giovedì 24 settembre 2009
San Tommaso Moro
domenica 20 settembre 2009

Questa mattina l'amico e giornalista Antonio Socci ha diffuso un messaggio sulle condizioni della figlia Caterina, in lotta tra la vita e la morte a causa di un inspiegabile arresto cardiaco. Rinnoviamo l'invito alla preghiera rivolto a tutti i lettori de ilsussidiario.net.
Cari amici, anzitutto ancora un immenso grazie per le vostre preghiere e la vostra vicinanza. Vi abbraccio uno ad uno. Ieri abbiamo appreso che anche l’ipotesi di miocardite di origine virale, come causa dell’arresto cardiaco del 12 settembre, è venuta meno dalle analisi. Quindi non c’è praticamente alcuna causa (si parla di aritmia fatale) ed è come se davvero il Nemico avesse potuto stritolarle il cuore. Per questo c’è bisogno dell’aiuto del Cielo. Io penso sia già un miracolo della nostra buona Madre, per le nostre preghiere, che dopo un po’ il cuore abbia ripreso a battere. Ma adesso, per vincere la notte del coma, permetterle di risvegliarsi e tornare sana fra noi, c’è bisogno di aiutare la Santa Vergine a completare il suo miracolo.
E come ottenere la guarigione dei malati: “Per la guarigione dei malati è necessario una fede salda, una preghiera perseverante, accompagnata dall’offerta di digiuno e sacrifici. Non posso aiutare coloro che non pregano e non fanno sacrifici” (18 agosto 1982). Io abbraccio con decisione ed entusiasmo questa strada, implorando la Madonna di permettere a Caterina di tornare a cantare le sue lodi, con la sua bellissima voce e di permettere a me di raccontare in tutto il mondo le Sue meraviglie. Se potete aiutatemi, convertiamoci! Così, chiedendo la guarigione di Caterina otterremo anche la nostra.
Grazie. Vi voglio bene.
Antonio
sabato 19 settembre 2009
Che ne sarà dei cristiani di Terra Santa?

L’altro giorno l’agenzia ZENIT ha riferito del discorso pronunciato dal Patriarca latino di Gerusalemme (a proposito: come mai i Patriarchi latini di Gerusalemme non diventano mai Cardinali? La Chiesa-madre della cristianità non merita forse una porpora?), Mons. Fouad Twal, l’8 settembre scorso a Londra nella Cattedrale di Westminster. Non mi pare che tale intervento abbia avuto la risonanza che avrebbe meritato. Pertanto mi permetto di farvi eco, nel mio piccolo, perché non voglio, come ho già ripetuto altre volte, che qualcuno possa dire un giorno: “Non sapevamo...”.Il Patriarca ha, innanzi tutto, lanciato un grido di allarme circa il futuro della Chiesa in Terra Santa:«Il Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, ha avvertito che il futuro della Chiesa in Terra Santa è a rischio. Per questo motivo, ha chiesto ai cristiani di tutto il mondo di unire i propri sforzi per aiutare i fedeli della terra di Gesú.[...] Il Patriarca ha sottolineato che l’emigrazione ha ridotto drasticamente il numero dei cristiani sia in Israele che in Palestina. Secondo il presule, ricorda l’associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che ha organizzato l’incontro londinese, si pensa che i fedeli di Gerusalemme diminuiranno dai 10.000 attuali a poco piú di 5.000 nel 2016. In tutta la Terra Santa, ha aggiunto, i cristiani sono scesi dal 10 al 2% in 60 anni, anche se altre prove mostrano che il declino potrebbe essere superiore».Si noti che “in 60 anni” significa: “dalla creazione dello Stato di Israele” (1948). Se le statistiche hanno un senso, le conclusioni dovrebbero essere ovvie.Mons. Twal ha quindi descritto la reale situazione dei cristiani e delle altre minoranze in Terra Santa:«Il Patriarca ha confessato che fino ad ora il pellegrinaggio svolto da Benedetto XVI in Terra Santa a maggio non ha portato a una minore oppressione delle minoranze e che “la continua discriminazione in Israele minaccia sia i cristiani che i musulmani”.“Tra la limitazione degli spostamenti e la noncuranza per le necessità abitative, le tasse e la violazione dei diritti di residenza, i cristiani palestinesi non sanno da che parte voltarsi”.Il Patriarca Twal ha condannato in particolare il muro eretto da Israele intorno alla West Bank, affermando che oltre a ostacolare la libertà di movimento “ha chiuso molti palestinesi in zone-ghetto in cui l’accesso al lavoro, all’assistenza medica, all’istruzione e ad altri servizi di base è stato gravemente compromesso”.“Abbiamo una nuova generazione di cristiani che non può visitare i Luoghi Santi della sua fede anche se distano solo pochi chilometri dal luogo in cui risiede”, ha denunciato. [...]Nei Territori Occupati, ha aggiunto, la gente “è completamente alla mercé dell’Esercito israeliano, e al momento la Striscia di Gaza vive sotto un assedio imposto da Israele, che ha provocato una drammatica crisi umanitaria”».C’era qualcuno che si era illuso che la visita del Papa in Terra Santa avrebbe cambiato qualcosa? Basta vedere che cosa stanno facendo in questi giorni gli israeliani con gli insediamenti: bloccarli — ha detto Netanyahu — sarebbe contro la pace!!!Mons. Twal ha infine fatto una amara riflessione che tutti faremmo bene a fare insieme con lui:«Se in 61 anni non siamo riusciti a ottenere la pace, vuol dire che i metodi che abbiamo usato erano sbagliati».Penso proprio che il Patriarca abbia ragione: i metodi finora usati — non solo dai poveri cristiani di Terra Santa, ma dalla Chiesa intera e dalla fantomatica “comunità internazionale” — erano sbagliati. Che significa? Significa che bisogna cambiare politica nei confronti dello Stato di Israele. Non è possibile continuare a seguire una politica di formale “equidistanza”, che di fatto si risolve in un sostegno incondizionato per Israele a danno dei palestinesi. Non è possibile continuare a riaffermare il “sacrosanto diritto di Israele all’esistenza” e il (non altrettanto sacrosanto) “diritto dei palestinesi ad avere un loro Stato”. Sono chiacchiere. È giunta l’ora di prendere una posizione netta a favore degli oppressi contro l’oppressore. Anche perché Israele approfitta della timidezza della Chiesa e della comunità internazionale (che tiene sotto ricatto con l’arma dell’antisemitismo) per fare i propri comodi.Personalmente sono convinto che, se tutti avessero un po’ piú di coraggio, Israele non potrebbe permettersi di fare quello che sta facendo. Ma — argomentano i pusillanimi — Israele è una potenza nucleare; potrebbe distruggerci tutti in un batter d’occhio. Per me, è solo un gigante dai piedi di argilla. Quando ero giovane, esisteva l’Unione Sovietica: sembrava una superpotenza invincibile, che terrorizzava i popoli con le sue armi. A Roma aspettavamo, da un giorno all’altro, che i cosacchi si accampassero in Piazza San Pietro. Li stiamo ancora aspettando. Dov’è finita nel frattempo l’Unione Sovietica? È finita nel nulla, dalla sera alla mattina. Prima o poi, se Israele continuerà con la sua politica criminale, farà la stessa fine; e i suoi abitanti se ne fuggiranno uno a uno all’estero, dove hanno una seconda cittadinanza. Il bello sarà, a quel punto, che tutti se ne laveranno le mani, e l'unica su cui ricadranno tutte le colpe sarà, come al solito, la Chiesa cattolica, che verrà accusata di aver sostenuto il regime israeliano. Quanto ci volete scommettere?
mercoledì 16 settembre 2009
Un sacerdote meravigliosamente assistito da Maria.

lunedì 14 settembre 2009
14 Settembre - Esaltazione della Santa Croce.

Perché in lui - nel Cristo crocifisso - è manifestato nella sua pienezza l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Nella stessa conversazione con Nicodemo Cristo dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3, 16-17).
La salvezza del Figlio di Dio attraverso l’elevazione sulla croce ha la sua sorgente eterna nell’amore. È l’amore del Padre che manda il Figlio; egli offre suo Figlio per la salvezza del mondo. Nello stesso tempo è l’amore del Figlio il quale non “giudica” il mondo, ma sacrifica se stesso per l’amore verso il Padre e per la salvezza del mondo. Dando se stesso al Padre per mezzo del sacrificio della croce egli offre al contempo se stesso al mondo: ad ogni singola persona e all’umanità intera.
La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’Amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” .
(Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8).
(fonte: vatican.va)
martedì 8 settembre 2009
8 Settembre LA NATIVITA' DI MARIA SS.Ma

8 settembre
LA NATIVITA' DI MARIA
Il Paradiso è uno splendore
è nata la madre del Signore.
Fanno festa tutti quanti:
Cherubini, Angeli e Santi.
E' un tremolio nelle stelle:
luccicano, brillano come fiammelle.
I Cherubini con dolce melodia
intrecciano canti per Maria.
San Gioacchino e Sant'Anna
gridano: "OSANNA, OSANNA",
La loro bambina prediletta
è da Dio benedetta.
In tutto il mondo si fa FESTA,
in ogni cuor gioia di DESTA.
C'è un mistero in quella Bambina
sua guida è la mano Divina.
Rendiamo grazie a Dio
(Don Russo)
domenica 23 agosto 2009
La profonda ragione della devozione al Sacro Cuore

Il Cristianesimo afferma che la salvezza è nell’adesione del cuore. Per il Cristianesimo la conoscenza è importante ma non determinante, nel senso che essa svolge una funzione ausiliare per l’esercizio della virtù ma non costituisce il criterio della salvezza.
Il Cristianesimo non è una religione gnostica, ovvero una religione che fa della conoscenza l’unico criterio della salvezza: chi conosce si salva, chi non conosce non si salva.
Il significato teologico
Che il criterio cristiano della salvezza non sia nella conoscenza ma nell’adesione del cuore, è esito del fatto che il Dio cristiano ha creato per amore e che per amore ha deciso d’incarnarsi, di fare esperienza della sofferenza e della morte.
Nel XVII secolo nacque e iniziò a diffondersi l’eresia giansenista, che si basava prevalentemente su due punti. Primo: il peccato originale ha talmente rovinato l’uomo che questi, senza la Grazia, non può fare il bene, neanche occasionalmente. Secondo: Dio ha già deciso chi deve essere salvato e chi dannato indipendentemente dai meriti e dai demeriti; insomma, una predestinazione in senso calvinista.
Dunque quella del giansenismo era una concezione antropologica dichiaratamente pessimistica e, nello stesso tempo, una concezione di Dio rigoristica ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al suo Amore, indicando cioè il suo Cuore come criterio di vincolo a Lui e anche come criterio di comprensione (per quanto possibile) della sua tenerezza per l’uomo stesso.
In una delle rivelazioni a santa Margherita il Sacro Cuore disse: «Ecco quel Cuore che ha talmente amato gli uomini da non aver risparmiato nulla, fino ad esaurirsi e consumarsi per testimoniare a loro il proprio amore».
Dunque, con la devozione al Sacro Cuore, Gesù ricorda il suo immenso amore e la sua immensa misericordia per l’uomo. Un ricordo non astratto ma volto a far capire concretamente quanto la vita dell’uomo stesso possa cambiare abbandonandosi all’amore di Gesù. Egli rivelò a santa Margherita ben dodici promesse di una indiscutibile concretezza. Leggiamole.
1. Ai devoti del mio Sacro Cuore darò tutte le grazie e gli aiuti necessari al loro stato. 2. Stabilirò e manterrò la pace in tutte le loro famiglie. 3. Li consolerò in tutte le loro afflizioni. 4. Sarò per loro sicuro rifugio in vita e soprattutto nell’ora della morte. 5. Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro fatiche e imprese. 6. I peccatori troveranno nel mio Cuore un’inesauribile fonte di misericordia. 7. Le anime tiepide diventeranno ferventi con la pratica di questa devozione. 8. Le anime ferventi saliranno rapidamente ad un’alta perfezione. 9. La mia benedizione rimarrà nei luoghi in cui verrà esposta e venerata l’immagine del Sacro Cuore. 10. A tutti coloro che opereranno per la salvezza delle anime, darò grazie per poter convertire i cuori più induriti. 11. Le persone che diffonderanno questa devozione avranno i loro nomi scritti per sempre nel mio Cuore. 12. A tutti coloro che si comunicheranno nei primi venerdì di nove mesi consecutivi, darò la grazia della perseveranza finale e della salvezza eterna.
A proposito della devozione al Sacro Cuore di Gesù, Pio XI al paragrafo 4 della Miserentissimus Redemptor, dell’8 maggio 1928, dice che «essa è non soltanto il simbolo, ma anche, per così dire, la sintesi di tutto il mistero della Redenzione (…) la più completa professione della Religione cristiana».
Il significato sociale
Se teologicamente la devozione al Sacro Cuore è una risposta al giansenismo, socialmente è una risposta prima di tutto all’assolutismo politico, uno dei tratti tipici della modernità.
Il XVII è proprio il secolo dell’assolutismo politico che affonda le sue radici nella concezione, tipicamente umanistico-rinasacimentale, di un potere non organicamente legato al Vero e al Giudizio morale (e quindi a Dio) ma che deve trovare il proprio fondamento in se stesso, cioè nel puro esercizio del potere. Insomma, un’autorità politica non più come manifestazione di servizio, ma, per l’appunto, come pura manifestazione di potere. Una concezione pertanto machiavellica e post-machiavellica.
Il Sacro Cuore, attraverso santa Margherita, rivolse delle precise richieste al Re di Francia Luigi XIV. Eccole: 1. Il Re deve consacrarsi con la sua famiglia al Sacro Cuore e offrirgli pubblici omaggi. 2. Egli deve chiedere ufficialmente alla Santa Sede di autorizzare la Messa del Sacro Cuore e di concedere privilegi per l’universale diffusione di questa devozione. 3. Egli deve far costruire una basilica dedicata al culto del Sacro Cuore. 4. Egli deve porre la Francia sotto la protezione del Sacro Cuore, raffigurandolo sugli stendardi e sulle armi del Regno. 5. Egli deve promuovere nell’intera Europa i diritti di Gesù Cristo come Re dei re e Sovrano dei sovrani.
Le richieste non furono esaudite e la Francia, da baluardo del Cattolicesimo che doveva essere, divenne la culla dei più gravi errori. Luigi XVI ne pagò le conseguenze. Nel 1792, mentre era prigioniero dei rivoluzionari, si ricordò delle promesse del Sacro Cuore alla Corona di Francia e promise che, se fosse scampato alla morte e tornato sul trono, avrebbe consacrato se stesso e la Francia al Sacro Cuore. Ma Gesù stesso (più di un secolo dopo) dirà a suor Lucia di Fatima che fu troppo tardi.
Dunque, la devozione al Sacro Cuore è anche un richiamo di carattere sociale, un richiamo cioè a concepire l’autorità politica come modello di servizio e di sacrificio in cui gli elementi della donazione, dell’oblazione e dell’amore diventano fondamentali nell’esercizio di tale autorità.
Insomma, il modello di ogni autorità politica è la regalità di Cristo e del suo amore immenso per ogni uomo.
L’enciclica Annum sacrum di Leone XIII, del 25 maggio 1899, afferma che la devozione al Sacro Cuore ha la sua ragione teologica proprio nella regalità sociale di Cristo. Infatti, il coronamento del culto pubblico al Sacro Cuore fu l’istituzione della festa liturgica di Cristo Re.
Nel 1925, Pio XI stabilì che questa festa venisse celebrata l’ultima domenica di ottobre. E in tale giorno bisognava anche rinnovare la consacrazione dell’umanità intera al Cuore di Gesù. Leggiamo alcune parole tratte dalla Quas primas, l’enciclica di Pio XI, dell’11 dicembre 1925, che istituisce la Festa di Cristo Re:
«Chi non vede che, fin dagli ultimi anni del secolo precedente, in modo ammirevole andava preparandosi il cammino per l’istituzione di questa festa? Tutti sanno che l’autorità e la regalità di Cristo sono stati già riconosciuti dalla pia pratica delle consacrazioni e omaggi al Sacro Cuore di Gesù rivoltigli da innumerevoli famiglie, e non solo da famiglie, ma anche da Stati e Regni, che hanno compiuto lo stesso atto. (…) Il diluvio di mali sull’universo proviene dal fatto che la maggior parte degli uomini ha respinto Gesù Cristo e la sua sacrosanta Legge, sia dalla vita privata che da quella pubblica. Non vi sarà certa speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni si ostineranno a negare e rifiutare l’imperio del Salvatore».
C’è sicuramente una speranza, quella che la devozione al Sacro Cuore costituisca l’“occasione” per far ritornare questo mondo alla “giovinezza” della Verità. Un episodio alimenta questa speranza.
Santa Gertrude (1256-1302) ebbe una visione in cui chiese a san Giovanni evangelista perché, nel suo Vangelo e nelle sue Lettere, aveva fatto solo intravedere quei misteri pieni di amore che aveva ricevuto dal Sacro Cuore. L’Apostolo le rispose:
«Il mio ministero doveva limitarsi a rivelare sul Verbo increato, eterno Figlio del Padre, alcune parole feconde, sulle quali l’intelligenza degli uomini meditasse continuamente, senza poter mai esaurirne le ricchezze. Ma agli ultimi tempi è riservata la grazia di udire l’eloquente voce delle pulsazioni del Cuore di Gesù. Nell’udire questa voce, l’invecchiato mondo ringiovanirà dal suo torpore e il calore del divino amore lo infiammerà un’ultima volta».
(Fonte: Radici Cristiane - RC n. 35 - Giugno 2008)
giovedì 20 agosto 2009
San Leopoldo Mandic



domenica 16 agosto 2009
LA PERDONANZA CELESTINIANA
PERDONANZA CELESTINIANA
PIETRO Angelerio, un eremita benedettino, nato probabilmente nel 1215, fondatore dell’ordine dei Celestini, noto come Pietro del Morrone, all’età di 79 anni, dopo 27 mesi di conclave, venne eletto 192° successore di Pietro col nome di Celestino V. A L’Aquila con la Curia Papale, il 29 settembre 1294, volle concedere un dono straordinario alla città ed a tutti gli uomini: la prima indulgenza plenaria particolare della storia cattolica.
"Quanti confessati e sinceramente pentiti, dai vespri del 28 agosto fino ai vespri del giorno 29, festa di san Giovanni Battista, avessero visitato devotamente la basilica di Collemaggio, avrebbero ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l’assoluzione dalla pena."
L’intendimento era di concedere ai poveri ed agli indigenti, una indulgenza che allora era oggetto di lucro, per lenire le loro difficoltà materiali, con un prezioso dono spirituale. Come previsto nella bolla, per ottenere l’indulgenza, o Perdonanza, è necessario entrare nella basilica di Santa Maria di Collemaggio in L’Aquila, tra l’imbrunire del 28 agosto ed il tramonto del 29 agosto di ogni anno, giorno dedicato alla decollazione di San Giovanni Battista, essendo sinceramente pentiti e confessati.
L’Aquila - San Celestino V, Pietro del Morrone e la Basilica di Santa Maria in Collemaggio (XIII sec.).
L’Aquila si appresta, pertanto, tramite il cardinale Tarcisio Bertone, il prossimo 28 agosto a celebrare la 715a edizione della Perdonanza Celestiniana, con l’apertura della Porta Santa, unica fuori Roma, a dare inizio alla ricorrenza. Migliaia di fedeli, come ogni anno, entreranno dalla Porta Santa, che simboleggia il Cristo che è la Via, la Verità e la Vita, ansiosi di riconciliarsi con Dio. Otterranno così la remissione dai peccati dinanzi a Dio, con l’assoluzione dalla colpa a seguito del sacramento della penitenza e la cancellazione della pena.
Per 24 ore la Basilica aquilana rimarrà aperta e saranno continuamente a disposizione sacerdoti di diverse lingue per le confessioni, con Messe ad ogni ora e Veglia di preghiera nella notte animata dai giovani.
Per informazioni: www.perdonanza-celestiniana.it
Glorificazione di Maria Santissima Assunta in Cielo

COSTITUZIONE APOSTOLICA
LA GLORIFICAZIONE DI MARIA
CON L'ASSUNZIONE AL CIELO
IN ANIMA E CORPO
La solenne definizione:
«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l'autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.
Affinché poi questa Nostra definizione dell'assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.
Dato a Roma, presso S. Pietro, nell'anno del massimo giubileo 1950, 1° novembre, festa di tutti i santi, nell'anno dodicesimo del Nostro pontificato.
Noi PIO, vescovo della chiesa cattolica,
così definendo abbiamo sottoscritto
Il segno e significato dell'Assunzione di Maria

venerdì 14 agosto 2009
di Salvatore Perrella
A un'analisi superficiale potrebbe anche sfuggire l'esigenza di un senso totale della vita presente nel nostro convulso periodo storico, così contraddittoriamente immerso nel presentismo, nel passatismo, nel terrenismo, nel consumismo esasperato, cioè nelle forme mutevoli del nichilismo, con le tragiche conseguenze della degradazione umana e della violenza o della indifferenza verso la persona umana.
Ma volendo indagare in modo più serio, minuzioso, attento e radicale su alcuni fenomeni diffusi sul mondo d'oggi (come la mistica orientale, le pratiche yoga, lo spiritismo, il satanismo, la parapsicologia, la droga, la new age con i suoi instabili ma continui derivati), non si può non avvertire ch'essi denunciano in qualche modo, magari oscuro e confuso, l'enorme insoddisfazione dell'uomo e della donna contemporanei.
I suddetti fenomeni denotano in qualche modo l'attesa spasmodica di qualcosa che rompa le barriere del mondo materiale; che forzi "la prigione del terrenismo", per aprirsi a prospettive esaltanti quali la dimensione spirituale dell'esistenza, estesa oltre i limiti angusti della semplice sfera sensibile della vita, per trovare un senso totale e trascendente alla vita umana, per soddisfare il bisogno insopprimibile e urgente di natura escatologica sempre più presente.
Dinanzi all'enigma-mistero della morte, l'unico "caso serio" indilazionabile e inesorabile, sorgente perenne di indagini, di tristezze e di paure, il discepolo del Crocifisso-Risorto non è nel buio completo, anzi, per essere in linea colla fede che professa, "deve comunicare le conoscenze che ha della morte, poiché in tal caso può portare agli uomini una buona novella.
Questo dovere di carità gli si impone con maggiore urgenza ai nostri giorni, nei quali molti dei nostri contemporanei ignorano il messaggio di Cristo risuscitato e cercano di esorcizzare la paura della morte ricorrendo a quelle che san Paolo chiamava "vane filosofie" (F. X. Durrwell).
Purtroppo anche nel popolo cristiano si osserva un certo disorientamento riguardo alla materia escatologica, oltre che una certa conflittualità connotante la vita di tanti fedeli. Da un lato il credente sembra rinunciare a riflettere sul "dopo la morte" per paura di dover rispondere ad alcuni permanenti interrogativi: esiste qualcosa al di là della morte? sussiste qualche cosa di noi stessi dopo questa morte? non sarà il nulla che ci attende?
A nostro conforto risponde, ancora una volta, l'insegnamento della Chiesa che interpella e motiva la fede e la speranza: "Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna". Per cui "vivere in cielo è "essere con Cristo". Gli eletti vivono "in lui", ma conservando la loro vera identità, il loro proprio nome".
E, aggiunge ancora la Chiesa: "Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione".
Questi brani del catechismo, esprimenti la fede, rimandano il credente a fidarsi completamente all'amore di Dio, il quale mai si separerà da noi; Egli è, infatti, irrimediabilmente versato alla comunione.
Perciò, scrive san Paolo: "Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui". Qui sta la novità radicale ed essenziale della morte cristiana.
D'altro canto il cristiano degli ultimi anni del secolo xx e dei primi del xxi ravvisa l'urgenza di avere chiare risposte in questa materia, per dare un senso a tutta la sua vita; un'esistenza credente, se è vera, consapevole e consequenziale, è fondata sulla speranza escatologico-evangelica, cioè sulla certezza della vita eterna.
Speranza che si radica nella fede nella risurrezione di Gesù Cristo, "veramente risorto dai morti, primizia di risurrezione per quelli che sono morti". La morte non è più la stessa dopo che Gesù l'ha affrontata, attraversata e vinta; il credente non deve né dimenticare né minimizzare le parole del Risorto: "Io sono la resurrezione e la vita. Chi vive e crede in me, anche se morto vivrà".
Il Nuovo Testamento completa queste essenziali affermazioni sulla resurrezione di Gesù parlando del fatto che "egli è vivo", sta alla "destra" di Dio; "entrò" o "fu assunto nella gloria". L'affermazione primaria del Nuovo Testamento riguarda comunque il destino vivente e glorioso di Gesù dopo la morte.
Credere che Cristo è risorto dai morti ed ora e nei secoli è, rimane, e sarà sempre il "Vivente", oltre a impegnare nella vita di ogni giorno a rendere conto della speranza che è in noi, ci obbliga a rendere testimonianza sulla realtà e dono escatologico da lui ricevuto per puro dono mediante la fede. Cristo è il "nostro futuro eterno": da sempre la Chiesa, seppur con modi e mezzi diversi, proclama questa ferma speranza.
Rimane innegabile, a livello teologico, teologale ed esistenziale, il grande richiamo e il grande fascino dell'evento dell'Assunta ai valori della trascendenza, della bellezza e della trasfigurazione dell'uomo creato a immagine di Cristo e destinato a ricongiungersi eternamente a lui nella santità e nell'amore che non conosce tentennamenti e tramonto.
Possiamo ben dire che l'assunzione di Maria è per la Chiesa, il credente e per ogni uomo e ogni donna di buona volontà, che cercano senso e meta non illusori ma definitivi, dopo aver per molto tempo e ancor oggi "sperato nel tragico nulla": - un segno di sicura speranza - un segno di un destino di gloria; - un segno del valore del corpo; - un segno dell'inconfondibile "stile" di Dio; - la primizia ed immagine escatologica della Chiesa; - il segno della presenza dell'Unitrino e della Donna della Speranza che non svanisce.
Il fatto e il "caso serio" dell'assunzione di Maria è un fatto emblematico dell'agire divino: Santa Maria, creatura insignificante agli occhi del mondo, è divenuta per Grazia la persona dopo Cristo più significativa nella storia e nella gloria. Per cui l'evento salvifico integrale della sua assunzione al cielo in anima e corpo, in definitiva, diviene chiave interpretativa di tutto il mistero di Maria, e, per complementare reciprocità, dell'intero mistero della Chiesa, nonché del mistero dell'uomo.
È su questo tenue ma resistente residuo di speranza che trova il suo punto di contatto il nostro discorso cristiano sul futuro ultimo in Dio, impersonato in una donna, Maria di Nazaret, la cui esistenza gloriosa dalla soglia escatologica si fa modello, esempio e paradigma di vita per l'"oggi" della Chiesa e del mondo.
Cristo è veramente risorto; egli è il Vivente, che elargisce a ogni creatura il dono della risurrezione per la vita eterna. L'Assunta è il compimento anticipato di tale promessa; è "il segno della trasformazione finale del mondo" (A. Carr). Maria già possiede "lo splendore dei corpi celesti".
(©L'Osservatore Romano - 15 agosto 2009)
martedì 11 agosto 2009
Santa Chiara di Assisi - La pianticella di Francesco
La pianticella di Francesco
Il padre era Favarone di Offreduccio e morì quando Chiara era ancora bambina. Aveva anche due sorelle: Beatrice e Caterina.
La premature morte del padre, la fuga a Perugia e alcune difficoltà economiche contribuirono a formare in Chiara un carattere deciso e temprato. Tutto le sarebbe stato necessario per la vita evangelica nella quale sarebbe entrata più tardi.
Se la giovinezza di Francesco fu piuttosto movimentata, quella di Chiara invece fu condotta in modo lineare e trasparente.
A soli 13 anni volle far pervenire degli aiuti a dei poveri che lavoravano per restaurare la chiesetta della Poziuncola, forse senza sapere che Francesco stava con loro. Quell’elemosina poté essere il primo anello dell’accostamento decisivo tra Francesco e Chiara.
Nel 1211 i parenti stavano per programmare il suo matrimonio, ma la giovane non acconsentì: in questo suo gesto risoluto non possiamo escludere una sua ricerca attiva per situarsi nel mondo in una forma particolare.
Le cose cominciarono a prendere una direzione diversa quando Francesco irruppe nella vita di Chiara. O meglio era Chiara ad essere attratta da Francesco e dal suo stile di vita, e desiderava stare con lui frequentemente.
Secondo la sua amica Bona di Guelfuccio, che l’accompagnava spesso, il tema di quegli incontri era la maniera di vivere la sequela di Cristo.
La notte della domenica della Palme, 18 marzo 1212, Chiara uscì di casa per andare alla Porziuncola dove, dopo una breve preghiera, si consacrò a Dio con il taglio dei capelli.
Notte decisiva e che lascia il segno nella vita di una donna che si orientava in maniera definitiva e irrevocabile all’avventura evangelica.
La reazione dei parenti non si fece aspettare: irruppero nel monastero di San Paolo di Bastia, dove Francesco l’aveva condotta dopo quella notte. Non ottennero il loro scopo, perché Chiara si era assoggettata al diritto ecclesiastico facendosi tonsurare. Poche settimane dopo anche la sorella Caterina la raggiunse, volendo porsi senza riserve al servizio di Dio. Il padre Francesco, di sua mano, le tagliò i capelli consacrandola al Signore con il nuovo nome di Agnese e preparò per loro una specie di alloggio annesso alla chiesetta di San Damiano.
Dopo Agnese vennero Pacifica, Balvina, Filippa e Bonaventura…
Francesco scrisse per Chiara e le sue sorelle una forma di vita indicando la povertà come scelta prioritaria.
Nel 1216, volendo che la sua famiglia religiosa si nominasse con il nome della povertà, Chiara chiese al papa Innocenzo III il Privilegio della povertà, cioè il privilegio di non possedere nulla.
La lotta per la povertà è stato senza dubbio ciò che maggiormente ha caratterizzato la vita di Chiara e delle sue sorelle.
Chiara per anni e anni fu un’ammalata cronica. Dal suo povero giaciglio fui l’anima di San Damiano e del centinaio di monasteri che Dio aveva fatto via via germogliare prodigiosamente da quel seme primitivo: più di sessanta in Italia e una quarantina nelle altre nazioni europee.
Gli stessi frati più fedeli all’ideale puro di Francesco, orfani ormai di padre e sottoposti al susseguirsi ad una fase di grande crisi istituzionale, andavano a visitarla per cercare in lei chiarezza e forza.
Morì l’11 agosto 1253 lodando il Signore con le parole “Sii benedetto, Tu che mi hai creata”.
Due anni dopo, 1255, papa Alessandro IV la proclamò santa.
Prima di essere collocata nell’attuale basilica a lei dedicata, fu sepolta in Assisi nella chiesa di san Giorgio dove, per alcuni anni, era stato deposto il corpo di San Francesco.
(fonte: http://www.sanfrancescoassisi.org/SANFRA_CHIARA.htm)
lunedì 10 agosto 2009
RU486 - Bisogna chiamare le cose con il loro nome.
RU486/ L'aborto facile che seppellisce il femminismo nella società delle scappatoie.
lunedì 3 agosto 2009
Dite quante pagine di giornali avete visto che tendono a spiegare la realtà dell’interruzione di gravidanza, nel senso dell’inoppugnabile arresto della vita di un bambino non ancora nato, cui spesso (almeno dalla 7°-8° settimana) già batte il cuore. Dite quante risorse sono spese per valorizzare attività come quelle dei Centri di Aiuto alla Vita, o, se non piacessero per qualche motivo come sono organizzati, per crearne altri con modalità alternative.
Questo è il vero dramma, e guardate quanti esempi analoghi! Si discute tanto su come e se permettere le decisioni su come finire la vita dei malati, ma si discute poco su come rendere la vita di chi soffre meno faticosa. Si discute tanto su come e se liberalizzare la droga, ma pochissimo sui motivi che portano tantissimi giovani a drogarsi. Pagine e pagine sono dedicate a come arginare l’alcolismo soprattutto tra gli adolescenti, ma nulla su come superare il disagio giovanile. Fiumi di inchiostro per la diffusione di anticoncezionali, ma nemmeno una pagina su come permettere di fare tanti figli. Perché?
Probabilmente perché la nostra è una società delle scappatoie, in cui la parola d’ordine è che chi ha un problema deve essere aiutato a schivarlo, sfuggirlo, nasconderlo, censurarlo ma non a vincerlo, perché per vincere un problema bisogna chiamarlo per nome e per far questo bisogna avere la certezza che esiste da qualche parte una verità e una risposta. Probabilmente tra poco diventerà reato quello del poliziotto o del pompiere che cercherà di dissuadere una persona dal suicidio, perché – si dirà – è una libera scelta del fidanzato deluso che si sporge dal ponte o della ragazza che si avvelena.
Bisogna riprendere a chiamare le cose col loro nome, a chiamare “bambino” un bambino anche se ancora non è nato. E a trattarlo di conseguenza. E’ uno sforzo educativo di rispetto alla verità, che deve iniziare dai banchi di scuola, e che invece trova spesso o il silenzio o il “panem et circenses”, cioè la parola d’ordine imperante oggi: “spassatela!”. Che poi vale solo per chi può permetterselo: non per chi è povero, né per chi è malato o disabile. Né per chi vive il dramma del divorzio (che in TV sembra troppo spesso una passeggiata) o di un figlio drogato o di un parente malato.
Arriva l’aborto chimico, mentre stiamo raccogliendo una petizione di firme per l’attuazione di leggi già esistenti per permettere – come già possibile in Francia - che la donna che ha un aborto (spontaneo o no) possa avere le spoglie del bambino, seppellirlo, dargli un nome, per poter avere il diritto di elaborare il lutto. Se lo vuole. Non ci sembra di chiedere tanto, e tantissime donne, con associazioni di medici e genitori (“La Quercia Millenaria”, “Ciao Lapo”, “Come-Te Contro l’Handifobia”, “Giovanni XXIII”) reclamano questo diritto. Per inciso, ricordo che si può aderire online al sito: http://firmiamo.it/sepolture .
Dunque si tratta di educare a non fuggire, di chiamare le cose col loro nome e mostrare come sia più bello, anche se apparentemente più duro, affermare la vita, cioè usare la ragione, dare i giusti nomi alle cose; per non avere traumi peggiori di quelli che si vorrebbero evitare.
L’introduzione di una nuova modalità di aborto ci richiama dunque a ritrovare dove sia il vero interesse delle donne, se nell’incontrare una società che di fronte al loro disagio le lascia sole con la sola alternativa dell’aborto (chimico o meccanico che sia), o nello scoprire come un frutto duro da ottenere, ma gustoso, la responsabilità di un nuovo femminismo e un nuovo diritto alla maternità che non deve essere necessariamente – come impone il costume imperante - rimandata ai 30-35 anni con la prospettiva limitata rispetto alle sue attese e possibilità morali del figlio “unico e perfetto”.
A Maria

venerdì 7 agosto 2009
Qualcuno ci guidava

Non ti pare meraviglioso?
Io non ti conoscevo,
tu ignoravi la mia esistenza.
Pensa; e se le strade della vita
sulle quali noi camminiamo
non si fossero mai incontrate?
Una inezia, un ostacolo qualunque,
e noi saremmo rimasti lontani,
non ci saremmo conosciuti mai.
Sono talmente convinto
che era necessario che noi ci incontrassimo
che questo pensiero mi fa paura.
Dovevamo incontrarci,
perché Qualcuno ci guidava.
(Pieter Van Der Meer)
martedì 4 agosto 2009
Santa Messa in Rito Antico
lunedì 3 agosto 2009
A CHI SERVE LA CROCIATA PER LA RU486
