giovedì 18 dicembre 2008

A proposito di Maria




La devozione a Maria SS.ma

Il fondamento della devozione a Maria (altrimenti detto della pietà), si trova negli stessi Vangeli. A leggerli attentamente, ci si accorge che la Vergine di Nazaret vi è sempre presente, sia sotto forma di una presenza velata o come ritratto; d’altra parte, nei momenti decisivi e cruciali della vita di suo Figlio, Gesù, il Verbo di Dio, il ruolo di Maria è riportato molto esplicitamente dai Vangeli.


È per questo che i cristiani cattolici ed ortodossi non sono i soli ad onorare la Madre di Gesù: tutti coloro che riconoscono la Bibbia come testo sacro e fondamentale, le tributano rispetto ed onore. È evidente che questo rispetto verso la Madre di Dio assume una forza ed una ampiezza particolare nella Chiesa, che dall’alba della propria fede al Cristo, prega sua Madre con le stesse parole dell’angelo Gabriele nelle Scritture, quelle dell’ “Ave Maria”, universalmente conosciuta e recitata dai cristiani, in tutta la terra! Il rosario, il Magnificat così come le grandi preghiere di lode e gli inni come l’inno Acatista, sono le forme di preghiera più antiche del patrimonio universale della pietà mariana nella Chiesa.

La devozione a Maria è unita alla vita spirituale della Chiesa

Questo tesoro della pietà si esprime d’altronde in varie maniere nella Chiesa universale: le novene a Maria, gli oggetti di pietà (statue, immagini e le decine del rosario), i periodi della settimana o del calendario liturgico, i luoghi (cappelle, santuari, basiliche o cattedrali) che sono dedicati alla Vergine e le stesse consacrazioni alla sua persona, proposte dalle varie famiglie spirituali che l’hanno scelta come modello di vita nel corso della storia della cristianità, mostrano, sufficientemente, a che punto la devozione a Maria sia unita alla vita spirituale della Chiesa. Anche dopo il concilio Vaticano II si assiste ad una rinnovazione della pietà verso Maria. Ricordiamo di passaggio che, precisamente durante il Concilio, il 21 novembre 1964, il papa Paolo VI ha proclamato magistralmente Maria, “Madre della Chiesa”.

Nella stessa maniera, il Vaticano II ha riaffermato l’importanza della devozione popolare, confermando la legittimità delle immagini sacre di Cristo, della Vergine e dei santi, per contrastare alcune tendenze miranti a eliminarle dai santuari. Perchè la pietà, la devozione verso la Vergine non rilevano del sentimentalismo, ma l'amore verso Colei che è Madre e modello in grado di condurre gli uomini, i suoi figli, a incontrare Cristo. La pietà filiale verso la Madre di Gesù suscita presso i cristiani, come osserva il papa Giovanni Paolo II, "la ferma decisione di imitarne le sue virtù".





Maria e la spiritualità


È stupefacente constatare, a proposito di Maria, conosciuta universalmente come la “Madre di Gesù”, come la sua tenerezza materna, la sua bellezza spirituale, la sua purezza e dolcezza uniche, attraggano verso di Lei una immensa folla di fanciulli, di uomini, qualunque sia la loro famiglia culturale! È frequente, per esempio, incontrare dei Mussulmani o addirittura dei Buddisti! – che onorano e, talvolta, non esitano a pregare la Vergine di Nazaret.

Quanto ai Cristiani, anche se nelle comunità protestanti sono pochi quelli che accettano di pregare Cristo attraverso la intercessione di sua Madre, le cose vanno in maniera differente nella Chiesa cattolica o ortodossa: la Santa Vergine Maria vi occupa, nella vita spirituale comunitaria e personale dei battezzati, come nella vita liturgica, un posto non rimpiazzabile: quella della Madre, “Madre del Redentore”, “Madre di Dio”, “Madre della Chiesa”, “Madre degli uomini”...

Così, quanti istituti cristiani, di ordini e di altre congregazioni religiose maschili e femminili, nel corso delle generazioni ed in tutti i continenti, hanno scelto la Vergine Maria come modello e santa patrona: ve ne sono a iosa!

E come non comprendere questa immagine, visto che la dimensione mariana attraversa, in realtà, tutta la vita cristiana:
in primo luogo come Madre del Salvatore e Madre degli uomini, la Vergine di Nazaret accompagna maternamente il nostro incontro con suo Figlio e la sua preghiera di intercessione è considerata, fin dagli inizi della cristianità, come la più potente sul Cuore di Dio;
Maria è anche, come riconoscono i grandi mistici e i Dottori della Chiesa: “il cammino più dolce per recarsi da suo Figlio”;
quanto ai grandi misteri della Fede, l’Incarnazione e la la Redenzione dal mondo attraverso Cristo Gesù nostro Unico Redentore, la Vergine Maria vi partecipa a titolo talmente eccezionale, che la Chiesa, tanto nel suo Magistero, quanto nelle preghiere dei piccoli e degli umili, non può dissociarsene...

Ciò fa dire al papa Giovanni Paolo II, di cui si conosce la profonda spiritualità mariana: “Il popolo di Dio, sotto la direzione dei suoi pastori, è chiamato a distinguere, in questo fatto, l’azione dello Spirito Santo, che ha indirizzato la fede cristiana sul cammino della scoperta del volto di Maria” (Cf Catechesi sul Credo, 15 nov. 1995)



Maria nella liturgia


La Vergine Maria, scelta da Dio, da tutta l’eternità, come “Vaso di elezione” per la realizzazione divina del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione del mondo nel Suo Figlio Gesù Cristo, nostro Salvatore, è anche Colei che, ai piedi della Croce, davanti allo smacco apparente della morte di Suo Figlio, non ha mai vacillato nella sua fede; è Lei che conforta gli Apostoli in questa Ora di dolore, che precede la Resurrezione.. Maria è anche Colei che andrà ad avvolgere, proteggere e assistere la nascita della Chiesa fin dai primi passi di quest’ultima, dopo la dipartita di Gesù.

La Vergine è dunque presente in maniera costante nella celebrazione della liturgia: da un lato, perché creatura come noi, come noi Lei rende al Signore il culto che è dovuto solo a Dio; d’altro lato perché Lei occupa uno spazio particolare e unico nella realizzazione dei due grandi misteri di salvezza dell’umanità (l’Incarnazione e la Redenzione) e, partendo da questo fatto, nella liturgia che celebra questi misteri della Fede. Oltre a questo, Maria, Madre del Verbo di Dio, occupa un posto centrale nella liturgia eucaristica perché, come ricorda sant’Agostino, “la Carne di Gesù, è la Carne di Maria”.

“Maria non è il Dio del Tempio, Lei è il tempio di Dio”

Intanto, se la Santa Vergine occupa un posto speciale nella liturgia della Chiesa, Lei non ne è la finalità: il culto d’adorazione (di latria) è dovuto solo a Dio: solo Dio è l’oggetto primo e supremo della liturgia della Chiesa; quanto a Maria, lei riceve, da parte di tutti coloro che la pregano, un culto di venerazione (di dulia, o meglio di iperdulia, dato che la Vergine è più interceditrice di tutti i santi e gli angeli riuniti): “Maria non è il Dio del Tempio, Lei è il tempio di Dio”...
Ciò non impedisce che, dopo le origini della Chiesa, e in tutte le nazioni del mondo, la liturgia celebri e onori la Madre di Dio, Colei che canta nel suo Magnificat: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”...

Un posto d’onore nella liturgia

Sebbene Maria occupi un posto d’onore in tutte le liturgie della Chiesa (liturgia eucaristica, sacramentale, Uffico delle Ore, chiamato anche “Ufficio Divino”), questa considerazione è particolarmente sensibile nei riti della Chiesa d’Oriente, per esempio, dove la Vergine è al centro della celebrazione ortodossa, che la onora come Théotokos (Madre di Dio) lungo tutto l’anno liturgico.
Nella Chiesa universale l’anno liturgico è punteggiato da quattro feste mariali principali: l’Immacolata Concezione; l’Annunciazione; la Madre di Dio; l’Assunzione, oltre a numerose feste secondarie (almeno 16); senza contare le messe votive in onore della Vergine (nel solo Messale di rito latino Romano, il rito ufficiale della Chiesa Cattolica, se ne contano 46!). Ciò è sufficiente per dire qual’è il posto d’onore e la venerazione di cui la Vergine è fatta oggetto nella liturgia della Chiesa tanto d’Oriente come d’Occidente, quali che siano le culture, e ”di generazione in generazione”...
(fonte: www.mariedenazareth.com)

sabato 13 dicembre 2008

DIO SI È FATTO UOMO




Dal Catechismo della Chiesa Cattolica


IL FIGLIO DI DIO SI È FATTO UOMO


Vero Dio e vero uomo

L'evento unico e del tutto singolare dell'Incarnazione del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La Chiesa nel corso dei primi secoli ha dovuto difendere e chiarire questa verità di fede contro eresie che la falsificavano.
Seguendo i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, “simile in tutto a noi, fuorché nel peccato” (Eb 4,15), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l'umanità.
Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi [Concilio di Calcedonia: Denz. -Schönm., 301-302].
Dopo il Concilio di Calcedonia, alcuni fecero della natura umana di Cristo una sorta di soggetto personale. Contro costoro, il quinto Concilio Ecumenico, a Costantinopoli, nel 553, ha confessato riguardo a Cristo: vi è “una sola ipostasi [o Persona].. ., cioè il Signore nostro Gesù Cristo, Uno della Trinità ” [Concilio di Costantinopoli II: Denz. -Schönm., 424]. Tutto, quindi, nell'umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua Persona divina come al suo soggetto proprio, [Cf già Concilio di Efeso: Denz. -Schönm., 255] non soltanto i miracoli ma anche le sofferenze [Cf Concilio di Costantinopoli II: Denz. -Schönm., 424] e così pure la morte: “Il Signore nostro Gesù Cristo, crocifisso nella sua carne, è vero Dio, Signore della gloria e Uno della Santa Trinità” [Cf Concilio di Costantinopoli II: Denz.- Schönm., 424].
La Chiesa così confessa che Gesù è inscindibilmente vero Dio e vero uomo. Egli è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo, nostro fratello, senza con ciò cessare d'essere Dio, nostro Signore:


Come il Figlio di Dio è uomo

Poiché nella misteriosa unione dell'Incarnazione “la natura umana è stata assunta, senza per questo venir annientata”, [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22] la Chiesa nel corso dei secoli è stata condotta a confessare la piena realtà dell'anima umana, con le sue operazioni di intelligenza e di volontà, e del corpo umano di Cristo. Ma parallelamente ha dovuto di volta in volta ricordare che la natura umana di Cristo appartiene in proprio alla Persona divina del Figlio di Dio che l'ha assunta. Tutto ciò che egli è e ciò che egli fa in essa deriva da “Uno della Trinità”. Il Figlio di Dio, quindi, comunica alla sua umanità il suo modo personale d'esistere nella Trinità. Pertanto, nella sua anima come nel suo corpo, Cristo esprime umanamente i comportamenti divini della Trinità: [Cf Gv 14,9-10 ]
Il Figlio di Dio. . . ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22].


L'anima e la conoscenza umana di Cristo

Apollinare di Laodicea sosteneva che in Cristo il Verbo aveva preso il posto dell'anima o dello spirito. Contro questo errore la Chiesa ha confessato che il Figlio eterno ha assunto anche un'anima razionale umana [Cf Damaso I, Lettera ai vescovi orientali: Denz.- Schönm., 149].

L'anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto voler “crescere in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52) e anche doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l'esperienza [Cf Mc 6,38; Mc 8,27; Gv 11,34; ecc]. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella “condizione di servo” (Fil 2,7).
Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua Persona [Cf San Gregorio Magno, Lettera Sicut aqua: Denz. -Schönm., 475].

“La natura umana del Figlio di Dio, non da sé ma per la sua unione con il Verbo, conosceva e manifestava nella Persona di Cristo tutto ciò che conviene a Dio” [San Massimo il Confessore, Quaestiones et dubia, 66: PG 90, 840A]. È, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo [Cf Mc 14,36; Mt 11,27; Gv 1,18; 473 Gv 8,55; ecc]. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini [Cf Mc 2,8; Gv 2,25; Gv 6,61; ecc].

La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare [Cf Mc 8,31;Mc 9,31;Mc 10,33-34;Mc 14,18-20; 474 Mc 8,26-30 ]. Ciò che in questo campo dice di ignorare, [Cf Mc 13,32 ] dichiara altrove di non avere la missione di rivelarlo [Cf At 1,7 ].

NEL TEMPO DELL’ ”AVVENTO”



TEMPO DI AVVENTO, TEMPO DI ATTESA.

Queste sono le ragioni della nostra fede, queste le ragioni della nostra "Attesa".


Dal Catechismo della Chiesa Cattolica


“GESU' CRISTO FU CONCEPITO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE”



Perché il Verbo si è fatto carne.

Il Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio: è Dio “che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
(1Gv 4,10)
“Il Padre ha mandato il suo Figlio come Salvatore del mondo” (1Gv 4,14).
“Egli è apparso per togliere i peccati” (1Gv 3,5)

La nostra natura, malata, richiedeva d'essere guarita; decaduta, d'essere risollevata; morta, di essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito. Immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la luce; perduti, attendevamo un salvatore; prigionieri, un soccorritore; schiavi, un liberatore. Tutte queste ragioni erano prive d'importanza? Non erano tali da commuovere Dio sì da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla, poiché l'umanità si trovava in una condizione tanto miserabile ed infelice? [San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica,]


Il Verbo si è fatto carne perché noi così conoscessimo l'amore di Dio:

“In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui” (1Gv 4,9). “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).


Il Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità:
“Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me. . . ” (Mt 11,29). “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). E il Padre, sul monte della Trasfigurazione, comanda: “Ascoltatelo” (Mc 9,7) [Cf Dt 6,4-5 ]. In realtà, egli è il modello delle Beatitudini e la norma della Legge nuova: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 15,12). Questo amore implica l'effettiva offerta di se stessi alla sua sequela [Cf Mc 8,34 ].


Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4):

“Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio” [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1]. “Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” [Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192B]. “Unigenitus Dei Filius, suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo - L'Unigenito Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei” [San Tommaso d'Aquino, Opusculum 57 in festo Corporis Christi, 1].

(foto: dal web)

venerdì 12 dicembre 2008

Contro fame e povertà serve una nuova economia


La crisi alimentare è conseguenza delle speculazioni, non della mancanza di cibo. E la popolazione è una ricchezza, non l'origine della povertà, di cui troppo spesso sono i bambini a pagare le conseguenze: sono i temi fondamentali affrontati dal Papa nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace, dal titolo «Combattere la povertà, costruire la pace».


Messaggio per la Giornata della pace 2009 (11 dicembre 2009)

Papa: «Contro fame e povertà serve una nuova economia»



1. ANCHE ALL'INIZIO DI QUESTO NUOVO ANNO desidero far giungere a tutti il mio augurio di pace ed invitare, con questo mio Messaggio, a riflettere sul tema: Combattere la povertà, costruire la pace.

Già il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1993, aveva sottolineato le ripercussioni negative che la situazione di povertà di intere popolazioni finisce per avere sulla pace. Di fatto, la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi alimentano tragiche situazioni di povertà. « S'afferma... e diventa sempre più grave nel mondo – scriveva Giovanni Paolo II – un'altra seria minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s'impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale ».

In questo contesto, combattere la povertà implica un'attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla globalizzazione dovrebbe, però, rivestire anche un significato spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino, quello della vocazione a costituire un'unica famiglia in cui tutti – individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità. In tale prospettiva occorre avere, della povertà, una visione ampia ed articolata. Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali. Ad esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che viene chiamato il « sottosviluppo morale » e, dall'altra, alle conseguenze negative del « supersviluppo ». Non dimentico poi che, nelle società cosiddette « povere », la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla propria radice il mancato rispetto della trascendente dignità della persona umana. Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera « ecologia umana », si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà, com'è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente la mia attenzione.


Povertà e implicazioni morali.

La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto campagne di riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con metodi non rispettosi né della dignità della donna né del diritto dei coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli 5 e spesso, cosa anche più grave, non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata, e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico. Il dato ora rilevato pone in evidenza che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero, anche in presenza di una crescita della popolazione. Né va dimenticato che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione sulla terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all'elevato numero dei loro abitanti. Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà.

Un altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche quali, ad esempio, la malaria, la tubercolosi e l'AIDS, che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente sul peggioramento delle condizioni generali del Paese. I tentativi di frenare le conseguenze di queste malattie sulla popolazione non sempre raggiungono risultati significativi.

Capita, inoltre, che i Paesi vittime di alcune di tali pandemie, per farvi fronte, debbano subire i ricatti di chi condiziona gli aiuti economici all'attuazione di politiche contrarie alla vita. È soprattutto difficile combattere l'AIDS, drammatica causa di povertà, se non si affrontano le problematiche morali con cui la diffusione del virus è collegata.

- Occorre innanzitutto farsi carico di campagne che educhino specialmente i giovani a una sessualità pienamente rispondente alla dignità della persona; iniziative poste in atto in tal senso hanno gia dato frutti significativi, facendo diminuire la diffusione dell'AIDS.

- Occorre poi mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure necessarie; ciò suppone una decisa promozione della ricerca medica e delle innovazioni terapeutiche nonché, quando sia necessario, un'applicazione flessibile delle regole internazionali di protezione della proprietà intellettuale, così da garantire a tutti le cure sanitarie di base.

- Un terzo ambito, oggetto di attenzione nei programmi di lotta alla povertà e che ne mostra l'intrinseca dimensione morale, è la povertà dei bambini. Quando la povertà colpisce una famiglia, i bambini ne risultano le vittime più vulnerabili: quasi la metà di coloro che vivono in povertà assoluta oggi è rappresentata da bambini.

Considerare la povertà ponendosi dalla parte dei bambini induce a ritenere prioritari quegli obiettivi che li interessano più direttamente come, ad esempio, la cura delle madri, l'impegno educativo, l'accesso ai vaccini, alle cure mediche e all'acqua potabile, la salvaguardia dell'ambiente e, soprattutto, l'impegno a difesa della famiglia e della stabilità delle relazioni al suo interno. Quando la famiglia si indebolisce i danni ricadono inevitabilmente sui bambini. Ove non è tutelata la dignità della donna e della mamma, a risentirne sono ancora principalmente i figli.

- Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già avuto modo di sottolineare, capita che « le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto afferma la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità internazionale, e gli Stati in particolare, a “promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti” (art. 26) ».

Questo stato di cose non facilita, anzi ostacola seriamente il raggiungimento dei grandi obiettivi di sviluppo della comunità internazionale. Inoltre, un eccessivo accrescimento della spesa militare rischia di accelerare una corsa agli armamenti che provoca sacche di sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in fattore di instabilità, di tensione e di conflitti. Come ha sapientemente affermato il mio venerato Predecessore Paolo VI, « lo sviluppo è il nuovo nome della pace ».

Gli Stati sono pertanto chiamati ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti, spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa autocritica. Se si giungerà ad un miglioramento dei rapporti, ciò dovrebbe consentire una riduzione delle spese per gli armamenti. Le risorse risparmiate potranno essere destinate a progetti di sviluppo delle persone e dei popoli più poveri e bisognosi: l'impegno profuso in tal senso è un impegno per la pace all'interno della famiglia umana.

- Un quinto ambito relativo alla lotta alla povertà materiale riguarda l'attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base. Tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. La malnutrizione può anche provocare gravi danni psicofisici alle popolazioni, privando molte persone delle energie necessarie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà. E questo contribuisce ad allargare la forbice delle disuguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare violente. I dati sull'andamento della povertà relativa negli ultimi decenni indicano tutti un aumento del divario tra ricchi e poveri. Cause principali di tale fenomeno sono senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e, dall'altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri. Capita così che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti.


Lotta alla povertà e solidarietà globale.

Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana.8 Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un « codice etico comune », le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr Rm 2,14-15).

Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della coscienza l'appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse. La Chiesa, che è « segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano », continuerà ad offrire il suo contributo affinché siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale. Nel campo del commercio internazionale e delle transazioni finanziarie, sono oggi in atto processi che permettono di integrare positivamente le economie, contribuendo al miglioramento delle condizioni generali; ma ci sono anche processi di senso opposto, che dividono e marginalizzano i popoli, creando pericolose premesse per guerre e conflitti. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, il commercio internazionale di beni e di servizi è cresciuto in modo straordinariamente rapido, con un dinamismo senza precedenti nella storia. Gran parte del commercio mondiale ha interessato i Paesi di antica industrializzazione, con la significativa aggiunta di molti Paesi emergenti, diventati rilevanti. Ci sono però altri Paesi a basso reddito, che risultano ancora gravemente marginalizzati rispetto ai flussi commerciali. La loro crescita ha risentito negativamente del rapido declino, registrato negli ultimi decenni, dei prezzi dei prodotti primari, che costituiscono la quasi totalità delle loro esportazioni. In questi Paesi, per la gran parte africani, la dipendenza dalle esportazioni di prodotti primari continua a costituire un potente fattore di rischio. Vorrei qui rinnovare un appello perché tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni. Una riflessione simile può essere fatta per la finanza, che concerne uno degli aspetti primari del fenomeno della globalizzazione, grazie allo sviluppo dell'elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei flussi di denaro tra i diversi Paesi. La funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di scambi finanziari – a livello nazionale e globale - basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l'incremento del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune. L'appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo. Una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria.

Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia. Richiede inoltre incentivi alla creazione di istituzioni efficienti e partecipate, come pure sostegni per lottare contro la criminalità e per promuovere una cultura della legalità. D'altra parte, non si può negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri. Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell'iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine. Se le attività economiche hanno bisogno, per svilupparsi, di un contesto favorevole, ciò non significa che l'attenzione debba essere distolta dai problemi del reddito. Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l'aumento del reddito pro capite non può costituire in assoluto il fine dell'azione politico-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per raggiungere l'obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgomberato il campo dall'illusione che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva. In un'economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo.

Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno spazio adeguato a una corretta logica economica da parte degli attori del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte degli attori istituzionali e ad una corretta logica partecipativa capace di valorizzare la società civile locale e internazionale. Gli stessi organismi internazionali riconoscono oggi la preziosità e il vantaggio delle iniziative economiche della società civile o delle amministrazioni locali per la promozione del riscatto e dell'inclusione nella società di quelle fasce della popolazione che sono spesso al di sotto della soglia di povertà estrema e sono al tempo stesso difficilmente raggiungibili dagli aiuti ufficiali. La storia dello sviluppo economico del XX secolo insegna che buone politiche di sviluppo sono affidate alla responsabilità degli uomini e alla creazione di positive sinergie tra mercati, società civile e Stati. In particolare, la società civile assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è essenzialmente un fenomeno culturale e la cultura nasce e si sviluppa nei luoghi del civile.

Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, la globalizzazione "si presenta con una spiccata caratteristica di ambivalenza" e quindi va governata con oculata saggezza. Rientra in questa forma di saggezza il tenere primariamente in conto le esigenze dei poveri della terra, superando lo scandalo della sproporzione esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini predispongono per affrontarli. La sproporzione è di ordine sia culturale e politico che spirituale e morale.

Ci si arresta infatti spesso alle cause superficiali e strumentali della povertà, senza raggiungere quelle che albergano nel cuore umano, come l'avidità e la ristrettezza di orizzonti. I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano.

Conclusione.

Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva circa la necessità di « abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto ». « I poveri – egli scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero ». Nell'attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado.

La globalizzazione da sola è incapace di costruire la pace e, in molti casi, anzi, crea divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un obiettivo di profonda solidarietà che miri al bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista come un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili.

Da sempre la dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri. Ai tempi dell'Enciclica Rerum novarum essi erano costituiti soprattutto dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali. Questo allargamento della questione sociale alla globalità va considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche di un approfondimento qualitativo sull'uomo e sui bisogni della famiglia umana.

Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali fenomeni della globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane, indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in estensione, ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il suo rapporto con Dio. Sono principi di dottrina sociale che tendono a chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione verso la costruzione della pace. Tra questi principi è il caso di ricordare qui, in modo particolare, l'« amore preferenziale per i poveri », alla luce del primato della carità, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini (cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10).« Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi », scriveva nel 1891 Leone XIII, aggiungendo: « Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua ». Questa consapevolezza accompagna anche oggi l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo, sentendo risuonare costantemente nel suo cuore il mandato del Principe della pace agli Apostoli: « Vos date illis manducare – date loro voi stessi da mangiare » (Lc 9,13). Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare « gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società ». Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui « combattere la povertà è costruire la pace ».

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008

(fonte: Avvenire)
(foto tratta dal web)

martedì 9 dicembre 2008

L'uomo è aperto al bene ed al male


Papa Benedetto XVI ha proseguito la catechesi sugli insegnamenti di San Paolo, soffermandosi sul V Capitolo della Lettera ai Romani, nel quale l’Apostolo delle Genti, delineando le relazioni tra Adamo e Cristo, traccia “le linee essenziali della dottrina sul peccato originale”.


04 dicembre 2008

VIS
“Paolo ripercorre la storia della salvezza da Adamo alla Legge e da questa a Cristo.” - ha affermato il Papa - “Al centro della scena non si trova tanto Adamo con le conseguenze del peccato sull’umanità, quanto Gesù Cristo e la grazia che, mediante Lui, è stata riversata in abbondanza sull’umanità”. “Se, nella fede della Chiesa, è maturata” - ha proseguito il Papa - “la consapevolezza del dogma del peccato originale è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato del contesto salvifico, senza comprenderli ciuoè nell’orizzonte della giustificazione in Cristo”.“Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci” - ha detto Papa Benedetto XVI - “Che cosa è questo peccato originale? (...) E’ ancora oggi sostenibile questa dottrina? Molti pensano che, alla luce della storia dell’evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell’umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento. Dunque esiste il peccato originale o no?”.“Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale” - ha spiegato il Papa - “Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto. Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l’altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell’egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace, anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo”.“Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto. Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana. (...) Questa contraddizione dell’essere umano della nostra storia deve provocare e provoca anche oggi il desiderio di redenzione. E, in realtà, il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene, è presente dappertutto”.“Quindi il fatto dell potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male? Nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l’essere stesso è contraddittorio, porta in sé sia il bene sia il male. (...) Tale dualismo sarebbe insuperabile, i due principi stanno sullo stesso livello perciò ci sarà sempre, fin dall’origine dell’essere, questa contraddizione”.“Nella versione evoluzionistica, atea, del mondo ritorna in modo nuovo la stessa visione. Anche se, in tale concezione, la visione dell’essere è monistica, si suppone che l’essere come tale porta in sé dall’inizio porti in sé il male e il bene. L’essere stesso non è semplicemente buono, ma aperto al bene ed al male. Il male è ugualmente originario come il bene. E la storia umana svilupperebbe soltanto il modello già presente in tutta l’evoluzione precedente. Ciò che i cristiani chiamano peccato originale sarebbe in realtà solo il carattere misto dell’essere, una mescolanza di bene e di male”.“E’ una visione in fondo disperata: se è così, il male è invincibile. Alla fine conta solo il proprio interesse. E ogni progresso sarebbe necessariamente da pagare con un fiume di male e chi volesse servire al progresso dovrebbe accettare di pagare questo prezzo. (...) Questo pensiero moderno può, alla fine, solo creare tristezza e cinismo”.“E così ci domandiamo di nuovo: che cosa dice la fede testimoniata da San Paolo?. Come primo punto, essa conferma il fatto della competizione tra le due nature, il fatto di questo male la cui ombra pesa su tutta la creazione. (...) Come spiegazione, in contrasto con i dualismi e monismi che abbiamo brevemente considerato e trovato desolanti, la fede ci dice:. Esistono due misteri di luce e un mistero di notte, che è però avvolto dai misteri di luce”.“Il primo mistero di luce è questo la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c’è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l’essere non è un misto di bene e di male; l’essere come tale è buono (...). Questo è il lieto annuncio della fede: c’è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita”.“Poi segue il mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell’essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata. Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso”. Il male “è in se stesso illogico”.“Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l’uomo è sanabile. (...) L’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. E’ entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nella storia”.

(fonte: Opus Dei)

domenica 7 dicembre 2008

L'Opera del Sacro Cuore.


Le parole di questo brano vorrei pubblicarle a caratteri d'Oro!!


11 Giugno 1923


Gesù al Vescovo della diocesi di Poitiers.
tramite la Serva di Dio Suor Maria Jozéfa Menéndez (Congregazione del Sacro Cuore di Gesù)

Io sono l’Amore! Il Mio Cuore non può contenere la fiamma che Lo divora!
Amo tanto le anime da dare per esse la Vita!
Per amor loro, ho voluto rimanere prigioniero nel Tabernacolo. Da venti secoli dimoro là, notte e giorno, nascosto sotto le apparenze del Pane Eucaristico, sopportando per Amore l’oblio, la solitudine, i disprezzi, le bestemmie, gli oltraggi, i sacrilegi!
Per Amore delle anime, ho istituito il sacramento della Penitenza, per donare loro il perdono, non una volta o due, ma ogni volta che avranno bisogno di recuperare la grazia. Là le attendo con amore, là desidero che vengano a lavarsi delle loro colpe, non con l’acqua, ma con il Mio Sangue.
Nel corso dei secoli, ho rivelato in diverse maniere il Mio Amore per gli uomini, ho mostrato quanto Mi consuma il desiderio della loro salvezza. Ho fatto loro conoscere il Mio Cuore! Questa devozione è stata come una luce irradiante sul mondo e, oggi, è il mezzo di cui si serve la maggior parte di coloro che lavorano alla propagazione del Mio Regno, per commuovere i cuori.
Ora, però, voglio qualche cosa di più. Non chiedo solamente di corrispondere all’Amore che Mi consuma, ma ciò che più desidero è che le anime credano alla Mia Misericordia, che aspettino tutto dalla Mia Bontà, che non dubitino MAI del Mio Perdono!
Sono Dio, ma Dio di Amore!
Sono Padre, ma un Padre che ama con tenerezza e non con severità!

Il Mio Cuore è infinitamente Santo, ma anche infinitamente sapiente e conoscendo la miseria e la fragilità umana, si china verso i poveri peccatori con una misericordia INFINITA.
Amo le anime dopo il primo peccato, se vengono a chiederMi umilmente perdono, le amo ancora dopo che hanno pianto il secondo peccato e, se cadessero, non dico un miliardo di volte, ma milioni di miliardi, Io le amo, le perdono sempre e lavo, nello stesso Mio Sangue, l’ultimo come il primo peccato.
Non mi stanco mai delle anime e il Mio Cuore aspetta continuamente che esse vengano a rifugiarsi in Lui, tanto più se sono miserabili!

Un padre non si prende forse più cura del figlio malato che di quello sano? Le sue premure e le sue delicatezze non sono forse più grandi per lui? Così il Mio Cuore effonde sui peccatori con maggiore longanimità la Sua compassione e la Sua tenerezza, più ancora che sui giusti.

Ecco ciò che desidero far sapere alle anime:

insegnerò ai peccatori che la misericordia del Mio Cuore è inesauribile;
alle anime fredde e indifferenti che il Mio Cuore è un fuoco che vuole infiammarle, che le ama;
alle anime pie e buone che il Mio Cuore è la via per progredire verso la perfezione e giungere con sicurezza al termine beato.
Infine, alle anime a me consacrate, ai sacerdoti, ai religiosi, alle anime elette e predilette, Io chiedo, ancora una volta, che Mi diano la loro fiducia e non dubitino della mia misericordia! E’ tanto facile aspettarsi tutto dal Mio Cuore!

Voglio perdonare! Voglio regnare! Voglio perdonare alle anime e alle nazioni! Voglio regnare sulle anime, sulle nazioni, sul mondo intero! Voglio diffondere la mia pace fino alle estremità della terra, ma, soprattutto, su questo suolo benedetto, culla della devozione al mio Cuore.
Io sono la sapienza e la felicità.
Sono l’amore e la Misericordia.
Sono la Pace e Regnerò!

Per cancellare l’ingratitudine del mondo, effonderò un torrente di misericordia. Per riparare le sue offese, sceglierò le vittime che otterranno perdono. Sì, ci sono nel mondo molte anime generose che Mi daranno tutto quello che posseggono, perché Io possa servirMi di loro, secondo i Miei desideri e la Mia Volontà.

Pe regnare, comincerò elargendo misericordia, poiché il Mio regno è di pace e di amore: ecco lo scopo che voglio raggiungere, ecco la Mia Opera d’Amore!

Il Mio invito lo rivolgo a tutti: alle anime consacrate e a quelle del mondo, ai giusti e ai peccatori, ai dotti e agli ignoranti, a chi comanda e a chi obbedisce. A tutti Io dico:
Se volete la felicità, Io Sono la Felicità.
Se cercate la ricchezza, Io Sono la Ricchezza senza fine.
Se bramate la Pace, Io Sono la Pace, Io Sono la Misericordia e l’Amore!
Voglio essere il vostro Re.
***
(tratto dal Libro: Invito all 'Amore edizioni Shalom)

sabato 6 dicembre 2008

Urgenza e Necessità della promozione della Legge Naturale



DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE
SUL DIRITTO NATURALE PROMOSSO
DALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE




Lunedì, 12 febbraio 2007


Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Stimati Professori,
Gentili Signore e Signori!


E' con particolare piacere che vi accolgo all'inizio dei lavori congressuali, che vi vedranno impegnati nei prossimi giorni su un tema di rilevante importanza per l'attuale momento storico , quello della legge morale naturale. Ringrazio Mons. Rino Fisichella, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, per i sentimenti espressi nell'indirizzo con il quale ha voluto introdurre questo incontro.
E' fuori dubbio che viviamo un momento di straordinario sviluppo nella capacità umana di decifrare le regole e le strutture della materia e nel conseguente dominio dell'uomo sulla natura. Tutti vediamo i grandi vantaggi di questo progresso e vediamo sempre più anche le minacce di una distruzione della natura per la forza del nostro fare.
C'è un altro pericolo meno visibile, ma non meno inquietante : il metodo che ci permette di conoscere sempre più a fondo le strutture razionali della materia ci rende sempre meno capaci di vedere la fonte di questa razionalità, la Ragione creatrice . La capacità di vedere le leggi dell'essere materiale ci rende incapaci di vedere il messaggio etico contenuto nell'essere, messaggio chiamato dalla tradizione lex naturalis , legge morale naturale. Una parola, questa, per molti oggi quasi incomprensibile a causa di un concetto di natura non più metafisico, ma solamente empirico. Il fatto che la natura, l'essere stesso non sia più trasparente per un messaggio morale, crea un senso di disorientamento che rende precarie ed incerte le scelte della vita di ogni giorno. Lo smarrimento, naturalmente, aggredisce in modo particolare le generazioni più giovani, che devono in questo contesto trovare le scelte fondamentali per la loro vita.
E' proprio alla luce di queste constatazioni che appare in tutta la sua urgenza la necessità di riflettere sul tema della legge naturale e di ritrovare la sua verità comune a tutti gli uomini. Tale legge, a cui accenna anche l'apostolo Paolo (cfr Rm 2,14-15), è scritta nel cuore dell'uomo ed è, di conseguenza, anche oggi non semplicemente inaccessibile. Questa legge ha come suo primo e generalissimo principio quello di "fare il bene ed evitare il male". E', questa, una verità la cui evidenza si impone immediatamente a ciascuno. Da essa scaturiscono gli altri principi più particolari, che regolano il giudizio etico sui diritti e sui doveri di ciascuno. Tale è il principio del rispetto per la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, non essendo questo bene della vita proprietà dell'uomo ma dono gratuito di Dio. Tale è pure il dovere di cercare la verità, presupposto necessario di ogni autentica maturazione della persona.
Altra fondamentale istanza del soggetto è la libertà. Tenendo conto, tuttavia, del fatto che la libertà umana è sempre una libertà condivisa con gli altri, è chiaro che l'armonia delle libertà può essere trovata solo in ciò che è comune a tutti: la verità dell'essere umano, il messaggio fondamentale dell'essere stesso, la lex naturalis appunto. E come non menzionare, da una parte, l'esigenza di giustizia che si manifesta nel dare unicuique suum e, dall'altra, l'attesa di solidarietà che alimenta in ciascuno, specialmente se disagiato, la speranza di un aiuto da parte di chi ha avuto una sorte migliore?
Si esprimono, in questi valori, norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso che gli Stati possono ad esse prestare . Sono infatti norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali, non ammettono interventi in deroga da parte di nessuno.
La legge naturale è la sorgente da cui scaturiscono, insieme a diritti fondamentali, anche imperativi etici che è doveroso onorare.
Nell'attuale etica e filosofia del Diritto, sono largamente diffusi i postulati del positivismo giuridico. La conseguenza è che la legislazione diventa spesso solo un compromesso tra diversi interessi: si cerca di trasformare in diritti interessi privati o desideri che stridono con i doveri derivanti dalla responsabilità sociale. In questa situazione è opportuno ricordare che ogni ordinamento giuridico, a livello sia interno che internazionale, trae ultimamente la sua legittimità dal radicamento nella legge naturale, nel messaggio etico iscritto nello stesso essere umano.
La legge naturale è, in definitiva, il solo valido baluardo contro l'arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica.
La conoscenza di questa legge iscritta nel cuore dell'uomo aumenta con il progredire della coscienza morale. La prima preoccupazione per tutti, e particolarmente per chi ha responsabilità pubbliche, dovrebbe quindi essere quella di promuovere la maturazione della coscienza morale. E' questo il progresso fondamentale senza il quale tutti gli altri progressi finiscono per risultare non autentici. La legge iscritta nella nostra natura è la vera garanzia offerta ad ognuno per poter vivere libero e rispettato nella propria dignità.
Quanto fin qui detto ha applicazioni molto concrete se si fa riferimento alla famiglia , cioè a quell'"intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie" (Cost. past. Gaudium et spes, 48). Il Concilio Vaticano II ha, al riguardo, opportunamente ribadito che l'istituto del matrimonio "ha stabilità per ordinamento divino", e perciò "questo vincolo sacro, in vista del bene sia dei coniugi e della prole che della società, non dipende dall'arbitrio dell'uomo" (ibid.). Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore, senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare. Dimenticarlo significherebbe indebolire la famiglia, penalizzare i figli e rendere precario il futuro della società.
Sento infine il dovere di affermare ancora una volta che non tutto ciò che è scientificamente fattibile è anche eticamente lecito. La tecnica, quando riduce l'essere umano ad oggetto di sperimentazione, finisce per abbandonare il soggetto debole all'arbitrio del più forte. Affidarsi ciecamente alla tecnica come all'unica garante di progresso, senza offrire nello stesso tempo un codice etico che affondi le sue radici in quella stessa realtà che viene studiata e sviluppata, equivarrebbe a fare violenza alla natura umana con conseguenze devastanti per tutti. L'apporto degli uomini di scienza è d'importanza primaria. Insieme col progredire delle nostre capacità di dominio sulla natura, gli scienziati devono anche contribuire ad aiutarci a capire in profondità la nostra responsabilità per l'uomo e per la natura a lui affidata. Su questa base è possibile sviluppare un fecondo dialogo tra credenti e non credenti; tra teologi, filosofi, giuristi e uomini di scienza, che possono offrire anche al legislatore un materiale prezioso per il vivere personale e sociale. Auspico pertanto che queste giornate di studio possano portare non solo a una maggior sensibilità degli studiosi nei confronti della legge morale naturale, ma spingano anche a creare le condizioni perché su questa tematica si arrivi a una sempre più piena consapevolezza del valore inalienabile che la lex naturalis possiede per un reale e coerente progresso della vita personale e dell'ordine sociale.
Con questo augurio, assicuro il mio ricordo nella preghiera per voi e per il vostro impegno accademico di ricerca e di riflessione, mentre a tutti imparto con affetto l'Apostolica Benedizione.
© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana

Solennità dell'Immacolata Concezione




Questa solennità viene celebrata dalla Chiesa ogni anno, nel tempo di avvento, l’8 dicembre.
Parlare di questo mistero significa rispondere a quattro domande:

1. Cosa significa Immacolata concezione?

A questa domanda si potrebbe rispondere con la definizione dogmatica proposta dalla bolla Ineffabilis Deus di Papa Pio IX, che nell’8 dicembre 1854 definì solennemente Maria Immacolata Concezione.
In che cosa consiste questo mistero?
Maria, per un dono, per un privilegio che Dio le ha concesso e in virtù dei meriti che Cristo avrebbe acquisito con la Pasqua, è stata preservata da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento nel grembo di Sant’Anna. Ogni cristiano viene concepito e nasce portando dentro i segni del peccato originale; ogni cristiano ha bisogno di essere battezzato; ogni cristiano ha avuto bisogno di essere, cioè liberato dal peccato originale in forza della Pasqua di Gesù che è stata partecipata attraverso il Sacramento del Battesimo.
Maria è stata redenta non nel senso che è stata liberata, ma nel senso che è stata preservata.

venerdì 5 dicembre 2008

Una diversa collocazione del segno della pace durante la messa».



Benedetto XVI vuole «una diversa collocazione del segno della pace durante la messa».


Lo ha annunciato il Prefetto della Congregazione per il culto divino, il cardinale Francis Arinze (nella foto) in un’intervista all’Osservatore Romano.

«Spesso - ha spiegato il cardinale nigeriano, che domenica festeggia i 50 anni di sacerdozio e sta per lasciare il dicastero - non si comprende in pieno il significato di questo gesto. Si pensa che sia un’occasione per stringere la mano agli amici. Invece è un modo per dire a chi ci sta vicino che la pace di Cristo, presente realmente sull’altare, è anche con tutti gli uomini».

«Per creare un clima più raccolto mentre ci si prepara alla comunione, si è pensato - ha rivealato Arinze - di trasferire lo scambio della pace all’offertorio.

Il Papa ha chiesto una consultazione di tutto l’episcopato. Poi deciderà».

Lo scambio della pace anticipato è tipico del messale ambrosiano. Nell’intervista Arinze ha parlato anche di altre piccole modifiche liturgiche già decise dal Papa in quanto scaturite dal Sinodo dei vescovi sull’Eucaristia celebrato nel 2005.

In particolare, ha detto, «in aggiunta all’Ite, missa est, per esempio, il sacerdote oggi ha a disposizione altre formule, per far capire meglio ai fedeli che tutti noi siamo chiamati a vivere ciò che abbiamo celebrato, in modo più dinamico, più missionario.
Benedetto XVI, dopo una serie di studi da noi condotti, senza abolire l’Ite, missa est, ha approvato tre alternative: Ite ad Evangelium Domini annuntiandum; Ite in pace glorificando vita vestra Dominum; Ite in pace».

giovedì 4 dicembre 2008

Henri, il no all’eutanasia può costargli la corona




di Alberto ToscanoParigi


Il Lussemburgo, uno dei sei membri fondatori dell'Europa comunitaria, è vicino alla crisi istituzionale a causa della decisione del granduca Henri, 53 anni, di non controfirmare il testo della nuova legge sull' «accompagnamento alla morte», che prevede situazioni di sostanziale eutanasia. Il sovrano, che è al potere dal 2000, ha informato i leader parlamentari che la sua coscienza cristiana gli impedisce di compiere un gesto del genere. E il pensiero di tutti è immediatamente andato a quanto accadde nel 1990 in Belgio, dove il cattolicissimo re Baldovino si fece da parte per un giorno allo scopo di non apporre la propria firma sulla legge che legalizzava l'aborto. Dopo quelle brevissime «dimissioni a tempo», il sovrano belga riprese il proprio posto sul trono e tutto andò avanti come prima.La situazione del granducato sembra più complessa perché il Parlamento ha colto la palla al balzo, decidendo di ridimensionare il ruolo politico del granduca. Per non mettere la propria firma sulla legge, che legalizza l'eutanasia, Henri rischia insomma di perdere qualche piuma. I suoi sostenitori pensano che il gioco valga la candela ed esaltano la coerenza morale di un uomo che non si è piegato neppure di fronte al voto parlamentare. Però il Lussemburgo è una monarchia costituzionale e alla fine sono i rappresentanti eletti dal popolo a determinare il contenuto delle leggi. Dunque Henri vedrà il proprio ruolo ulteriormente assottigliato. Il primo ministro- il cristiano-sociale Jean-Claude Juncker, che ha anche un importante ruolo comunitario in quanto presidente dell'Eurogruppo - ha replicato al sovrano con parole molto ferme. «Io capisco - ha detto Juncker - i problemi di coscienza del granduca, che più o meno sono anche i miei. Ma io penso che se la Camera dei deputati vota una legge, questa debba poter entrare in vigore». Il disegno di legge relativo all'eutanasia è stato adottato lo scorso febbraio dai deputati, malgrado il voto contrario degli stessi cristiano-sociali guidati da Juncker. Ora l'assemblea parlamentare è chiamata a votare in seconda lettura lo stesso documento, che - per avere effetto di legge - dovrà essere controfirmato e promulgato dal sovrano. La decisione di quest'ultimo di ostacolare il cammino del provvedimento, con un atteggiamento che alcuni chiamano «sciopero del granduca», sta spingendo la maggioranza del Parlamento a studiare una riforma istituzionale destinata a ridurre sensibilmente il potere discrezionale della corona. Il granduca resterà al proprio posto, ma non sarà più nelle condizioni di «scioperare» contro il Parlamento: in pratica gli verrà tolto ogni potere di firma sui provvedimenti legislativi. Le polemiche di questi giorni costituiscono un'autentica tempesta nelle acque, tradizionalmente tranquille, della politica lussemburghese. Il granducato si trova tra Belgio, Francia e Germania. I suoi 470 mila abitanti sono tra i cittadini più ricchi dell'Unione europea. La famiglia regnante è nota per la sua osservanza cattolica, puntualmente riaffermata in questa occasione.

© Copyright Il Giornale, 4 dicembre 2008

mercoledì 3 dicembre 2008

Una buona causa non usa argomenti pessimi .







Pubblico questo bellissimo articolo di Francesco D'Agostino che ho apprezzato per l'onestà intellettuale...dopo tante bugie da parte dei media!!




3 Dicembre 2008
Gli equivoci sulla depenalizzazione dell'omosessualità

Come si difende una buona causa? Usando buoni argomenti.

Quando si rileva che i fautori di una buona causa usano pessimi argomenti (o, peggio ancora, equivoci), si ha il dovere di prendere le dovute distanze, per non rimanere invischiati in errori inammissibili e per non contribuire " anche non intenzionalmente " a diffonderli ulteriormente. La proposta per la depenalizzazione dell'omosessualità nel mondo, che la Francia a nome dell'Unione europea sta per presentare all'Onu, è un perfetto esempio di quanto appena detto e bene sta facendo la Santa Sede (nella persona di monsignor Celestino Migliore) a denunciare non la proposta in quanto tale, ma le indebite motivazioni che la sorreggono. Purtroppo, i principali quotidiani italiani hanno presentato ai loro lettori questa notizia in modo assolutamente deformato e sono in qualche caso perfino arrivati a far intendere che la Chiesa, pur di non rinunciare alla sua cieca omofobia, preferisce non portare fino in fondo il suo contributo alla lotta contro la pena capitale, che è ancora incredibilmente prevista come sanzione per gli omosessuali in non pochi Stati del mondo.

Il fatto che la Chiesa abbia orrore per la pena di morte e in particolare per quella minacciata e inflitta agli omosessuali è talmente ovvio, che il solo ribadirlo è quasi umiliante (e comunque è stato ampiamente ribadito). Il vero punto della questione, che i commentatori antipatizzanti e prevenuti non hanno saputo cogliere, non è però il no alla pena di morte per gli omosessuali, bensì un altro. È infatti chiaro che la giustissima campagna contro questo particolare uso della pena capitale dovrebbe iscriversi nella più generale campagna contro qualsiasi pratica patibolare. Ad essa invece si è addebitata anche (o principalmente? il dubbio è legittimo) la funzione di far fare un passo avanti alla teoria del "genere": i veri diritti da riconoscere agli omosessuali non sarebbero quelli che doverosamente vanno riconosciuti a tutti gli esseri umani, ma i particolarissimi diritti del "genere".
Ciò che si vuole, in buona sostanza, è portare avanti, fino alla definitiva legittimazione, e ai massimi livelli della comunità internazionale, l'idea secondo la quale l'identità sessuale non è un dato biologico, ma il prodotto di scelte personali, individuali, insindacabili e soprattutto meritevoli di riconoscimento e tutela pubblica (in questo appunto si sostanzia la pretesa del riconoscimento del matrimonio tra omosessuali). Se così stanno le cose, e mi sembra difficile dubitarne, l'atteggiamento di chi è invitato ad appoggiare la campagna contro la criminalizzazione dell'omosessualità non può che condensarsi in un no, un no esplicito, fermo, sereno e "argomentato"; un no caratterizzato dalla profonda amarezza di chi deve prendere atto di come una battaglia nobilissima come quella contro la pena di morte venga indebitamente strumentalizzata.
Ribadiamolo quindi ancora una volta, con infinita pazienza e senza lasciarci turbare dall'esasperazione linguistica, dalle stigmatizzazioni e perfino dagli insulti che si rilevano in coloro che sono scesi in campo per stigmatizzare l'arcivescovo Migliore: nulla si toglie alla dignità e ai diritti delle persone omosessuali, negando che la loro sia un'identità di genere, sostenendo (in coerenza con la storia di tutta l'umanità e di tutti i popoli) che il matrimonio è esclusivamente un vincolo tra uomo e donna, finalizzato a garantire socialmente l'ordine delle generazioni. Ricordare le violenze subite nella storia dagli omosessuali è doveroso, ma non è argomento sufficiente per indurci a ritenere che le pratiche omofile (peraltro del tutto lecite, ove si diano tra adulti consenzienti) debbano ottenere un riconoscimento pubblico, istituzionale e giuridico, quale quello coniugale. È tempo che si chieda a tutti coloro che promuovono iniziative internazionali con forti ricadute di tipo "antropologico" (come quelle che coinvolgono le nuove frontiere dei diritti umani) l'onestà intellettuale di non assumere atteggiamenti ideologici unilaterali, spesso inutilmente provocatori, e di prestare attenzione e rispetto a visioni del mondo e dell'uomo, come quella cristiana, che non rappresentano gli interessi di lobby, potenti, ma effimere, bensì il condensato del buon senso umano.
Francesco D'Agostino
(fonte: Avvenire)

Vaticano e Onu





Due «nodi» tra Santa Sede e Onu

Una perplessità e un no dividono, in questi giorni, il Vaticano e l'Onu.



La prima per gli "argomenti" di una proposta che nei contenuti è assolutamente condivisa: quella che verrà avanzata dalla Francia all'Onu, a nome dei 25 paesi della Ue, per la depenalizzazione dell'omosessualità nel mondo e secondo cui tale depenalizzazione (sacrosanta anche per la Chiesa) dovrebbe passare per un riconoscimento dei diritti di "genere" in tutti i Paesi dove tali diritti (e i correlati riconoscimenti giuridici) non siani ancora stati riconosciuti.

E poi il Vaticano è contrario - lo ha spiegato da tempo - alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, secondo cui un'imperfezione del feto può essere una condizione per praticare l'aborto: un «no» che - si badi bene - riguarda solo questo punto, visto che al testo approvato nel 2006 dall'Assemblea Generale la Santa Sede ha contribuito in modo significativo.Depenalizzazione dell'omosessualità. Sono bastate queste due parole, tradotte approssimativamente dal francese senza tenere conto del contesto in cui erano state pronunciate, e poi ripetute in alcuni lanci d'agenzia che le hanno erroneamente attribuite all'arcivescovo Celestino Migliore, per sollevare una polemica fondata sul nulla.

Il Vaticano non si batte contro la «depenalizzazione dell'omosessualità» e non difende «la pena di morte» per le persone gay. Anzi, «tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale». L'aveva spiegato con chiarezza l'osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu, in un'intervista rilasciata all'agenzia francese "I media". Rispondendo a una domanda sull'intenzione della Francia di presentare all'Onu un progetto di dichiarazione sull'omosessualità, a nome dei Paesi della Ue (la Farnesina ha fatto informalmente sapere, ieri, che il consenso dell'Italia sarebbe già dato), Migliore aveva affermato che «il Catechismo della Chiesa cattolica dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali di deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». Quindi nessun divieto alla proposta di «depenalizzazione per gli omosessuali». Anche perché, ha fatto notare l'arcivescovo, la questione è un'altra. «Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tenere conto che se adottate- ecco il pericolo evidenziato da Migliore- creeranno nuove e implacabili discriminazioni». Un esempio? «Gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" " ha spiegato ancora " verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni». Tutto chiaro, no? Peccato che alcune agenzie italiane abbiano sommariamente attribuito all'arcivescovo un perentorio «no alla depenalizzazione dell'omosessualità da parte dell'Onu», scatenando la solita ridda di polemiche anticlericali e di attacchi politici.
Tutti da ambienti radicali (di sinistra e di destra) e di area comunista, rimbeccati da esponenti dell'Udc e del Pdl.
A sgomberare il campo dagli equivoci è intervenuto padre Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, che ha ribadito e contestualizzato quanto affermato dall'osservatore all'Onu. «L'intervista di monsignor Migliore, letta integralmente, dice cose chiare e del tutto condivisibili», ha osservato Lombardi. «Ovviamente nessuno vuole difendere la pena di morte per gli omosessuali, come qualcuno vorrebbe far credere. I noti principi del rispetto dei diritti fondamentali della persona e del rifiuto di ogni ingiusta discriminazione, che sono sanciti a chiare lettere nello stesso Catechismo della Chiesa cattolica, escludono evidentemente - ha continuato - non solo la pena di morte, ma tutte le legislazioni penali violente o discriminatorie nei confronti degli omosessuali». «Ma qui - ha avvertito - si tratta di altro, non solo di "depenalizzare l'omosessualita" come è stato scritto, ma di introdurre una dichiarazione di valore politico che si può riflettere in meccanismi di controllo in forza dei quali ogni norma (non solo legale, ma anche relativa alla vita di gruppi sociali o religiosi) che non ponga esattamente sullo stesso piano ogni orientamento sessuale, può venire considerata contraria al rispetto dei diritti dell'uomo». «Ciò - ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana - può diventare chiaramente strumento di pressione o discriminazione nei confronti di chi, solo per fare un esempio molto chiaro, considera il matrimonio fra uomo e donna la forma fondamentale e originaria della vita sociale e come tale da privilegiare». «Non per nulla - ha concluso - meno di 50 stati membri delle Nazioni Unite hanno aderito alla proposta in questione, mentre più di 150 non vi hanno aderito».La Convenzione sui diritti dei disabili. Il Vaticano mantiene ferma la propria posizione sull’articolo 10 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, entrata in vigore l’8 maggio scorso. Ritiene infatti «tragico che una imperfezione del feto possa essere una condizione per praticare l’aborto», come riconosce una Convenzione il cui obiettivo è «proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni riguardo all’esercizio dei loro diritti». Ma è questo l’unico dissenso relativo al testo approvato nel 2006 dall’Assemblea Generale ed al quale la Santa Sede, pur non potendo firmarlo, ha contribuito in modo significativo.
Radio Vaticana ha descritto ieri la Convenzione Onu come un «passo importante sulla via delle pari opportunità per i 650 milioni di disabili del mondo, circa il 10 per cento della popolazione globale, molti dei quali si vedono ancora negare i diritti fondamentali, quali il pari riconoscimento davanti alla legge, la libertà di espressione e di opinione, l’esercizio del voto e altre forme di partecipazione alla vita politica e pubblica».
Per Radio Vaticana, «tra gli aspetti più rilevanti del testo figura l’insistenza sulla sicurezza personale e di vita, mediante l’accesso dei disabili in situazione di povertà al sostegno da parte dello Stato sul piano economico, psicologico e sanitario». Una sottolineatura importante quindi degli aspetti positivi contenuti nel testo, pur con tutti i distinguo di carattere etico più volte illustrati. Nulla di nuovo insomma sulla mancata ratifica da parte della Santa Sede della Convenzione Onu sui disabili, come ha ribadito anche padre Federico Lombardi. Il direttore della Sala stampa vaticana - come riporta un’agenzia - è intervenuto a ribadire una posizione già espressa e ben motivata nei mesi scorsi. «Non c’è assolutamente nulla di nuovo - è stato costretto a ripetere - la posizione della Santa Sede era già stata comunicata a suo tempo dall’arcivescovo Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite». Sempre a proposito della convenzione Onu, ieri Radio Vaticana aveva anche approfondito il tema dei Paesi in via di sviluppo, «in cui la disabilità è fortemente collegata alla povertà ed è spesso sinonimo di esclusione dall’istruzione e dall’assistenza sanitaria, soprattutto nel caso della popolazione femminile e infantile». «Il protrarsi di tale forme di emarginazione - aveva proseguito l’emittente vaticana - rende quindi necessaria la ratifica e l’implementazione della Convenzione, anche ai fini del raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio».
(fonte: avvenire - foto: dal web)

Obiezione di coscienza: Bush va oltre l'aborto



3 Dicembre 2008



SFIDA IN AMERICA


L'Amministrazione Bush vuole estendere il diritto all'obiezione di coscienza in modo da consentire a medici, infermieri e a tutto il personale che opera nel campo della sanità, di rifiutarsi «per motivi religiosi o convinzioni morali» di praticare interruzioni di gravidanza. Ma se il segretario della Sanità, Michael Leavitt sostiene che le regole mirano a offrire una maggior tutela ai medici, c'è chi ritiene invece che il pacchetto di norme avrà ripercussioni più vaste offrendo protezione anche ai farmacisti contrari alla pillola del giorno dopo o a dottori che rifiutano l'inseminazione artificiale. Il dipartimento della Sanità ha specificato che il provvedimento riguarderà ogni istituto che riceve fondi federali. Secondo stime del Los Angeles Times il regolamento verrebbe applicato a 584mila enti coperti, fra cui 4.800 ospedali, 234mila studi medici e 58mila farmacie. Già oggi medici e infermieri, alla luce di una legge del Congresso che risale ai primi anni '70, sono autorizzati a rifiutare trattamenti contrari alla loro etica e alle convinzioni personali e religiose. La norma proposta da Leavitt intende proteggere anche da ripercussioni e discriminazioni chiunque operi in campo sanitario. Un esempio: non sono solo il dottore che pratica l'aborto in una sala operatoria o l'infermiera che assiste ad essere protetti. Il provvedimento include anche l'operatore che pulisce la stanza e disinfetta i ferri del chirurgo. Se il regolamento sarà promulgato entro il 20 dicembre, entrerà in vigore prima dell'insediamento della nuova Amministrazione. Per annullarlo, Obama dovrà (o meglio il suo segretario alla Sanità, Tom Daschle) presentare una nuova proposta e sottoporla a un iter di valutazione che richiede mesi anche con un Congresso a maggioranza democratica. Lo scontro sull'obiezione di coscienza è comunque destinato a riportare alla ribalta il tema dell'aborto, da sempre la questione che più polarizza l'America. Durante le primarie Obama aveva cercato di trovare una mediazione su questo "issue". «C'è una dimensione morale nell'aborto che non può essere ignorata», disse. Tuttavia il presidente eletto aveva promesso che avrebbe difeso il diritto delle donne di interrompere una gravidanza indesiderata. La Conferenza episcopale Usa sostiene, insieme a molte associazione pro-life, l'iniziativa di Leavitt. Nel mondo cattolico Usa è infatti diffuso il timore che tra le prime iniziative di Obama ci siano gli interventi per cancellare le limitazioni all'aborto decise negli ultimi anni. In particolare preoccupa la promessa fatta dal presidente eletto di firmare, quando il Congresso lo avrà messo a punto, il Freedom of Choice Act, una legge per facilitare l'accesso all'interruzione di gravidanza. «La vera battaglia " ha detto David Stevens, presidente della Chistian Medical Association favorevole all'iniziativa di Leavitt " è la pillola del giorno dopo». «I dottori " ha aggiunto " non dovrebbero essere obbligati a prescrivere un farmaco verso il quale hanno obiezioni etiche». È questo allargamento dei paletti per l'obiezione ad aver scatenato la reazione dei sostenitori dei diritti riproduttivi. Già in ottobre l'associazione dei medici Usa aveva invocato la rinuncia alle nuove normative. Planned Parenthood, la più grande e influente associazione abortista Usa, ha definito la norma una concessione alla base conservatrice che «politicizza la salute delle donne».
Alberto Simoni


(fonte: avvenire / foto dal web)

martedì 2 dicembre 2008

ATTO DI AFFIDAMENTO - Divina Misericordia


(foto: Santuario Divina Misericordia - Polonia)

Dal Diario di Santa Faustina Kowalska:

“Ho aperto il Mio Cuore come una viva sorgente di Misericordia, tutte le anime vi attingano la vita, si avvicinino con grande fiducia a questo mare di Misericordia. I peccatori otterranno la giustificazione ed i giusti verranno rafforzati nel bene”

“...Sia il peccatore che il giusto hanno bisogno della Mia Misericordia. La conversione e la perseveranza sono grazie della Mia Misericordia”

“Le grazie della Mia Misericordia si attingono con un solo recipiente e questo è la fiducia. Più un’anima ha fiducia, più ottiene"


ATTO DI AFFIDAMENTO




Dio, Padre misericordioso,che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,e l’hai riversato su di noi nello Spirito SantoConsolatore,Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.ChìnaTi su di noi peccatori,risana la nostra debolezza,sconfiggi ogni male,fache tutti gli abitanti della terrasperimentino la tua misericordia,affinché in Te, Dio Uno e Trino,trovino sempre la fonte della speranza.Eterno Padre,per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,abbi misericordia di noi e del mondo intero! Amen.

(Papa GIOVANNI PAOLO II)

Il beato don Michele Sopocko




Il beato don Michele Sopocko (1888-1975)

“È un sacerdote secondo il Mio Cuore (...) per suo mezzo mi è piaciuto diffondere il culto alla Mia Misericordia...” (Diario, 1256).
“La sua mente è strettamente unita alla Mia mente e perciò sta’ tranquilla per la Mia opera, non permetterò che si sbagli, ma tu non fare nulla senza il suo permesso” (Diario, 1408).

Nelle ultime settimane prima della morte di Santa Faustina, don Sopocko la incontrò ancora due volte a Cracovia. Durante questi incontri ricevette le ultime indicazioni, un testamento che realizzerà dopo la sua morte.




“Andavo a trovarla durante la settimana, e ho parlato con lei a proposito di questa congregazione che lei voleva fondare, e adesso invece stava morendo, sottolineando che questa era stata un’illusione, e che forse erano soltanto delle illusioni anche tutte le altre cose di cui parlava. S. Faustina promise di parlare di queste cose col Signore Gesù in preghiera. Il giorno dopo ho celebrato una Messa secondo l’intenzione di S. Faustina, e durante questa Messa mi è venuto in mente che così come lei non era stata capace di dipingere l’immagine, ma soltanto aveva dato delle indicazioni, allo stesso modo, non sarebbe stata capace di fondare la nuova congregazione, e non ha fatto altro che dare delle indicazioni preliminari; le sollecitazioni invece significano la necessità di questa Congregazione nei terribili tempi a venire. Più tardi, quando sono andato in ospedale ed ho chiesto se avesse qualcosa da dirmi a questo proposito, mi ha risposto che non aveva bisogno di dire nulla, perché il Signore Gesù mi aveva già illuminato durante la santa Messa.
Quando stavo per andarmene, mentre prendevamo congedo, mi ha detto tre cose importanti.




I. Non devo stancarmi di diffondere il culto della Divina Misericordia, e specialmente di stabilire la festa la prima domenica dopo Pasqua. Non posso mai dire di aver fatto abbastanza, anche se le difficoltà più grandi dovessero ammassarsi, anche se potesse sembrare che Iddio Stesso non lo vuole – non ci si può scoraggiare. Perché la profondità della Divina Misericordia è inesauribile e non basta tutta la nostra vita per magnificarla. Questo mondo non esisterà più a lungo e Iddio vuole ancora prima della sua fine elargire agli uomini le grazie, perché nessuno possa giustificarsi nel giudizio di non sapere niente sulla bontà Divina e di non aver sentito parlare della Sua Misericordia.




II. Essere piuttosto indifferente alle faccende della congregazione che inizierà da cose insignificanti e piccole e anche quando l’iniziativa partirà da altre persone. (...) Iddio Stesso porterà una persona laica, che avrà certi segni di conoscenza, che si tratta proprio di lei.




III. Avere un’intenzione pura in tutta questa faccenda e in ogni azione. Non cercare se stesso, ma soltanto la gloria di Dio e la salvezza del prossimo. (...) Se la congregazione dovesse nascere, piuttosto lasciarsi guidare da altri che da solo. Essere preparato alle più grandi difficoltà e solitudini, delusioni, ingratitudini e persecuzioni. (...) Quando, passato un istante, sono tornato nella cella, per dare ancora qualche immaginetta, l’ho trovata in estasi, mentre pregava, come un essere soprannaturale. Sentivo un grande dolore nell’anima e amarezza, perché dovevo prendere congedo da questa persona straordinaria, perché adesso sono cosí abbandonato da tutti. Ma ho capito che se c’è qualcuno che deve farlo, sono io, il primo che deve soprattutto confidare nella Divina Misericordia” (Diario di don M. Sopocko).



Don Michele Sopocko, ubbidiente alle parole ricevute da suor Faustina sul letto di morte, rimaneva in attesa di un segno della volontà di Dio.