia di Fatima. Alla fine del colloquio chiese se doveva portare un messaggio al Santo Padre da parte della Madonna. Suor Lucia rispose: «No, no, ci penserà la Madonna stessa...». Il segretario di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, oggi cardinale, ha scritto che quando pregava il Papa «dava l’impressione che stesse parlando con l’Invisibile». Mentre Benedetto XVI, l’anno scorso, in occasione del terzo anniversario della morte di Wojtyla, nel corso dell’omelia disse che il predecessore «nutriva una fede straordinaria in Cristo risorto e con lui intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta. Tra le tante qualità umane e soprannaturali aveva infatti anche quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica».
«Parlava» con Gesù e la Madonna. Aveva intrattenuto un rapporto mistico con Padre Pio, dopo quell’unico incontro avvenuto a San Giovanni Rotondo nella Pasqua del 1948, che Wojtyla definirà «primo» e «più importante incontro», nonostante non si sia mai più recato dal frate stimmatizzato prima della sua morte avvenuta nel 1968: un particolare che secondo Socci lascia intravedere la possibilità di altri «incontri» tra i due, ma di tipo mistico.
Alla luce di queste e molte altre testimonianze, l’autore presenta il pontificato wojtyliano inserendolo nella grande lotta tra Maria, «la Donna» dell’Apocalisse, e il «drago», cioè Satana. Una lotta che ha visto il ruolo decisivo del primo Papa slavo nella caduta incruenta del comunismo e nell’aver scongiurato, grazie alla consacrazione al cuore immacolato di Maria richiesto dall’apparizione a Fatima, una catastrofe nucleare a metà degli anni Ottanta. Una lotta che, si legge nell’ultimo capitolo del libro, non è finita, ma continua. E la stessa minaccia nucleare o batteriologica, scrive Socci, è forse più incombente oggi che durante la Guerra fredda. Anche per questo Wojtyla, nell’agosto 1997, dopo essere stato intravisto da un collaboratore mentre pregava disteso a terra e circondato da una strana luce soprannaturale, gli disse: «Se sapessi quello che so io anche tu passeresti la notte a pregare con me».

(fonte: www.ilgiornale.it)

La Beatitudine della trasparenza, come quella dei bambini..

(The Prayer (1865)William-Adolphe Bouguereau)


Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt. 5,8)



Questa possiamo chiamarla "beatitudine della trasparenza".
Si potrebbe anche tradurre: beati i limpidi nel loro cuore perché essi entreranno nell'intimità con Dio. E ancora: "Beati quelli che sono sinceri nel cuore, perché saranno sempre in presenza di Dio". Oppure: "Beati i semplici di cuore perché saranno in comunione con Dio".

lunedì 15 giugno 2009

"Prestito della Speranza"








A causa della crisi, oggi, sono le persone più deboli a soffrireil disagio più grande.
La Conferenza Episcopale ha promosso una Colletta Nazionale, il 31 maggio, in tutte le chiese italiane, per costituire il PRESTITO DELLA SPERANZA, fondo straordinario di garanzia di 30 milioni di euro, per le famiglie che la crisi ha lasciato senza reddito.



La crisi economica che ha investito l’Italia, e il mondo, richiede iniziative straordinarie da realizzare sia al livello locale che al livello nazionale. Sono infatti le “membra più deboli”, quelle che stanno soffrendo maggiormente, e senza colpa, degli effetti di questa grave situazione.
Le famiglie più numerose e monoreddito che, improvvisamente si sono viste private dell’unica fonte di sostentamento.

Per far fronte a questo delicata fase economica, la Conferenza Episcopale ha istituito un fondo nazionale straordinario di garanzia orientato alle necessità delle famiglie, lanciando una Colletta Nazionale il 31 maggio 2009 in tutte le diocesi e le parrocchie.

Si tratta di un gesto che esprime a livello nazionale e locale la carità da cui è animata sempre la Chiesa.


I destinatari del fondo


Perché l’intervento sia davvero efficace, non disperdendosi su più fronti, il fondo individua con precisione i potenziali destinatari di aiuto nelle famiglie in difficoltà: quelle con almeno tre figli (in età scolare, compresa l’università) o gravate da malattie o disabilità, che abbiano perso la fonte di reddito per la perdita temporanea o anche definitiva del lavoro.

Si calcola che il numero delle famiglie in queste situazioni sia tra le venti e le trentamila. Il fondo è istituito d’intesa con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI), che ha proposto alle principali banche di aderire all’iniziativa. Non eroga direttamente denaro, ma costituisce un capitale a garanzia degli interventi da parte degli istituti di credito aderenti. Si affianca, senza sostituirla, all’attività svolta abitualmente dalle Caritas diocesane e da analoghe iniziative promosse dalle diocesi.


Come funziona

Il fondo sarà attivo a partire dal 1° settembre 2009.
Le parrocchie indicano i possibili destinatari del prestito alla Caritas diocesana o ai patronati cattolici, che attestano l’effettiva presenza dei requisiti richiesti secondo i criteri definiti a livello nazionale, e segnalano la banca a cui rivolgersi.
La banca avvia in tempi molto brevi l’iter per concedere il prestito, che sarà erogato mensilmente.
La modalità di intervento prevede che a ciascuna famiglia sarà erogato un contributo massimo di € 500 mensili per un anno, per un totale di € 6.000.
Il contributo potrà essere prorogato per un secondo anno e per lo stesso importo, se permangono le condizioni di necessità iniziali. Se viene meno lo stato di necessità, l’erogazione viene sospesa.
La restituzione del prestito alla banca inizierà nel momento in cui la famiglia disporrà nuovamente di un reddito certo, e comunque non prima di uno o due anni, e avrà la durata massima di cinque anni.

Per maggiori info:
http://www.prestitodellasperanza.it/index.html

venerdì 12 giugno 2009

Il Papa: no ad un culto eucaristico formale e vuoto




"Non bisogna dare per scontata la fede nella reale presenza di Cristo nellEucaristia"
. Lo ha detto il Papa ieri sera nellomelia della Messa nella solennità del Corpo e Sangue del Signore, sul sagrato della basilica di san Giovanni in Laterano.

"Oggi cè il rischio di una secolarizzazione strisciante anche allinterno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia. E' sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandoci sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene"...

"La Liturgia...non deve esprimere l’attualità e il suo effimero, ma il Mistero del Sacro."



Estratto da V. MESSORI, Rapporto sulla Fede.

Vittorio Messori a colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger.

(Ed. San Paolo, 1985, p. 123 ss.)



« ...Pertanto – esortava il professor Ratzinger – ci si deve opporre, più decisamente di quanto sia stato fatto finora, all’appiattimento razionalistico, ai discorsi approssimativi, all’infantilismo pastorale che degradano la liturgia cattolica al rango di circolo di villaggio e la vogliono abbassare a un livello fumettistico. Anche le riforme già eseguite, specialmente riguardo al rituale, devono essere riesaminate sotto questi punti di vista ».


Mi ascolta, con l’attenzione e la pazienza consuete, mentre gli rileggo queste sue parole. Sono passati dieci anni da allora, l’autore di una simile messa in guardia non è più un semplice studioso, è il custode dell’ortodossia stessa della Chiesa. Il Ratzinger di oggi, Prefetto della fede, si riconosce ancora in questo brano?


« Interamente – non esita a rispondermi –. Anzi, da quando scrivevo queste righe altri aspetti che sarebbero stati da salvaguardare sono stati accantonati, molte ricchezze superstiti sono state dilapidate. Allora, nel 1975, molti colleghi teologi si dissero scandalizzati, o almeno sorpresi, dalla mia denuncia. Adesso, anche tra loro, sono numerosi quelli che mi hanno dato ragione, almeno parzialmente ». Si sarebbero cioè verificati ulteriori equivoci e fraintendimenti che giustificherebbero ancor più le parole severe di sei anni dopo, nel libro recente che citavamo: « Certa liturgia post-conciliare, fattasi opaca o noiosa per il suo gusto del banale e del mediocre, tale da dare i brividi...


La lingua, per esempio...


Per lui, proprio nel campo liturgico – sia negli studi degli specialisti che in certe applicazioni concrete – si constaterebbe « uno degli esempi più vistosi di contrasto tra ciò che dice il testo autentico del Vaticano II e il modo con cui è stato poi recepito e applicato ».

Esempio sin troppo famoso, si sa (ed esposto al rischio di strumentalizzazioni), è quello dell’impiego del latino, sul quale il testo conciliare è esplicito: « L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini » (Sacrosanctum Conciliurn, n. 36). Più avanti, i Padri raccomandano: « Si abbia (...) cura che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi » (n. 54). Più avanti ancora, nello stesso documento: « Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell’Ufficio divino la lingua latina » (n. 101).

[..]

Lo vedo scuotere il capo: «Che vuole, anche questo è tra i casi di una sfasatura – purtroppo frequente in questi anni – tra il dettato del Concilio, la struttura autentica della Chiesa e del suo culto, le vere esigenze pastorali del momento e le risposte concrete di certi settori clericali. Eppure la lingua liturgica non era affatto un aspetto secondario. All’origine della frattura tra Occidente latino e Oriente greco c’è anche una questione di incomprensione linguistica. È probabile che la scomparsa della lingua liturgica comune possa rafforzare le spinte centrifughe tra le varie aree cattoliche ».

[..]

« La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate “accattivanti”, ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo effimero ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere “fatta” da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurarne il “successo” in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi ».

Continua: « Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere “predeterminata”, “imperturbabile”, perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata “la vecchia rigidità rubricistica”, accusata di togliere “creatività”, ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del “fai-da-te”, banalizzandola perché l’ha resa conforme alla nostra mediocre misura ».

C’è poi un altro ordine di problemi sul quale Ratzinger vuole richiamare l’attenzione: « Il Concilio ci ha giustamente ricordato che liturgia significa anche actio, azione, e ha chiesto che ai fedeli sia assicurata una actuosa participatio, una partecipazione attiva ».


Mi sembra ottima cosa, dico.


« Certo – conferma –. E un concetto sacrosanto che però, nelle interpretazioni postconciliari, ha subito una restrizione fatale. Sorse cioè l’impressione che si avesse una “partecipazione attiva” solo dove ci fosse un’attività esteriore, verificabile: discorsi, parole, canti, omelie, letture, stringer di mani... Ma si è dimenticato che il Concilio mette nella actuosa participatio anche il silenzio, che permette una partecipazione davvero profonda, personale, concedendoci l’ascolto interiore della Parola del Signore. Ora, di questo silenzio non è restata traccia in certi riti »...


(fonte: www.messainlatino.it)



mercoledì 10 giugno 2009

G. Paolo II si oppose ai tentativi di includere l'analisi marxista nella dottrina sociale della Chiesa nell'ambito della teologia della liberazione..


A trent'anni di distanza il cardinale Stanislaw Dziwisz racconta il primo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia

E al ritorno il Papa
dormì quattordici ore filate


Dopo quella visita i polacchi hanno drizzato la schiena
E il presidente Reagan telefonò al Pontefice che i sovietici non si potevano permettere di invadere il Paese

A trent'anni dalla prima visita di Giovanni Paolo II in Polonia, il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo metropolita di Cracovia, ha rilasciato una lunga intervista all'agenzia cattolica polacca Kai. Riportiamo integralmente il testo pubblicato in buona parte da "Avvenire" il 31 maggio in un servizio curato da Luigi Geninazzi.

di Marcin Przeciszewski e Tomasz Królak

Il 10 giugno di trent'anni fa si concludeva il primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia. Stanislaw Dziwisz, come segretario personale del Papa, fu il più diretto testimone di tutti i preparativi all'evento. Al cardinale arcivescovo di Cracovia abbiamo chiesto un ricordo di quel viaggio.

Quando Giovanni Paolo II cominciò a pensare a una possibile visita nella sua patria?

Già da cardinale Karol Wojtyla dava grande importanza al novecentesimo anniversario della morte di san Stanislao e da tempo preparava le celebrazioni. Aveva trasmesso gli inviti a tutti i cardinali che partecipavano al conclave dell'agosto 1978 e subito dopo invitò a Cracovia anche Giovanni Paolo I. Perciò, fin dal momento della sua elezione al soglio di Pietro, è stato per lui ovvio fare tutto il possibile per venire in Polonia a celebrare l'anniversario. Sentiva l'essere a Cracovia come un dovere morale anche se si rendeva conto che non sarebbe stato facile da realizzare.

Pensava che le autorità comuniste polacche non avrebbero facilmente ingoiato un simile boccone?

Quando hanno saputo di questa richiesta i governanti polacchi hanno reagito negativamente. Ma intanto Giovanni Paolo II aveva ricevuto l'invito a visitare il Messico. Lo accolse con piacere. Per lui l'America Latina era molto importante in relazione alla teologia della liberazione, al tentativo di percepire la dottrina sociale della Chiesa nell'ottica dell'ideologia marxista. E diceva: se posso andare in Messico, un Paese che ha la costituzione più anticlericale del mondo, allora anche il Governo polacco non potrà dirmi di no. Si ricordava bene che le autorità comuniste non avevano permesso la visita di Paolo VI. Intuiva però che a lui non avrebbero potuto impedirlo.

Quando iniziarono le trattative?

Abbastanza presto. Il negoziato fu condotto dal segretario della Conferenza episcopale polacca, monsignor Bronislaw Dabrowski. Alla fine Varsavia diede il via libera ma a una condizione: la visita del Papa non doveva avvenire in coincidenza con l'anniversario di san Stanislao, a maggio. Il Santo Padre rispose: va bene, vuol dire che arriverò il mese dopo, a giugno.

E per quanto riguarda l'itinerario della visita, ci furono difficoltà?

Venne stabilito che il Papa non sarebbe potuto andare al di là della Vistola, nelle regioni della Polonia orientale. E fu esclusa anche la Slesia. In linea di massima le autorità volevano che la visita fosse il più breve possibile e molto limitata negli spostamenti.

Alla fine le difficoltà furono superate. Giovanni Paolo II pensava alle possibili ripercussioni del suo viaggio? Si rendeva conto che sarebbe stato così determinante per il corso degli eventi in Polonia?

Nessuno le poteva prevedere. Lui era convinto che la nazione polacca, così fortemente radicata nella fede, meritasse la visita del Papa. Oggi senza dubbio possiamo dire che il suo primo pellegrinaggio in Polonia è stato il più importante di tutti i viaggi papali perché ha innescato un processo di cambiamenti incredibili a livello mondiale. Tutto iniziò in quei giorni.

Come si preparò il Papa a questo viaggio?

Scrisse da solo tutti i testi dei discorsi e delle omelie. Il ruolo della sezione polacca della Segreteria di Stato fu solo quello di controllare le citazioni. Non usava nessun appunto, gli bastava la memoria. Era organizzato in modo perfetto e scriveva molto velocemente: un lungo discorso non gli prendeva più di un'ora e mezzo di preparazione. Per un discorso breve bastava un'ora. E leggeva moltissimo. Riusciva a fare più cose contemporaneamente.

Il tema principale del pellegrinaggio fu l'effusione dello Spirito Santo. Venne richiamato in quasi tutti i discorsi del Papa. Fu una scelta consultata con i collaboratori?

Giovanni Paolo II era un visionario, come molti artisti. Sapeva cosa dire e cosa la nazione aspettava che dicesse. Sapeva presentare questi temi alla luce della fede e dell'insegnamento della Chiesa. In più il periodo coincideva con la Pentecoste.

Ma Giovanni Paolo II si rendeva conto che il discorso pronunciato a Gniezno - là dove affermava che la missione del Papa slavo era quella di far riscoprire all'Europa l'unità fra Occidente e Oriente - metteva in discussione l'Ostpolitik vaticana che di fatto accettava la situazione esistente?

Giovanni Paolo II ha sempre rifiutato la dottrina del "compromesso storico" secondo cui l'Occidente e anche la Chiesa avrebbero dovuto considerare il marxismo come un elemento decisivo dello sviluppo della storia. Lui era convinto che il futuro non appartenesse né al marxismo né alla lotta di classe. In questo senso cambiò decisamente la politica vaticana. Il cambiamento di prospettiva ha fatto riflettere molti ambienti e chiedersi se realmente il marxismo fosse così forte. Con la stessa determinazione Giovanni Paolo II si oppose ai tentativi di includere l'analisi marxista nella dottrina sociale della Chiesa nell'ambito della teologia della liberazione. Per lui lo sviluppo dell'umanità passava per la possibilità di scegliere e i diritti dell'uomo. Lui era a favore dei diritti della persona e dell'intoccabile dignità dell'uomo. Il discorso di Gniezno segnò l'inizio della caduta della cortina di ferro che allora divideva l'Europa. Il crollo del Muro è cominciato lì, non a Berlino!

Ma non c'erano preoccupazioni anche in Vaticano per il fatto che Giovanni Paolo II stesse andando troppo lontano?

Una così forte dichiarazione a favore di questi diritti ha in effetti spaventato alcuni, fra i quali anche uomini di Chiesa.

Non le dispiace che oggi tutti parlino del Muro di Berlino e non di Gniezno o di Solidarnosc?

Bisogna parlare di fatti storici. La caduta del Muro era la conseguenza del processo iniziato nel 1979 in Polonia, e ripeto: lo smantellamento della cortina di ferro cominciò il 3 giugno 1979 a Gniezno.

A Cracovia, nel corso di quel primo viaggio, il Papa si affacciò alla finestra dell'arcivescovado parlando con i giovani, un dialogo che si sarebbe poi ripetuto a ogni sua visita in Polonia. Fu qualcosa di programmato?

No, fu un'iniziativa assolutamente spontanea. Migliaia di persone aspettavano sotto la finestra e chiamavano il Papa. Bisognava in qualche modo farsi vedere. Il Santo Padre prese la decisione da solo, contro qualcuno del suo entourage che lo sconsigliava per motivi di sicurezza.

A suo avviso, qual è il senso più profondo del suo primo pellegrinaggio in Polonia?

Dopo questa visita la Polonia non è stata più la stessa. La gente ha drizzato la schiena, non aveva più paura.

Solidarnosc nacque come frutto naturale di questa liberazione?

Giovanni Paolo II ha liberato l'energia interiore del popolo. In questo senso ha posto le basi spirituali per la nascita di Solidarnosc l'anno dopo.

Al suo rientro in Vaticano Giovanni Paolo II fece qualche commento sulla visita?

Non diceva nulla perché aveva perso la voce. Al suo rientro era molto stanco, dormì per quattordici ore filate.

Parliamo dello stato di guerra, introdotto dal generale Jaruzelski nel dicembre 1981. Quale fu la reazione del Papa?

Giovanni Paolo II raramente dimostrava la sua preoccupazione. Però alzò forte la voce nella basilica di San Pietro alla presenza della delegazione polacca con alla testa il presidente Jablonski. Questo avvenne nell'ottobre del 1982 in occasione della canonizzazione di padre Kolbe. Il Papa disse: "La nazione non si merita quello che gli avete fatto".

Ma Giovanni Paolo II aveva preso in considerazione la possibilità di un'invasione sovietica della Polonia?

Nessuno la prendeva seriamente in considerazione, dato che i sovietici erano già impegnati in Afghanistan. Sapevamo che l'Unione Sovietica non se lo poteva permettere. Su questo avevamo notizie precise direttamente dalla Casa Bianca, le abbiamo ricevute da Zbigniew Brzezinski (all'epoca consigliere per la sicurezza nazionale, ndr) e dallo stesso presidente Reagan il quale chiamò personalmente il Papa.

Qual era il rapporto di Giovanni Paolo II con il generale Jaruzelski? Lui continua a dire che lo stato di guerra fu il male minore rispetto all'invasione sovietica.

Il Papa non ha mai accolto una simile interpretazione. Rispettava l'intelligenza e la cultura di Jaruzelski ma non era d'accordo con lui su nulla. Il generale guardava esclusivamente a Est. Al contrario di Edward Gierek, il quale salutando il Papa alla fine del suo viaggio disse: "Qui a Varsavia soffiano i venti dell'Est e dell'Ovest. Santo Padre, lei sostenga quelli dell'Ovest".

Passiamo all'attualità. Per quando ci possiamo aspettare la canonizzazione di Giovanni Paolo II?

Questo dipende direttamente da Benedetto XVI. Mi sembra comunque che le cose vadano molto bene. Il procedimento per il miracolo è già in moto. E sarà decisivo il riconoscimento dell'eroicità delle virtù di Karol Wojtyla. Speriamo che il diavolo non ci metta la coda.

Lei, Eminenza, ha sentito qualche volta la presenza del diavolo?

Sì, l'ho sentita. Nel modo più forte quando il diavolo è stato scacciato da una giovane donna. Ero presente, so cosa vuol dire. È terribile avvertire la presenza di una forza così grande e incontrollabile. Ho visto come la maltrattava fisicamente, ho sentito la voce con cui lei gridava. Accadde dopo un'udienza generale. Giovanni Paolo II recitò gli esorcismi, ma niente. Allora disse che il giorno dopo avrebbe celebrato la messa secondo le intenzioni di questa ragazza. E dopo questa messa lei improvvisamente si ritrovò come fosse un'altra persona, tutto era sparito. Prima non ci credevo, pensavo si trattasse di una malattia psichica. Invece Satana esiste.

E come riconoscere la sua presenza nel mondo?

Satana esiste, anche se l'ideologia dominante ritiene che siano tutte favole. Oggi il demonio lavora affinché gli uomini credano che lui non esiste. È un metodo quanto mai perfido.


(©L'Osservatore Romano - 10 giugno 2009)

lunedì 8 giugno 2009

«Se si toglie il Sacramento dell'Eucaristia dalla Chiesa non vi sarà che orrore e infedeltà e il popolo cristiano sarà come un gregge disperso»


San Bonaventura e l’Eucaristia

San Bonaventura, il dottore serafico, è uno dei figli del Serafico Padre che si è distinto non solo per la pietà ma anche per la dottrina eucaristica.

Nei suoi scritti si legge che bisogna esaminarsi con quale fede, con quanta carità, con quale intenzione, per quale fine si ci accosta alla santa Comunione.
Bisogna fermamente credere, come insegna la Chiesa, che appena il sacerdote ha pronunciato le parole della Consacrazione sotto gli accidenti del pane si vela il Corpo di Gesù. È lo stesso Corpo di Gesù che si incarnò nel seno della Vergine Maria, che fu flagellato, che fu coronato di spine e fu crocifisso.
Gesù è Dio, ha un'anima razionale, ha versato anche il suo Sangue per la Redenzione, sotto le specie del vino possiamo adorare il Sangue di Gesù. È ammirabile che Dio abbia scelto elementi così semplici ma essenziali come il pane e il vino per la Consacrazione, ma niente è a caso: questi elementi richiamano la dolorosa Passione di Gesù: il pane, fatto di farina, ottenuto dalla macinazione dei chicchi di grano fa pensare al Corpo martoriato di Gesù. Il vino, ottenuto dalla macinazione dei chicchi di uva, richiama alla mente il Sangue versato da Gesù.
Non bisogna dubitare: nell'Ostia e in ogni frammento è presente tutto Gesù.
La fede, dice il Santo, deve vincere 7 avversari: i cinque sensi che non avvertono la presenza di Gesù, l'immaginazione che non riesce ad immaginare come possa nascondersi in un'Ostia così piccola, e la stessa ragione che non riesce a capire come lo stesso Corpo possa trovarsi simultaneamente in luoghi diversi.
In secondo luogo bisogna esaminare la propria coscienza: non solo le azioni, ma anche le parole, le omissioni e i pensieri; bisogna accostarsi alla Mensa Eucaristica non solo senza peccato mortale nell'anima, ma con l'intenzione di non peccare, di non offendere lo sguardo di Colui che è il Santo dei Santi.
In terzo luogo bisogna esaminare con quanta carità e con quale fervore si riceve Gesù, cercando per quanto è possibile di eliminare ogni negligenza, dissipazione e leggerezza. È necessario ricevere Gesù con devozione, riverenza e un'accurata preparazione ricordando l'ammonimento di san Paolo che dice che chi mangia indegnamente il Corpo e il Sangue di Gesù mangia e beve la propria condanna.
È necessario, per infiammarsi nell'amore, considerare che se Dio ci ha dato una prova del suo amore nell'Incarnazione e nella Passione e Morte, una maggiore prova ci ha dato nell'istituire il Sacramento dell'Eucaristia.
Chi vuole degnamente ricevere Gesù deve avere il desiderio della vita eterna consapevole di quanto dice Gesù: «chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna» (Gv 6,54).
In quarto luogo il Santo rivolto ai sacerdoti dice che nel celebrare devono avere tre fini: adorare Dio, aiutare la chiesa e rinnovare la memoria della morte di Gesù. Nella Messa il ricordo della Passione di Gesù deve accompagnarci per cui si richiede un comportamento devoto, una decenza nel vestire, il leggere con attenzione, senza fretta. Purtroppo si assistono a Messe anche di 15 minuti.
Il Santo dice che uno degli effetti della santa Comunione è il distacco dalle cose della terra per amare sempre più Dio. Inoltre chi si avvicina a questo Sacramento sente crescere sempre più il desiderio di Dio.
Accostarsi alla santa Comunione vuol dire accostarsi alla fonte di ogni grazia, anzi all'Autore della salute, a Colui che è il medico delle nostre anime, che può guarirci da ogni male.
È interessante questa frase del Santo: «Se si toglie il Sacramento dell'Eucaristia dalla Chiesa non vi sarà che orrore e infedeltà e il popolo cristiano sarà come un gregge disperso».
È questa la risposta a tanti interrogativi, al perché di tante miserie morali, di tanti obbrobri, dei terribili fatti di cronaca che sembrano non scuotere più la coscienza, dei milioni di aborti al giorno che passano nel silenzio. Questo succede, quando si fa a meno del Signore.

Non mettiamo da parte l'Eucaristia e vedremo tanto meno male e tanto più bene nel mondo.