mercoledì 24 settembre 2008

Contro il Trattato di Lisbona




Ennesimo attacco alla Famiglia da parte di esponenti del Governo


Roma, 8 Settembre 2008
Natività della Beata Vergine Maria

Oggi dalle ore 13 alle ore 15 alcuni esponenti di ITALIA CRISTIANA insieme agli amici del “Movimento con Cristo per la Vita” hanno manifestato davanti a Montecitorio contro la ratifica del Trattato di Lisbona da parte del Parlamento italiano.
Il 31 Luglio la Camera ha approvato all’unanimità in via definitiva il disegno di legge, già approvato dal Senato (23 Luglio u.s.), di ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona, hanno atteso l’estate, quando molti italiani sono in vacanza.
Centro-destra e centro-sinistra si scontrano ideologicamente per ogni cosa, ma stranamente quando si tratta di sostenere il Trattato di Lisbona, voluto dalla massoneria per scardinare il Cristianesimo dall’Europa, votano uniti e compatti.
Il Trattato di Lisbona dà forza giuridica obbligatoria alla Carta dei Diritti fondamentali di Nizza, varata il 7 dicembre 2000. Nella Carta di Nizza, che S.S. Giovanni Paolo II condannò pochi giorni dopo la sua promulgazione, non c'è solo l’ abiura formale delle radici cristiane della nostra Europa, ma nell'articolo 21, per la prima volta in un atto giuridico internazionale, “la tendenza sessuale" è riconosciuta come principio di non-discriminazione, mentre due altri articoli del Trattato di Lisbona, il 10 e il 19 (ex16e), ribadiscono lo stesso principio. Questi articoli sostanzialmente sostengono giuridicamente la cosiddetta teoria del gender, che distingue il sesso fisico-biologico dalla tendenza sessuale o "identità di genere". La sessualità, in questo modo, diventa non un dato di natura, ma una scelta "culturale", puramente soggettiva. L'art. 9 della Carta dei diritti di Nizza scinde inoltre il concetto di famiglia da quello di matrimonio tra un uomo e una donna, aprendo la porta alle unioni omosessuali e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali.
Sostanzialmente il Trattato di Lisbona è uguale al precedente Trattato sull’Unione europea, già bocciato da due referendum in Francia e Paesi Bassi. L’attuale Trattato è stato bocciato da un referendum in Irlanda, questo arresterebbe la sua corsa, ma c’è già chi sostiene, pur di promulgare questo trattato liberticida, che sarebbe solamente la cattolica Irlanda a rimanere fuori dall’Unione Europea.
In Italia dove non decide mai il popolo, ma dove governano poteri forti e occulti, non è stato fatto nessun referendum popolare per ratificare il Trattato.
Lo abbiamo sostenuto più volte che né il centro-destra né il centro-sinistra difendono i nostri principi di vita cristiani, al contrario di quello che affermano alcuni, questa è l’ennesima conferma che nessuno dei signori seduti in questo Parlamento ci rappresenti. Non c’è grande differenza tra destra e sinistra, nei valori e nelle persone che passano da uno schieramento all’altro senza grandi problemi, l’importante è avere una “poltrona” comoda e ricca di privilegi.
Leggiamo oggi sui quotidiani che esponenti di questo Governo, i ministri Rotondi e Brunetta, che governano anche grazie ai voti di alcuni cattolici (illusi e ingannati), stanno per presentare una proposta di legge in difesa delle coppie di fatto e omosessuali, crediamo che questo sia un atto gravissimo e l’ennesimo attacco alla famiglia. Ribadiamo il nostro rifiuto a questo governo liberale e annunciamo di scendere in piazza a manifestare in difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna se questa scellerata proposta di legge andrà avanti.

Presidente di ITALIA CRISTIANA
Fabrizio Verduchi
http://www.italiacristiana.it/index1.htm

martedì 23 settembre 2008

23 Settembre San Pio da Pietrelcina




(dalla Messa della Canonizzazione)

Dio onnipotente ed eterno, con grazia singolare hai concesso al sacerdote san Pio di partecipare alla croce del tuo Figlio, e per mezzo del suo ministero hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia, concedi a noi, per sua intercessione, che uniti costantemente alla passione di Cristo possiamo giungere felicemente alla gloria della risurrezione.Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

venerdì 19 settembre 2008

Motu Proprio - faticoso cammino

Il Vaticano accusa i vescovi: boicottano il rito antico

di Andrea Tornielli
Roma

«In Italia la maggioranza dei vescovi» hanno posto ostacoli all’applicazione del motu proprio di Benedetto XVI che nel 2007 ha liberalizzato l’uso dell’antico messale preconciliare. È un’affermazione forte e destinata a far discutere quella pronunciata ieri da monsignor Camille Perl, segretario della Pontificia commissione «Ecclesia Dei», il «ministero» vaticano per i tradizionalisti.Perl è intervenuto a Roma ad un convegno intitolato «Il motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI. Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa un anno dopo», organizzato dall’associazione «Giovani e tradizione». «In Italia – ha detto il prelato – la maggioranza dei vescovi, con poche ammirevoli eccezioni, ha posto ostacoli all’applicazione del motu proprio sulla messa in latino. Lo stesso bisogna dire di molti superiori generali che vietano ai loro sacerdoti di celebrare la messa secondo il rito antico». Monsignor Perl ha fornito un quadro non proprio roseo della situazione anche in altri Paesi, ricordando che «in Germania, ad esempio, la Conferenza episcopale ha pubblicato delle direttive molto burocratiche che rendono di difficile applicazione il motu proprio», mentre in Francia «vi sono luci e ombre». Ma considerare l’Italia, il Paese del quale il Papa è primate, come una nazione nella quale i vescovi hanno ostacolato la decisione papale rappresenta un giudizio pesante sulle labbra del numero due della commissione vaticana. Come si ricorderà, Benedetto XVI, rendendo possibile l’uso dell’antico messale a gruppi di fedeli stabili che ne avessero fatto richiesta al parroco, aveva inteso compiere un atto di riconciliazione, aprendo le braccia ai fedeli tradizionalisti e indicando la possibilità di un arricchimento reciproco tra il rito antico e quello rinnovato dopo il Concilio. Sull’aereo che lo portava in Francia, Papa Ratzinger aveva spiegato che il suo era stato un atto «di tolleranza e di amore» verso le persone attaccate all’antica liturgia, senza che questo significasse in alcun modo tornare indietro. Aveva ribadito che i tradizionalisti sono un piccolo gruppo e che quella post-conciliare rimaneva la liturgia ordinaria. Ma al convegno sul motu proprio, che ha visto anche la partecipazione di don Nicola Bux, teologo ed esperto di liturgia, è intervenuto anche il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia commissione «Ecclesia Dei». Il quale ha criticato l’«insaziabilità» di certi tradizionalisti, raccontando che alcuni di loro avevano chiesto di dedicare Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali, esclusivamente al rito antico. Castrillón ha anche spiegato che coloro che parlano di «vittoria» quando il Papa dà la comunione ai fedeli in ginocchio, tornando cioè a una modalità più tradizionale, sbagliano e non aiutano il progetto di Benedetto XVI. Il cardinale ha anche osservato che alcuni tradizionalisti nelle loro richieste e nella loro battaglia sono spinti più dalla ricerca «del potere che dall’amore».

© Copyright Il Giornale, 17 settembre 2008

Pio XII - “Ha salvato più ebrei di ogni altro”.



La Comunità giudaica americana difende Pio XII: “Ha salvato più ebrei di ogni altro”.


Pubblichiamo la traduzione italiana del discorso rivolto da Benedetto XVI ai partecipanti al simposio su Pio XII organizzato dalla Pave the Way Foundation. Il Papa li ha ricevuti nella mattina di giovedì 18 settembre, nella sala degli Svizzeri a Castel Gandolfo.

Stimato Signor Krupp, Gentili Signore e Signori, è per me un vero piacere incontrarvi al termine dell'importante simposio promosso dalla Pave the Way Foundation, che ha visto la partecipazione di eminenti studiosi per riflettere insieme sull'opera generosa compiuta dal mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, durante il difficile periodo del secolo scorso, che ruota attorno al secondo conflitto mondiale. A ciascuno di voi rivolgo il mio più cordiale benvenuto. Saluto in modo particolare il Sig. Gary Krupp, Presidente della Fondazione, e gli sono grato per i sentimenti espressi a nome di tutti i presenti. Gli sono inoltre riconoscente per le informazioni che mi ha dato su come si sono svolti i vostri lavori in questo vostro simposio, in cui avete analizzato senza preconcetti gli eventi della storia, unicamente preoccupati di ricercare la verità. Il mio saluto si estende a quanti si sono a voi uniti in questa vostra visita, e colgo volentieri l'occasione per inviare il mio cordiale pensiero ai vostri familiari e alle persone a voi care. Durante questi giorni la vostra attenzione si è rivolta alla figura e all'infaticabile azione pastorale e umanitaria di Pio XII, Pastor Angelicus. È passato mezzo secolo dal suo pio transito, avvenuto qui, a Castel Gandolfo nelle prime ore del 9 ottobre 1958, dopo una malattia che ne ridusse gradualmente il vigore fisico. Questo anniversario costituisce una importante opportunità per approfondirne la conoscenza, per meditarne il ricco insegnamento e per analizzare compiutamente il suo operato.
Tanto si è scritto e detto di lui in questi cinque decenni e non sempre sono stati posti nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale. Scopo del vostro simposio è proprio quello di colmare alcune di tali lacune, conducendo una attenta e documentata analisi su molti suoi interventi, soprattutto su quelli a favore degli ebrei che in quegli anni venivano colpiti ovunque in Europa, in ossequio al disegno criminoso di chi voleva eliminarli dalla faccia della terra.
Quando ci si accosta senza pregiudizi ideologici alla nobile figura di questo Papa, oltre ad essere colpiti dal suo alto profilo umano e spirituale, si rimane conquistati dall'esemplarità della sua vita e dalla straordinaria ricchezza del suo insegnamento.
Si apprezza la saggezza umana e la tensione pastorale che lo hanno guidato nel suo lungo ministero e in modo particolare nell'organizzazione degli aiuti al popolo ebraico. Grazie a un vasto materiale documentario da voi raccolto, arricchito da molteplici e autorevoli testimonianze, il vostro simposio offre alla pubblica opinione la possibilità di conoscere meglio e più compiutamente ciò che Pio XII ha promosso e compiuto a favore degli ebrei perseguitati dai regimi nazista e fascista. Si apprende allora che non risparmiò sforzi, ovunque fosse possibile, per intervenire direttamente oppure attraverso istruzioni impartite a singoli o ad istituzioni della Chiesa cattolica in loro favore.
Nei lavori del vostro convegno sono stati anche evidenziati i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei.
Questa sua coraggiosa e paterna dedizione è stata del resto riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro.
Basta ricordare l'incontro che Pio XII ebbe, il 29 novembre del 1945, con gli 80 delegati dei campi di concentramento tedeschi, i quali in una speciale udienza loro concessa in Vaticano, vollero ringraziarlo personalmente per la generosità dal Papa dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo.
Gentili Signore e Signori, grazie per questa vostra visita e per il lavoro di ricerca che state compiendo. Grazie alla Pave the Way Foundation per la costante azione che dispiega nel favorire i rapporti e il dialogo tra le varie Religioni, in modo che esse offrano una testimonianza di pace, di carità e di riconciliazione. È mio vivo auspicio infine che quest'anno, che ci ricorda il 50° della morte di questo mio venerato Predecessore, offra l'opportunità di promuovere studi più approfonditi sui vari aspetti della sua persona e della sua attività, per giungere insieme a conoscere la verità storica, superando così ogni restante pregiudizio. Con tali sentimenti invoco sulle vostre persone e sui lavori del vostro simposio la benedizione di Dio.
(©L'Osservatore Romano - 19 settembre 2008)

martedì 16 settembre 2008

Nessuno è indifferente per Dio



I simboli di un santuario (l'acqua, la luce, la roccia) che attira ormai ogni anno oltre sei milioni di pellegrini. Quest'anno, poi, per i 150 anni delle apparizioni della Madonna a Bernadette, i pellegrini supereranno abbondantemente gli otto milioni.
«Noi dell'Unitalsi - dice Antonio Diella , presidente della più grande associazione europea di trasporto ed assistenza dei malati nei santuari mariani - abbiamo superato quota centomila. Un buon 40% in più e, spesso, non siamo riusciti a far fronte a tutte le richieste. Pellegrinaggi di gruppo - prosegue Diella - e persino individuali. La motivazione è sempre la stessa: è la ricerca di senso da dare alla propria vita. Attraverso Maria ci si incammina, magari con un po' di fatica sui sentieri di Dio».
Fra i pellegrini più illustri ecco Benedetto XVI. Si sottopone, all'arrivo, alle tappe del pellegrinaggio giubilare: la chiesa parrocchiale dove Bernadette è stata battezzata; il "cachot", la casa miserabile dove ha vissuto; la Grotta di Massabielle delle 18 apparizioni; l'antica cappella dove Bernadette ha ricevuto la prima comunione. Joseph Ratzinger beve l'acqua della Grotta, lascia l'impronta del suo passaggio tra una stradina e l'altra di Lourdes; partecipa sotto la pioggia battente alla processione "aux flambeaux" e, questa mattina, prima di partire per Roma, dirà messa per i malati e impartirà il sacramento dell'Unzione degli Infermi.
Nemmeno Giovanni Paolo II, il "Papa di Maria" per eccellenza, era stato così tanto in un santuario mariano. È come se il grande teologo, il catechista del mondo, il Padre della Chiesa del XXI secolo facesse venire alla luce una dimensione, fino all'altro ieri, nascosta: la devozione a Maria; la pratica del rosario; una fede semplice e sorgiva incarnata nella preghiera, nella penitenza e nella conversione. La mariologia, dopo essere stata relegata a spiritualismo di serie B, torna ad avere uno statuto proprio all'interno della teologia. La devozione a Maria, anzi, è una formidabile occasione di pastorale e di evangelizzazione. Si svuoteranno le chiese, non certo i santuari che sempre più sembrano diventare, in una società secolarizzata, le fortezze invincibili della fede.
A Lourdes accolgono il Papa oltre duecentomila fedeli. Stupisce scoprire che una buona percentuale sono giovani e sono francesi. Sono entusiasti del Papa bavarese e lo seguono con un trasporto e un affetto inaspettati. E tutto ciò accade nella patria di Voltaire, in una Francia che si interroga sulla capacità di attrazione di un intellettuale come Papa Ratzinger. Le aperture dei giornali e dei tg sono tutte per lui, su di un Papa che, smarcandosi dalle dispute, un po' aride, sul rapporto fra religione e Stato, fede e laicità, rivendica il contributo che il cristianesimo può dare alla Francia e, indirettamente, al continente europeo.
Dunque, dalle discussioni rarefatte e iniziatiche di Parigi, alla "full immersion" nella pietà popolare di Lourdes, la città di Maria. «La vocazione primaria del santuario di Lourdes - spiega Benedetto XVI durante la Messa celebrativa delle apparizioni - è di essere un luogo di incontro con Dio nella preghiera e un luogo di incontro e di servizio ai fratelli, soprattutto per l'accoglienza dei malati, dei poveri, dei sofferenti».
Con la Vergine Maria «non ci sente mai soli» e anzi tutto si scopre che «nessuno è indifferente per Dio». Maria ci invita a «vivere come lei in una speranza invincibile, rifiutando di ascoltare coloro che pretendono di insegnarci che noi siamo prigionieri del fato». Il Papa mariano che apre il suo cuore, che ha accenti tenerissimi verso Bernadette, che si sente pellegrino fra i pellegrini, riprende il ruolo di maestro di dottrina nell'incontro con l'episcopato francese. Un incontro importante in un momento di revisione critica della presenza della Chiesa nella società transalpina. Quattro i temi di fondo affrontati: le critiche rivolte al "Motu proprio", Summorum Pontificum che ha introdotto la messa in latino secondo il canone di San Pio V.
«Misuro le difficoltà che incontrate - confessa Papa Ratzinger - ma non dubito che potrete giungere a soluzioni soddisfacenti per tutti, cosi ché la tunica senza cuciture di Cristo non si strappi ulteriormnete. Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire a casa sua e mai rifiutato». È un richiamo formulato in punta di piedi e che sostanzialmente dice che bisogna permettere a chi lo desidera di partecipare ad una messa pre-conciliare. È un atto, secondo il Papa, di cristiana comprensione (in termini laici si direbbe di "apertura democratica") verso chi sente di tributare lode a Dio usando testi che sono rimasti nella tradizione viva della Chiesa. Nelle parole del Papa c'è poi la difesa della famiglia e del sacramento del matrimonio. «Una questione particolarmente dolorosa - continua Papa Benedetto - è quella dei divorziari risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio della indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non sono perciò ammesse iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime».
Sullo sfondo le radici cristiane della Francia da salvaguardare, radici sulle quali si è costruita l'identità della Nazione. Joseph Ratzinger cita in positivo il Presidente SarKozy e commenta: «I presupposti socio-politici dell'antica diffidenza o ostilità svaniscono poco a poco. La Chiesa non rivendica per sé il posto dello Stato. Essa non vuole sostituirglisi». Un nervo scoperto questo, nella Francia che da tempo sta passando al microscopio tutti i pronunciamenti di Papa Benedetto. La chiusa del discorso ai vescovi è un inaspettato riferimento alle cerimonie commemorative per il sessantesimo dello sbarco in Normandia. Come cardinale, Ratzinger vi partecipò da invitato e da tedesco illuminato, un anno prima di essere eletto Papa.
La Francia celebrava la sua liberazione temporale al termine di una guerra devastante. «Ora, è soprattutto per una vera liberazione spirituale che conviene lavorare» afferma il Papa spiazzando l'uditorio. «L'uomo - scandisce Benedetto XVI - deve senza sosta imparare che Dio non è suo nemico, ma suo Creatore pieno di bontà».

Giuseppe De Carli
15/09/2008

Lo Stato laico non vive «a prescindere» dalla religione



di Carlo Dignola

Il motto della nostra epoca potrebbe essere quello di Totò: «A prescindere». Anche la laicità viene intesa così: facciamo i bravi cittadini, aperti, tolleranti, multiculturali, ma soprattutto sempre atteggiati, nella vita pubblica, «a prescindere» da tutto ciò che per ciascuno di noi conta qualcosa. Per la mentalità diffusa esiste una sfera privata in cui «ognuno crede ciò che vuole»: ad esempio crede di essere cristiano oppure buddista oppure crede di essere ateo (anche questa «fede» nella non-esistenza di Dio oggi è guardata con un certo sospetto dal pensiero politically correct ).

E poi c'è invece la sfera delle relazioni umane in cui, grazie alle virtù dello «Stato laico», ogni cittadino non crede più a niente: al massimo dialoga, si confronta, scambia pareri ed esperienze con il suo vicino di casa ma sempre, rigorosamente, «a prescindere».

Dove nasce quest'idea un po' infiacchita della laicità? Se n'è parlato ieri in Università, in un bell'incontro organizzato dalla Fuci: non molti gli studenti presenti, il livello del dibattito invece è stato notevole. Diverso, per intenderci, da quello di tre settimane fa in via dei Caniana, dove si paragonava la religione al volo dell'elefantino Dumbo e Gesù Cristo a un personaggio letterario come Madame Bovary: «Affermazioni che non sono degne di un'Università», come ha detto ieri il professor Angelo Marchesi.
La domanda chiave è stata posta subito da Claudio Vegetali, segretario della Fuci bergamasca, che ha chiesto ai relatori se «il termine "laico" sia da intendere in opposizione a "religioso"». Roberto Pertici, storico, ha risposto che la separazione tra Stato e Chiesa è «uno degli elementi che ha improntato il volto dell'Occidente e che lo ha distinto dal resto del mondo», ma esistono due tipi di laicità molto diversi.
Oggi, con l'immigrazione di fedeli musulmani e anche ortodossi, sul territorio nazionale si diffondono idee e comportamenti diversi dai nostri: non tutti gli italiani del XXI secolo ammettono la pacifica esistenza di diverse identità religiose o hanno la stessa concezione dei rapporti uomo-donna. Di fronte a questi «nuovi problemi», e ai timori connessi, si va diffondendo una «laicità negativa» per la quale la religione, appunto, è meglio che rimanga «un fatto privato». Lo Stato viene ridotto a terreno neutrale «non solo nei confronti della religione ma anche di ogni principio etico».

Esiste però anche una laicità diversa, che non considera la religione come un'entità nemica, anzi la «apprezza, e inserisce» tra i fattori della storia del popolo che, non dimentichiamolo, in una democrazia sorregge la stessa legittimità del potere costituito. Lo Stato può considerare la Chiesa un fattore in grado di contribuire al bene comune, in un rapporto di «distinzione e al tempo stesso di collaborazione».

Silvio Troilo, costituzionalista, ha fatto notare un particolare che di solito sfugge: «Nella nostra Costituzione la parola "laicità" non c'è». Non è vero però che, a causa della presenza del Vaticano sul nostro territorio, in fatto di laicità noi siamo il fanalino di coda in Europa. Troilo ricorda che la Costituzione greca si appella apertamente alla religione ortodossa, sancisce il primato del patriarca di Costantinopoli e proclama persino l'immodificabilità di una certa traduzione delle Scritture. La Costituzione irlandese inizia invocando «la santissima Trinità», e nella laicissima Gran Bretagna il capo dello Stato (la Regina) governa anche la Chiesa anglicana (altro che separazione!), e il primo ministro Tony Blair ha potuto dichiararsi cattolico solo dopo aver lasciato il potere.

I sovrani danesi - aggiunge Pertici - non possono non essere luterani. E queste sono tutte Costituzioni perfettamente vigenti, perfettamente europee, che nessun Pannella o Boselli celtico o sassone o calcidico chiede di stracciare.

Lo Stato italiano - dice Troilo - accetta e anzi garantisce «il pluralismo confessionale e culturale», senza «confusione» ma anche senza «ostilità» verso la religione. La nostra Costituzione, che è un testo di alto livello giuridico e segna anche un grande momento di sintesi politica, indica la via di una «laicità collaborativa» che forse sarebbe meglio non tentare stupidamente di «superare».

© Copyright Eco di Bergamo, 28 febbraio 2008

domenica 14 settembre 2008

Benedetto XVI in Francia




IL PAPA: RIFUGGITE GLI IDOLI,POTERE,DENARO,SAPERE

IL PAPA AI GIOVANI: AIUTATE IL PROSSIMO

venerdì 12 settembre 2008

L’Abbandono in Dio - Il segreto della felicità


A proposito dell’abbandono in Dio (indicatissimo contro le ansie e le afflizioni), ecco cos’ha scritto, su ispirazione dello stesso Gesù, don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano nato nel 1882 e morto nel 1970 in concetto di santità, terziario francescano, traslato e sepolto nella parrocchia dell’Immacolata di Lourdes e San Giuseppe dei Vecchi in Napoli, nella sua autobiografia: “Fui chiamato Dolindo, che significa dolore”:

“Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi e cambiare così l’agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero della tribolazione, e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, all’altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo e il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge. Quante cose io opero quando l’anima, nelle sue necessità spirituali e in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi “PENSACI TU”, chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate per produrle; ne avete moltissime quando in preghiera è un affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché lo tolga, ma perché lo tolga come voi credete… Vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma che gliela suggeriscono.Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater:
“SIA SANTIFICATO IL TUO NOME”, cioè sii glorificato in questa mia necessità
“VENGA IL TUO REGNO”, cioè tutto concorra al Tuo regno in noi e nel mondo:
“SIA FATTA LA TUA VOLONTA’”, ossia pensaci Tu.
Io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: “Sia fatta la Tua volontà, pensaci Tu”. Ti dico che io ci penso. E’contro l’abbandono la preoccupazione, l’agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E’ come la confusione dei fanciulli quando pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci loro, intralciando con le loro idee e i loro capricci infantili il suo lavoro. Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornate il pensiero dal futuro come da una tentazione. Riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore che, dicendomi con queste disposizioni: “PENSACI TU”, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco. E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia, poiché non c’è medicina più potente di un mio intervento d’amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E’ questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficiarvi e come mi accoro nel vedervi agitati!Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in prega delle iniziative umane, Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessun affidamento in voi: io spargo tesori di grazie quando voi siete nelle piena povertà!Se avete vostre risorse, anche in poco, o se le cercate, siete nel campo naturale, seguite quindi il percorso naturale delle cose che è spesso intralciato da Satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi. Opera divinamente chi si abbandona a Dio, Quando vedi che le cose si complicano, dì con gli occhi dell’anima chiusi: “GESU’, PENSACI TU”. E distràiti, perché la tua mente è acuta… per te è difficile vedere il male. Confida in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio Amore. Io ci penserò, ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell’immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e dì con tutta l’anima: “GESU’, PENSACI TU”. Non temere, ci penso Io. E tu benedirai il tuo nome umiliando te stesso. Le tue preghiere non valgono un patto di fiducioso abbandono; ricordatelo bene.
Non c’è novena più efficace di questa:
“O GESU’, MI ABBANDONO IN TE, PENSACI TU”
“ABBANDONATI AL MIO CUORE… E VEDRAI”.

Voglio che tu creda nella mia onnipotenza, e non nella tua azione: che tu cerchi di mettere in azione me, non te negli altri. Tu cerca la mia intimità, esaudisci il mio desiderio di averti, di arricchirti, di amarti come voglio. Lasciati andare, lasciami riposare in me. Lasciami sfogare su di te continuamente la mia onnipotenza. Se tu rimarrai vicino a me e non ti preoccuperai di fare per conto tuo, di correre per uscire, per dire di avere fatto, mi dimostrerai che credi nella mia onnipotenza e io lavorerò intensamente con te quando parlerai, andrai, lavorerai, starai in preghiera o dormirai perché “ai miei diletti do il necessario anche nel sonno” (salmo 126). Se starai con me senza voler correre, né preoccuparti di cosa alcuna per te, ma la rimetterai con totale fiducia a me, io ti darò tutto quello che ti necessita, secondo il mio disegno eterno. Ti darò sentimenti che voglio da te, ti darò una grande compassione verso il tuo prossimo e ti farò dire e fare quello che Io vorrò. Allora la tua azione verrà dal mio Amore. Io solo, non tu con tutta la tua attività, potrò fare dei figli nuovi, che nascono da me. Io ne farò tanti di più quanto più tu vorrai essere un vero figlio quanto il mio Unigenito, perché lo sai che “se farai la mia Volontà mi sarai fratello, sorella e madre” per generarmi negli altri, perché Io produrrò nuovi figli, servendomi di veri figli. Quello che tu farai per riuscire è tutto fumo in confronto a quello che faccio Io nel segreto dei cuori per quelli che amano. “Rimanete nel mio Amore…se rimarrete in me e rimangono in voi le mie parole, chiedete quello che volete e vi sarà dato” (Gv.15).

Il Santo Rosario - Uno strumento infallibile.


Il Santo Rosario è la pratica eminente della devozione popolare, che è poi l’espressione piú semplice di elementi dai significati complessi e molteplici. I centocinquanta Ave, che sono omologhi ai centocinquanta Salmi, tali che il S. Rosario è detto anche Salterio Angelico o Salterio della Beata Vergine Maria, esprimono la ripetizione continua del nome di Maria e del nome di Gesú, a conferma di una pratica antichissima nella Chiesa che con forme diverse realizza l’invocazione continua del Nome divino.

In occasione della vittoria di Lepanto contro i Turchi (7 ottobre 1571), S. Pio V intese rendere grazie alla Santa Vergine istituendo la festa della Beata Vergine Maria della Vittoria, e patrocinando la recita del S. Rosario, da tempo importante pratica di venerazione e di culto popolare. Con Gregorio XIII, nel 1573, la festa prese il nome della Beata Vergine Maria del Santo Rosario e venne celebrata alla prima domenica di ottobre, poiché la vittoria era stata conseguita di domenica, mentre l’intera Cristianità era intenta a recitare con fervore il S. Rosario per la buona riuscita della battaglia. Nel 1913, san Pio X la ricondusse alla data storica del 7 ottobre.
Codificata e predicata da san Domenico fin dal 1214, su suggerimento di Maria SS., la recita del S. Rosario si trova ripetutamente richiamata nelle diverse e piú recenti apparizioni della S. Vergine.
Tra le tante, ricordiamo le promesse fatte da Maria SS. a san Domenico e al beato Alano della Rupe:
«Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’inferno, distruggerà i vizi, dissiperà il peccato, abbatterà le eresie e salverà le anime purganti. «Esso farà rifiorire le virtú e le opere sante, otterrà ai fedeli copiose misericordie da Dio e tirerà i cuori degli uomini dall’amor vano del mondo all’amor di Dio, e li solleverà al desiderio delle cose eterne. «Chiunque reciterà devotamente il S. Rosario con la considerazione dei Misteri non verrà abbandonato dal Signore: non perirà di morte improvvisa, quando si trova in disgrazia di Dio; ma si convertirà se peccatore, e si conserverà in grazia se giusto, e sarà fatto degno della vita eterna. «Voglio che coloro i quali reciteranno il mio Rosario abbiano in vita il lume e la pienezza delle grazie, e in morte siano ammessi a partecipare ai meriti dei Beati nel Paradiso. «I veri figliuoli del mio Rosario godranno una gran gloria in cielo, e tutti coloro che lo propagano saranno da me soccorsi in ogni loro necessità. «Chi recita il mio rosario ha un gran segnale di predestinazione e tutto quello che chiederà per esso lo otterrà».

Nonché le raccomandazioni che la S. Vergine ha ripetuto ultimamente a Fàtima:

«Sono la Madonna del Rosario. «Voglio che si costruisca qui una cappella in mio onore. «Si continui sempre a recitare il santo Rosario tutti i giorni.… «Quando recitate il santo Rosario dopo ogni singola meditazione dite cosí:
“Gesú mio, perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’Inferno, portate in Cielo tutte le anime, specialmente le piú bisognose della vostra misericordia”…«Guarda, figlia mia, il mio cuore circondato di spine che gli uomini ingrati mi infliggono ad ogni istante con le loro bestemmie e la loro ingratitudine. Tu almeno cerca di consolarmi e dí che: tutti coloro che durante cinque mesi, il primo sabato del mese, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno una corona del santo Rosario e mi terranno compagnia durante quindici minuti, meditando sui quindici Misteri del Rosario, in spirito di riparazione, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza della loro anima
.»

Con questa promessa la Beata Vergine Maria ha anche inteso ricordare di soffermarsi in silenzio a meditare su ogni Mistero (tenendole cosí compagnia) per almeno un minuto, rammentando che la recita del S. Rosario va fatta senza alcuna fretta.
La recita quotidiana del S. Rosario comporta la meditazione dell’Incarnazione, della Passione e Morte, della Resurrezione e dell’Ascensione di nostro Signore Gesú Cristo; nonché della discesa dello Spirito Santo, dell'Assunzione in Cielo e dell'Incoronazione di Maria Santissima.
Il S. Rosario si compone, per ogni Mistero, della recita di un Pater, dieci Ave e un Gloria; ogni diecina è seguita dalle Giaculatorie. Alla fine si recitano le Litanie Lauretane della Beata Vergine Maria, accompagnate dai Versetti, dagli Oremus e dalle Antifone finali della Beata Vergine.
L’uso della lingua volgare non toglie nulla al valore della recita, ma l’uso della lingua latina stabilisce la continuità e l’unione spirituale con tutte le generazioni che lo hanno recitato nel corso dei secoli: cosí da rendere tangibile il criterio ortodosso di rivolgersi a Dio “ad una voce”.

Il S. Rosario si recita con la meditazione di quindici Misteri, distribuiti in tre “corone” di cinque Misteri ciascuna. La recita di ogni “corona” si accompagna con lo scorrimento dei “grani” della corona benedetta, che serve a computare le preci (54 grani) e i Misteri (5 grani).
Si dà inizio alla recita del S. Rosario con le invocazioni a Dio, perché ci dia il suo aiuto. In corrispondenza della S. Croce della corona benedetta si recita il Credo, perché la Fede è la base indispensabile per ogni preghiera che rivolgiamo a Dio. Si scorrono poi i cinque grani dopo la S. Croce recitando un Pater, in onore di Dio Onnipotente, tre Ave, in memoria della SS. Trinità che si è manifestata alla Beata Vergine Maria nell’Annunciazione, e un altro Pater per dare inizio alla prima corona del S. Rosario. Con una mano si scorrono i 54 grani della corona benedetta per recitare le prime cinque diecine che si concludono tutte con un Gloria. Con l’altra mano si computano i cinque Misteri usando i 5 grani iniziali.
Le tre “corone” che compongono il S. Rosario possono essere recitate anche separatamente nel corso della giornata.
È invalso l’uso minimale di recitare una sola “corona” al giorno, meditando solo cinque Misteri. In questo caso essi vengono distribuiti per ogni giorno della settimana a partire dal lunedí: Misteri Gaudiosi (lunedí e giovedí), Misteri Dolorosi (martedí e venerdí), Misteri Gloriosi (mercoledí e sabato); la Domenica, giorno del Signore, si meditano sempre i Misteri Gloriosi.
Si può recitare la “corona” meditando specialmente i Misteri Gaudiosi nelle Domeniche d’Avvento e nelle Ottave di Natale e dell’Epifania, nonché nelle feste dell'Annunciazione, della Visitazione e della Purificazione della B. V. Maria; i Misteri Dolorosi in tutte le Domeniche di Quaresima e nei giorni della Settimana di Passione e della Settimana Santa; e i Misteri Gloriosi nelle Ottave di Pasqua, dell’Ascensione e di Pentecoste, nonché nella festa dell’Assunzione.
La recita del S. Rosario può farsi individualmente o in comune, ricordando che trattandosi del Salterio della Beata Vergine Maria il modo migliore per recitarlo è salmodiarlo, e il modo migliore per salmodiare è quello dei due cori che si alternano, richiamandosi così alla promessa di Nostro Signore: Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 19, 20). Al tempo stesso è cosa degna e meritoria recitare il S. Rosario in ginocchio, con la corona benedetta in mano, perché con esso ci si rivolge supplici alla Misericordia di Dio in nome di Nostro Signore Gesú Cristo ( Gv 15, 16) per intercessione della Beata Vergine Maria Madre di Dio.
Alla fine del S. Rosario, prima della recita delle Litanie, possono recitarsi uno o piú Pater, Ave e Gloria, con delle specifiche intenzioni. La recita di un Pater, Ave e Gloria “secondo le intenzioni del Sommo Pontefice” permette di acquistare le indulgenze previste.
Tra le indulgenze concesse nel corso dei secoli dai diversi Papi, ricordiamo: - indulgenza di cento giorni per ogni Pater e per ogni Ave; - indulgenza di dieci anni e di altrettante quarantene per ogni recita giornaliera; - indulgenza plenaria per ogni recita al cospetto del SS. Sacramento; - indulgenze parziali e plenarie per la recita nei diversi giorni dell'anno, specialmente nelle feste del Signore e in quelle della B. V. Maria, massimamente se la recita si compie in una cappella dedicata alla S. Vergine.
Per l’acquisto delle indulgenze plenarie è necessario confessarsi, comunicarsi e pregare “secondo le intenzioni del Sommo Pontefice”.






12 Settembre - Santissimo Nome di Maria




In questo giorno si rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore perché sia devotamente invocata ed amata.



Preghiera al Nome Santo di Maria.
1. O adorabile Trinità, per l'amore con cui scegliesti ed eternamente Ti compiacesti del Santissimo Nome di Maria, per il potere che gli desti, per le grazie che riservasti ai suoi devoti, fa' che esso sia anche per me fonte di grazia e di felicità. Ave Maria....
Benedetto sempre sia, il Santo Nome di Maria. Lodato, onorato e invocato sempre sia, l'amabile e potente Nome di Maria. O Santo, soave e potente Nome di Maria, possa sempre invocarti durante la vita e nell'agonia.
2. O amabile Gesù, per l'amore con cui pronunziasti tante volte il Nome della tua cara Madre e per la consolazione che a Lei procuravi nel chiamarla per nome, raccomanda alle sue speciali cure questo povero tuo e suo servo. Ave Maria....
Benedetto sempre...
3. O Angeli Santi, per la gioia che vi procurò la rivelazione dei Nome della vostra Regina, per le lodi con cui lo celebraste, svelatene anche a me tutta la bellezza, la potenza e la dolcezza e fate che io lo invochi in ogni mio bisogno e specialmente in punto di morte. Ave Maria....
Benedetto sempre...
4. O cara Sant'Anna, buona mamma della Madre mia, per la gioia da te provata nel pronunciare tante volte con devoto rispetto il Nome della tua piccola Maria o nel parlarne con il tuo buon Gioacchino, fa' che il dolce nome di Maria sia continuamente anche sulle mie labbra. Ave Maria....
Benedetto sempre...
5. E Tu, o dolcissima Maria, per il favore che Dio Ti fece nel donarti Egli stesso il Nome, come a sua diletta Figlia; per l'amore che Tu sempre ad esso mostrasti concedendo grandi grazie ai suoi devoti, concedi anche a me di rispettare, amare ed invocare questo soavissimo Nome. Fa' che esso sia il mio respiro, il mio riposo, il mio cibo, la mia difesa, il mio rifugio, il mio scudo, il mio canto, la mia musica, la mia preghiera, il mio pianto, il mio tutto, con quello di Gesù, affinché dopo essere stato pace del mio cuore e dolcezza delle mie labbra durante la vita, sia la mia gioia in Cielo. Amen. Ave Maria....
Benedetto sempre...




lunedì 8 settembre 2008

8 Settembre - Natività di Maria Santissima



Origini della festa
La fonte più antica ritenuta attendibile dalla Chiesa, che illustra la nascita e l’infanzia di Maria, è costituita dal “Protoevangelo” (Vangeli Apocrifi) di Giacomo risalente al II secolo d.C.
Nel testo vengono illustrati momenti salienti della sua vita: il matrimonio dei genitori Gioacchino ed Anna della tribù di Giuda della stirpe di Achar, la concezione dopo vent’anni senza prole, la nascita e la presentazione al tempio (il tutto inserito nella cornice delle vicende della città di Gerusalemme).
La sorte toccata alla casa natale di Maria non è disgiunta da quella subita dalla città di Gerusalemme, con persecuzioni, distruzione del tempio, trasformazione in luogo di culto pagano, allontanamento dei giudei, ecc.. Con l’arrivo dell’imperatore Costantino e di sua madre Elena a Gerusalemme nella prima metà del secolo IV, dopo la libertà data alla religione cristiana, si apre una nuova era ai luoghi santi: gli scavi condotti hanno permesso di rintracciare, tra le costruzioni volute dalla famiglia imperiale, i ruderi di un oratorio sul luogo che la tradizione indica quale casa natale di Maria..
Con il III Concilio di Efeso del 431 che sancì la legittimità del titolo “Madre di Dio” per Maria, si ebbe una fioritura di feste mariane nel calendario liturgico, tra le quali: la Natività, la Presentazione al Tempio, l’Annunciazione e la Dormizione.
La data della festa della Natività di Maria venne fissata in Gerusalemme nella prima metà del secolo V, ai tempi del patriarca Giovenale e dell’imperatrice Eudossia, : l’8 settembre in occasione della dedicazione della Basilica di Santa Maria, edificata sul luogo della casa natale di Maria.
Tale data venne scelta anche in relazione all’antico anno liturgico che iniziava con il mese di settembre: in tal modo veniva data una cornice “mariana” allo stesso. Infatti la Natività di Maria precede ed annuncia le feste del primo polo (Natale ed Epifania) assumendo il valore di inizio dell’anno liturgico. Segue poi il polo cristologico (Pasqua e Pentecoste) accompagnato dall’Assunzione di Maria che diviene conseguenza dell’opera di salvezza e chiusura dell’anno liturgico.
Da Gerusalemme la festa della Natività venne introdotta a Costantinopoli: il primo documento che ne attesta la presenza è un inno del diacono Romano il Melode, composto prima del 548: quale diacono saliva nell’ambone, cantava il proemio e le strofe facendo ripetere il ritornello finale a tutti i presenti: “è la Madre di Dio, nutrice della nostra vita”. Il testo è tuttora parzialmente in uso nell’ufficiatura della festa che, per la chiesa bizantina, ricalca ancora quella in uso dal IX secolo con un giorno di prefesta, quattro di dopofesta e la chiusura il 13 settembre.
La prima commemorazione mariana che si conosca a Roma è quella del mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento, introdotta da papa Leone Magno (440-461) nella liturgia romana. Verso il 595 papa Gregorio Magno (590-604) inaugura l’”ottava di Natale” considerata la prima festa mariana della liturgia latina.
A Roma, nei secoli V e VI, era presente una numerosa colonia greca che introdusse nel mondo latino alcune feste religiose di origine orientale, tra le quali quella della Natività di Maria. Si attribuisce a Papa Sergio I (687-701), nato ad Antiochia e che fa parte del gruppo di papi di origine orientali saliti al soglio pontificio tra il VI ed il VII secolo, la solenizzazione di festività mariane nel calendario romano tra cui, per l’appunto, quelle della Natività e della Dormizione di Maria.
Da Roma la festa venne diffusa nell’Occidente e divenne molto popolare in Francia dove, nel Medioevo, era celebrata con tanta solennità religiosa da essere conosciuta come “festa angioina” e si finì di parlare di una sua origine miracolosa dovuta nientemeno che ad un intervento espresso di Maria, la quale ne avrebbe richiesto l’istituzione.
Dal XI secolo la festa acquista sempre più importanza tanto da diventare festa di precetto e da meritare un’ottava.
Nel 1243 Papa Innocenzo IV stabilì che la Natività assumesse il ruolo di festa obbligatoria per la chiesa latina, sciogliendo così un voto formulato dai cardinali elettori nel Conclave del 1241 e ostacolati dalle ingerenze di Federico II che per tre mesi li tenne prigionieri.
Nel secolo XIV la festa della Natività di Maria si meritò anche la sua vigilia, prescritta da Gregorio XI (morto nel 1378), che la volle con un suo digiuno e ne compose la Messa.
Papa Pio X (1903-1914) tolse la Natività di Maria dall’elenco delle feste di precetto e ridusse l’ottava a semplice. Pio XII (1939-1958) con la riforma liturgica, abolì l’ottava.

Dai Padri occidentali

SERMONE SULLA NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA
La nascita dalla Vergine Maria rientra nel provvidenziale piano divino della salvezzal. La Natività della beatissima e intemerata Madre di Dio, fratelli carissimi, giustamente reca agli uomini una straordinaria e particolare gioia, perché essa costituisce l'esordio di tutta la storia della salvezza umana. Infatti l'onnipotente Iddio, come, prima di divenire uomo, con l'ineffabile sguardo della sua provvidenza aveva previsto che l'uomo sarebbe perito per mezzo della diabolica macchinazione, così nel profondo della sua immensa pietà aveva progettato prima dei secoli il piano della redenzione dell'uomo.E nell'imperscrutabile disegno della sua sapienza Dio stabilì non solo il modo e l'ordine della redenzione, ma predefinì anche il tempo preciso della sua attuazione. Ora, come era impossibile che il genere umano potesse essere redento senza che il Figlio di Dio nascesse dalla Vergine, così era altrettanto indispensabile che la Vergine nascesse, affinché da lei il Verbo assumesse la carne.La Vergine ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo. In Maria la Chiesa diventa sposa di Cristo2. Occorreva cioè prima edificare la casa nella quale il Re del cielo sarebbe disceso e avrebbe accettato di essere ospitato. Di questa casa Salomone dice: «La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne» (Prov 9, 1). Infatti questa casa verginale è sostenuta da sette colonne, perché la venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio (Is 11, 2). E certamente la Sapienza, che si estende da un confine all'altro con forza e governa con eccellente bontà ogni cosa (Sap 8, 1), l'ha costruita così affinché ella fosse degna di accoglierla e di generarla dalle viscere della sua intemerata carne.Per prima era necessario edificare la stanza nuziale, affinché fosse idonea a ricevere lo Sposo che veniva per sposare la santa Chiesa. A lui infatti Davide, esultante nello spirito, intona un epitalamio, dicendo: «Il Signore esce come sposo dalla stanza nuziale» (Sal 18, 5).
Giustamente allora oggi il mondo intero esulta di una gioia che si è riversata dovunque; giustamente tutta quanta la Chiesa, poiché nasce la madre del suo sposo, alterna le lodi e per la gioia intona un canto. Esultiamo, dunque carissimi, in questo giorno nel quale, mentre veneriamo la nascita della Vergine, celebriamo anche l'inizio di tutte le festività del Nuovo Testamento. (S. Pier Damiani, Testi Mariani, vol 3, ed. Cittanuova).


domenica 7 settembre 2008

La custodia eucaristica Orientamenti pratici sotto il profilo dei beni culturali

PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

RELAZIONE DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

Cenni sulla storia del tabernacolo

La conservazione del corpo del Signore (più raramente del sangue) si è sempre praticata nella Chiesa, per assicurare l’Eucaristia ai malati e soprattutto il viatico ai moribondi (Concilio di Nicea, 325). Essa era pertanto eminentemente pratica, e il luogo deputato a tale “riserva” non era legato necessariamente al “santuario”, dove c’era l’altare e neppure all’edificio sacro. Le teche contenenti le sacre specie erano depositate in apposite cavità, chiuse da porte (armarium, sacrarium), incassate nel muro laterale del presbiterio o della sacristia. Si veda come esempio il bel tabernacolo cosmatesco del 1299, sull’arco trionfale della basilica di San Clemente a Roma. Molti di questi tabernacoli a muro, a forma di edicola, sovrastati da un timpano e spesso riccamente decorati, sono sopravvissuti dal medioevo o dal rinascimento fino ad oggi, cambiando destinazione, ad esempio, come luogo per la conservazione degli oli santi. La conservazione dell’Eucaristia poteva però avvenire anche sopra l’altare, in appositi contenitori a forma di coppa (pisside, ciborium), di scrigno o di colomba, appesi mediante catenelle al baldacchino. Tali contenitori erano rivestiti di un drappo di stoffa disposta a forma di tenda, da cui deriva, appunto, il nome di tabernacolo. A questi si aggiunse nei secoli XV-XVI un terzo modo per conservare il sacramento: delle torrette eucaristiche di pietra o di altro materiale, spesso imitazioni di celebri edifici gotici o rinascimentali. Per la forma e la monumentalità, esse non sono semplici recipienti della riserva eucaristica, ma delle custodie che denotano adorazione. Esse sono infatti testimoni di una armonica e positiva evoluzione del culto dell’Eucaristia che durava già da parecchi secoli.

Nella metà del sec. XI, infatti, le speculazioni di Berengario di Tours (morto nel 1088) circa la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche suscitarono una viva reazione nel popolo di Dio, che con il proprio “sensus fidei” aumentò i caldi sentimenti di adorazione. Essa si manifestò però non in un ritorno alla comunione frequente, purtroppo abbandonata da molto tempo, ma nello sviluppo, peraltro provvidenziale dell’adorazione dell’Ostia, mostrata nel bel rito dell’elevazione nella santa Messa, introdotto proprio in quel periodo. Successivamente fu istituita la solennità del Corpus Domini (1264) e si diffuse la pratica delle solenni processioni del Santissimo Sacramento (XIV sec.). Era naturale che in questo contesto, la custodia eucaristica non potesse essere più un semplice armadio, ma dovesse assumere un posto d’onore, come avvenne per le torri eucaristiche. È pure evidente che la negazione, ancor più radicale, della transustanziazione e della presenza reale da parte della cosiddetta Riforma protestante, accentuasse nella Chiesa, madre e maestra il culto dell’Eucaristia. San Carlo Borromeo a Milano e molti zelanti vescovi di quella generazione, nel promuovere la riforma anche architettonica delle chiese, introdussero il tabernacolo così come lo conosciamo noi oggi. Si tratta di una cassa solida e stabile, posta al centro dell’altare, con una porta chiudibile a chiave. Abitualmente il tabernacolo è rivestito di tessuti preziosi all’interno e all’esterno di un velo bianco o dei colori liturgici, che continua a giustificarne il nome. Esso è anche sovrastato da una croce, per significare la relazione fondamentale con la Santa Messa, con il sacrificio di Cristo. Nel quadro della pietà eucaristica, sorta in epoca tridentina e giunta fino a noi, che ha come elemento qualificante l’esposizione prolungata del santissimo Sacramento – sul modello delle “Quarantore”, apparse in Italia nel sec. XVI – il tabernacolo assunse anche la funzione di supporto per l’ostensorio.


La custodia eucaristica nell’organizzazione dello spazio liturgico
.....
Riservando all’Eucaristia un luogo apposito, l’adorazione e la preghiera privata dei fedeli può risultare favorite. Lo spazio della custodia eucaristica, che è per sua natura luogo di silenzio e di preghiera personale, e dunque un luogo improntato alla discrezione, non appartiene di per sé allo spazio eucaristico (quello della celebrazione) né, nelle chiese monastiche, a quello dell’Ufficio divino (il coro). Distinzione, però, non significa separazione. Nelle nuove chiese si possono pensare soluzioni di cappelle ben distinte ma collegate all’altare. Nell’adeguamento di chiese basilicali, un luogo distinto ma collegato all’altare potrebbe essere una delle cappelle in fondo alla navata laterale, a fianco del presbiterio, oppure una delle due cappelle terminali del transetto. Tuttavia ogni caso va valutato a sé. Risulta più complesso, ad esempio, il caso dei monasteri nei quali si debba considerare l’esigenza della clausura. In questo caso il tabernacolo, che deve essere sempre unico, dovrebbe essere visibile sia alla comunità monastica sia ai fedeli, che stanno dalla parte opposta di un muro o di una grata.
...
La Chiesa canta “Ecce panis Angelorum”. “Ecce”, “ecco”. Questo “ecco” diventa un po’ il cartello segnaletico che indica dove è il Santissimo Sacramento dell’Altare, dov’è il Tesoro di noi pellegrini sulla terra, dov’è la nostra insostituibile divina compagnia. “Ecco” la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo; “ecco” la Presenza reale che abita la santa ostia consacrata.
...

La SS. Trinità per incontrarci mentre camminiamo ancora nella storia, ha scelto di venire sul nostro percorso: nel Figlio eterno ha assunto un corpo. Noi per incontrare qualcuno abbiamo bisogno della strumentalità corporea. Se siamo tristi piangiamo, se siamo allegri cantiamo, se esprimiamo cordialità porgiamo la mano, se vogliamo consolare sorridiamo e così via. Tutte le relazioni passano attraverso il corpo.

Il Corpo del Signore è il Dio con noi, la sua offerta plenaria accade nel corpo. Del resto, per noi uomini viatori, come potrebbe essere possibile ricevere il dono se non nella carne?

Nei segni tangibili del pane e del vino cogliamo la Presenza reale del nostro Salvatore.

Lui, che è il nostro Tutto, viene a noi nel frammento di quel pane.

Lì c’è la Presenza “reale” non perché le altre presenze non siano vere (“reali”) ma per antonomasia, perché è sostanziale e, in forza di essa, Cristo, Uomo-Dio, si fa presente tutto intero.

L’ostia consacrata custodisce realmente la persona di Nostro Signore. In quell’ostia consacrata c’è la presenza salvifica di Nostro Signore perché è il memoriale della Croce, dell’Agnello immacolato, sacrificio gradito al Padre. Cosa può esserci di più grande sotto la volta del cielo di quel pane consacrato? Cosa – o meglio – “Chi di più dolce, di più amabile, di più gradevole, di più adorabile?

Questo dono assolutamente inestimabile è consegnato – e ciò è stupendo quanto tremendo – alla nostra libertà. Per la libertà, la presenza reale del Crocifisso morto e risorto permane nelle specie eucaristiche dove pane e vino sono transustanziati, per la potenza dello Spirito Santo, nel corpo immolato e nel sangue versato da Gesù.

Spesso, con vibrante intensità espressiva, i nostri fratelli d’Oriente parlano dell’Eucarestia come “Mysterium tremendum”. In effetti è un oceano di grazia: l’abbassamento, la chenosi del Figlio di dio che si affida alla fragile libertà dell’uomo.

La nostra piena realizzazione si attua nella santa comunione col corpo di Cristo e nella adorazione della sua reale Presenza sacramentale.

Da secoli e secoli la Madre Chiesa ha educato i propri figli ad adorare Gesù sacramentato.

Egli rimane in mezzo a noi, nel tabernacolo, ed aspetta che andiamo ad incontrarlo, aspetta che gli dedichiamo qualche momento per riconoscere così il suo immenso amore.

Ma occorre la carità pastorale di committenti che comprendano la necessità di questa visita e di artisti che, in ascolto della sana dottrina eucaristica ed infiammati dalla reale Presenza – per personale esperienza – pongano i propri talenti a disposizione, per gridare con essi quell’Ecce, Ecce Panis Angelorum!


http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/pcchc/documents/rc_com_pcchc_20050729_custodia-eucaristica_it.html



sabato 6 settembre 2008

Il papa in Sardegna




Il Percorso della visita papale.

La benedizione di tutti i centenari della Sardegna e ancora un corteo che abbraccerà l’intera città, carcere e malati inclusi. Queste alcune novità della visita ufficiale di tutti i componenti del Vaticano che hanno ripercorso e quindi ufficializzato l’itinerario papale del 7 settembre.

Circa quaranta le autorità che si sono radunate in Prefettura, accolte dal vice-Prefetto di Cagliari, dott. Corda, per la simulazione del percorso: componenti del Vaticano e della sua polizia, del Ministero, della prefettura, il vicesindaco di Cagliari, dirigenti medici a tutela della salute del Papa, esponenti della Digos, della Croce rossa e le più alte cariche militari.

Il Papa arriverà alle 9.30 all’aeroporto di Elmas. Non ci sarà nessun discorso ma l’accoglienza dell’arcivescovo mons. Giuseppe Mani, l’ausiliare mons. Mosè Marcia, il presidente della Regione, della Provincia, il Prefetto e il sindaco di Cagliari Emilio Floris e di Elmas, Valter Piscedda.
Il corteo papale raggiungerà il centro di Cagliari passando nella zona di Sant’Avendrace e via Roma, dove avverrà il trasferimento sulla
Papamobile, verso piazza Dei Centomila.

Dopo aver salutato la folla Benedetto XVI celebrerà la Messa solenne delle 10.30; all’interno della Basilica di Bonaria, al termine della celebrazione, incontrerà tutti i centenari sardi e deporrà nelle mani del simulacro della Madonna di Bonaria la navicella dorata a ricordo del Centenario.

Dalla Basilica il Papa raggiungerà il Seminario Regionale Sardo per il pranzo, passando per via Dante, Liceo Pacinotti, via Cadello e via Parraguez.
Dopo il pranzo, direttamente dall’interno, il trasferimento nel seminario diocesano per la sosta e la passeggiata pomeridiana.

Alle 16.30, passando davanti al carcere di Buoncammino, il pontefice si recherà in Cattedrale: accolto dai sacerdoti sardi, cui rivolgerà un discorso, il Papa sosterà brevemente in preghiera e raccoglimento. Al termine, passando per l’Ospedale Civile e scendendo in
Papamobile in piazza Yenne, il Papa raggiungerà i giovani che dalle 16.00 attendono il suo arrivo tra i canti e la festa dell’Incontragiovani.

Terminato l’incontro il corteo papale passando per viale La Playa raggiungerà l’aeroporto di Elmas, destinazione Roma. Il Papa saluterà così l’Isola alle 19.30.

venerdì 5 settembre 2008

GUARDANDO IL CIELO



Presentazione della conferenza tenuta per i giovani di Prato nel 1970 Dal professor ENRICO MEDI

Enrico Medi, grande astrofisico italiano, che ha collaborato anche con Enrico Fermi è nato a porto Recanati il 26 aprile 1911 e morto a Roma il 26 maggio 1974. Sposato, padre di 6 figlie, questo grande scienziato ha avuto il dono di guardare al di là della materia e degli spazi infiniti, dando a chi lo ascoltava la possibilità di contemplare il mistero racchiuso nelle meravigliose leggi della creazione.
Lo spunto è tratto da una delle tante avventure spaziali che in quegli anni avevano avuto il massimo successo con il primo allunaggio di un essere umano. Questo fatto dà a Medi l'opportunità di parlare, in maniera semplice ed entusiasta, dei misteri dell'universo della sua impressionante grandezza, della sua "ragguardevole" età e della infinita quantità di corpi celesti che lo compongono. Il microcosmo, poi, è affascinante nella sua incredibile piccolezza.
Anche la luce, con la sua incredibile velocità - 300.000 Km. al secondo - pari a quella delle onde elettromagnetiche, ci serve da unità di misura, persino insufficiente rispetto alle infinite proporzioni dell'universo.
Per me, come credente, è particolarmente significativo ed emozionante il constatare che la luce, assieme alla comunicazione (parola), sotto forma di impulsi elettromagnetici, si diffonda alla velocità massima oggi conosciuta e sperimentata dall'uomo!
Perchè dico questo? Perchè Gesù, che è a immagine del Padre, si presenta come LUCE per il mondo e come incarnazione della PAROLA DEL PADRE. Certo, San Giovanni, nel prologo del suo Vangelo dice che: "La Luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta". Il Verbo, la Parola, si è fatta carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi, ma noi non lo abbiamo accolto. E prosegue dicendo:"A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio ".
Pare incredibile ma il grande dono della libertà ci mette nella possibilità di negare l'evidenza: la luce, infatti, brilla nelle tenebre e la Parola fa fatica a farsi strada, prima perchè, come dicevo, è troppo rispettosa della nostra libertà e poi perché non è impositiva, come l'amore. Teniamo presente inoltre che in questi nostri tempi è soffocata da un "oceano" di parole più o meno interessanti e costruttive ma sovente vuote che ci vengono elargite a piene mani dai mezzi di comunicazione.
Credo che questa conferenza, anche se con, i limiti della trascrizione, possa fornire degli ottimi spunti di riflessione su un tema tanto affascinante e sconosciuto: "l'uomo come centro dell'universo". Tutto ciò che è stato creato, è stato creato per noi, perchè lo potessimo ammirare e, fin dove possibile, utilizzare, con la nostra scienza, intelligenza e capacità conoscitive.
Certo, se l'uomo si riconosce grande, appunto per queste sue facoltà e doni che gli rendono intelligibili quelli che fino a pochi anni fa erano dei misteri, deve però pur sempre riconoscere anche la sua limitatezza rispetto a queste immense grandezze e piccolezze, che sono il segno di un mistero più grande, e che a noi e alla nostra storia è stato dato il privilegio di conoscere Colui che ci ha svelato il significato di questo nostro meraviglioso e terribile vivere.
In tutta la storia dell'uomo, nelle varie civiltà ed epoche, gli esseri umani si sono posti dei perché. Le religioni sono dei tentativi dell'uomo di andare verso Dio. La nostra, più che una religione, è un fatto: e ci parla del Figlio di Dio che si fa uomo per rivelarci il Padre e farci eredi del suo Regno.

continua : http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1215


Coloro che desiderano saperne di più hanno la possibilità di ascoltarla cliccando qui: http://www.enricomedi.it/discorsi.html Si può trovare anche la biografia e ascoltare altre conferenze.

venerdì 29 agosto 2008

29 Agosto - Martirio di San Giovanni Battista



Mc 6, 17-29
In quel tempo, Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
Subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Ama di più.




Quando pensi di aver fatto abbastanza nell'esercizio della carità, spingiti più avanti: ama di più.

Quando sei tentato di arrestarti di fronte alle difficoltà con gli altri, sforzati di superare gli ostacoli: ama di più.

Quando il tuo egoismo vuol farti rinchiudere in te stesso, esci dal tuo ripiegamento: ama di più.

Quando per riconciliarti aspetti che l'altro faccia il primo passo, prendi tu l'iniziativa: ama di più.

Quando ti senti spinto a protestare contro ogni ingiustizia di cui sei stato vittima, sforzati di mantenere il silenzio: ama di più!

(San Pio da Pietrelcina)

giovedì 28 agosto 2008

Non mi basta amare Dio se anche il mio prossimo non lo ama




"La nostra vocazione è di andare ad infiammare il cuore degli uomini,a fare quello che fece il Figlio di Dio, Lui che venne a portare il fuoco nel mondo per infiammarlo dell’amor suo. Che possiamo noi desiderare, se non che arda e consumi tutto?

È dunque vero che sono inviato non solo ad amare Dio, ma a farlo amare.

Non mi basta amare Dio se anche il mio prossimo non lo ama. Devo amare il mio prossimo come immagine di Dio e oggetto dell’amor suo e far di tutto perché a loro volta gli uomini amino il loro Creatore che li riconosce e li considera come suoi fratelli, che li ha salvati; e procurare che, con mutua carità, si amino tra loro per amor di Dio, il quale li ha tanto amati da abbandonare per es­si il proprio Figlio alla morte. È dunque questo il mio dovere.

Orbene, se è vero che siamo chiamati a portare lontano e vicino l’amore di Dio, se dobbiamo infiammarne le nazioni, se la nostra vocazione è di andare a spargere questo fuoco divino in tutto il mondo, se così è, dico, se così è, fratelli, quanto devo ardere io stesso di questo fuoco divino!

Come daremo la carità agli altri, se non l’abbiamo tra noi? Osserviamo se vi è, non in generale, ma se ciascuno l’ha in sé, se vi è al grado dovuto; perché se non è accesa in noi, se non ci amiamo l’un l’altro come Gesù Cristo ci ha amati e non facciamo atti simili ai suoi, come potremo sperare di diffondere tale amore su tutta la terra? Non è possibile dare quello che non si ha.

L’esatto dovere della carità consiste nel fare ad ognuno quello che con ragione vorremmo fosse fatto a noi. Faccio veramente al mio prossimo quello che desidero da lui?

Osserviamo il Figlio di Dio. Non c’è che Nostro Signore che sia stato tanto rapito dall’amore per le creature da lasciare il trono del Padre suo per venire a prendere un corpo soggetto ad infermità.

E perché? Per stabilire fra noi, mediante la sua parola e il suo esempio, la carità del prossimo. È questo l’amore che l’ha crocifisso e ha compiuto l’opera mirabile della nostra redenzione.

Se avessimo un poco di questo amore, rimarremmo con le braccia conserte? Oh! no, la carità non può rimanere oziosa, essa ci spinge a procurare la salvezza e il sollievo altrui."

Dalle “Conferenze ai Preti della Missione” di san Vincenzo de’ Paoli () (Conferenza 207).

Preghiera

O Salvatore, che ci hai dato la legge di amare il prossimo come noi stessi, che l'hai praticata tanto perfettamente verso gli uomini, sii Tu stesso, Signore, il tuo ringraziamento eterno!

O Salvatore, quanto sono fortunato di trovarmi in uno stato d'amore per il prossimo! Fammi la grazia di riconoscere la mia fortuna, di amare questo stato beato e di contribuire perché questa virtù si manifesti ora, domani e sempre. Amen (da S. Vincenzo de' Paoli)

A cura del "Movimento dei Focolari"

martedì 26 agosto 2008

Significato autentico espressioni ecclesiologiche magisteriali



CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

RISPOSTE A QUESITI RIGUARDANTI ALCUNI ASPETTI
CIRCA LA DOTTRINA SULLA CHIESA


Introduzione

Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione dogmatica Lumen gentium e con i Decreti sull'Ecumenismo (Unitatis redintegratio) e sulle Chiese orientali (Orientalium Ecclesiarum), ha contribuito in modo determinante ad una comprensione più profonda dell'ecclesiologia cattolica. Al riguardo anche i Sommi Pontefici hanno voluto offrire approfondimenti e orientamenti per la prassi: Paolo VI nella Lettera Enciclica Ecclesiam suam (1964) e Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Ut unum sint (1995).

Il conseguente impegno dei teologi, volto ad illustrare sempre meglio i diversi aspetti dell'ecclesiologia, ha dato luogo al fiorire di un'ampia letteratura in proposito. La tematica si è infatti rivelata di grande fecondità, ma talvolta ha anche avuto bisogno di puntualizzazioni e di richiami, come la Dichiarazione Mysterium Ecclesiae (1973), la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica Communionis notio (1992) e la Dichiarazione Dominus Iesus (2000), tutte pubblicate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

La vastità dell'argomento e la novità di molti temi continuano a provocare la riflessione teologica, offrendo sempre nuovi contributi non sempre immuni da interpretazioni errate che suscitano perplessità e dubbi, alcuni dei quali sono stati sottoposti all'attenzione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Essa, presupponendo l'insegnamento globale della dottrina cattolica sulla Chiesa, intende rispondervi precisando il significato autentico di talune espressioni ecclesiologiche magisteriali, che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese.

RISPOSTE AI QUESITI

Primo quesito: Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha forse cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa ?

Risposta: Il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare né di fatto ha cambiato tale dottrina, ma ha voluto solo svilupparla, approfondirla ed esporla più ampiamente.

Proprio questo affermò con estrema chiarezza Giovanni XXIII all’inizio del Concilio[1]. Paolo VI lo ribadì[2] e così si espresse nell’atto di promulgazione della Costituzione Lumen gentium: "E migliore commento sembra non potersi fare che dicendo che questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era, resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti. Soltanto ciò che era semplicemente vissuto, ora è espresso; ciò che era incerto, è chiarito; ciò che era meditato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione"[3]. I Vescovi ripetutamente manifestarono e vollero attuare questa intenzione[4].

Secondo quesito: Come deve essere intesa l’affermazione secondo cui la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica ?

Risposta: Cristo "ha costituito sulla terra" un’unica Chiesa e l’ha istituita come "comunità visibile e spirituale"[5], che fin dalla sua origine e nel corso della storia sempre esiste ed esisterà, e nella quale soltanto sono rimasti e rimarranno tutti gli elementi da Cristo stesso istituiti[6]. "Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica […]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui"[7].

Nella Costituzione dogmatica Lumen gentium 8 la sussistenza è questa perenne continuità storica e la permanenza di tutti gli elementi istituiti da Cristo nella Chiesa cattolica[8], nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra.

Secondo la dottrina cattolica, mentre si può rettamente affermare che la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle Chiese e nelle Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica grazie agli elementi di santificazione e di verità che sono presenti in esse[9], la parola "sussiste", invece, può essere attribuita esclusivamente alla sola Chiesa cattolica, poiché si riferisce appunto alla nota dell’unità professata nei simboli della fede (Credo…la Chiesa "una"); e questa Chiesa "una" sussiste nella Chiesa cattolica[10].

Terzo quesito: Perché viene adoperata l’espressione "sussiste nella" e non semplicemente la forma verbale "è" ?

Risposta: L’uso di questa espressione, che indica la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica, non cambia la dottrina sulla Chiesa; trova, tuttavia, la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino "numerosi elementi di santificazione e di verità", "che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica"[11].

"Perciò le stesse Chiese e Comunità separate, quantunque crediamo che hanno delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Infatti lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica"[12].

Quarto quesito: Perché il Concilio Ecumenico Vaticano II attribuisce il nome di "Chiese" alle Chiese orientali separate dalla piena comunione con la Chiesa cattolica ?

Risposta: Il Concilio ha voluto accettare l’uso tradizionale del nome. "Siccome poi quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il Sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora uniti con noi da strettissimi vincoli"[13], meritano il titolo di "Chiese particolari o locali"[14], e sono chiamate Chiese sorelle delle Chiese particolari cattoliche[15].

"Perciò per la celebrazione dell’Eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce"[16]. Siccome, però, la comunione con la Chiesa cattolica, il cui Capo visibile è il Vescovo di Roma e Successore di Pietro, non è un qualche complemento esterno alla Chiesa particolare, ma uno dei suoi principi costitutivi interni, la condizione di Chiesa particolare, di cui godono quelle venerabili Comunità cristiane, risente tuttavia di una carenza[17].

D’altra parte l’universalità propria della Chiesa, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui, a causa della divisione dei cristiani, trova un ostacolo per la sua piena realizzazione nella storia[18].

Quinto quesito: Perché i testi del Concilio e del Magistero successivo non attribuiscono il titolo di "Chiesa" alle Comunità cristiane nate dalla Riforma del 16° secolo ?

Risposta: Perché, secondo la dottrina cattolica, queste Comunità non hanno la successione apostolica nel sacramento dell’Ordine, e perciò sono prive di un elemento costitutivo essenziale dell’essere Chiesa. Le suddette Comunità ecclesiali, che, specialmente a causa della mancanza del sacerdozio ministeriale, non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico[19], non possono, secondo la dottrina cattolica, essere chiamate "Chiese" in senso proprio[20].

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato e confermato queste Risposte, decise nella sessione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 29 giugno 2007, nella solennità dei Ss. Pietro e Paolo, Apostoli.

William Cardinale Levada
Prefetto

Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo tit. di Sila
Segretar