sabato 18 ottobre 2008

Testimonianza nei cinema, ovvero un racconto cinematografico sulla vita del Papa




Adattamento cinematografico di un bestseller Il film ”Testimonianza” è tratto dall'omonimo libro, pubblicato nel 2007, che contiene le conversazioni tra il cardinale Stanisław Dziwisz e il vaticanista italiano Gian Franco Svidercoschi.

Tradotto in una quindicina di lingue, nella sola Polonia il libro ha raggiunto la tiratura di oltre un milione di copie. "Sono stato accanto a lui per piu di quarant'anni..."


"Testimonianza" è un racconto cinematografico che cerca di presentare Karol Wojtyła cosi come e rimasto impresso nella memoria del suo segretario e amico: un uomo, un prete, un vescovo e infine un papa.

Il cardinale Stanisław Dziwisz ha accompagnato il Santo Padre per quarant`anni della sua vita, a partire dagli anni di Cracovia, per arrivare agli ultimi giorni in Vaticano. Il film, in quanto testimonianza della vita di Giovanni Paolo II, presenta nuovi fatti e nuove interpretazioni, specialmente sugli anni giovanili e sulla vita privata di Karol Wojtyła.

Uno dei motivi piu toccanti è l'attentato del 1981 e gli attimi immediatamente successivi, quando si riusci a salvare la vita di Giovanni Paolo II.


Formula del film

I ricordi del cardinale Dziwisz sono illustrati con immagini tratte da materiali documentari e narrativi. Gli autori del film hanno attinto a molte fonti sconosciute in Polonia, consultando gli archivi vaticani e utilizzando materiali fotografici mai pubblicati. Gli avvenimenti che non erano stati registrati su pellicola in precedenza sono stati ricostruiti dagli attori nella parte narrativa del film. Il narratore da al film una struttura compatta, unendo le singole trame e le diverse forme. Un racconto sul XX secolo Testimonianza e il racconto di tutta un'epoca nella storia della Polonia, dell'Europa e del mondo. E' una storia del XX secolo che arriva agli inizi del XXI. Esso costituisce ovviamente un valore per le persone legate alla Chiesa cattolica, ma presenta anche la persona del Papa in un contesto laico, storico, politico, sociologico. Testimonianza è pertanto non solo un racconto sulla vita del Papa, ma anche una profonda analisi degli eventi della fine del XX secolo. E' un film non solo per i cattolici. La produzione all'estero il regista del film e Paweł Pitera, conosciuto fra l'altro per la serie televisiva I segreti del Vaticano. Il film è stato prodotto da Przemysław Häuser, produttore cinematografico e televisivo specializzato in tematiche legate al Vaticano e al papa. Nel progetto Testimonianza è riuscito a coinvolgere personaggi di fama internazionale. Michael York, attore famoso per i film Cabaret di Bob Fosse o Gesu di Nazareth di Franco Zeffirelli è il secondo narratore, accanto al cardinale Stanisław Dziwisz. La musica è stata composta da Vangelis (vincitore di un Oscar per la colonna sonora di Momenti di gloria) e da Robert Janson (fondatore e leader del gruppo Varius Manx). Le riprese sono state fatte in Vaticano, in Polonia, in Italia, in Germania e in Portogallo. Il film è stato realizzato in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana.


Come e nato Testimonianza
I lavori sono durati quasi un anno. Le prime riprese sono state effettuate nell'autunno 2007. Il film è stato girato soprattutto in Vaticano, a Cracovia e a Wadowice, anche se la ricostruzione narrativa di alcuni avvenimenti della vita di Karol Wojtyła ha richiesto riprese in quasi tutta Europa. 30 ore di materiale sono il risultato delle conversazioni con il cardinale Dziwisz davanti alla macchina da presa. I frammenti piu importanti e interessanti delle conversazioni, insieme alla parte narrativa, costituiscono una storia filmata di un'ora e mezza, un racconto cinematografico sulla vita e sui tempi di Giovanni Paolo II.


Produttore: Przemysław Häuser


Sceneggiatura: Gian Franco Svidercoschi, Paweł Pitera, don Paweł Ptasznik, tratta dal libro del card. Stanisław Dziwisz

Regia: Paweł Pitera

Musiche: Vangelis, Robert Janson

Fotografia: Janusz Tatarkiewicz

Montaggio: Cezary Grzesiuk


Scenografia: Rafał Waltenberg, Maria Duffek


Produzione: TBA Group, Agora SA, New Cast in collaborazione con LA Libreria Editrice Vaticana

Durata: 90 minuti


sito: http://www.testimonyfilm.com/Testimonyfilm/0,94490.html

giovedì 16 ottobre 2008

L'amore sconosciuto


Vi propongo un interessante catechesi sulla truffa "dell'amor cortese"...


"Tristano e Isotta non si amano... ciò che essi amano è l'amore e il fatto stesso d'amare.
Ed agiscono come se avessero capito che tutto ciò che si oppone all'amore lo garantisce e lo consacra nel loro cuore, per esaltarlo all'infinito nell'istante dell'abbattimento
dell'ostacolo che è la morte"

(Denis De Rougemont)

Sull'amore sono stati scritti moltissimi libri e saggi e articoli; non deve stupire visto che esso segna il nostro vivere, il nostro quotidiano. Se ne parla dappertutto ed in ogni salotto televisivo. Esistono anzi alcune trasmissioni specifiche sul caso "amore" dove si alternano "vati" vecchi e nuovi a dare le loro lezioni di vita.
Per chi segue Gesù, per chi è cristiano non vi è altra risposta che quella di un'esperienza storica e fondante della vita di Cristo morto e risorto per me e per te che leggi.
Giovanni nelle sue lettere pastorali ne parla così:

Giov. 3,16 "Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare

la vita per i fratelli" (traduci il "dobbiamo" con possiamo.. perché non è un dovere etico ma una possibilità e un'esigenza scelta nello Spirito)
e ancora :
Giov. 4,7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. [8]Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. [9]In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. [10]In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Dunque la misura di ciò che è amore è Dio stesso e la sua "passione" per noi fatta carne in Gesù Cristo.
Ma torniamo all'aforisma di cui sopra.
Denis De Rougemont, scrittore illuminato, fa nel suo libro "L'amore e l'occidente" (che consigliamo vivamente di leggere) una analisi sistematica, filologica e storica del concetto di amore così com'è inteso soprattutto in occidente. La sua tesi si sviluppa in un tracciato secondo cui la lirica cortese sarebbe derivata dall'eresia catara e dalla sua teologia manichea e abbia poi influenzato tutta la narrativa (e non solo) dell'occidente per l'amore-passione da contrapporre ad una visione "più istituzionale" del matrimonio. Il testo, com'era immaginabile, ebbe numerosissime critiche, per lo più inconsistenti.

Tuttavia il problema era stato centrato: "ciò che misura l'amore sono le pene che si vivono per esso".

La questione come si vede non è solamente narrativa o televisiva (basti guardare i minestroni affettivi delle telenovelas o film classici sull'amore in ogni tempo) ma piuttosto psicologica e talvolta teologica.
Teologica perché una certa visione distorta ha influenzato anche una pastorale affrettata della cura dei malati e nell'amministrazione dei sacramenti (soprattutto il matrimonio) mettendo i credenti in situazioni di "croce" istituzionalizzandole e aprendo così facilmente la via alla visione borghese di una vita spaccata; affronteremo però la delicatezza dell'argomento, nel dettaglio, in un'altra riflessione.
Di sicuro certa teologia crucis non è per niente cristiana ma piuttosto pagana e "catara" per questa continua ricerca della sofferenza a vantaggio della preziosità dell'amore e non dell'amato. La croce c'è con l'esistenza, non va cercata, ed ognuno ha la sua nel disegno d'amore del Padre senza dimenticare mai che la sofferenza è una condizione transeunte e non definitiva. Qui risiede una corretta visione della teologia della croce.
Nella teologia crucis dell'amore cortese invece la sofferenza prende il posto delle finalità e abbrutisce l'essere umano chiudendolo alla Speranza e al significato redentivo della sofferenza e del limite. Guai a noi cristiani quando portiamo un'etica senza evangelizzazione... il dovere cristiano non è un dovere kantiano o greco o romano... né tanto meno massonico.
Il dovere cristiano nasce "dal debito" che abbiamo nei confronti dello Spirito Santo che ci è stato donato soprattutto con il battesimo (vd. Lettera ai Romani cap. 8 di S. Paolo).
L'esigenza morale per il cristiano non è un'imposizione esterna né solamente un'esigenza naturale ma nasce dalla "conoscenza" di Dio la quale a sua volta nasce o viene confermata dal Kerygma, dall'annuncio e dalla Sua Chiesa. Dare una morale senza un annuncio di Cristo morto e risorto che entri nel profondo della vita equivale a legittimare una "catena" etica che facilmente porta il soggetto a misurare la propria autostima non sull'amore di Dio per lui ma sul "soffrire per il soffrire", sulla "rinuncia per la rinuncia", sulle fughe di ogni tipo.
E questo non è cristianesimo ma catarismo bello e buono e anche "Nicolaismo" se vogliamo (vd dizionario Eresie in sez. Catechesi).
La superficie cristiana rischia, talvolta, di nascondere l'eresia; cioè il nostro inconscio non è evangelizzato ed ogni nostro amare e soffrire non è illuminato dalla Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. Ed è per questo che sono rari i "testimoni" del Vangelo... molti gli annunciatori ma pochi i testimoni. E' per questo che Giovanni apostolo può dire "abbiamo conosciuto" proprio perché egli fece un bagno di Grazia radicale e di profonda intimità con Cristo che lo porta poi ad essere testimone e guida nel martirio più doloroso e vero che ci sia.

Psicologicamente qui sta il punto: dietro una visione di teologia crucis pseudo-catara si nasconde una profonda patologia dell'amore a se stessi e quindi agli altri. E non c'è niente di più gratificante, direi veramente lussurioso, che consacrare la propria sofferenza con un "Dio lo vuole"; forse talvolta è così ma non nel senso che gli vogliamo dare noi! Ed è la mancanza di luce, di discernimento nello Spirito Santo che fa dire certe castronerie. Dio solo sa quante volte facciamo dire allo Spirito Santo cose che Egli non pensa neppure... e questo solo perché siamo paralizzati dalla paura di crescere e di assumerci delle responsabilità verso noi stessi e verso i fratelli.
Ma il rischio più grande è proprio quello di Tristano e Isotta e cioè che i due non si amino affatto ma amano piuttosto il proprio soffrire e lo consacrano all'infinito come valore ultimo proprio perché in definitiva non amano neanche se stessi.
L'altro è in definitiva un estraneo e non un dono... perché io sono un estraneo per me stesso!

Quante coppie vivono all'infinito delle storie impossibili solo perché in realtà non amano l'altro ma solo: il proprio soffrire, la proiezione di ciò che l'altro è nella nostra testa, la propria impossibilità di vivere una "storia", un cammino alla luce di Dio con l'altro.
Questa è la vera lussuria di coppia che cementifica l'estraneità dell'altro nel tempo. Visione che, in seconda battuta, giustifica la gelosia, il controllo, il "comprare" l'altro oppure la mancanza di fedeltà matura.
Vi è dunque una cosificazione dell'amore. L'altro è oggetto e mezzo per consacrare il mio soffrire o la mia immagine. L'altro fonda la mia autostima proprio perché irraggiungibile. Se soffro in sostanza vuol dire che valgo, che sono
.
Soffro dunque sono, potremmo affermare.

Il Cristiano non fonda la sua vita sull'impossibilità dei propri fantasmi ma sulla concretezza dell'Amore di Dio, il quale Egli solo fonda il tuo essere e ti dona la capacità di donarti. Anche in situazioni non solo difficili ma impossibili. Ma lo fa con una Parola nuova ed uno spirito nuovo, discreto, fatti di luci più che ombre; di gioia più che di autocommiserazione. Di libertà più che di catene. Di responsabilità più che di fughe... e quante possono essere queste fughe... persino istituzionalizzate dal vivere sociale... Dio ne è testimone!
Per Dio infatti non è così! Egli ci ha amato e ci ama a tal punto che, paradosso dei paradossi, diventiamo quasi "il dio per Lui" perché Egli sceglie la via di farsi bimbo per entrare nelle nostre vite soprattutto nel mistero del Natale. Quando Gesù nelle beatitudini di Matteo dice "beati quelli che soffrono perché saranno consolati" non lo fa esclusivamente in un proiezione futura escatologica ma bensì in una condizione che cambia nel momento che accogli Gesù nella tua vita; cioè ora!
Il "saranno" indica, infatti, ciò che accade e cresce, da ora, nella tua visione delle cose; e questo non come alienazione soporifera, come "oppio" autoconsolante per chi non ha speranza ma, piuttosto, come realtà nuova che si schiude con "verità e potenza" in colui che crede!
Credere non è mettere Dio al centro della propria vita. Dio non sta al centro ma sta dove ritiene opportuno. Prova a dire ad un bimbo: non essere curioso, non giocare, sta zitto, mettiti in riga... Dio è così, è come un bimbo, non puoi dirgli che cosa fare ma Egli lo fa e non sta dove lo metti tu ma dove è giusto che Egli stia. Non puoi addomesticare Dio... non puoi insegnargli il Suo mestiere d'amante. Dio è come un bimbo ma con la differenza che non fa quello che vuole per capriccio ma per il tuo bene e perché tu abbia la vita e la abbia in abbondanza!
Allontanarsi dall'Amore di Dio senza preghiera, senza il confronto con la Parola, con i fratelli e senza sacramenti non fa altro che legittimare delle mostruosità... coppie che si chiudono alla vita sociale e comunitaria perse nei loro piccoli fantasmi quotidiani, nelle dissipazioni e dalla mancanza di luce... e dall'altra religiosi e sacerdoti che per amare tutti... non amano nessuno e si "cristallizzano" in un egoismo istituzionalizzato perdendo di vista la via della Carità... magari con la pastorale dei numeri o delle caselle oppure in una vita spaccata e una maturità vocazionale incompiuta.
Il rischio di Tristano e Isotta è un rischio di tutti; è un rischio nostro... è, per tutti, religiosi e laici, la perdita del fondamento e dell'obiettivo e quindi della via della fecondità!
Se si consacra "il nostro soffrire" piuttosto della presenza viva di Gesù vivo nella nostra vita, otteniamo delle mostruosità sotto la parvenza di atti spirituali.
Gesù, invece, sempre, sempre e ancora sempre dona una parola di speranza... soprattutto ora in questo Natale che viene. E' Lui... è un bimbo, è disarmato e, proprio per questo, Signore e maestro.
Ascoltiamolo!

lunedì 13 ottobre 2008

Parole, gesti e segni che hanno plasmato l'Europa

di Roberto de Mattei


Ci chiediamo se il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI possa costituire, e in che senso, una risposta al processo di secolarizzazione della società contemporanea.

Per rispondere abbiamo bisogno innanzitutto di una definizione della secolarizzazione e, tra le tante, una delle migliori è stata formulata in un discorso del 23 febbraio 2002, da Giovanni Paolo II, secondo cui "purtroppo alla metà dello scorso millennio ha avuto inizio, e dal Settecento in poi si è particolarmente sviluppato, un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il Cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana.

Il punto d'arrivo di tale processo è stato spesso il laicismo e il secolarismo agnostico e ateo, cioè l'esclusione assoluta e totale di Dio e della legge morale naturale da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata così la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno".

Da queste parole di Giovanni Paolo II emerge in primo luogo che la secolarizzazione è un processo storico che ha inizio con l'umanesimo rinascimentale: si è sviluppato con l'illuminismo, e ha il suo sbocco nel laicismo e nel secolarismo agnostico e ateo, caratteristico del marxismo e della società postmoderna.

Il punto di arrivo finale è l'esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale.

C'è chi crede che per evitare il secolarismo anticristiano, la Chiesa dovrebbe far propria e "battezzare" la secolarizzazione.

Questa concezione accetta l'inevitabilità della secolarizzazione attribuendole, di fatto, un carattere positivo in quanto svolgimento necessario della storia.

Se, però, rifiutiamo questa visione immanente e storicista e assumiamo invece un criterio che ci permetta di valutare gli eventi alla luce di principi trascendenti, non possiamo considerare in sé "positivo" o "buono" nessun fatto storico.

Come gli atti umani, i fatti storici, che sono prodotti dalle scelte razionali e libere dell'uomo, non sono mai neutri e indifferenti: lo storico, e a maggior ragione il filosofo e il teologo della storia, ha il dovere di giudicarli, ovvero di attribuire loro valore positivo o negativo. L'accettazione della secolarizzazione come fatto storico inevitabile, porta a una filosofia e poi a una teologia della secolarizzazione.

La filosofia della secolarizzazione, implicita nell'umanesimo pagano, si forma nei circoli illuministi; viene portata alla sua coerenza logica da Gramsci e penetra nella seconda metà del ventesimo secolo nella teologia protestante (e poi cattolica) con Dietrich Bonhoeffer. Quella che Bonhoeffer definisce la "maturità del mondo" si raggiunge con l'espulsione del sacro da ogni ambito sociale e con l'estirpazione delle radici cristiane dalla società. Bonhoeffer interpreta la secolarizzazione come l'espressione di un "mondo diventato adulto", il quale, grazie all'evento liberatorio cristiano, può vivere "come se Dio non esistesse", etsi Deus non daretur.

L'illusione è quella di realizzare un ordine "mondano", al di fuori del cristianesimo, eliminando il legame verticale e trascendente che costituisce l'essenza stessa della religione perché ri-lega l'uomo a Dio.

Aristotele ha definito giustamente l'uomo un essere sociale. Ma Aristotele, che non aveva l'idea di creazione, ha ridotto la socialità degli uomini al loro rapporto con i propri simili.

La prima relazione dell'uomo, ciò che fa di lui un essere non immanente e autosufficiente, ma estroflesso e dipendente, è la sua relazione con Dio. Essa si esprime innanzitutto nella preghiera, che fa dell'uomo, non solo un animale sociale ma, per essenza, un homo religiosus.

Ma poiché Dio si è fatto uomo egli stesso e per salvare l'umanità colpita dal peccato originale, ha fondato, attorno al sacrificio di Cristo, la Chiesa, la preghiera per eccellenza dell'uomo, l'unica che lo redime, è quella che egli fa con la Chiesa, all'interno della Chiesa.

La liturgia è la preghiera pubblica della Chiesa, l'atto di culto non privato, del singolo uomo, ma della comunità dei battezzati, riuniti attorno al santo sacrificio dell'altare.

La liturgia che vi si celebra non è solo la trasmissione della parola di Dio all'uomo, e la sua santificazione attraverso i sacramenti; essa è anche e innanzitutto un insieme di forme sensibili che elevano l'uomo verso Dio e lo aiutano a glorificarlo e a rendergli il culto dovuto.

Non è nulla di più antitetico alla secolarizzazione della liturgia espressa dal sacrificio della messa. In esso trovano compimento i misteri della passione, risurrezione e ascensione di Gesù Cristo, perfezione della sacralità, perché nella sua persona Dio si dà massimamente a una natura umana, unita inscindibilmente a Lui.

Il punto più sacro della messa è la formula consacratoria, composta, come ricorda il concilio di Trento, in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato piamente stabilito dai santi Pontefici.
"La celebrazione liturgica - ha ricordato Giovanni Paolo II nella Lettera alla Congregazione per il Culto Divino del 21 settembre 2001 - è un atto della virtù di religione che, coerentemente con la sua natura, deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l'uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a Colui che è tre volte santo e trascendente. Di conseguenza l'atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rovo ardente?".

Questo stupore e questa riverenza si esprime soprattutto nel linguaggio del silenzio.

Il silenzio, a cui ha dedicato belle pagine il cardinale Ratzinger (Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2007, pp. 203-212) si oppone al frastuono ed esprime la distanza infinita tra il Dio ineffabile, che non può essere conosciuto nella sua essenza, e l'umile creatura che, senza di lui, ricadrebbe nel nulla. Ma questo Dio, adorato nella sua maestà divina, non è lontano, è anzi infinitamente vicino, perché si è donato in Cristo, è presente sull'altare in corpo, sangue, anima e divinità. Solo nella assoluta trascendenza divina si esprime la radicale ed estrema vicinanza di Dio all'uomo.
Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta: in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso non è l'unico rito possibile, ma esprime con perfetta chiarezza quell'unica ecclesiologia che può dirsi cattolica e che ogni liturgia deve esprimere.

La dimensione rituale è una dimensione costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli. La parola traditio, nel suo senso originale, si riferisce alla trasmissione dei symbola fidei, ovvero di quelle formule verbali, confermate dall'autorità ecclesiastica, destinate alla pubblica professione della fede.

La traditio si esprime nella consegna di verità destinate a formare il depositum fidei, ma è anche ricerca dei modi in cui queste verità vengono trasmesse, ricerca dei simboli e dei riti che queste verità efficacemente esprimono.

Ogni verità infatti si traduce in una liturgia, secondo la nota formula di Prospero di Aquitania, lex orandi, lex credendi (oppure legem credendi lex statuat supplicandi; De vocatione omnium gentium, 1, 12).
La descrizione della Eucaristia della domenica lasciataci da san Giustino (Giustino, Apologia, 61-62; 65-67) ci attesta, già prima dell'anno 165, la prassi rituale della Chiesa romana, "nella quale - come scriveva sant'Ireneo - si custodiva fedelmente la tradizione venuta dagli apostoli" (Adversus haereses, II, 3).

In questo senso l'Europa nasce anche attorno a una tradizione liturgica. Christopher Dawson osserva, non a torto, che, dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'ordine sacro della liturgia rimase intatto nel caos e la liturgia costituì il principale legame di unità interiore della società. La liturgia fu, nel medesimo tempo, la sede della tradizione e la sede della fede, perché in essa tradizione e fede si incontravano e si conciliavano.
A Papa Damaso, eletto vescovo di Roma nel 366, si deve la prima esposizione del concetto di Petrinitas, come principio di ordine gerarchico ecclesiastico. Ma l'affermazione del primato romano, sotto Damaso e i suoi successori, corre si può dire parallela alla affermazione dell'ordo liturgico romano, la cui definitiva configurazione avviene tra il IV e il VI secolo, culminando nella creazione del Liber Sacramentorum di Gregorio Magno. La liturgia damaseno-gregoriana - come ricorda monsignor Klaus Gamber - si andò imponendo progressivamente in occidente, ed è quella che oggi Benedetto XVI ripropone alla Chiesa.

Questa liturgia gregoriana, espressa dal rito romano antico ci ricorda, attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l'infinita distanza che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza sacrificio e che il dono della vita naturale e soprannaturale è un mistero.

Non si tratta di mettere in competizione il rito antico con la nuova messa, promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici. Si tratta di comprendere come la restituzione della libertà al rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzante.

Questo rito aprì e chiuse tutti i ventuno concili ecumenici della Chiesa, da Nicea al Vaticano II. Fu celebrato sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra, ovunque arrivò lo zelo dei missionari. Fu al centro del culto di tutti gli ordini religiosi fondati nella storia; lo splendore di Cluny e la rinascita liturgica di dom Guéranger, l'avvolsero di maestà e di splendore. I martiri della fede del ventesimo secolo, vi attinsero la forza per resistere ai loro carnefici. Il rito romano costituisce oggi, nelle intenzioni di Benedetto XVI, un'efficace risposta alla sfida della secolarizzazione.
(©L'Osservatore Romano - 17 settembre 2008)
(fonte: Tous Tuus network)

domenica 12 ottobre 2008

Il Primato di Pietro/2



ORIGINE, FINALITA E NATURA DEL PRIMATO


«Primo Simone, chiamato Pietro(5).


Con questa significativa accentuazione della primazia di Simon Pietro, San Matteo introduce nel suo Vangelo la lista dei Dodici Apostoli, che anche negli altri due Vangeli sinottici e negli Atti inizia con il nome di Simone(6). Questo elenco, dotato di grande forza testimoniale, ed altri passi evangelici(7) mostrano con chiarezza e semplicità che il canone neotestamentario ha recepito le parole di Cristo relative a Pietro ed al suo ruolo nel gruppo dei Dodici(8). Perciò, già nelle prime comunità cristiane, come più tardi in tutta la Chiesa, l'immagine di Pietro è rimasta fissata come quella dell'Apostolo che, malgrado la sua debolezza umana, fu costituito espressamente da Cristo al primo posto fra i Dodici e chiamato a svolgere nella Chiesa una propria e specifica funzione. Egli è la roccia sulla quale Cristo edificherà la sua Chiesa(9); è colui che, una volta convertito, non verrà meno nella fede e confermerà i fratelli(10); è, infine, il Pastore che guiderà l'intera comunità dei discepoli del Signore(11).


Nella figura, nella missione e nel ministero di Pietro, nella sua presenza e nella sua morte a Roma -attestate dalla più antica tradizione letteraria e archeologica- la Chiesa contempla una profonda realtà, che è in rapporto essenziale con il suo stesso mistero di comunione e di salvezza: «Ubi Petrus, ibi ergo Ecclesia(12).

La Chiesa, fin dagli inizi e con crescente chiarezza, ha capito che come esiste la successione degli Apostoli nel ministero dei Vescovi, così anche il ministero dell'unità, affidato a Pietro, appartiene alla perenne struttura della Chiesa di Cristo e che questa successione è fissata nelle sede del suo martirio.


4. Basandosi sulla testimonianza del Nuovo Testamento, la Chiesa Cattolica insegna, come dottrina di fede, che il Vescovo di Roma è Successore di Pietro nel suo servizio primaziale nella Chiesa universale(13); questa successione spiega la preminenza della Chiesa di Roma(14), arricchita anche dalla predicazione e dal martirio di San Paolo.


Nel disegno divino sul Primato come «ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori(15), si manifesta già la finalità del carisma petrino, ovvero «l'unità di fede e di comunione(16) di tutti i credenti. Il Romano Pontefice infatti, quale Successore di Pietro, è «perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli(17), e perciò egli ha una grazia ministeriale specifica per servire quell'unità di fede e di comunione che è necessaria per il compimento della missione salvifica della Chiesa(18).


5. La Costituzione Pastor aeternus del Concilio Vaticano I indicò nel prologo la finalità del Primato, dedicando poi il corpo del testo a esporre il contenuto o ámbito della sua potestà propria. Il Concilio Vaticano II, da parte sua, riaffermando e completando gli insegnamenti del Vaticano I(19) ha trattato principalmente il tema della finalità, con particolare attenzione al mistero della Chiesa come Corpus Ecclesiarum(20).

Tale considerazione permise di mettere in rilievo con maggiore chiarezza che la funzione primaziale del Vescovo di Roma e la funzione degli altri Vescovi non si trovano in contrasto ma in un'originaria ed essenziale armonia(21).


Perciò, «quando la Chiesa Cattolica afferma che la funzione del Vescovo di Roma risponde alla volontà di Cristo, essa non separa questa funzione dalla missione affidata all'insieme dei Vescovi, anch'essi "vicari e legati di Cristo" (Lumen gentium, n. 27). Il Vescovo di Roma appartiene al loro collegio ed essi sono i suoi fratelli nel ministero(22). Si deve anche affermare, reciprocamente, che la collegialità episcopale non si contrappone all'esercizio personale del Primato né lo deve relativizzare.


6. Tutti i Vescovi sono soggetti della sollicitudo omnium Ecclesiarum(23) in quanto membri del Collegio episcopale che succede al Collegio degli Apostoli, di cui ha fatto parte anche la straordinaria figura di San Paolo. Questa dimensione universale della loro episkopè (sorveglianza) è inseparabile dalla dimensione particolare relativa agli uffici loro affidati(24).


Nel caso del Vescovo di Roma -Vicario di Cristo al modo proprio di Pietro come Capo del Collegio dei Vescovi(25)-, la sollicitudo omnium Ecclesiarum acquista una forza particolare perché è accompagnata dalla piena e suprema potestà nella Chiesa(26): una potestà veramente episcopale, non solo suprema, piena e universale, ma anche immediata, su tutti, sia pastori che altri fedeli(27).

Il ministero del Successore di Pietro, perciò, non è un servizio che raggiunge ogni Chiesa particolare dall'esterno, ma è iscritto nel cuore di ogni Chiesa particolare, nella quale «è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo(28), e per questo porta in sé l'apertura al ministero dell'unità. Questa interiorità del ministero del Vescovo di Roma a ogni Chiesa particolare è anche espressione della mutua interiorità tra Chiesa universale e Chiesa particolare(29).
L'Episcopato e il Primato, reciprocamente connessi e inseparabili, sono d'istituzione divina. Storicamente sono sorte, per istituzione della Chiesa, forme di organizzazione ecclesiastica nelle quali si esercita pure un principio di primazia.

In particolare, la Chiesa Cattolica è ben consapevole della funzione delle sedi apostoliche nella Chiesa antica, specialmente di quelle considerate Petrine -Antiochia ed Alessandria- quali punti di riferimento della Tradizione apostolica, intorno a cui si è sviluppato il sistema patriarcale; questo sistema appartiene alla guida della Provvidenza ordinaria di Dio sulla Chiesa, e reca in sé, dagli inizi, il nesso con la tradizione petrina(30).


CONSIDERAZIONI DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE RIGUARDO GLI ATTI DEL SIMPOSIO SU IL PRIMATO DEL SUCCESSORE DI PIETRO NEL MISTERO DELLA CHIESA.

INCONCILIABILITÀ TRA FEDE CRISTIANA E MASSONERIA


RIFLESSIONI SULLA DICHIARAZIONE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE


Il 26 novembre 1983 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicava una dichiarazione sulle associazioni massoniche (cfr AAS LXXVI [1984] 300).



A distanza dalla sua pubblicazione può essere utile illustrare brevemente il significato di questo documento. Da quando la Chiesa ha iniziato a pronunciarsi nei riguardi della massoneria il suo giudizio negativo è stato ispirato da molteplici ragioni, pratiche e dottrinali. Essa non ha giudicato la massoneria responsabile soltanto di attività sovversiva nei suoi confronti, ma fin dai primi documenti pontifici in materia e in particolare nella Enciclica «Humanum Genus» di Leone XIII (20 aprile 1884), il Magistero della Chiesa ha denunciato nella Massoneria idee filosofiche e concezioni morali opposte alla dottrina cattolica. Per Leone XIII esse si riconducevano essenzialmente a un naturalismo razionalista, ispiratore dei suoi piani e delle sue attività contro la Chiesa. Nella sua Lettera al Popolo Italiano «Custodi» (8 dicembre 1892) egli scriveva: «Ricordiamoci che il cristianesimo e la massoneria sono essenzialmente inconciliabili, così che iscriversi all’una significa separarsi dall’altra».
Non si poteva pertanto tralasciare di prendere in considerazione le posizioni della Massoneria dal punto di vista dottrinale, quando negli anni 1970‑1980 la S. Congregazione era in corrispondenza con alcune Conferenze Episcopali particolarmente interessate a questo problema, a motivo del dialogo intrapreso da parte di personalità cattoliche con rappresentanti di alcune logge che si dichiaravano non ostili o perfino favorevoli alla Chiesa.
Ora lo studio più approfondito ha condotto la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede a confermarsi nella convinzione dell’inconciliabilità di fondo fra i principi della massoneria e quelli della fede cristiana.
Prescindendo pertanto dalla considerazione dell’atteggiamento pratico delle diverse logge, di ostilità o meno nei confronti della Chiesa, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, con la sua dichiarazione del 26.11.83, ha inteso collocarsi al livello più profondo e d’altra parte essenziale del problema: sul piano cioè dell’inconciliabilità dei principi, il che significa sul piano della fede e delle sue esigenze morali.
A partire da questo punto di vista dottrinale, in continuità del resto con la posizione tradizionale della Chiesa, come testimoniano i documenti sopra citati di Leone XIII, derivano poi le necessarie conseguenze pratiche, che valgono per tutti quei fedeli che fossero eventualmente iscritti alla massoneria.
A proposito dell’affermazione sull’inconciliabilità dei principi tuttavia si va ora da qualche parte obiettando che essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun «principio», nel senso di una posizione filosofica o religiosa che sia vincolante per tutti i suoi aderenti, ma piuttosto di raccogliere insieme, al di là dei confini delle diverse religioni e visioni del mondo, uomini di buona volontà sulla base di valori umanistici comprensibili e accettabili da tutti.
La massoneria costituirebbe un elemento di coesione per tutti coloro che credono nell’Architetto dell’Universo e si sentono impegnati nei confronti di quegli orientamenti morali fondamentali che sono definiti ad esempio nel Decalogo; essa non allontanerebbe nessuno dalla sua religione, ma al contrario costituirebbe un incentivo ad aderirvi maggiormente.
In questa sede non possono essere discussi i molteplici problemi storici e filosofici che si nascondono in tali affermazioni. Che anche la Chiesa cattolica spinga nel senso di una collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà, non è certamente necessario sottolinearlo dopo il Concilio Vaticano II. L’associarsi nella massoneria va tuttavia decisamente oltre questa legittima collaborazione e ha un significato ben più rilevante e determinante di questo.

Innanzi tutto si deve ricordare che la comunità dei «liberi muratori» e le sue obbligazioni morali si presentano come un sistema progressivo di simboli dal carattere estremamente impegnativo. La rigida disciplina dell’arcano che vi domina rafforza ulteriormente il peso dell’interazione di segni e di idee. Questo clima di segretezza comporta, oltre tutto, per gli iscritti il rischio di divenire strumento di strategie ad essi ignote.
Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma, tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale comunità morale-rituale lungi dal poter essere eliminato, risulta al contrario determinante.

In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui appartengono i singoli membri delle Logge, non possono essere considerate se non come semplici istituzionalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile. Il valore di queste istituzionalizzazioni appare, quindi, inevitabilmente relativo, rispetto a questa verità più ampia, la quale si manifesta invece piuttosto nella comunità della buona volontà, cioè nella fraternità massonica.
Per un cristiano cattolico, tuttavia, non è possibile vivere la sua relazione con Dio in una duplice modalità, scindendola cioè in una forma umanitaria - sovraconfessionale e in una forma interna - cristiana. Egli non può coltivare relazioni di due specie con Dio, né esprimere il suo rapporto con il Creatore attraverso forme simboliche di due specie. Ciò sarebbe qualcosa di completamente diverso da quella collaborazione, che per lui è ovvia, con tutti coloro che sono impegnati nel compimento del bene, anche se a partire da principi diversi. D’altronde un cristiano cattolico non può nello stesso tempo partecipare alla piena comunione della fraternità cristiana e, d’altra parte, guardare al suo fratello cristiano, a partire dalla prospettiva massonica, come a un «profano».

Anche quando, come già si è detto, non vi fosse un’obbligazione esplicita di professare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logica intrinseca ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non essere accettabile da parte di un cristiano, «al quale cara è la sua fede» (Leone XIII).

Questo stravolgimento nella struttura fondamentale dell’atto di fede si compie, inoltre, per lo più, in modo morbido e senza essere avvertito: la salda adesione alla verità di Dio, rivelata nella Chiesa, diviene semplice appartenenza a un’istituzione, considerata come una forma espressiva particolare accanto ad altre forme espressive, più o meno altrettanto possibili e valide, dell’orientarsi dell’uomo all’eterno.
La tentazione ad andare in questa direzione è oggi tanto più forte, in quanto essa corrisponde pienamente a certe convinzioni prevalenti nella mentalità contemporanea. L’opinione che la verità non possa essere conosciuta è caratteristica tipica della nostra epoca e, nello stesso tempo, elemento essenziale della sua crisi generale.
Proprio considerando tutti questi elementi la Dichiarazione della S. Congregazione afferma che la Iscrizione alle associazioni massoniche «rimane proibita dalla Chiesa» e i fedeli che vi si iscrivono «sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione».
Con questa ultima espressione, la S. Congregazione indica ai fedeli che tale iscrizione costituisce obiettivamente un peccato grave e, precisando che gli aderenti a una associazione massonica non possono accedere alla Santa Comunione, essa vuole illuminare la coscienza dei fedeli su di una grave conseguenza che essi devono trarre dalla loro adesione a una loggia massonica.
La S. Congregazione dichiara infine che «non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche, con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito».
A questo proposito il testo fa anche riferimento alla Dichiarazione del 17 febbraio 1981, la quale già riservava alla Sede Apostolica ogni pronunciamento sulla natura di queste associazioni che avesse implicato deroghe alla legge canonica allora in vigore (can. 2335).

Allo stesso modo il nuovo documento, emesso dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede nel novembre 1983, esprime identiche intenzioni di riserva relativamente a pronunciamenti che divergessero dal giudizio qui formulato sulla inconciliabilità dei principi della massoneria con la fede cattolica, sulla gravità dell’atto di iscriversi a una loggia e sulla conseguenza che ne deriva per l’accesso alla Santa Comunione. Questa disposizione indica che, malgrado la diversità che può sussistere fra le obbedienze massoniche, in particolare nel loro atteggiamento dichiarato verso la Chiesa, la Sede Apostolica vi riscontra alcuni principi comuni, che richiedono una medesima valutazione da parte di tutte le autorità ecclesiastiche.
Nel fare questa Dichiarazione, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede non ha inteso disconoscere gli sforzi compiuti da coloro che, con la debita autorizzazione di questo Dicastero, hanno cercato di stabilire un dialogo con rappresentanti della Massoneria.
Ma, dal momento che vi era la possibilità che si diffondesse fra i fedeli l’errata opinione secondo cui ormai la adesione a una loggia massonica era lecita, essa ha ritenuto suo dovere far loro conoscere il pensiero autentico della Chiesa in proposito e metterli in guardia nei confronti di un’appartenenza incompatibile con la fede cattolica.

Solo Gesù Cristo è, infatti, il Maestro della Verità e solo in Lui i cristiani possono trovare la luce e la forza per vivere secondo il disegno di Dio, lavorando al vero bene dei loro fratelli.
(tratto da: vatican.va)

sabato 11 ottobre 2008

Non toccate la Vita!!



EMBRIONE-CHIMERA

07/09/2007

Il 5 settembre la Human fertilistion and embryology authority (Hfea), organismo che in Gran Bretagna regola l’ambito della fecondazione artificiale e della ricerca sugli embrioni, ha dato il via libera alla creazione a scopo di ricerca dei cosiddetti “embrioni-chimera”, ossia embrioni ibridi ottenuti con il trasferimento di nuclei umani in cellule uovo denucleate di animali.

Gli embrioni prodotti in tale modo conterrebbero un 99,9% di materiale genetico umano e uno 0,1% di materiale genetico animale. Gli scienziati britannici ritengono così di poter disporre di embrioni dai quali prelevare cellule staminali destinate alla ricerca di nuove cure per patologie quali il Parkinson e l’Alzheimer, e assicurano che questi embrioni ibridi verranno distrutti al 14° giorno.

Di “fatto mostruoso” parla mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, auspicando una mobilitazione della comunità scientifica. Per Helen Watt, direttrice del Linacre Centre for healthcare ethics, si tratta di “una perversione riproduttiva”.

“Questa procedura – afferma - è una grave offesa alla dignità e ai diritti dell’embrione”.

Alla fine del 2006 l’esecutivo britannico aveva presentato una proposta di legge che avrebbe messo al bando la ricerca sugli embrioni-chimera ma, dopo la rivolta del mondo scientifico, il governo la ha ritirata e si appresta a discutere entro la fine dell’anno un altro progetto di legge in materia.

Sperimentazione senza senso.

Un progetto che “parte già male dal punto di vista scientifico perché privo di fondamento e di validità” e non in grado di “conseguire le finalità proposte e promesse”; “una sperimentazione che al di là delle questioni etiche e antropologiche, di per sé importantissime, non ha neppure un senso in sé, è una cattiva scienza e, come tale, è inaccettabile”.

Così Maria Luisa Di Pietro, copresidente con Bruno Dallapiccola dell’Associazione “Scienza & Vita”, commenta al Sir la decisione della Hfea.

Al di là delle questioni etiche e antropologiche, prosegue la scienziata, “occorre interrogarsi su come in questa ipotetica nuova entità, che è umana al 99,9%, il nucleo umano possa interagire con il Dna animale, di mucca o di coniglio”.

“Le cellule staminali così ottenute – spiega – avranno il nucleo umano e il citoplasma di origine animale; pertanto non saranno utilizzabili come cellule staminali sull’uomo in caso di patologie degenerative”.

Riduzionismo antropologico.

La creazione di queste “entità aberranti”, sottolinea ancora la scienziata, “costituisce inoltre una grave offesa al valore e alla specificità della vita umana. Mescolando il Dna di esseri umani con quello di origine animale, si rischia di intaccare la barriera interspecie con conseguenze non prevedibili sia sul piano antropologico che su quello sanitario”. “Tutto ciò muove da una visione che si è gradualmente fatta strada nella cultura dominante: quella di un riduzionismo antropologico che, riducendo l’essere umano alla mera realtà biologica e quindi ad una somma di cellule, geni e cromosomi, è scivolato ulteriormente confondendo la natura biologica umana con la natura biologica di altre specie viventi, e quindi cancellandola”. Sul piano sanitario, invece, Di Pietro mette in guardia da possibili “pericoli di diffusione di infezioni virali, che per ora interessano il mondo animale, alla sfera umana”. Vi sono rischi che una simile pratica venga introdotta anche nel nostro Paese? “La legge 40 – risponde – vieta esplicitamente all’art.13 la sperimentazione sugli embrioni; occorre tuttavia innalzare la guardia a sua difesa, in particolare in vista di eventuali pressioni a livello europeo volte a modificare i contenuti delle legislazioni nazionali in materia”.

Grave demagogia.

Di “etica a colpi di sondaggio” parla Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica dell’Università cattolica.“ Allettati da prospettive terapeutiche tutte da dimostrare”, prosegue Pessina alludendo ai sondaggi condotti nei mesi scorsi tra la popolazione del Regno Unito, che per il 61% si sarebbe espressa favorevolmente, “i cittadini inglesi hanno avallato, attraverso un sondaggio popolare, la spinta sperimentalistica che da qualche anno viene alimentata anche da prospettive economiche”. Pessina definisce “grave e demagogico scegliere la via del sondaggio popolare per determinare delle scelte in un campo così complesso e delicato sia dal punto di vista scientifico, sia dal punto di vista etico”. Per Roberto Colombo, responsabile del Laboratorio di biologia molecolare e genetica umana della stessa Università, si tratta di una “prospettiva inaccettabile e ripugnante” che vede l’uomo “come un animale da esperimento” e, passando sotto silenzio “i positivi risultati della ricerca sulle cellule staminali non embrionali”, costituisce “un deprecabile tentativo di inganno dei cittadini”. Un “no” deciso a “pericolose scorciatoie verso aberranti ibridizzazioni embrionali tra uomo e animale” peraltro “non necessarie alla ricerca” viene anche da Vincenzo Saraceni, presidente dell’Amci (Associazione medici cattolici italiani).

Il Primato di Pietro



««Ipse est Petrus cui dixit:“Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”.
Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia;
«Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa;dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna».

Sant'Ambrogio, “Enarrationes in XII Psalmos davidicos”; PL 14, 1082


LA LETTERA DI CLEMENTE I


Clemente I fu il terzo successore di san Pietro sulla cattedra del Vescovo di Roma.


Sul finire del I secolo, probabilmente verso il 97, egli scrisse una lettera ai cristiani di Corinto, che avevano deposto e allontanato alcuni presbiteri.

Il fatto è significativo, perché il Vescovo di Roma interviene nelle faccende interne di un'altra Chiesa, anch'essa fondata dagli apostoli. E interviene con una lettera il cui tono e contenuto dimostrano che Clemente era cosciente delle sue responsabilità ed esigeva un atto di obbedienza dai destinatari.

Vediamo alcune delle espressioni contenute nella celeberrima epistola: "Vi scriviamo tutto questo per riprendervi..." - "... accettate con contrizione la correzione..." - "Ma se qualcuno non obbedisce a ciò che per nostro tramite egli (Cristo) dice, sappiamo che si vedrà implicato in una colpa e in un pericolo non indifferente" - "Ci sarete motivo di gioia e di letizia se, obbedendo a quanto vi abbiamo qui esposto...".

Clemente dà ordine di reintegrare nelle loro funzioni quelli che la comunità di Corinto aveva allontanato. Non solo: minaccia sanzioni se non fosse stato obbedito.

Difficile non pensare ad un atto di governo posto in essere dal vescovo di Roma nei confronti di un'altra Chiesa.

E come accolsero i Corinti la lettera di Clemente? Con massima considerazione, conservandola con cura, tant'è che nell'anno 170 l'allora vescovo di Corinto, Dionigi, scrive a papa Sotero informandolo che quello scritto veniva letto nella celebrazione eucaristica domenicale. Un primato riconosciuto anche nel primo secolo.

Come dice la storia...


(fonte: il Timone)

Datazione dei Vangeli

(Piscina di Siloe)


SAN GIOVANNI: QUANDO HA SCRITTO IL SUO VANGELO?


Il Vangelo di san Giovanni è stato scritto - a detta degli studiosi - per ultimo, sul finire del primo secolo. Ma in un interessante articolo pubblicato su "Il Nuovo Areopago" nel 1994, Julian Carron, oggi successore di don Giussani alla guida di CL, allora docente di Sacra Scrittura presso il Centro Studi teologici San Damaso a Madrid, affermava l'esistenza in quel Vangelo di "molti elementi che si possono spiegare solo prima della distruzione di Gerusalemme", avvenuta - come è noto - ad opera dei romani nell'70 d.C.

A sostegno della sua tesi, Carron cita, tra gli altri, un chiaro esempio che riportiamo: "Nel racconto della guarigione del malato che aspettava per essere guarito l'agitazione delle acque nella piscina - contenuto nel Vangelo di Giovanni - si dice:

C'é (in greco: estin) in Gerusalemme, vicino alla porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaetà che ha cinque portici" (Gv 5,2).

Questo versetto svela molto. Scriveva Carron: "Il presente dell'indicativo in cui viene data la notizia dell'esistenza della piscina (estin = c'è), mentre tutto il racconto è scritto in aroisto (cioé al passato), come se facesse riferimento a un fatto succeduto nel passato, mostra che quando questi racconti furono scritti esisteva ancora quella piscina".

E conclude significativamente: "Questo si poteva affermare solo prima della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70". Quando - aggiungiamo noi - i testimoni oculari di quell'episodio erano ancora vivi e avrebbero potuto smentire.
Cosa che non avvenne!
(fonte: il Timone)

mercoledì 8 ottobre 2008

I nuovi perseguitati



Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio


Antonio Socci


Contrariamente alle apparenze, è stato di gran lunga il Novecento il secolo del più grande macello di cristiani. Nel periodo che va dalla Rivoluzione francese ad oggi, ma in particolare nel XX secolo, sono state scatenate persecuzioni mai viste in 2000 anni per ferocia, vastità, durata e quantità di vittime.


[…] Se in 2 millenni sono stati calcolati circa 70 milioni di cristiani uccisi per la loro fede, ben 45 milioni e mezzo (circa il 65 per cento del totale) sono martiri del XX secolo. Questa persecuzione planetaria del cristianesimo è tuttora in corso, sebbene venga per lo più ignorata dai mass media e dagli stessi cristiani occidentali. […]


Didier Rance nel suo volume Un siècle de témoins ha raccontato ciò che accadde al romeno padre Gavril Bielovejdov – un uomo che aveva sopportato undici tremendi anni di lager – quando venne a Roma alla fine degli anni Ottanta. Era stato invitato a raccontare il calvario della Chiesa rumena in una università pontificia dove lui stesso aveva studiato, molti anni prima e il cui rettore era stato suo compagno di studi. Padre Gavril dunque raccontò con semplicità e precisione il martirio di tanti sacerdoti, le crudeli torture (conosciute di persona), i lager e la fede e la speranza invincibile di quei cristiani. Uscendo dall’aula incontra un prete italiano che gli dice: «la prossima volta non racconti sciocchezze come ha fatto oggi». Padre Gavril sbigottito riesce solo a dire: «E perché? Io non ho riferito che la verità». E l’italiano: «Ma via! I miei studenti mi hanno appena detto: ma questo prete racconta balle: se crede che noi siamo così imbecilli da credergli…».


Volemose bene.

Il mensile paolino Jesus del gennaio 2002 annuncia in copertina la meritoria iniziativa di un martirologio con questo titolo: “Sotto il segno della croce”. Colpisce però una cosa in quella galleria di ritratti proposta da Jesus: non c’è una sola vittima cristiana dei regimi comunisti o islamici, che poi sono la stragrande maggioranza. Neanche una. Com’è possibile? Una svista? O cos’altro? Ci sono, giustamente, martiri di regimi di destra. Vi si celebrano poi due monaci che non sono morti come martiri, ma che hanno avuto problemi con l’autorità ecclesiastica (la solita Chiesa cattiva) e infine un segretario dell’Onu morto in un incidente aereo. Si arriva ad elencare un islamico fra coloro che «hanno seminato la parola del Vangelo nel cuore del popolo di Dio». Ma dell’immane macello di cristiani perpetrato dal comunismo nessuna traccia, come pure delle persecuzioni anticristiane dell’Islam. Mentre non manca mai il ricordo delle colpe di cui si sono macchiati i cristiani stessi.

Un altro esempio. Il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti pubblica ogni anno da Feltrinelli un grosso volume di dati, ricerche, statistiche e cronologie relativi ai fatti sociali più seri e drammatici dell’Italia e del mondo. Consideriamo l’edizione Annuario sociale 2000, un testo di 762 pagine fitte fitte, davvero pieno di documentazione, un lavoro utile e accurato. Si va dal capitolo sull’Aids a quello sull’ambiente, dalle carceri alle mafie, dalle droghe all’immigrazione, alle povertà, ai conflitti e ai diritti. Ma non si trova traccia delle persecuzioni anticristiane o più generalmente delle persecuzioni religiose e delle loro migliaia di vittime. Solo qualche flash inserito nelle note sulle aree di crisi. Eppure ci sono capitoli dedicati alla pena di morte negli Stati Uniti e agli armamenti, alla globalizzazione e al debito del Terzo Mondo. Ma non a quei derelitti dimenticati da tutti. Il dramma dei cristiani sembra non esistere. La questione sociale diventa l’esclusivo campo di interesse. C’è dunque un cattolicesimo che - secondo Gianni Baget Bozzo - «è preoccupato solo di essere dalla parte dei poveri, ma non dei poveri cristiani».


Sudan, due milioni di morti.

Il 10 dicembre 1998, a 50 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il New York Times scrisse: «mentre tutti i leader mondiali celebrano con grande solennità la dichiarazione dei diritti dell’uomo, nessuno, chissà perché, si ricorda del Sudan. Eppure in quel paese il Fronte nazionale islamico sta conducendo un sistematico genocidio, soprattutto nella parte meridionale a maggioranza cristiana. È un conflitto che ha già provocato più vittime che Ruanda, Bosnia e Kosovo messi insieme: 1 milione e 900 mila uomini, donne e bambini. La stragrande maggioranza non sono ribelli, bensì civili, colpevoli solo di non pensarla come gli islamici del regime». Le cifre del genocidio pare siano perfino più gravi rispetto al bilancio fatto nel ’98 dal New York Times. Amnesty International nel Rapporto annuale 2001 afferma che «alla fine del 2000, la guerra civile, ripresa nel 1983, era costata la vita a quasi 2 milioni di persone ed era stata la causa dello sfollamento forzato di altre 4 milioni e 500 mila persone. Inoltre si ritiene che circa 500 mila persone abbiano cercato asilo all’estero». […] Tutto questo proprio mentre i pacifisti italiani marciavano sulla Perugia-Assisi contro gli Stati Uniti (rei di voler colpire Bin Laden).

Il 7 ottobre 2001 per esempio è passato pressoché sotto silenzio l’ennesimo bombardamento di un villaggio sudanese, nel distretto di Mangok, in cui sono stati uccisi 15 bambini e 8 sono stati feriti (anche una donna è stata ammazzata). Akiir aveva 7 anni, Atong 8, Athuai 4, Maciek 12 anni… […] Com’è possibile ignorare la guerra più lunga del XX secolo, nel paese più grande dell’Africa, con quell’enorme numero di vittime?

La risposta di Peter Hammond, esperto di questioni sudanesi, è sconsolata: «Credo che si tratti della classica mentalità da ABC, “Anything But Christianity”, tutto fuorché il cristianesimo.

Sembra che quando le vittime sono i cristiani, i media laici non sappiano fare altro che riscoprire il proprio inveterato pregiudizio e semplicemente non ne raccontano le storie». […] L’assurdo è che un regime così, la cui Corte Suprema – spiega Hammond - «ha stabilito che la crocifissione degli apostati è costituzionale… abbia rimpiazzato quello statunitense nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite».



I mea culpa della Chiesa.

Il papa stesso, nella solennità del grande Giubileo del 2000 […] è partito da un’umiliante, pubblica e dolorosa serie di mea culpa. È stato un fatto stupefacente, ma non nuovo nella storia della Chiesa. Ne sono state date tante interpretazioni, ma la domanda a cui rispondere è: […] perché solo la Chiesa può fare una cosa del genere senza crollare sotto il peso delle colpe dei suoi? Perché la Chiesa non ha bisogno di “aver ragione”, di rivendicare i suoi meriti storici immensi, di mostrare la grandezza e la santità che hanno illuminato duemila anni, ma fin dal suo inizio, fin dal Vangelo mostra la storia del suo primo capo, Pietro, il martire Pietro, sottolineando il suo tradimento e il suo umiliante pianto fino al perdono affettuoso di Gesù? Don Luigi Giussani, in uno splendido articolo a commento dei mea culpa del Papa, spiegava che ciò può accadere perché «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato». Di fronte a lui anche la santità dei più grandi cristiani non è che un panno sporco, come già diceva il profeta Isaia. Questo spiega il gesto d’umiltà del papa: è a Cristo che si deve guardare.


(fonte: Acqua Viva)

martedì 7 ottobre 2008

Papa: ''Mass media favoriscono mentalità senza Dio''



Benedetto XVI nel suo discorso ai vescovi di Panama: ''I mezzi di comunicazione sociale vengono spesso usati per diffondere l'individualismo, l'edonismo, ideologie e costumi che minano i fondamenti stessi del matrimonio, della famiglia e della morale cristiana''.

La crescente secolarizzazione della società, anche attraverso i mezzi di comunicazione di massa, sta invadendo ''tutti gli aspetti della vita quotidiana, favorendo una mentalità nella quale Dio è assente dall'esistenza e dalla coscienza umana''.

Lo ha detto oggi Benedetto XVI (nella foto), nel suo discorso ai vescovi di Panama in visita ad limina. Questa mentalità, ha affermato Ratzinger, ''si serve spesso dei mezzi di comunicazione sociale per diffondere l'individualismo, l'edonismo, ideologie e costumi che minano i fondamenti stessi del matrimonio, della famiglia e della morale cristiana''.

Il Papa ha lodato l'operato dei missionari e delle missionarie a Panama e il fatto che ''con abnegazione, molte famiglie vivono in patria l'ideale cristiano, in mezzo a non poche difficoltà, che minacciano la solidità dell'amore coniugale, la paternità responsabile e l'armonia e la stabilità dei matrimoni''. '

'Non saranno mai abbastanza gli sforzi per sviluppare una pastorale familiare vigorosa - ha sottolineato Benedetto XVI - che inviti le persone a scoprire la bellezza della vocazione al matrimonio cristiano, a difendere la vita umana dal concepimento al suo termine naturale, a costruire focolari domestici nei quali i figli vengano educati nell'amore alla verità del Vangelo e ai solidi valori umani''.

Tratto da

domenica 5 ottobre 2008

Lasciate che i fanciulli vengano a Me!


"Fino al secolo XI la Chiesa desiderava che i bambini ricevessero la Santa Comunione in tenera età; si voleva farli partecipare presto a questa unione interiore con Gesù Cristo." (+ Michael Keller)
Il Concilio Lateranense IV (1215) insegna che "l'obbligo della Confessione e della Comunione, per i bambini, comincia non appena un certo uso della ragione rende capaci di peccare".
Consapevole di questo, San Giovanni Bosco ha affermato: "È da rifuggire come la peste l'opinione di chi desidera rimandare la Prima santa Comunione ad un'età troppo avanzata, quando il diavolo ha già per lo più preso possesso del cuore giovanile".
Il Papa San Pio X (1903-1914), col decreto rivoluzionario "Quam Singulari", porto da dodici a circa sette anni l'età della Prima Comunione dei bambini e li esortò alla Comunione frequente: "Devono accostarsi presto alla Prima Comunione... è meglio che i fanciulli ricevano Gesù quando hanno ancora il cuore puro, affinché, prima di satana, entri Gesù nei loro giovani cuori". Ed ecco la motivazione del Papa: "I Santi Vangeli testimoniano chiaramente con quale particolare amore Cristo in terra si rivolgeva ai bambini, come godeva di vedersi circondato da loro, com'era sua abitudine stendere su loro le mani, stringerli al cuore e benedirli, com'egli non permetteva che venissero respinti dagli apostoli...: 'Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite...'". (Mc 10, 14)".
Dice ancora il Papa "Agli innocenti bambini, tenuti lontani da Dio, mancò ogni nutrimento per la loro vita interiore con la non rara conseguenza che la gioventù, derubata dell'aiuto efficace, inciampò nei lacci, perse l'innocenza e si arrese al vizio ancor prima di poter gustare i santi Misteri... Non si può ignorare che la perdita della prima innocenza è una perdita molto grave, che si sarebbe forse potuta evitare se si fosse ricevuta in tenera età l'Eucaristia".
È storicamente provato che San Pio X disse, a proposito del decreto della Comunione ai bambini: "Questo decreto me l'ha suggerito Dio stesso".
La Sacra Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, il 15 luglio 1910, decreto che "l'età della discrezione (era questa l'espressione usata da San Pio X nel decreto "Quam Singulari") tanto per la Confessione quanto per la Comunione è quella in cui il fanciullo comincia a ragionare, cioè verso il settimo anno... anche al di sotto. Da questo momento comincia obbligo di soddisfare l'uno e l'altro precetto della Confessione e della Comunione".
Tale obbligo è stato ribadito nel "Direttorio Catechistico Generale" da Paolo VI nel 1973.Il Papa Benedetto XV nel culmine della prima guerra mondiale, chiese il soccorso divino ricorrendo all'"onnipotente mezzo dell'innocenza dei bambini" e li invitò, nello spirito del decreto "Quam Singulari", ad accostarsi "tutti alla mensa celeste" e a offrire le loro Comunioni per la pace.
Il Papa Paolo VI, l'11 aprile del 1971, ha richiamato tutti all'osservanza del decreto "Quam Singulari" e, visti inascoltati i suoi richiami, tornò sull'argomento altre due volte: il 20 maggio 1973 e il 24 maggio 1977, esortando "tutti ed ovunque ad ottemperare al decreto "Quam Singulari", perché "la disciplina della Chiesa venga restituita allo spirito del decreto (di San Pio X), specialmente per quanto riguarda l'età della Confessione e della Comunione dei bambini". Anche Giovanni Paolo II ha confermato la linea dei suoi predecessori. Nell'Esortazione Apostolica "Catechesi Tradendae", citando la S. Scrittura, il Papa ha detto tra l'altro: "Che non si abbia a dire: i bambini chiedevano il pane e non c'era chi lo spezzasse loro". (Lam 4, 4)".
Il 27 maggio 1989, a 10.000 bambini disse: "Siate fedeli all'incontro con Gesù Eucaristico... Gesù vi vuole vicini nel suo Sacrificio, desidera essere in comunione con voi". E ancora: "Motivando l'anticipo dell'età della Prima Comunione, San Pio X diceva: 'Ci saranno dei santi tra i fanciulli'.
I santi ci sono effettivamente stati. Ma noi possiamo oggi aggiungere: ci saranno apostoli tra i fanciulli..." (17 agosto 1994).

Quando il "silenzio" dei media diventa scandalo!





Roma (AsiaNews)
L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza, della democrazia è scivolata nella vergogna. “Una vergogna per la nostra Patria”: così il premier Manmohan Singh e il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, hanno definito il pogrom contro i cristiani scatenatosi dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti (alcune fonti dicono 100); almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte; centinaia di case danneggiate; quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, né cibo.
L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di Natale, l’organizzazione fondamentalista indù (Vishwa Hindu Parishad, Vhp) ha ucciso 3 persone, attaccato e distrutto 13 chiese e cappelle, ferendo e lasciando senza tetto un gran numero di cristiani sempre nel distretto di Kadhamal. A spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp.
Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido “uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”.
L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali - spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli – e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell’efficacia della missione cristiana.

Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti “figli di Dio” (harijian).
Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani, parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni.

Oltre alla “vergogna” dell’India, vi è anche una “vergogna” per l’Europa e per il mondo. Al di là di qualche sparuta voce – come quella del ministro italiano Frattini - nessun governo ha osato dire qualcosa sui massacri dell’Orissa, domandandone la fine.
Molte associazioni così pronte a difendere gruppi, minoranze, specie in estinzione, impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Come hanno giustamente additato alcune personalità vaticane, vi è in Europa e nel mondo una specie di “cristianofobia” che cerca di scrollarsi di dosso, anche con la menzogna, l’eredità cristiana.
Per questo, le notizie di persecuzione dei fedeli in Orissa, come in Cina o in Medio oriente, non interessano, anzi sono magari giustificate.

Questo rende ancora più importante il nostro servizio di informazione, la nostre preghiera e la nostra testimonianza, in India come in Europa.

sabato 4 ottobre 2008

4 Ottobre - San Francesco

Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende Tu sei forte Tu sei grande Tu sei altissimo Tu sei Re onnipotente Tu sei il Padre Santo, Re del cielo e della terra Tu sei trino ed uno, Signore Iddio degli dei Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene Signore Iddio vivo e vero Tu sei amore, carità Tu sei sapienza Tu sei umiltà Tu sei pazienza Tu sei bellezza Tu sei sicurezza Tu sei pace Tu sei gaudio e letizia Tu sei la nostra speranza Tu sei giustizia Tu sei temperanza Tu sei tutta la nostra ricchezza Tu sei bellezza Tu sei mitezza, Tu sei il protettore Tu sei custode e il difensore nostro Tu sei fortezza, Tu sei rifugio Tu sei la nostra speranza Tu sei la nostra fede Tu se la nostra carità Tu sei tutta la nostra dolcezza Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.
(San Francesco d'Assisi)

giovedì 2 ottobre 2008

MISSA PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE


Desidero portare all'attenzione, di chi ha avuto la cortesia di soffermarsi nel mio blog, di una perla preziosissima che il nostro Pontefice ha voluto donare al mondo, alla vigilia della sua elezione a Vicario di Cristo in terra.



CAPPELLA PAPALE

MISSA PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE

OMELIA DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER
DECANO DEL COLLEGIO CARDINALIZIO

Patriarcale Basilica di San Pietro
Lunedì 18 aprile 2005

Is 61, 1 - 3a. 6a. 8b - 9
Ef 4, 11 - 16
Gv 15, 9 - 17

In quest’ora di grande responsabilità, ascoltiamo con particolare attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in un momento come questo.

La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del Messia – un ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice: “Oggi si è adempiuta questa scrittura” (Lc 4, 21). Al centro del testo profetico troviamo una parola che – almeno a prima vista – appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sé, dice di essere mandato “a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio.” (Is 61, 2). Ascoltiamo, con gioia, l’annuncio dell’anno di misericordia: la misericordia divina pone un limite al male - ci ha detto il Santo Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona: incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Il mandato di Cristo è divenuto mandato nostro attraverso l’unzione sacerdotale; siamo chiamati a promulgare – non solo a parole ma con la vita, e con i segni efficaci dei sacramenti, “l’anno di misericordia del Signore”. Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il “giorno della vendetta per il nostro Dio”? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha pronunciato queste parole – ha concluso annunciando l’anno della misericordia. É stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi dopo la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il suo commento autentico a queste parole con la morte di croce. “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce…”, dice San Pietro (1 Pt 2, 24). E San Paolo scrive ai Galati: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede” (Gal 3, 13s).

La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1, 24).

Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui si tratta in sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso al cielo; quindi, della maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione e contenuto dell’unità nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione del mondo nella comunione col Signore.

Soffermiamoci solo su due punti. Il primo è il cammino verso “la maturità di Cristo”; così dice, un po’ semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della “misura della pienezza di Cristo”, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (Ef 4, 14). Una descrizione molto attuale!

Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).

Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). Tante volte sentiamo di essere - come è vero - soltanto servi inutili (cf Lc 17, 10). E, ciò nonostante, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con il suo io: “questo è il mio corpo...”, “io ti assolvo...”. Affida il suo corpo, la Chiesa, a noi. Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità – il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il mistero del Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Ci ha reso suoi amici – e noi come rispondiamo?

Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l’amicizia, è la comunione delle volontà. “Idem velle – idem nolle”, era anche per i Romani la definizione di amicizia. “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15, 14). L’amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: “Non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 21, 39). In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!

L’altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto: “Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo: vi ho costituito perché andiate… Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.

Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini. La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo, “ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4, 8). Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo – il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia. Amen.