sabato 11 ottobre 2008

Non toccate la Vita!!



EMBRIONE-CHIMERA

07/09/2007

Il 5 settembre la Human fertilistion and embryology authority (Hfea), organismo che in Gran Bretagna regola l’ambito della fecondazione artificiale e della ricerca sugli embrioni, ha dato il via libera alla creazione a scopo di ricerca dei cosiddetti “embrioni-chimera”, ossia embrioni ibridi ottenuti con il trasferimento di nuclei umani in cellule uovo denucleate di animali.

Gli embrioni prodotti in tale modo conterrebbero un 99,9% di materiale genetico umano e uno 0,1% di materiale genetico animale. Gli scienziati britannici ritengono così di poter disporre di embrioni dai quali prelevare cellule staminali destinate alla ricerca di nuove cure per patologie quali il Parkinson e l’Alzheimer, e assicurano che questi embrioni ibridi verranno distrutti al 14° giorno.

Di “fatto mostruoso” parla mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, auspicando una mobilitazione della comunità scientifica. Per Helen Watt, direttrice del Linacre Centre for healthcare ethics, si tratta di “una perversione riproduttiva”.

“Questa procedura – afferma - è una grave offesa alla dignità e ai diritti dell’embrione”.

Alla fine del 2006 l’esecutivo britannico aveva presentato una proposta di legge che avrebbe messo al bando la ricerca sugli embrioni-chimera ma, dopo la rivolta del mondo scientifico, il governo la ha ritirata e si appresta a discutere entro la fine dell’anno un altro progetto di legge in materia.

Sperimentazione senza senso.

Un progetto che “parte già male dal punto di vista scientifico perché privo di fondamento e di validità” e non in grado di “conseguire le finalità proposte e promesse”; “una sperimentazione che al di là delle questioni etiche e antropologiche, di per sé importantissime, non ha neppure un senso in sé, è una cattiva scienza e, come tale, è inaccettabile”.

Così Maria Luisa Di Pietro, copresidente con Bruno Dallapiccola dell’Associazione “Scienza & Vita”, commenta al Sir la decisione della Hfea.

Al di là delle questioni etiche e antropologiche, prosegue la scienziata, “occorre interrogarsi su come in questa ipotetica nuova entità, che è umana al 99,9%, il nucleo umano possa interagire con il Dna animale, di mucca o di coniglio”.

“Le cellule staminali così ottenute – spiega – avranno il nucleo umano e il citoplasma di origine animale; pertanto non saranno utilizzabili come cellule staminali sull’uomo in caso di patologie degenerative”.

Riduzionismo antropologico.

La creazione di queste “entità aberranti”, sottolinea ancora la scienziata, “costituisce inoltre una grave offesa al valore e alla specificità della vita umana. Mescolando il Dna di esseri umani con quello di origine animale, si rischia di intaccare la barriera interspecie con conseguenze non prevedibili sia sul piano antropologico che su quello sanitario”. “Tutto ciò muove da una visione che si è gradualmente fatta strada nella cultura dominante: quella di un riduzionismo antropologico che, riducendo l’essere umano alla mera realtà biologica e quindi ad una somma di cellule, geni e cromosomi, è scivolato ulteriormente confondendo la natura biologica umana con la natura biologica di altre specie viventi, e quindi cancellandola”. Sul piano sanitario, invece, Di Pietro mette in guardia da possibili “pericoli di diffusione di infezioni virali, che per ora interessano il mondo animale, alla sfera umana”. Vi sono rischi che una simile pratica venga introdotta anche nel nostro Paese? “La legge 40 – risponde – vieta esplicitamente all’art.13 la sperimentazione sugli embrioni; occorre tuttavia innalzare la guardia a sua difesa, in particolare in vista di eventuali pressioni a livello europeo volte a modificare i contenuti delle legislazioni nazionali in materia”.

Grave demagogia.

Di “etica a colpi di sondaggio” parla Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica dell’Università cattolica.“ Allettati da prospettive terapeutiche tutte da dimostrare”, prosegue Pessina alludendo ai sondaggi condotti nei mesi scorsi tra la popolazione del Regno Unito, che per il 61% si sarebbe espressa favorevolmente, “i cittadini inglesi hanno avallato, attraverso un sondaggio popolare, la spinta sperimentalistica che da qualche anno viene alimentata anche da prospettive economiche”. Pessina definisce “grave e demagogico scegliere la via del sondaggio popolare per determinare delle scelte in un campo così complesso e delicato sia dal punto di vista scientifico, sia dal punto di vista etico”. Per Roberto Colombo, responsabile del Laboratorio di biologia molecolare e genetica umana della stessa Università, si tratta di una “prospettiva inaccettabile e ripugnante” che vede l’uomo “come un animale da esperimento” e, passando sotto silenzio “i positivi risultati della ricerca sulle cellule staminali non embrionali”, costituisce “un deprecabile tentativo di inganno dei cittadini”. Un “no” deciso a “pericolose scorciatoie verso aberranti ibridizzazioni embrionali tra uomo e animale” peraltro “non necessarie alla ricerca” viene anche da Vincenzo Saraceni, presidente dell’Amci (Associazione medici cattolici italiani).

Il Primato di Pietro



««Ipse est Petrus cui dixit:“Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”.
Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia;
«Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa;dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna».

Sant'Ambrogio, “Enarrationes in XII Psalmos davidicos”; PL 14, 1082


LA LETTERA DI CLEMENTE I


Clemente I fu il terzo successore di san Pietro sulla cattedra del Vescovo di Roma.


Sul finire del I secolo, probabilmente verso il 97, egli scrisse una lettera ai cristiani di Corinto, che avevano deposto e allontanato alcuni presbiteri.

Il fatto è significativo, perché il Vescovo di Roma interviene nelle faccende interne di un'altra Chiesa, anch'essa fondata dagli apostoli. E interviene con una lettera il cui tono e contenuto dimostrano che Clemente era cosciente delle sue responsabilità ed esigeva un atto di obbedienza dai destinatari.

Vediamo alcune delle espressioni contenute nella celeberrima epistola: "Vi scriviamo tutto questo per riprendervi..." - "... accettate con contrizione la correzione..." - "Ma se qualcuno non obbedisce a ciò che per nostro tramite egli (Cristo) dice, sappiamo che si vedrà implicato in una colpa e in un pericolo non indifferente" - "Ci sarete motivo di gioia e di letizia se, obbedendo a quanto vi abbiamo qui esposto...".

Clemente dà ordine di reintegrare nelle loro funzioni quelli che la comunità di Corinto aveva allontanato. Non solo: minaccia sanzioni se non fosse stato obbedito.

Difficile non pensare ad un atto di governo posto in essere dal vescovo di Roma nei confronti di un'altra Chiesa.

E come accolsero i Corinti la lettera di Clemente? Con massima considerazione, conservandola con cura, tant'è che nell'anno 170 l'allora vescovo di Corinto, Dionigi, scrive a papa Sotero informandolo che quello scritto veniva letto nella celebrazione eucaristica domenicale. Un primato riconosciuto anche nel primo secolo.

Come dice la storia...


(fonte: il Timone)

Datazione dei Vangeli

(Piscina di Siloe)


SAN GIOVANNI: QUANDO HA SCRITTO IL SUO VANGELO?


Il Vangelo di san Giovanni è stato scritto - a detta degli studiosi - per ultimo, sul finire del primo secolo. Ma in un interessante articolo pubblicato su "Il Nuovo Areopago" nel 1994, Julian Carron, oggi successore di don Giussani alla guida di CL, allora docente di Sacra Scrittura presso il Centro Studi teologici San Damaso a Madrid, affermava l'esistenza in quel Vangelo di "molti elementi che si possono spiegare solo prima della distruzione di Gerusalemme", avvenuta - come è noto - ad opera dei romani nell'70 d.C.

A sostegno della sua tesi, Carron cita, tra gli altri, un chiaro esempio che riportiamo: "Nel racconto della guarigione del malato che aspettava per essere guarito l'agitazione delle acque nella piscina - contenuto nel Vangelo di Giovanni - si dice:

C'é (in greco: estin) in Gerusalemme, vicino alla porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaetà che ha cinque portici" (Gv 5,2).

Questo versetto svela molto. Scriveva Carron: "Il presente dell'indicativo in cui viene data la notizia dell'esistenza della piscina (estin = c'è), mentre tutto il racconto è scritto in aroisto (cioé al passato), come se facesse riferimento a un fatto succeduto nel passato, mostra che quando questi racconti furono scritti esisteva ancora quella piscina".

E conclude significativamente: "Questo si poteva affermare solo prima della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70". Quando - aggiungiamo noi - i testimoni oculari di quell'episodio erano ancora vivi e avrebbero potuto smentire.
Cosa che non avvenne!
(fonte: il Timone)

mercoledì 8 ottobre 2008

I nuovi perseguitati



Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio


Antonio Socci


Contrariamente alle apparenze, è stato di gran lunga il Novecento il secolo del più grande macello di cristiani. Nel periodo che va dalla Rivoluzione francese ad oggi, ma in particolare nel XX secolo, sono state scatenate persecuzioni mai viste in 2000 anni per ferocia, vastità, durata e quantità di vittime.


[…] Se in 2 millenni sono stati calcolati circa 70 milioni di cristiani uccisi per la loro fede, ben 45 milioni e mezzo (circa il 65 per cento del totale) sono martiri del XX secolo. Questa persecuzione planetaria del cristianesimo è tuttora in corso, sebbene venga per lo più ignorata dai mass media e dagli stessi cristiani occidentali. […]


Didier Rance nel suo volume Un siècle de témoins ha raccontato ciò che accadde al romeno padre Gavril Bielovejdov – un uomo che aveva sopportato undici tremendi anni di lager – quando venne a Roma alla fine degli anni Ottanta. Era stato invitato a raccontare il calvario della Chiesa rumena in una università pontificia dove lui stesso aveva studiato, molti anni prima e il cui rettore era stato suo compagno di studi. Padre Gavril dunque raccontò con semplicità e precisione il martirio di tanti sacerdoti, le crudeli torture (conosciute di persona), i lager e la fede e la speranza invincibile di quei cristiani. Uscendo dall’aula incontra un prete italiano che gli dice: «la prossima volta non racconti sciocchezze come ha fatto oggi». Padre Gavril sbigottito riesce solo a dire: «E perché? Io non ho riferito che la verità». E l’italiano: «Ma via! I miei studenti mi hanno appena detto: ma questo prete racconta balle: se crede che noi siamo così imbecilli da credergli…».


Volemose bene.

Il mensile paolino Jesus del gennaio 2002 annuncia in copertina la meritoria iniziativa di un martirologio con questo titolo: “Sotto il segno della croce”. Colpisce però una cosa in quella galleria di ritratti proposta da Jesus: non c’è una sola vittima cristiana dei regimi comunisti o islamici, che poi sono la stragrande maggioranza. Neanche una. Com’è possibile? Una svista? O cos’altro? Ci sono, giustamente, martiri di regimi di destra. Vi si celebrano poi due monaci che non sono morti come martiri, ma che hanno avuto problemi con l’autorità ecclesiastica (la solita Chiesa cattiva) e infine un segretario dell’Onu morto in un incidente aereo. Si arriva ad elencare un islamico fra coloro che «hanno seminato la parola del Vangelo nel cuore del popolo di Dio». Ma dell’immane macello di cristiani perpetrato dal comunismo nessuna traccia, come pure delle persecuzioni anticristiane dell’Islam. Mentre non manca mai il ricordo delle colpe di cui si sono macchiati i cristiani stessi.

Un altro esempio. Il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti pubblica ogni anno da Feltrinelli un grosso volume di dati, ricerche, statistiche e cronologie relativi ai fatti sociali più seri e drammatici dell’Italia e del mondo. Consideriamo l’edizione Annuario sociale 2000, un testo di 762 pagine fitte fitte, davvero pieno di documentazione, un lavoro utile e accurato. Si va dal capitolo sull’Aids a quello sull’ambiente, dalle carceri alle mafie, dalle droghe all’immigrazione, alle povertà, ai conflitti e ai diritti. Ma non si trova traccia delle persecuzioni anticristiane o più generalmente delle persecuzioni religiose e delle loro migliaia di vittime. Solo qualche flash inserito nelle note sulle aree di crisi. Eppure ci sono capitoli dedicati alla pena di morte negli Stati Uniti e agli armamenti, alla globalizzazione e al debito del Terzo Mondo. Ma non a quei derelitti dimenticati da tutti. Il dramma dei cristiani sembra non esistere. La questione sociale diventa l’esclusivo campo di interesse. C’è dunque un cattolicesimo che - secondo Gianni Baget Bozzo - «è preoccupato solo di essere dalla parte dei poveri, ma non dei poveri cristiani».


Sudan, due milioni di morti.

Il 10 dicembre 1998, a 50 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il New York Times scrisse: «mentre tutti i leader mondiali celebrano con grande solennità la dichiarazione dei diritti dell’uomo, nessuno, chissà perché, si ricorda del Sudan. Eppure in quel paese il Fronte nazionale islamico sta conducendo un sistematico genocidio, soprattutto nella parte meridionale a maggioranza cristiana. È un conflitto che ha già provocato più vittime che Ruanda, Bosnia e Kosovo messi insieme: 1 milione e 900 mila uomini, donne e bambini. La stragrande maggioranza non sono ribelli, bensì civili, colpevoli solo di non pensarla come gli islamici del regime». Le cifre del genocidio pare siano perfino più gravi rispetto al bilancio fatto nel ’98 dal New York Times. Amnesty International nel Rapporto annuale 2001 afferma che «alla fine del 2000, la guerra civile, ripresa nel 1983, era costata la vita a quasi 2 milioni di persone ed era stata la causa dello sfollamento forzato di altre 4 milioni e 500 mila persone. Inoltre si ritiene che circa 500 mila persone abbiano cercato asilo all’estero». […] Tutto questo proprio mentre i pacifisti italiani marciavano sulla Perugia-Assisi contro gli Stati Uniti (rei di voler colpire Bin Laden).

Il 7 ottobre 2001 per esempio è passato pressoché sotto silenzio l’ennesimo bombardamento di un villaggio sudanese, nel distretto di Mangok, in cui sono stati uccisi 15 bambini e 8 sono stati feriti (anche una donna è stata ammazzata). Akiir aveva 7 anni, Atong 8, Athuai 4, Maciek 12 anni… […] Com’è possibile ignorare la guerra più lunga del XX secolo, nel paese più grande dell’Africa, con quell’enorme numero di vittime?

La risposta di Peter Hammond, esperto di questioni sudanesi, è sconsolata: «Credo che si tratti della classica mentalità da ABC, “Anything But Christianity”, tutto fuorché il cristianesimo.

Sembra che quando le vittime sono i cristiani, i media laici non sappiano fare altro che riscoprire il proprio inveterato pregiudizio e semplicemente non ne raccontano le storie». […] L’assurdo è che un regime così, la cui Corte Suprema – spiega Hammond - «ha stabilito che la crocifissione degli apostati è costituzionale… abbia rimpiazzato quello statunitense nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite».



I mea culpa della Chiesa.

Il papa stesso, nella solennità del grande Giubileo del 2000 […] è partito da un’umiliante, pubblica e dolorosa serie di mea culpa. È stato un fatto stupefacente, ma non nuovo nella storia della Chiesa. Ne sono state date tante interpretazioni, ma la domanda a cui rispondere è: […] perché solo la Chiesa può fare una cosa del genere senza crollare sotto il peso delle colpe dei suoi? Perché la Chiesa non ha bisogno di “aver ragione”, di rivendicare i suoi meriti storici immensi, di mostrare la grandezza e la santità che hanno illuminato duemila anni, ma fin dal suo inizio, fin dal Vangelo mostra la storia del suo primo capo, Pietro, il martire Pietro, sottolineando il suo tradimento e il suo umiliante pianto fino al perdono affettuoso di Gesù? Don Luigi Giussani, in uno splendido articolo a commento dei mea culpa del Papa, spiegava che ciò può accadere perché «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato». Di fronte a lui anche la santità dei più grandi cristiani non è che un panno sporco, come già diceva il profeta Isaia. Questo spiega il gesto d’umiltà del papa: è a Cristo che si deve guardare.


(fonte: Acqua Viva)

martedì 7 ottobre 2008

Papa: ''Mass media favoriscono mentalità senza Dio''



Benedetto XVI nel suo discorso ai vescovi di Panama: ''I mezzi di comunicazione sociale vengono spesso usati per diffondere l'individualismo, l'edonismo, ideologie e costumi che minano i fondamenti stessi del matrimonio, della famiglia e della morale cristiana''.

La crescente secolarizzazione della società, anche attraverso i mezzi di comunicazione di massa, sta invadendo ''tutti gli aspetti della vita quotidiana, favorendo una mentalità nella quale Dio è assente dall'esistenza e dalla coscienza umana''.

Lo ha detto oggi Benedetto XVI (nella foto), nel suo discorso ai vescovi di Panama in visita ad limina. Questa mentalità, ha affermato Ratzinger, ''si serve spesso dei mezzi di comunicazione sociale per diffondere l'individualismo, l'edonismo, ideologie e costumi che minano i fondamenti stessi del matrimonio, della famiglia e della morale cristiana''.

Il Papa ha lodato l'operato dei missionari e delle missionarie a Panama e il fatto che ''con abnegazione, molte famiglie vivono in patria l'ideale cristiano, in mezzo a non poche difficoltà, che minacciano la solidità dell'amore coniugale, la paternità responsabile e l'armonia e la stabilità dei matrimoni''. '

'Non saranno mai abbastanza gli sforzi per sviluppare una pastorale familiare vigorosa - ha sottolineato Benedetto XVI - che inviti le persone a scoprire la bellezza della vocazione al matrimonio cristiano, a difendere la vita umana dal concepimento al suo termine naturale, a costruire focolari domestici nei quali i figli vengano educati nell'amore alla verità del Vangelo e ai solidi valori umani''.

Tratto da

domenica 5 ottobre 2008

Lasciate che i fanciulli vengano a Me!


"Fino al secolo XI la Chiesa desiderava che i bambini ricevessero la Santa Comunione in tenera età; si voleva farli partecipare presto a questa unione interiore con Gesù Cristo." (+ Michael Keller)
Il Concilio Lateranense IV (1215) insegna che "l'obbligo della Confessione e della Comunione, per i bambini, comincia non appena un certo uso della ragione rende capaci di peccare".
Consapevole di questo, San Giovanni Bosco ha affermato: "È da rifuggire come la peste l'opinione di chi desidera rimandare la Prima santa Comunione ad un'età troppo avanzata, quando il diavolo ha già per lo più preso possesso del cuore giovanile".
Il Papa San Pio X (1903-1914), col decreto rivoluzionario "Quam Singulari", porto da dodici a circa sette anni l'età della Prima Comunione dei bambini e li esortò alla Comunione frequente: "Devono accostarsi presto alla Prima Comunione... è meglio che i fanciulli ricevano Gesù quando hanno ancora il cuore puro, affinché, prima di satana, entri Gesù nei loro giovani cuori". Ed ecco la motivazione del Papa: "I Santi Vangeli testimoniano chiaramente con quale particolare amore Cristo in terra si rivolgeva ai bambini, come godeva di vedersi circondato da loro, com'era sua abitudine stendere su loro le mani, stringerli al cuore e benedirli, com'egli non permetteva che venissero respinti dagli apostoli...: 'Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite...'". (Mc 10, 14)".
Dice ancora il Papa "Agli innocenti bambini, tenuti lontani da Dio, mancò ogni nutrimento per la loro vita interiore con la non rara conseguenza che la gioventù, derubata dell'aiuto efficace, inciampò nei lacci, perse l'innocenza e si arrese al vizio ancor prima di poter gustare i santi Misteri... Non si può ignorare che la perdita della prima innocenza è una perdita molto grave, che si sarebbe forse potuta evitare se si fosse ricevuta in tenera età l'Eucaristia".
È storicamente provato che San Pio X disse, a proposito del decreto della Comunione ai bambini: "Questo decreto me l'ha suggerito Dio stesso".
La Sacra Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, il 15 luglio 1910, decreto che "l'età della discrezione (era questa l'espressione usata da San Pio X nel decreto "Quam Singulari") tanto per la Confessione quanto per la Comunione è quella in cui il fanciullo comincia a ragionare, cioè verso il settimo anno... anche al di sotto. Da questo momento comincia obbligo di soddisfare l'uno e l'altro precetto della Confessione e della Comunione".
Tale obbligo è stato ribadito nel "Direttorio Catechistico Generale" da Paolo VI nel 1973.Il Papa Benedetto XV nel culmine della prima guerra mondiale, chiese il soccorso divino ricorrendo all'"onnipotente mezzo dell'innocenza dei bambini" e li invitò, nello spirito del decreto "Quam Singulari", ad accostarsi "tutti alla mensa celeste" e a offrire le loro Comunioni per la pace.
Il Papa Paolo VI, l'11 aprile del 1971, ha richiamato tutti all'osservanza del decreto "Quam Singulari" e, visti inascoltati i suoi richiami, tornò sull'argomento altre due volte: il 20 maggio 1973 e il 24 maggio 1977, esortando "tutti ed ovunque ad ottemperare al decreto "Quam Singulari", perché "la disciplina della Chiesa venga restituita allo spirito del decreto (di San Pio X), specialmente per quanto riguarda l'età della Confessione e della Comunione dei bambini". Anche Giovanni Paolo II ha confermato la linea dei suoi predecessori. Nell'Esortazione Apostolica "Catechesi Tradendae", citando la S. Scrittura, il Papa ha detto tra l'altro: "Che non si abbia a dire: i bambini chiedevano il pane e non c'era chi lo spezzasse loro". (Lam 4, 4)".
Il 27 maggio 1989, a 10.000 bambini disse: "Siate fedeli all'incontro con Gesù Eucaristico... Gesù vi vuole vicini nel suo Sacrificio, desidera essere in comunione con voi". E ancora: "Motivando l'anticipo dell'età della Prima Comunione, San Pio X diceva: 'Ci saranno dei santi tra i fanciulli'.
I santi ci sono effettivamente stati. Ma noi possiamo oggi aggiungere: ci saranno apostoli tra i fanciulli..." (17 agosto 1994).

Quando il "silenzio" dei media diventa scandalo!





Roma (AsiaNews)
L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza, della democrazia è scivolata nella vergogna. “Una vergogna per la nostra Patria”: così il premier Manmohan Singh e il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, hanno definito il pogrom contro i cristiani scatenatosi dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti (alcune fonti dicono 100); almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte; centinaia di case danneggiate; quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, né cibo.
L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di Natale, l’organizzazione fondamentalista indù (Vishwa Hindu Parishad, Vhp) ha ucciso 3 persone, attaccato e distrutto 13 chiese e cappelle, ferendo e lasciando senza tetto un gran numero di cristiani sempre nel distretto di Kadhamal. A spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp.
Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido “uccidete i cristiani! Distruggete le loro istituzioni!”.
L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali - spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli – e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell’efficacia della missione cristiana.

Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti “figli di Dio” (harijian).
Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani, parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni.

Oltre alla “vergogna” dell’India, vi è anche una “vergogna” per l’Europa e per il mondo. Al di là di qualche sparuta voce – come quella del ministro italiano Frattini - nessun governo ha osato dire qualcosa sui massacri dell’Orissa, domandandone la fine.
Molte associazioni così pronte a difendere gruppi, minoranze, specie in estinzione, impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Come hanno giustamente additato alcune personalità vaticane, vi è in Europa e nel mondo una specie di “cristianofobia” che cerca di scrollarsi di dosso, anche con la menzogna, l’eredità cristiana.
Per questo, le notizie di persecuzione dei fedeli in Orissa, come in Cina o in Medio oriente, non interessano, anzi sono magari giustificate.

Questo rende ancora più importante il nostro servizio di informazione, la nostre preghiera e la nostra testimonianza, in India come in Europa.

sabato 4 ottobre 2008

4 Ottobre - San Francesco

Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende Tu sei forte Tu sei grande Tu sei altissimo Tu sei Re onnipotente Tu sei il Padre Santo, Re del cielo e della terra Tu sei trino ed uno, Signore Iddio degli dei Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene Signore Iddio vivo e vero Tu sei amore, carità Tu sei sapienza Tu sei umiltà Tu sei pazienza Tu sei bellezza Tu sei sicurezza Tu sei pace Tu sei gaudio e letizia Tu sei la nostra speranza Tu sei giustizia Tu sei temperanza Tu sei tutta la nostra ricchezza Tu sei bellezza Tu sei mitezza, Tu sei il protettore Tu sei custode e il difensore nostro Tu sei fortezza, Tu sei rifugio Tu sei la nostra speranza Tu sei la nostra fede Tu se la nostra carità Tu sei tutta la nostra dolcezza Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.
(San Francesco d'Assisi)

giovedì 2 ottobre 2008

MISSA PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE


Desidero portare all'attenzione, di chi ha avuto la cortesia di soffermarsi nel mio blog, di una perla preziosissima che il nostro Pontefice ha voluto donare al mondo, alla vigilia della sua elezione a Vicario di Cristo in terra.



CAPPELLA PAPALE

MISSA PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE

OMELIA DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER
DECANO DEL COLLEGIO CARDINALIZIO

Patriarcale Basilica di San Pietro
Lunedì 18 aprile 2005

Is 61, 1 - 3a. 6a. 8b - 9
Ef 4, 11 - 16
Gv 15, 9 - 17

In quest’ora di grande responsabilità, ascoltiamo con particolare attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in un momento come questo.

La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del Messia – un ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice: “Oggi si è adempiuta questa scrittura” (Lc 4, 21). Al centro del testo profetico troviamo una parola che – almeno a prima vista – appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sé, dice di essere mandato “a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio.” (Is 61, 2). Ascoltiamo, con gioia, l’annuncio dell’anno di misericordia: la misericordia divina pone un limite al male - ci ha detto il Santo Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona: incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Il mandato di Cristo è divenuto mandato nostro attraverso l’unzione sacerdotale; siamo chiamati a promulgare – non solo a parole ma con la vita, e con i segni efficaci dei sacramenti, “l’anno di misericordia del Signore”. Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il “giorno della vendetta per il nostro Dio”? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha pronunciato queste parole – ha concluso annunciando l’anno della misericordia. É stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi dopo la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il suo commento autentico a queste parole con la morte di croce. “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce…”, dice San Pietro (1 Pt 2, 24). E San Paolo scrive ai Galati: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede” (Gal 3, 13s).

La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1, 24).

Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui si tratta in sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso al cielo; quindi, della maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione e contenuto dell’unità nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione del mondo nella comunione col Signore.

Soffermiamoci solo su due punti. Il primo è il cammino verso “la maturità di Cristo”; così dice, un po’ semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della “misura della pienezza di Cristo”, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (Ef 4, 14). Una descrizione molto attuale!

Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).

Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). Tante volte sentiamo di essere - come è vero - soltanto servi inutili (cf Lc 17, 10). E, ciò nonostante, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con il suo io: “questo è il mio corpo...”, “io ti assolvo...”. Affida il suo corpo, la Chiesa, a noi. Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità – il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il mistero del Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Ci ha reso suoi amici – e noi come rispondiamo?

Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l’amicizia, è la comunione delle volontà. “Idem velle – idem nolle”, era anche per i Romani la definizione di amicizia. “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15, 14). L’amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: “Non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 21, 39). In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!

L’altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto: “Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo: vi ho costituito perché andiate… Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.

Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini. La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo, “ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4, 8). Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo – il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia. Amen.

lunedì 29 settembre 2008

Un modello esemplare di santità sacerdotale



L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 29-30 settembre 2008.

Michele Sopocko, sacerdote polacco, fondatore delle Suore di Gesù Misericordioso e dell'istituto secolare della Divina Misericordia, è stato elevato agli onori degli altari ieri, domenica 28 settembre. La celebrazione, nella quale è stato inserito il rito della beatificazione, è stata presieduta, presso la chiesa della Divina Misericordia a Bialystok (Polonia), dall'arcivescovo diocesano monsignor Edward Ozorowski. L'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha pronunciato la formula solenne della beatificazione e ha tenuto l'omelia.
Monsignor Amato, nel riproporre l'esemplare santità sacerdotale del nuovo beato, ha voluto innanzitutto ricordarlo come confessore di santa Faustina Kowalska, della quale ha citato una frase contenuta nel suo personale Diario a proposito di una esortazione di Gesù: "Scrivi che giorno e notte il mio sguardo riposa su di lui".
"Su chi riposava lo sguardo di Gesù? - si è domandato l'arcivescovo - Sul beato Michele Sopocko, questa esemplare figura di sacerdote polacco, educatore, formatore di giovani, confessore, padre spirituale, che si aggiunge alle recenti grandi figure della santità polacca, come san Massimiliano Kolbe e suor Faustina Kowalska". Tra gli elementi di attualità nella testimonianza del nuovo Beato monsignor Amato ha sottolineato l'esemplarità "convincente dell'eterna bellezza della sequela Christi. Essere cristiani significa essere nella verità, nella libertà, nella gioia; significa essere sale della terra e luce del mondo.
"In qualsiasi condizione ci troviamo e qualunque cosa noi facciamo la nostra vita è una imitatio Christi, che riecheggia la bontà e la misericordia del Signore Gesù. Così ha fatto Michele Sopocko.
"Ci possiamo chiedere: come imitare il Beato nell'esercizio della virtù della misericordia? La risposta è semplice. Nelle famiglie ogni giorno c'è bisogno di misericordia. Ogni giorno la sposa deve avere comprensione verso lo sposo e viceversa, riconfermando continuamente la loro reciproca fedeltà. Ogni giorno i genitori devono essere magnanimi nel perdonare i propri figli, nel sopportare le loro disobbedienze e le loro continue mancanze. Ma anche i figli devono essere pazienti coi loro genitori e ne devono seguire i buoni esempi e le giuste esortazioni".
Il discorso si è poi spostato sulla società. "La nostra società - ha detto in particolare - ha bisogno di cittadini onesti, buoni, generosi, compassionevoli". Sta alle famiglie forgiarli nel modo più giusto.
Il beato Sopocko consegna però un suo messaggio particolare anche ai sacerdoti: "Siano instancabili nello zelo pastorale. Egli invita - ha ricordato l'arcivescovo Amato - i sacerdoti ad avere un cuore buono e misericordioso; a essere pazienti, miti, accoglienti; a essere perseveranti nella catechesi ai bambini, ai giovani, agli adulti; a essere disponibili nell'indispensabile ministero del perdono nel sacramento della riconciliazione. Oggi, più che mai, i fedeli hanno bisogno di aprire il loro cuore al confessore per riceverne conforto, perdono e benedizione. La gioia più profonda dei cuori deriva dal perdono sacramentale. Il confessionale sia la cattedra più importante del magistero sacerdotale. Cari sacerdoti, siate generosi nel perdono. Così agiva il beato Michele Sopocko. In tal modo ha potuto restituire a tanti cuori la serenità della vita".
Riferendosi poi a quanta parte egli ha avuto nel guidare alla santità una giovane suora, Faustina Kowalska, monsignor Amato ha aggiunto: "Se compito indispensabile di ogni sacerdote è quello di dispensare la misericordia divina sulle miserie umane, è anche suo compito dirigere e guidare le anime dei laici e dei consacrati sulla via della perfezione cristiana. Nell'oceano delle opinioni oggi il sacerdote è chiamato a nutrirsi della parola di Gesù per offrire ai fedeli la verità su Dio e sul destino dell'umanità. In un mondo dalle mille opinioni è difficile discernere la verità, perché nessuno ce la indica con chiarezza e autorità. Spetta ai sacerdoti mostrare la verità del Vangelo alla nostra umanità spaesata. Spetta a loro guidare i giovani alla luce e alla gioia della verità che è Gesù Cristo per diventare buoni cristiani e onesti cittadini".
E a proposito del Vangelo ha ricordato che esso "non è un impedimento alla felicità umana, anzi è il libro della gioia, della vita che vince la morte, della luce che disperde le tenebre. Nella complessità della cultura contemporanea la Chiesa ha bisogno di sacerdoti che sappiano essere maestri di vita spirituale, guide esperte nel discernimento di ciò che è buono e di ciò che è giusto. Giovani e adulti oggi hanno bisogno di uomini saggi, che orientino la loro libertà a scelte coerenti col Vangelo. In un mondo di falsi profeti, che pubblicizzano le loro fatue soluzioni di vita, il sacerdote deve esercitare con umiltà e perseveranza il ministero di pastore delle anime, praticando una vera e propria paternità spirituale".
A proposito dell'importanza dei direttori spirituali nell'evangelizzazione l'arcivescovo ha detto che "Se i genitori danno la vita fisica, i direttori spirituali danno, curano e promuovono la vita spirituale. Non si nasce cristiani, lo si diventa: "Guai a chi è solo, perché, se cade, non ha nessuno che lo rialzi" (Qo 4, 10). I direttori spirituali sono guide sperimentate per far evitare i vizi e per guidare alla virtù. In un mondo secolarizzato, come il nostro, oggi c'è più che mai bisogno di padri spirituali".
Sottolineando i compiti fondamentali della confessione e della direzione spirituale dei sacerdoti, ha proposto il beato Michele Sopocko come modello di una interpretazione eroica di questa missione. Egli, in virtù della sua instancabile attività, "nell'omelia del suo funerale - ha ricordato - fu chiamato: "Il mostro di lavoro, l'eroe, il matto di Dio" (i, 535). Lo zelo per la salvezza delle anime lo spingeva a farsi tutto a tutti. Il fervore per la promozione della devozione e del culto alla Divina Misericordia incendiò il suo cuore e la sua mente. Fu il suo capolavoro. Non fu uno zelo scomposto, sconsiderato, ma prudente, attento, capace di riflettere".
A questo zelo sapiente si deve quel tesoro spirituale che è il Diario di santa Faustina Kowalska. È utile richiamare l'origine concreta del Diario. Sopocko fu, dal 1932 al 1941, confessore delle Suore della Madre della Divina Misericordia. Qui, nel 1933, incontrò suor Faustina come penitente. La suora però durante le confessioni si soffermava a lungo a parlare delle rivelazioni private sul culto alla Misericordia divina. Poiché queste sue confessioni duravano più del dovuto, mettendo a dura prova la pazienza delle altre consorelle che attendevano il loro turno per confessarsi, il beato ordinò a suor Faustina di essere più discreta in confessione, di mettere per iscritto le sue esperienze e di consegnargliele. In tal modo nacque il Diario.
"Il beato - ha detto in proposito il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi - non credette subito al carattere soprannaturale di queste manifestazioni. Dopo un lungo discernimento prudenziale e dopo accurata analisi teologica, giunse alla convinzione della loro autenticità. Non solo, ma anch'egli si dedicò alla diffusione del culto alla Divina Misericordia, fondando la Congregazione delle Suore di Gesù Misericordioso.
"In tal modo - ha concluso la sua omelia monsignor Amato - il Cuore misericordioso di Gesù ha forgiato due apostoli della carità divina: santa Faustina Kowalska e il beato Michele Sopocko. E invita anche noi a essere testimoni di perdono, donato e ricevuto, grati a questi due santi apostoli, che hanno diffuso il messaggio evangelico non solo nella loro nobile patria polacca, ma in tutta la Chiesa e in tutto il mondo".
(©L'Osservatore Romano - 29-30 settembre 2008)

domenica 28 settembre 2008

20/09/1870 La "favola" di Porta Pia!


Per cercare di dare voce a quella che è la storia proibita che ha coinvolto la Chiesa quel 20 settembre di 138 anni fà, ecco come le cose dovrebbero essere raccontate e spiegate alle generazioni che si affacciano sui libri di scuola e a chi dalla storia cerca solo la verità.
buona ri-lettura!

sabato 20 settembre 2008

La storia proibita

"A volte ritornano..." e sono sempre loro, i falsi miti, le storie mistificate, gli eroi finti del nostro Risorgimento. Noi Piemontesi, in fondo, ci siamo pure affezionati, perché ne siamo stati i grandi protagonisti. Furono i nostri Re, i nostri generali, le nostre armate a "fare l'Italia" ed infine coronarono il grande sogno (ma di chi poi?) di Roma capitale, il 20 settembre 1870.
Nei piani misteriosi della Provvidenza i nostri trisnonni framassoni fecero, senza volerlo, un gran favore a Santa Madre Chiesa, liberandola da quel tipo di potere temporale ma, a vedere come andarono i fatti, non c'è proprio nulla di cui essere orgogliosi nella mitica "breccia di Porta Pia", a cui augusti pensieri ancor oggi si levano al suono dell'inno di Mameli.
11 settembre 1870
Era l'11 settembre (da sempre gran brutta data) del 1870, alle cinque del pomeriggio, quando 65.000 soldati piemontesi passano la frontiera tra il Regno d'Italia e quello che resta dello Stato Pontificio.
Dieci anni prima, sempre l'11 settembre, era iniziata l'aggressione alle province pontificie delle Marche e dell'Umbria con l'offensiva di Cialdini su Pesaro. Coincidono volutamente le date e coincidono anche le modalità: aggressione ad uno stato sovrano senza dichiarazione di guerra.
Nessuna guerra è "legale" senza l'atto formale della sua dichiarazione, un documento che denuncia gravi trasgressioni e accuse, che chiede riparazioni e che prevede la soluzione armata qualora non vengano accettate.
L'invasione quindi va dalla storia annoverata tra gli atti di brigantaggio e Vittorio Emanuele II (me ne dispiace assai!) finisce sottobraccio a Saddam Hussein che centovent'anni dopo avanza tra le sabbie del Kuwait. A posteriori si giustificò l'aggressione, motivandola col fatto che gravi disordini erano scoppiati a Roma e nel suo contado per il malcontento della popolazione oppressa dai mercenari papalini.
Peccato però che a Roma fosse tutto tranquillo e che, a parte qualche attentato terroristico ad opera di infiltrati stranieri, in quegli anni la gente continuasse a volere un gran bene e Pio IX e a manifestarglielo in ogni occasione.
Parola di Garibaldi, nel suo "Il governo del monaco" del 1867: tutto il popolo romano, salvo una sparuta minoranza, era clericale! Ci penserà Nino Bixio a fargliela purgare il 20 settembre.
I mercenari papalini
Dai vecchi sussidiari delle elementari in su, l'esercito pontificio è così descritto: mercenari papalini, soldataglia prezzolata arruolata tra la feccia del pianeta, gente che per amor di soldo e saccheggio difendeva il traballante trono di Pio IX e opprimeva il popolo romano, ultimo residuo delle tristi compagnie di ventura del peggior medioevo. Se si guarda con attenzione, si scopre le cose erano all'opposto. Di questi "mercenari", 13.624 per l'esattezza agli ordini del generale Kanzler, 8.300 erano romani e 5.324 volontari stranieri (tra cui una buona parte italiani). Quindi più di un terzo dell'esercito era costituito da sudditi pontifici, volontari pure loro giacché nelle terre del Papa non vi era la coscrizione obbligatoria.
Gli stranieri erano ancor più strani "mercenari", appartenevano per la maggior parte alla nobiltà e alle classi possidenti e si vantavano di militare sotto le insegne pontificie, non solo senza ricevere "soldo alcuno", ma pagando di tasca propria vitto, divisa e armamento.
Eloquente è la vicenda di Giuseppe Sacchetti, fondatore nel 1868 del secondo circolo italiano di Azione Cattolica, quello di Padova, e in seguito grande figura del giornalismo italiano. Dopo aver fatto testamento, parte per Roma nell'agosto del 1870 per arruolarsi nel corpo dei volontari pontifici della riserva; ha venticinque anni. Dalla Città Eterna scrive alla madre tre lettere, rispettivamente il 31 agosto, il 4 e il 24 settembre, dalle quali appare la sua straordinaria fede di giovane disposto al sacrificio supremo per amore di Dio e del Pontefice e, contemporaneamente, ancora sottomesso alla madre, tanto da chiederle il permesso per passare dalla riserva a un corpo attivo e stabile.
La risposta della madre la dice lunga sui sogni della gente italiana su Roma capitale; la donna del Veneto cattolico non ha dubbi e sprona il figlio "a difendere una causa tanto giusta che nobilita l'uomo e lo fa maggiore di sé".
Gli squadriglieri di Viterbo
La provincia di Viterbo da sola fornì all'esercito di Pio IX 2.000 volontari, che organizzati e guidati dal colonnello Azzanesi, un veterano di Castelfidardo, formarono il corpo degli squadriglieri pontifici.
Erano compagnie di contadini, vestiti col loro costume tradizionale, ben addestrati alla guerriglia, perfetti conoscitori del territorio, armati di tutto punto e ben inquadrati; avevano ripulito le province meridionali del Patrimonio di San Pietro dal brigantaggio e soprattutto avevano dato filo da torcere ai diversi tentativi di infiltrazioni garibaldine del decennio 1860-1870.
Azzanesi avrebbe voluto impegnare con i suoi uomini, in un'estenuante guerriglia, l'esercito che, superato il Garigliano, avanzava verso Roma da sud al comando del generale Angioletti, ma Pio IX era stato tassativo: non voleva spargimenti di sangue, ma solo la chiara dimostrazione per il mondo che il Papa cedeva solo davanti alla violenza dell'invasione di un esercito nazionale.
Tra il 12 e il 16 settembre, gli squadriglieri si ritirarono così senza combattere, accolti e aiutati ovunque dalle popolazioni fedeli al Papa-Re, mentre l'esercito piemontese entrava in Viterbo "liberata" acclamato da una folla di dodici "patrioti".
Le mura di Roma
A parte la battaglia di Civita Castellana, dove 3.400 piemontesi, ebbero la meglio sulla disperata resistenza dei 110 zuavi del capitano De Rèsimont, dopo aver cannoneggiato per una mattina il vecchio castello con una pioggia di duecentoquaranta proiettili da 18 bocche da fuoco (i difensori avevano solo i fucili), Cadorna giunse sotto le mura di Roma senza colpo ferire e il 15 settembre pose la città sotto assedio. A parte Trastevere, col suo terreno dominante, Castel Sant'Angelo e le mura bastionate della Città Leonina, nessun'altra zona di Roma poteva pensare ad una difesa prolungata.
La Città era infatti cinta, più che difesa, da Porta del Popolo al Testaccio, da un lungo muro, che per lunghi tratti era ancora quello edificato dall'imperatore Aureliano 1.500 anni prima, senza alcuna piattaforma per posizionare l'artiglieria. Le mura, pensate per difendere Roma in epoche ormai lontane e con altri criteri d'assedio, erano troppo alte per piazzarvi i fucilieri e in alcuni punti così poco spesse per opporre resistenza all'artiglieria.
La breccia di Porta Pia venne aperta in un tratto dove le fortificazioni avevano meno di un metro di spessore.
Il 16 settembre Pio IX, alle cinque del pomeriggio, uscì per l'ultima volta dal palazzo apostolico per recarsi a pregare nella chiesa dell'Aracoeli: una folla immensa lo acclamò ovunque, mentre volontari romani accorrevano sulle mura della Città Leonina per unirsi agli Svizzeri nella difesa della persona del Papa.
La giornata del 19 vide alcune scaramucce attorno alle mura e niente più.
Dopo avere inviato a Kanzler alcuni inviti alla resa, puntualmente respinti, il generale Cadorna aveva deciso di sferrare l'attacco all'alba del giorno successivo per porre fine a quella che diceva essere "la dominazione di truppe straniere che imponevano la loro volontà al Papa e ai Romani".
Nino Bixio "uomo d'onore"
La notte tra il 19 e il 20 settembre passò insonne entro le mura di Roma.
I soldati del Papa si confessarono tutti e ricevettero il viatico e l'unzione.
Erano convinti di morire uno ad uno nella difesa, casa per casa, della Città Santa. La croce rossa fu appuntata sul petto di quegli ultimi crociati e risuonò per le mura il grido di "W Pio IX, W il Papa-Re".
Cadorna aveva pianificato di attaccare Roma lungo tutto il perimetro delle mura, ad eccezione di quelle della Città Leonina, aprire diverse brecce e penetrare in città da più parti per spezzare la difesa degli zuavi. Alle cinque del mattino i cento cannoni italiani aprirono il fuoco martellando le difese.
Sull'altra sponda del Tevere il generale Nino Bixio, eroe dell'impresa dei Mille, aveva posto il suo quartier generale a Villa Pamphili e aveva l'ordine di attaccare Porta San Pancrazio e le mura fortificate di Trastevere. Sicuro che il popoloso quartiere sarebbe insorto e gli avrebbe aperto le porte e informato che il settore era difeso solo da truppe indigene, Bixio aveva inviato emissari per invitare alla diserzione i difensori di Trastevere; pensava che sarebbe toccata a lui la gloria di entrare per primo in Roma "liberata".
Per questo tardò l'ordine di aprire il fuoco di circa un'ora. Non sapeva però che solo tre giorni prima una delegazione di Trastevere era salita dal Pontefice per offrire l'intera popolazione del quartiere come guardia personale di quello che consideravano "il loro Papa".
Iniziato l'attacco, si avvide presto che la resistenza a Trastevere era più decisa che negli altri settori: le mura solide non cedevano, gli abitanti del quartiere erano saliti a difenderle e le sue truppe si trovavano ora tra il tiro incrociato delle mura leonine e di quelle trasteverine. Irritato, tra le otto e le nove, fece dirigere il fuoco di alcuni cannoni sugli edifici all'interno delle mura, devastando case, conventi e ospedali e facendo vittime tra i civili.
Poco prima delle dieci, quando le artiglierie italiane avevano aperto una larga breccia nelle mura di Porta Pia e si stava preparando l'assalto, giunse alla porta un dragone a cavallo con l'ordine di resa da parte di Pio IX: il Papa non voleva uno spargimento di sangue.
Alle dieci e dieci minuti la battaglia per Roma era finita.
Anche sulle mura di Trastevere venne issata la bandiera bianca, ma le batterie di Nino Bixio continuarono a bombardare il quartiere ancora per mezz'ora.
Anche dieci anni prima, ad Ancona, i cannoni di Cialdini e Fanti avevano continuato a sparare per molte ore sulla città, rea di essersi arresa all'ammiraglio Persano.
La gioia dei Romani liberati
I Romani si chiusero in casa e sbarrarono porte e finestre, appendendo drappi neri alle finestre in segno di lutto. Alcuni portoni di case nobiliari non riaprirono i loro battenti che nel 1929, all'indomani della "Conciliazione".
Cinquemila facinorosi, autoproclamatisi "esuli romani", erano al seguito dell'esercito ed entrarono subito in città, inneggiando a Vittorio Emanuele e all'unità d'Italia, mentre nel pomeriggio treni speciali portarono a Roma nuova gente a far gazzarra, al punto che "La Nazione", giornale liberale di Firenze, poté scrivere: "Roma è stata consegnata come res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane. Si potrebbe pensare che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia". I disordini continuarono per giorni in Roma finalmente "liberata".

(Don Maurizio CERIANI )

tratto da: Il Popolo, (settimanale della diocesi di Tortona), 6.10.2005

Pio IX - il "Parroco di Campagna".













Pio IX, nonostante fosse Pontefice, amava definirsi un "Parroco di Campagna". La sua vita privata infatti si svolgeva come quella di un semplice sacerdote e non come quella di un monarca. Si alzava alle cinque e trenta del mattino, per un'ora rimaneva nella sua camera in preghiera su un inginocchiatoio di fronte ad un crocifisso. Celebrava la Messa molto profondamente e poi assisteva ad un'altra di ringraziamento, durante la quale recitava le ore canoniche e le preghiere di pietà con un libretto appartenuto alla madre. Dai tempi del Collegio degli Scolopi amava pregare la "corona delle Dodici Stelle" una preghiera composta da san Giuseppe Calasanzio in cui si ritiene Maria preservata dal peccato originale.

Dopo le preghiere si dedica alle udienze concesse sia agli uomini importanti sia ai semplici fedeli. Due aneddoti sulle udienze sono veramente particolari: una ricca vedova francese inginocchiata di fronte al papa gli chiese Santità, non mi alzerò da quì fino a quando non mi abbiate detto che cosa posso offrirvi. Volete il mio palazzo a Parigi o quello nel Delfinato? Papa Mastai rispose: Alzatevi, perché rischiate di rimanere inginocchiata fino al giorno del Giudizio; quello che vorrei non me lo potete dare: io avrei bisogno di un paio di gambe nuove!. Durante un'altra udienza, lo andò a trovare un vecchio pescatore di Senigallia, l'amico Fagiulin, e gli portò in dono un cesto di pesce. Papa Mastai ridendo, rispose in dialetto Sei sminchiunat com sempr! Cioè sei sempre scherzoso. Ogni giovedì riceveva, inoltre, petizioni da chiunque e ogni 14 del mese riceveva, in pubblica udienza, tutti. Alle due termina le udienze e si reca a pranzo. Per suo desiderio non vuole che si consumino più di cinquemila lire al giorno per i pasti. Secondo un'abitudine imparata dalla madre si serve di frutta sempre dopo gli altri.

Dopo pranzo amava fare passeggiate o andare in carrozza per la città. Sono innumerevoli gli anedotti sulla bontà con cui Pio IX trattava il suo popolo durante le passeggiate. Una volta incontrò una processione eucaristica per un moribondo; scese dalla carrozza, si unisce al corteo portando un cero preso ad un chirichetto e amministra lui stesso al moribondo il Santo Viatico. Tornato in Quirinale scrive e poi recita il Vespro: Un altro fatto particolare si ricorda legato alla recita della Breviario. Incontrando un sacerdote che si lamentava di non poter recitare l'Ufficio a causa della sua parrocchia di duemila anime, Pio IX rispose scherzosamente che lui aveva una "parrocchia" più numerosa, ma gli veniva in tempo di recitare le sue preghiere. Dopo la cena riceveva il suo confessore e si ritirava nella cappella privata a pregare dinanzi al tabernacolo. Ricordava spesso l'importanza di pregare Gesù Eucaristico, al quale si poteva confidare tutto.


Papa Paolo VI, ripercorrendo il magistero del suo predecessore, evidenziò alcuni punti ritenuti da lui importanti su Pio IX:
Fu anzitutto uomo di Dio e di preghiera. Egli stesso fra i suoi propositi di sacerdote appena consacrato mise: «Pregare Iddio moltissimo onde insegni la scienza delle sue strade per adempiere alla sua volontà». Amava stare tra la gente ed elargì numerose elemosine, promosse iniziative benefiche, come la fondazione di asili, di ricoveri per anziani, poveri e indigenti. Uomo di pietà, che elesse patrono della Chiesa universale, l'8 dicembre 1867, san Giuseppe, visto come il capo della rinnovata Sacra Famiglia formata da tutti i figli e tutte le figlie della Chiesa.
Fu anche un Papa che si prodigò moltissimo per la riforma del clero con una capillare azione pastorale. Con l'aiuto dei vescovi diocesani, fece molto e con successo per ristabilire la gerarchia cattolica e seppe suscitare una nascita senza precedenti di società e associazioni sacerdotali per aiutare e sostenere la vita spirituale e lo zelo pastorale.
Sentì anche l'urgenza di rinnovare la vita religiosa, con la ripresa degli Ordini e delle Congregazioni religiose, che con lui conoscono uno sviluppo senza precedenti. Fondò numerosi istituti maschili e femminili dedicati soprattutto all'apostolato presso i poveri, all'insegnamento e le missioni. Dai Salesiani di don Bosco ai Missionari di Scheut del padre Verbist, dai padri Bianchi alle suore Bianche del cardinale Lavigerie, dai padri di Mill Hill del cardinale Vaughan ai comboniani di Verona. Pio IX affermò: «Nelle Corporazioni Religiose la Chiesa trova aiuto, appoggio e sostegno in ogni maniera. In esse la Chiesa trova missionari da spingere nei più lontani e selvaggi punti del globo, predicatori per annunziare la divina parola, amministratori dei sacramenti».
Incoraggiò una fecondissima stagione missionaria con un'azione evangelizzatrice della Chiesa veramente senza precedenti. Missionari si recarono in ogni parte del mondo dall'America all'Asia, dall'Africa all'Australia. Dal 1846 al 1878 furono erette 206 nuove diocesi e vicariati apostolici.
Incoraggiò l'unità dei cristiani, erigendo nel 1862 una Congregazione per i cattolici orientali e lanciando i suoi appelli alle Chiese di oriente e di occidente separate da Roma. Fu un movimento ecumenico ante litteram, che preparò la Chiesa al moderno dialogo ecumenico.
Svolse un ruolo fondamentale nella storia della Chiesa e della teologia: l'Immacolata Concezione ed il Concilio Vaticano I sono eventi di enorme portata per la storia della Chiesa. Paolo VI afferma sui pronunciamenti del Concilio Vaticano I: «...sono come fari luminosi nel secolare sviluppo della teologia, e come altrettanti punti fermi nel turbine dei movimenti ideologici che caratterizzarono la storia del pensiero moderno, e posero i presupposti di un dinamismo di studi e opere, di pensiero e di azione, che doveva culminare, nella nostra epoca, nel Vaticano Il che espressamente si è richiamato al Vaticano I».
La Costituzione Pastor Aeternus e il dogma della infallibilità pontificia sono considerati, da papa Paolo VI e da molti teologi novecenteschi, l'architrave della moderna costruzione ecclesiologica e i precursori della costituzione apostolica Lumen Gentium, la «magna charta» del Concilio Vaticano II.


Encicliche:

I Qui pluribus - 9 novembre 1846
II Praedecessores nostros - 25 marzo 1847
III Ubi primum - 17 giugno 1847
IV In Suprema Petri sede - 6 gennaio 1848
V Ubi primum - 2 febbraio 1849
VI Noscitis et nobiscum - 8 dicembre 1849
VII Exultavit Cor Nostrum - 21 novembre 1851
VIII Ex Aliis Nostris - 21 novembre 1851
IX Nemo certe ignorat - 25 marzo 1852
X Probe Noscitis - 17 maggio 1852
XI Inter multiplices - 21 marzo 1853
XII Neminem Vestrum - 2 febbraio 1854
XIII Optime noscitis - 20 marzo 1854
XIV Apostolicae Nostrae - 1 agosto 1854
XV Optime noscitis - 5 novembre 1855
XVI Singulari quidem - 17 marzo 1856
XVII Cum Nuper - 20 gennaio 1858
XVIII Amantissimi Redemptoris - 3 maggio 1858
XIX Cum Sancta Mater - 27 aprile 1859
XX Qui Nuper - 18 giugno 1859
XXI Nullis Certe Verbis - 19 gennaio 1860
XXII Amantissimus humani generis - 8 aprile 1862
XXIII Quanto conficiamur - 10 agosto 1863
XXIV Incredibili afflictamur - 17 settembre 1863
XXV Ubi urbaniano - 30 luglio 1864
XXVI Maximae quidem - 18 agosto 1864
XXVII Quanta cura - 8 dicembre 1864
XXVIII Levate - 27 ottobre 1867
XXIX Respicientes ea - 1 novembre 1870
XXX Dei Filius - 24 aprile 1870
XXL Exortae in ista - 20 aprile 1876
XXLI Quae in patriarchatu - 1 settembre 1876

Beato Michele Sopocko - Apostolo della Divina Misericordia

sabato 27 settembre 2008

Beatificazione di Don Michele Sopocko



Domani 28 settembre 2008, sarà proclamato Beato padre Michał Sopoćko, confessore di Santa Faustina Kowalska e promotore del culto Divina Misericordia


Sarà proclamato Beato, domani, il sacerdote polacco Michał Sopoćko, confessore di Santa Faustina Kowalska e promotore del culto Divina Misericordia. La celebrazione eucaristica, che si terrà nella piazza antistante la chiesa della Divina Misericordia a Białystok sarà presieduta dall’arcivescovo della città polacca, mons. Edward Ozorowski. La formula di beatificazione è affidata all’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, rappresentante del Santo Padre. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Nella storia dell’umanità e della fede è stata lunga la via che ha portato a presentare Dio come Padre di Misericordia. E’ stato un percorso illuminato soprattutto da Santa Faustina Kowalska e da tanti altri che hanno seguito i suoi insegnamenti. Tra questi, c’è il confessore di suor Faustina, padre Michał Sopoćko, sulla cui figura si sofferma mons. Krysztof Nitkiewicz, sottosegretario alla Congregazione per le Chiese orientali e postulatore del processo di beatificazione del sacerdote polacco:

“E’ stato un sacerdote pio e zelante, esperto formatore dei seminaristi; è stato padre spirituale, docente sia nel seminario, sia nell’università. E’ conosciuto, soprattutto, come confessore spirituale di Santa Faustina Kowalska. Per primo, ha creduto nelle sue visioni riguardanti il culto della Divina Misericordia e poi ha dato un importantissimo contributo alla diffusione di tale culto”.

Durante il periodo in cui Santa Faustina Kowalska soggiornava a Vilnius, tra il 1933 ed il 1936, padre Michał Sopoćko fu infatti per lei un aiuto insostituibile nel discernimento delle esperienze e delle visioni interiori. Fu proprio lui a suggerirle di scrivere il diario nel quale suor Faustina sottolinea con queste parole lo straordinario contributo del sacerdote nella realizzazione delle richieste del Signore Gesù:

“Vedendo la sua dedizione per questa causa, ammiravo la sua pazienza ed umiltà. Vedo che la Divina Provvidenza lo aveva preparato a compiere quest’opera della Misericordia, ancora prima che io pregassi Dio per questo”.

La vita di Santa Faustina Kowalska – ha scritto padre Michał Sopoćko tracciando la biografia della suora - è stata scandita da una profonda e straordinaria unione con Dio: tramite lei - aggiunge il sacerdote - “il Signore manda al mondo il grande messaggio della Misericordia Divina e mostra un esempio di perfezione cristiana fondata sulla fiducia in Dio e sull’atteggiamento misericordioso verso il prossimo”. Un messaggio che oggi si riverbera nel mondo seguendo vie tracciate anche da padre Michał Sopoćko. E’ quanto sottolinea mons. Krysztof Nitkiewicz:

“Ha poi fondato sempre sulla scia della Divina Misericordia la Congregazione delle suore di Gesù misericordioso e l’istituto secolare della Divina Misericordia. Il cardinale Karol Wojtyła, arcivescovo di Cracovia, futuro Papa Giovanni Paolo II, conosceva di persona don Sopoćko, conosceva ed apprezzava il suo operato”.

Una visibile sintesi degli elementi essenziali della devozione della Divina Misericordia è riprodotta nell’immagine di Gesù misericordioso. Il quadro è opera di un artista polacco, Eugeniusz Kazimirowski, al quale padre Michał Sopoćko ha affidato il compito di ritrarre l’immagine così descritta nel suo diario da suor Faustina:

“Vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste. Dopo un istante, Gesù mi disse: Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te”.

L’immagine ricorda l’essenziale dovere cristiano, cioè l’attiva carità verso il prossimo, rinsaldando l’unione tra l’orazione fiduciosa e la pratica di atti di misericordia. L’istituzione della festa della Divina Misericordia, la prima domenica dopo Pasqua, è stato poi un altro degli obiettivi prioritari della vita di padre Michał Sopoćko. L’incrollabile fiducia nel Signore, preziosa eredità lasciata dal sacerdote, risplende anche oggi nelle sue parole:

“La Misericordia Divina è infinita, non la esaurirà né il numero, né la pesantezza dei peccati; non la può limitare la vigliaccheria, la perfidia, la debolezza umana. E’ come un oceano di cui non si riesce a vedere l’altra sponda. Chi ha fiducia nella Divina Misericordia non perirà mai”.

Padre Michał Sopoćko è morto il 15 febbraio del 1975, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica di San Faustino, quasi a ricordare che la sua vita, tracciata sulle orme di Santa Faustina Kowalska, è indissolubilmente legata alla Divina Misericordia.
(radio Vaticana)

venerdì 26 settembre 2008

Dies Irae - G.Verdi




"Dies irae, dies illa,

solvet saeculum in favilla,

teste David cum Sibylla.

Quantus tremor est futurus,

quando judex est venturus,

cuncta stricte discussurus.."

mercoledì 24 settembre 2008

Legge 194 “peggio del terrorismo”






A distanza di trent’anni dalla sua approvazione — avvenuta il 18 maggio del 1978 — qual è il giudizio del mondo cattolico sulla legge 194? È una buona legge, che e stata semplicemente applicata male? I 5 milioni di innocenti eliminati fino ad oggi sono frutto di un tragico equivoco interpretativo? O sono piuttosto la conseguenza logica e inevitabile di quelle norme?

La Chiesa ha già risposto con assoluta chiarezza a questi interrogativi. E lo ha fatto senza esitazione, nelle stesse ore in cui quel testo sciagurato veniva messo ai voti e approvato al Parlamento italiano. Gioverà in questi giorni ricordare — magari a beneficio di certi accomodanti interpreti della legge 194 — quello che scriveva La Civiltà cattolica in quel maggio del 1978. Sul numero 3070 della storica rivista del Gesuiti — le cui bozze sono tradizionalmente visionate prima della stampa dalla Santa Sede — si può ancora leggere un illuminante editoriale di dieci pagine dal titolo “I cristiani di fronte alla legalizzazione dell’aborto”. Parole pesanti come pietre, pronunciate senza peli sulla lingua, che meritano di essere riassunte a beneficio dei lettori del Timone. La 194 liberalizza l’abortoLa legge 194 «legalizza l’aborto, anzi lo liberalizza, perché di vera e propria liberalizzazione si tratta, potendo ogni donna praticamente abortire a richiesta nei primi tre mesi di gravidanza». Quanto avviene al Senato in questi giorni — prosegue La Civiltà cattolica — «è più grave della terribile e sconvolgente vicenda dell’onorevole Aldo Moro» e di «quanto avvenne il 16 marzo in via Fani», luogo dove fu sterminata la scorta dello statista democristiano. «Qui fu commesso un delitto orrendo, ma non fu intaccato il principio del diritto alla vita e alla libertà in base al quale quel delitto è stato unanimemente condannato». Nel Parlamento, invece, «per la prima volta nella storia del Paese viene intaccato il principio del diritto alla vita, cioè il principio fondamentale sul quale si regge non solo Ia vita sociale, ma anche l’ordinamento giuridico italiano». Vittime innocenti dell’egoismo. Con la 194, lo Stato «riconosce ad alcuni il diritto di disporre della vita di altri secondo i propri interessi egoistici», mettendo addirittura a disposizione le sue strutture e il suo personale. Si tratta di una discriminazione iniqua perché le vittime «non hanno compiuto nulla che possa aver loro meritato una simile privazione» del diritto alla vita, e non costituiscono un pericolo o una minaccia grave per la vita di altre persone; essi sono privati del diritto alla vita «perché più deboli» e perché «non possono farsi sentire».Il sovvertimento dell’ordinamento giuridico. La 194 — prosegue La Civiltà cattolica — contiene due scelte inaccettabili. Da un lato, con questa discriminazione nei confronti dei nascituri lo Stato «abdica alla sua funzione, che è quella di far prevalere gli interessi di tutti sugli interessi particolari ed egoistici». In secondo luogo, «rinunciando a difendere la vita dei più deboli di fronte all’arbitrio dei più forti» lo Stato «consacra il diritto del più forte», sovvertendo e capovolgendo cosi l’ordinamento giuridico. Secondo la rivista dei Gesuiti, la legge sull’aborto è incostituzionale, come avrà modo si spiegare il grande giurista Padre Salvatore Lener in un lungo studio apparso sul numero di novembre del 1978. La confutazione delle tesi degli abortisti. Gli abortisti hanno dichiarato che con questa legge si proponevano tre obiettivi: la lotta all’aborto; l’eliminazione della piaga degli aborti clandestini; la socializzazione del problema. «Ora — risponde La Civiltà cattolica — tenendo presente quanto è avvenuto in questi anni nei Paesi in cui l’aborto è stato legalizzato, si può prevedere che nessuno di questi obiettivi sarà raggiunto». Ecco le ragioni addotte testualmente dalla rivista dei gesuiti:

a. l’aborto si combatte non permettendolo o facilitandolo, ma prevenendolo, dissuadendolo e reprimendolo; se manca la sanzione penale «saranno indotte ad abortire anche quelle donne che per timore della sanzione vi avrebbero rinunciato»;

b. una legge che legalizza l’aborto crea e diffonde una mentalità abortista, e crea l’opinione che l’uccisione del feto sia un atto moralmente lecito in quanto legale;

c. in molti casi non e la donna che vuole l’aborto, ma persone attorno a lei: «la legge approvata al Parlamento non rende più libera la donna, ma anzi la rende più facilmente soggetta al ricatto di coloro che vogliono imporle qualcosa che le ripugna»; «Tutti questi motivi spiegano perché in tutti gli Stati in cui l’aborto è stato legalizzato il numero delle gravidanze interrotte è globalmente cresciuto». I cattolici di fronte a una legge iniquaLa Civiltà cattolica certifica che la 194 «è una legge iniqua»:

a. sia sotto il profilo religioso ed etico, perché contraddice un preciso comandamento di Dio, padrone della vita e difensore degli innocenti;

b. sia sotto il profilo umano e civile, perché il diritto alla vita è assoluto e intangibile, né lo Stato né altre persone possono disporne a piacimento, specialmente se si tratta di esseri umani innocenti. Di qui l’obbligo per i cristiani di opporre «obiezione di coscienza», rifiutando di collaborare all’attuazione e all’applicazione di questa legge, con queste precise conseguenze:c. gli ospedali cattolici dovranno notificare pubblicamente che in essi non si praticano gli aborti, neppure nelle condizioni previste dalla legge;

d. i medici e gli ausiliari cattolici non dovranno partecipare alle procedure di autorizzazione dell’aborto né all’atto chirurgico abortivo. Un giudizio senza sconti: “no al diritto di aborto”Il lungo editoriale, firmato “La Civiltà cattolica”, si conclude auspicando che l’aborto venga combattuto anche sul piano educativo — nella famiglia e nella scuola — per contrastare l’ideologia veicolata dai mass media; e si plaude all’azione del Movimento per la Vita e dei Centri di aiuto alla vita.

Come si vede, le parole della rivista dei Gesuiti sono senza sconti: sottolineano l’importanza dell’azione educativa e culturale, ma solo dopo aver denunciato con assoluta durezza la legge 194. In quello stesso anno La Civiltà cattolica tornerà sull’argomento numerose volte, e sempre per ribadire — sono parole di Sabvatore Lener sul numero 3082 — che «con una tortuosa normativa la 194 instaura un sistema di totale liberalizzazione dell’aborto», al punto che «quella italiana è la peggiore delle leggi sinora emanate sull’aborto».Davvero difficile pensare che la 194, a distanza di trent’anni, si sia trasformata — come certi vini da invecchiamento — in una “buona legge, fra le migliori al mondo nel suo genere”.




La Civiltà Cattolica“La Civiltà Cattolica” fu fondata nel 1820 per volontà di Pio IX. È prodotta da un “collegio di scrittori”, tutti gesuiti, che vivono a Roma in comunità. Ogni suo fascicolo, prima di essere stampato, passa per il controllo della Santa Sede. Quando le bozze di un nuovo fascicolo sono pronte, esse vengono recapitate in Vaticano in dodici copie: una per il Papa, una per il Segretario di Stati e le altre per gli uffici di curia competenti. Il lunedì che precede il primo e il terzo sabato del mese il direttore della “Civiltà Cattolica” si reca in segreteria di stato. E lì gli vengono dati tre gradi di indicazioni, relativi alle bozze prese in esame. Le indicazioni di grado A non si discutono. Sono ordini tassativi. Le indicazioni di grado B sono discusse nel corso della stessa udienza. Le indicazioni di grado C sono lasciate al giudizio del direttore della rivista. “La Civiltà Cattolica” non è quindi un organo ufficiale della Santa Sede. Ma è noto che ciò che essa pubblica non è in contrasto con gli indirizzi della Chiesa sui vari problemi.